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DSICHI – Calcutta, “Mainstream”

MAINSTREAM 02*Disclaimer: DSICHI è uguale a LIRBI nel senso che è una rubrica che parla di dischi come lirbi parlava di libri però c’è un errore di battitura nel titolo perché per me è divertente. La rubrica avrà cadenza settimanale nel senso che ne faccio un paio, poi una tra quattro mesi e poi mai più. Il problema è che i lirbi toccava leggerli o perlomeno far finta   – e poi, quelli si pagano!

Dopo TZN, Latina ha un altro figlio pop. Non sapevo niente di questo Calcutta finché l’evidenza del reale, cioè il mainstream stesso (che per sua natura arriva troppo tardi: eccomi, d’un tratto, dalla parte dei più, quelli che le cose le sanno solo a un certo punto), non me lo ha sbattuto in faccia. Arrivo perciò a conoscere questo cantautore indipendente e dal sound stortignaccolo proprio quando il consenso a suo favore è unanime – il che un tempo mi avrebbe disturbato (ho avuto 20 anni anch’io), ma oggi non più, e quindi mi commuovo o addirittura piango come un coione ascoltando Frosinone mentre porto il cane. Il disco è sincero e commovente, è pop che funziona perché è di quel tipo che ti mette il magone e ti fa sentire acuto rimpianto per cose di cui, nel mondo in cui non conoscevi ancora questa musica, non ti sarebbe importato nulla. Lo stesso succedeva per esempio con cose come il primo Brondi (che struggimento la provincia ferrarese nel 2002), gli Offlaga Disco Pax o persino il Celentano anni ’60 – non succede invece, per esempio, con il grande pop da classifica tipo lo stesso TZN, che adoro, ma che è spettacolo e commozione fatta e finita in sé – attenti, non citatemi, questa frase che ho appena scritto è insensata – o con il rock alternativo che invece si prende molto sul serio e perciò neutralizza la sua stessa emotività. Tornando a Calcutta, dicevo tutto ok per me, nulla osta se non il fatto che questo tipo di cantautorato minore – dico minore nel senso dell’estetica e delle intenzioni, non è un giudizio -, che ha momenti poetici a volte davvero significativi, tipo la lettura perfetta della pariolinità adolescente data dai Cani nella loro celebre hit o quei pezzi di Truppi in cui lui riesce a scrollarsi di dosso il fatto che in realtà di musica ne sa e perciò arriva dritto e sincero, il problema, dicevo, sta in chi prende canzoni come queste e le rende parte emersa e simbolo di uno splendido mondo culturale italiano sotterraneo, peraltro inesistente; di chi vende a sé stesso e poi a Repubblica e ai suoi lettori l’idea che in Italia ci siano questi cantautori, questi scrittori o registi sempre comunque un po’ neorealisti e pasoliniani che capiscono qualcosa del Paese, che stanno un passo avanti, e i consumatori culturali stiano in guardia, siano avvisati, comprino biglietti per l’Auditorium; in chi, in sostanza, dà a questa musica responsabilità che non ha e spinge perciò gli stessi Cani a fare un secondo disco in cui sono frenati dal loro stesso voler fare i Cani. Poi, ciò detto, tutto bene se dei ragazzi di talento grazie a tutto questo si costruiscono una carriera, sono tutti simpatici e voglio loro del gran bene  – però la musica è degli ascoltatori, e queste considerazioni relativizzanti e ovvie alla fine a me non interessano come forse a voi non interessa tutto quello che c’è scritto prima. (7) comunque.

LIRBI #7 – MANUALI DI AUTO AIUTO

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Un LIRBO è qualcosa su cui poggiarsi. Vero per i tavoli con una gamba troppo corta (Pigneto di merda che ci fai comprare robaccia tirata fuori da cantine di contadini morti di peste), vero per le persone, ché se non avessimo i libri, i NOSTRI amati libri che a mucchi, a SCROSCI cadono giù da scaffali troppo pieni, COME L’ACQUA DAL CIELO IN UN INCUBO DI DÜRER; precipitano, pesanti e spigolosi, ammazzandoci il cane, aprendoci il sopracciglio o peggio, PIEGANDOSI, se in brossura. I libri, stronzate da blog editoriale a parte, sono a volte letteralmente di sostegno, nel senso che danno, a volte, istruzioni e consigli per affrontare determinate situazioni, o per superare qualche limite caratteriale o organizzativo, o insegnare un modo di comportarsi, una strategia valida su più fronti della nostra quotidianità – insomma, si tratta di libri pensati per migliorare le nostre piccole, insulse vite immorali di pezzenti, depressi e poveracci, noi plebe, noi ciompi, noi popolo minuto senza la benché minima speranza. Sto parlando dei LIBRI DI AUTOAIUTO perché sì, ne ho letti alcuni, e questa puntata di LIRBI è dedicata a loro.

Anthony Robbins, Come migliorare il proprio stato mentale, fisico e finanziario. Manuale di psicologia del cambiamento (Bompiani, pp. boh, euro 12,50)

No, davvero: ho comprato questo libro, e dirò di più, lo ho anche letto. Aggiungerò un elemento: ho visitato a suo tempo il sito dell’autore, NON SI SA MAI, e ho scoperto che dà consulenze psicologiche tipo a diecimila dollari a botta. Tipo che ai tempi de mi’ nonno, se facevi quello strano, du calci in culo e via, e se ti provavi a lamentare, tre calci in culo. Ecco perché mio nonno e anche i vostri nonni di merda vivevano in tempi orrendi, totalitari, fatti di nazifascismo, tradimento di mogli e sigarette al chiuso. Ma detto ciò questo libro, che è geniale nell’edizione italiana – che è tipo una bozza non corretta, oltre a un miliardo di refusi ci sono tipo frasi appese che finiscono in nulla, parti di testo messe a cazzo dove non c’entrano ecc. (esce da Bompiani, eh, non Edizioni del Rivoletto di Merda)- contiene in sostanza consigli su cosa fare quando ti prende male. A me è rimasto impresso il fatto che se tipo ti cazzia il tuo capo devi immaginarlo con una parrucca da pagliaccio. Non funziona, ma io non riesco più a non farlo. (Da regalare tipo a tutti quelli che lavorano nell’editoria e rompono la minchia che li pagano poco: comunque, di certo, più di quanto paga Bompiani. Voto 1)

Stefania Marini, Paura al volante! Come superare la fobia della guida (Sovera, pp. 96, € tipo 8)

Diobò, guidare. Che cazzo di tensione di merda. Tipo che tu sai che domenica mattina guiderai, e quindi dal venerdì cominci a pensare, ok è tranquilla, entro, cintura, poi mi rilasso un attimo, freno a mano di merda, poi il piede destro il sinistro e si va. Non so se si fa così, so solo che la maggior parte di voi non sa di cosa io stia parlando, cioè esattamente la stessa cosa che succede quando parlo di Kant o di Tolstoj, quindi non fate tanto i superiori, PAGLIACCI (vi sto immaginando con una parrucca multicolore, cfr. sopra). Detto ciò, ci sono un sacco di paure fiche, tipo la URANOFOBIA (paura del cielo) o la BOTTONOFOBIA (non ricordo il nome vero, comunque è la fobia clinica dei bottoni, mia moglie ha conosciuto una che la aveva) e altre ancora, lo racconta questo lirbo nella sua parte più bella, il resto è tipo OH, sei hai paura di guidare, rilassati e guida. Un gigantesco GRAZIE AL CAZZO, ma la colpa è di chi impone mezzi più complessi degli scooter cinquanta per spostarsi in città – la colpa è del maltempo, della pioggia, del governo (voto boh, 6 al lirbo, 2 al guidare e 0 al non saperlo fare).

Tracy Hogg, Il linguaggio segreto dei neonati (con excerpts di: Heidi Murkoff, Cosa aspettarsi quando si aspetta e Eduard Estivil, Fate la nanna) (Mondadori, pp. 354, € 14,00)

E voi, l’avete fatta questa esperienza di essere padri o madri, soprattutto madri, intendo per la prima volta, e di essere proiettati per mesi in questo mondo batuffoloso fatto di conteggio di giorni e settimane, di chiamare FAGIOLINO il bimbo nella pancia (mia moglie parlava invece di una “lucertola nelle mutande”), di corredini, pace angelicata e riunioni conviviali con altre MAMMOLE e coglioni fuoriposto (i futuri padri) in studi ginecologici per i formidabili CORSI PREPARTO? Bene, allora non avete bisogno della dannata PUBBLICISTICA sull’argomento – perché esiste tutto un business, una propaganda a mezzo lirbi sul grande tema della maternità e poi (dopo che il bimbo viene espulso) su tutto quello che mette i brividi a proposito di infanzia. “Mette i brividi” nel senso che non dice la verità, o meglio la dice in modo subdolo e sottile concentrandosi su aspetti secondari tipo “i bimbi mettono gioia” o “quando piangono in fin dei conti non è nulla”, ma tacendo del tutto l’amara verità, ossia che i nove mesi del parto sono un INCUBO di FITTE e BETA e MALFORMAZIONI e MALATTIE annidate in ogni angolo, ma tipo che cerchi su google non so, “mi prude la fronte al terzo mese che vuol dire” e i primi tre risultati sono “MORTE MORTE MORTE”, il quarto “TI NASCE PREMATURO HOT LULZ!!1” e, dal quinto in avanti, ancora MORTE. Poi arriva il momento del parto, che per mesi ti hanno preparato al fatto che è tutto sotto controllo e iper-medicalizzato, e tu, tu maschio perché lei femmina è lì che soffre e se la cava così, ti ritrovi vestito da astronauta in questo momento liminare in cui pensi, ok, ora nascerà, so’ medici, è tutto sotto controllo e poi vedi IL PANICO e L’ORRORE sulle loro facce e… Insomma, poi nasce e il più è fatto, diventano utili allora libri tipo “Cosa aspettarsi il primo anno” che ti dice “A 12 settimane il tuo bimbo saprà cantare ed esprimere alcuni precisi gusti” e tu ti giri e lui è lì inerte che rotola lentamente sul tappeto, oppure “Fate la nanna” (voto 10) che potrebbe cavarsela con una pagina per insegnare un metodo effettivamente infallibile di farli addormentare – le altre 99 pagine servono a giustificare il prezzo, e il metodo vero e proprio potrei trascriverlo facilmente qui ma DOVETE MORIRE e comprare il libro anche voi, adesso. Poi nove, dieci mesi di ansione al livello massimo e poi ve ne sbatterete il cazzo anche voi di sterilizzare il biberon o di cambiare il cucciolo a ogni scureggia. Per allora, le ragazze dolci che un tempo conoscevate, nove su dieci, avranno completato la loro trasformazione in orride puttane del diavolo, ma fare figli vale comunque la pena, lo giuro, e magari, come me, beccate la decima. (Voto 10 ai bimbi in generale)

Daria Grani, Ho fatto la dieta. Come scoprire perché non si riesce a seguire uno schema alimentare (Mandragora, pp. 143, € 10,00)

Aaah, magnà. Ditemi cristodio cosa c’è di meglio al mondo. No, non è meglio il sesso, non è meglio il DANARO che comunque, perlomeno, può servire a pagare del CIBO e, sotto la Befana, è fatto di cioccolato e ti può consolare in quel mese di merda che è gennaio. Magnà è giusto, magnà è divino, attorno al magnà ruotano concetti tipo andare in vacanza (=fare colazione in alberghi dal buffet sterminato), lavorare (=c’è la pausa pranzo) o andare a matrimoni diversi dal tuo, che è una giornataccia perché passi di tavolo in tavolo e ti fanno le foto e ti dicono auguri che belli che siete, e tu sorridi e rispondi grazie per essere venuti quando quello che intendi è ME SE FREDDA. Comunque, il magnà non lo capisce chi non lo ama, e potrei parlarne per ore ma non mi capirete se non siete amanti dei manicaretti, cioè di qualunque cosa sia commestibile, così come solo gli amanti della lettura potranno capire in realtà la bellezza del leggere – meglio se libri commestibili. Quello che capirete è che, è ovvio, il magnà ha l’effetto collaterale di renderti un ciccione di merda, tra l’altro per sempre nel senso che chi è ciccione una volta, come i Marines, lo è per sempre, anche da magro. E chi è ciccione dentro sconta ogni volta che magna con il senso di colpa mortifero che lo spinge a rendersi ridicolo con attività tipo lo spinning e/o a fare la dieta. Nell’orgia di uno di questi sensi di colpa, anni fa, in una fase non particolarmente cicciona, comprai Ho fatto la dieta leggendone le prime, feroci pagine che mirano a farti sentire appunto uno sporco e lurido ciccione. Poi, un bel giorno, la pioggia mi sorprese in motorino, e piovve talmente tanto che tutto ciò che avevo nello zaino si trasformò in una palla di carta indistinta, compreso fortunatamente questo libro. Ho trovato l’esperienza comunque utile. (10 al magnà, 5 al libro, 0 alla dieta).

LIRBI #5, ovvero Vita nei boschi

invito

ELGGERE è farsi domande. Tipo dove vanno le paperette quando il lago si ghiaccia, cosa c’è oltre le colonne d’Ercole, ma gli zingari dove trovano i vestiti da zingari e perché, perché al mondo nessuno compra libri giammai, ma poi la gente affolla gli stand Einaudi e Adelphi al Salone del Libro di Torino dove è entrata pagando un biglietto, e perciò finisce per comprarli nell’unica occasione all’anno in cui costano di più. La risposta a tutte queste domande e a qualsiasi altra eventuale è il BOSCO, è la MONTAGNA, è, in altre parole, la FSIDA con se stessi (che a proposito, da qualche tempo pare si scriva sé stessi che se no si confonde con il se stessi interrogativo, un probrema – cioè problema come dicono i napoletani con la r moscia ossia tutti – che oserei definire del cazzo, giacché nessun italiano se lo è davvero mai posto ed è inoltre pressoché impossibile confondersi, tipo, chi mai potrebbe leggere una frase come “Vivere nei boschi è una sfida con se stessi”, senza accento, con intonazione tipo “Vivere nei boschi è una sfida con – se stessi?”, se stessi  a fa’ che? E se mandassi affanculo l’accademia della crusca, piuttosto?), il superamento delle convenzioni, il rifiuto della vita occidentale che altri ci hanno imposto e tutto questo genere di cazzate che la nostra società autoreferenziale e senescente produce e/o abbraccia a profusione. Il collegamento tra BOSCO e MONTAGNA per me è ovvio, nel senso che a mio giudizio non esistono boschi che non siano al tempo stesso in montagna (l’ate mai visto un bosco ar mare? Ma vaffanculo và) e non esistono montagne che non abbiano un bosco, almeno fino a una certa altezza, o altitudine, come si dice. Sia boschi che montagne hanno prodotto grande e piccola letteratura, e questa è la ragione per la quale questa puntata di LIRBI è dedicata ai lirbi sui boschi e sui monti, possibilmente su entrambe le cose assieme. Ci è voluto tanto dalla scorsa puntata perché avevo bisogno di leggere i libri, prima  – no, è una bugia: è che sono pigro, non leggerei mai appositamente per scrivere libri, perché leggere, ricordatelo sempre, è un regalo che si fa a – se stessi?

Henry David Thoreau, Walden ovvero Vita nei boschi (svariati editori, pp. 300/400, euro in genere pochi)

Andai nei boschi per vivere con saggezza, vivere con profondità e succhiare tutto il midollo della vita, per sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. E nell’anno che ci ha portato via Robin Williams, un eroe, non Spielberg, non Stephen King, nondimeno un eroe, rileggere l’abusatissima citazione resa nota – almeno alla mia generazione – perlopiù dall’Attimo fuggente, diventa tutta una faccenda di commozione, di commiato. Ho usato le parole faccenda e commiato perché influenzato dalla prosa ottocentesca di Thoreau che, a parte le pippe sui lucci e gli ammorbi sulle piante, è autore di questo grandioso inno di libertà, libertà nel senso più puro di individualità, di DESTRA, insomma, di non tarpate le mie ali con fregnacce cattocom tipo quote rosa o altre limitazioni al talento, che nei decenni a seguire ma soprattutto in tempi recentissimi è caduto nelle mani degli ambientalisti faciloni che lo hanno preso a simbolo di tutto ciò che è sbagliato. Che poi tutti prima o poi ci fanno un pensierino, ma pensate che rottura de coioni titanica sarebbe vivere nei boschi, che senza energia pure pure, senza acqua ok (chi se lava?), ma Dio bono, senza internet no. (Thoreau – voto 8 – non aveva internet manco a casa, perciò noia per noia tanto valeva buttarsi sui lucci. Per lui era più facile. Alle prossime elezioni voto repubblicano).

Mauro Corona, Nel legno e nella pietra ovvero Vita nei boschi (Mondadori, pp. 332, euro 5,00)

Di Mauro Corona si sente la puzza di sudore attraverso lo schermo, ma la cosa che rende davvero difficile approcciarsi a lui e alle sue braccia nude è l’aria “Dimme Quarcosa de Saggio” che hanno le persone che sembrano apprezzarlo. Ho sorpreso più di tutti me stesso iniziando a leggere questo suo libro appositamente per questo pezzo  (credo fossi alla ricerca di un facile bersaglio) e non trovandolo male. Nel senso: sono oltre novanta racconti di tipo una pagina l’uno in cui ricordi dell’autore vagamente collegati dal tema “montagna” sono evocati in modo che sembrano voler dire qualcosa senza in realtà significare un cazzo. Come la maggior parte della letteratura e della poesia, ok, ma con il pregio non indifferente di essere scorrevoli e tutto sommato di poche pretese. Tipo caghi e te ne fai due o tre. Highlight quello dove lui ha letto Walden (vedi sopra), e perciò lascia moglie e figli e se ne va a vivere in una baita, ma ha paura del buio e si costruisce dei pupazzi di legno che gli fanno ancora più paura e perciò li getta nel fuoco (altri, invece, se li fregano i turisti quando lui torna a casa, tempo dopo). (Giuro, è così, è un buon 7 e sembra scritto da Caizzi se Caizzi fosse un montanaro e non un genio della musica)

Sylvain Tesson, Nelle foreste siberiane ovvero Vita nei boschi (Sellerio, pp. 253, euro 16,00)

A Walden di Thoreau capita, come capita ai libri belli in quel particolare modo che oltre a essere belli sembrano anche più semplici di quello che in realtà sono (voglio dire: leggi una Emily Dickinson e puoi volentieri fermarti agli uccellini e al mare apprezzandola lo stesso e senza venire sfiorato dalle leggi regolatrici del cosmo), di generare schiere e schiere di imitatori. Uno è il pirla di Into the Wild, che poi alla fine dispiace, un altro – molto peggiore – è questo vincente totale di Sylvain Tesson – un francese di merda che ha un lavoro fichissimo (tipo il giornalista culturale, una roba così) e però è inquieto e vestito Quechua (forse meno cheap di Quechua) e con le scarpe con le dita fa i trekking attorno al mondo mostrandosi anima vagabonda, figlio della notte e delle stelle, abbracciato dalle sue mille e più compagne mentre egli sfugge, richiamato da quel richiamo che Chatwin chiamò della Malinconia, e già conobbero gli Ulissi, i Marco Poli. MA MUORI STRONZO, è quello che gli direi io facendo irruzione nella capanna siberiana dove lui è andato a vivere per alcuni mesi, portandosi una lista di letture estetica e rompicoglioni (c’è l’elenco nelle prime pagine) e con il palese interrogativo QUANTA NE BECCHERÒ AL RITORNO? che ne guida l’agire come la stella polare guida i suoi sogni. Il problema è che una cacata del genere ha la sua piacevolezza  (una sorta di fastidio che ti fa godere) e trovare già questo in un libro è qualcosa. (6 ad ogni modo, ma 9 se chi legge è femmina).

Thomas Mann, La montagna magica ovvero Vita nei boschi (Mondadori, pp. 1065, euro 60,00)

“Ma no, non magica, incantata”, pensa lo stronzo non aggiornato che NON SA che la traduzione di Der Zauberberg, anzi, DEL Zauberberg, come direbbe un critico italiano, è stata aggiornata. Con una pippa mentale che tutto sommato mi sento di condividere: incantata è passivo, magica è attivo. E da questo spunto, un becerone che ha letto anche La morte a Venezia parte con le battute e non la smette più. In ogni caso, la mia copia è un Meridiano Mondadori costosissimo a cui a un certo punto mancano delle pagine, cioè, tipo da pagina 734 in poi ci sono ripetute le prime 64 pagine, tipo. METALETTERATURA?, FOSTER WALLACE?, o solo un’altra sciatteria del PAESE DEI RENZUSCONI? Io non lo so, io me ne fotto, ma La montagna magica, a prescindere da questo dettaglio di vita personale – che comunque mi impedirà per sempre di finirlo – è una rottura de coioni unica e leggendaria, io pensavo parlasse di caccia selvaggia e demoni nei boschi, e invece parla di malati di tisi. La magia sta nel fatto che la tisi viene anche al lettore. (Voto 8 ai medici che hanno sconfitto la tisi, voto 0 alla Mondadori dei Renzusconi che non solo m’ha messo le pagine sbagliate, ma ha pubblicato un altro Meridiano in cui c’è sempre La montagna magica ma in più anche La morte a Venezia, il tutto allo stesso prezzo, in segno di disprezzo e di gigantesco VAFFANCULO a me in persona)

Reinhold Messner, La vita secondo me ovvero Vita nei boschi (Corbaccio, pp. 333, euro 16,90)

Reinhold Messner è duro come il cazzo – dico, non nel senso dei genitali, ma ho personalmente questo modo di dire che qualcosa è qualcosa come il cazzo, quando voglio fare un complimento, e so che prima o poi me ne uscirò con un Direttore lei dirige come il cazzo, e sarà solo l’inizio dei miei uai, cioè “guai” come lo dicono i napoletani. Che poi cosa farò quel giorno?, chi lo sa, ma da quando ho letto un lungo estratto di questo libro di Messner sul Foglio (il Foglio è il giornale dei Renzusconi che io compro ormai solo per non deludere l’edicolante che me lo fa trovare quando il sabato mattina vado lì a comprare Vanity e la collezione dei dinosauri per mio figlio – questo sia detto con la piccola speranza che l’edicolante legga e non me lo faccia più trovare ma senza farmelo pesare, così, per sua scelta) ho capito che la mia vita non è la mia vita, cioè quello che faccio oggi (bene come il cazzo, devo ammettere), bensì la MONTAGNA. La MONTAGNA che ti scruta, non perdona, ti sovrasta e te se magna, un po’ come dice lo stesso Messner qui e lì in questo consigliatissimo BUCH. Quando ero piccolo ritenevo che Messner fosse un idiota, credo sulla sola base di un commento buttato lì da mia madre vedendolo in tv. Invece scopro oggi – e invito voi a scoprire – che Messner è un eroe, altoatesino come il cazzo, uno che nella vita ha sofferto, ha lottato, ha rispettato i vecchi e la MONTAGNA e ne ha avuto in cambio quel non so che a cui allude, ma che non dice mai, in questo pur bellissimo libro. O forse lo dice, è che nell’estratto non c’era. (Comunque 9)

LIRBI corti #1 – John Fante, Lettere 1932-1981

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La storia è nota (ossia, non la sa nessuno, esattamente come per qualsiasi altra storia relativa allo spopolatissimo mondo dell’editoria italiana): Einaudi pubblica un libro di lettere di John Fante, e questo telefonatissimo E STI CAZZI si trasforma in un bestseller dal momento che la stessa Einaudi avvisa di aver cannato la copertina – sulla quale non c’è il bruttissimo Fante, ma l’avvenente Stephen Spender, poeta inglese che oggi tutti fingono di conoscere. La vicenda è ininteressante al massimo per i più, ma non per noi cazzari, che abbiamo un nostro nuovo Signore e Padrone nel grafico responsabile, che millanta di averlo fatto apposta (o meglio, proprio come noi quando scriviamo roba omofobo-nazista, lo fa col tono tipo, “io lo dico seriamente, ma siccome so di non poterlo dire seriamente, lo dico in un modo che sembra una battuta intelligente autoironica #rionemonti relax, così sto parato, perché chi mi crede mi crede e bon, e chi vorrebbe dirmi semplicemente VAFFANCULO non può, perché io stavo scherzando, OH LULZ, non si capiva?!”). Al di là di questo, il post che state leggendo sta per terminare perché questa è la settimana grind (il concetto n. 2 nell’indice mondiale Forbes degli E STI CAZZI dopo la corrispondenza di John Fante), ma immaginatelo pieno di risentimento e orrore e PESANTATE per una civiltà talmente innamorata del DANARO e delle stronzate da trovare GENIALE una (millantata) mossa come questa, al grido di GUERRILLA MARKETING, al grido di PERÒ IL LIBRO S’È VENDUTO.

 

LIRBI edizione speciale – BCUHMESSE 2014

lirbi

La crisi del libro, la morte dei lettori, l’e-book e la fine della parola stampata. Il crollo delle vendite, il quarto anno di crisi nera, il meno venti percento dei lettori e l’Italia ultimissima nella speciale classifica. Lanciano l’allarme un po’ tutti, un po’ tutti si agitano allarmati, il sindacato mondiale dei lettori, l’associazione degli scrittori, i puliscipenne e l’associazione italiana editori. Associarsi è la parola chiave, associarsi per trovare una forma nuova, associarsi come socializzare, scoprire i social come nuovi caratteri mobili, esplorare letture condivise e sociali e miniaturizzare lo spazio della pagina entro pochi frames. Rimettere al centro del libro il lettore, puntare sulla qualità, dis-connettersi e re-imparare la voluttà del polpastrello sulla carta. E l’educazione, ricordiamo l’importanza dell’educazione, la scuola non è più il luogo dove il professore ti insegna ad amare un autore, ma quello del selfie – e occorre rifondare la piccola editoria, dar più soldi alle gilde degli stampatori, reintrodurre il torchio, fare guerra totale ad Amazon, restaurare il libraio di fiducia come guida spirituale (maestro, complice) che ti consiglia sui libri

(non c’è un cazzo da consigliare sui libri, i libri da leggere effettivamente saranno pur tanti, ma pur sempre quantificabili in un numero finito affrontabile in una vita di lettore anche piuttosto breve – non so, dai 15 ai 40 ci sono 25 anni, ti fai 500 libri senza troppo sforzo, soprattutto considerando il fatto che quasi ogni libro arrivato a pagina 60 – 100, 140 per quelli più lunghi o lunghissimi – puoi dire di averlo letto, e quelli per cui c’è bisogno di arrivare alla fine, non so Stephen King, non so, Ellroy se piace il genere – a me no – alla fine si leggono facilmente; bè, ritengo non ci sia bisogno di nessun viscido libraio che ti sorprenda alle spalle mentre tu stai guardando tranquillamente gli scaffali ARCHEOLOGIA o RANOCCHIE, mettendoti in mano un Tenera è la notte qualsiasi  – sempre che ti metta in mano Tenera è la notte e non qualche sua scoperta recente, quello scrittore boemo o peggio irlandese (di lingua irlandese) o peggio italiano che ha le stesse chance di entrare nel Canone occidentale di quante ne abbia io di farmi eleggere al parlamento europeo; sempre che ti metta in mano Tenera è la notte, dicevo, perché altrimenti, oltre che inutile, il libraio sarebbe deleterio)

sono tornato dalla Buchmesse carico di sogni, idee e prospettive: nessuno dei quali relativo all’editoria, si tratta di roba che avevo già. La Buchmesse di Francoforte i sogni te li toglie, la Buchmesse è un enorme spazio popolato da donne o uomini, tedeschi oppure vestiti con abiti di foggia spagnola (quel design tondeggiante amato dagli operatori del MERCATO DELLA CULTURA) oppure non europei, tutti lì per lo stesso motivo, dire/ascoltare cazzate come quelle elencate all’inizio, e compravendere diritti di traduzione di libri inutili in furiose trattative di mezzora l’una. In preda a una trance isterica, ho preso parte ad alcune di esse, mentendo su particolari irrilevanti pur di farla breve (“You are not Roman are you?” “No, no”), esprimendo una forte simpatia per filippini, argentini e rumeni (non che sia vero il contrario, ma insomma), venendo maltrattato da un indiano e conversando in inglese alla velocità della luce, il mio inglese che si disfaceva nel corso dei minuti, così che le conversazioni iniziavano con me che dicevo I’M PLEASED TO MEET YOU (“meet you” pronunciato MICCIA come gli inglesi veri) e terminavano con un diverso me emettente suoni tipo SBOTTH SBOFF, del tutto incapace di rispondere a domande di puerile facilità tipo “Allora ci mandi tu una email o vuoi che ti scriviamo noi?”. A un inglese, un agente letterario, un vecchio lupo di mare che sembrava leggere nella tua cazzo di mente prevedendo con esattezza il tuo sciocco business plan, ho cercato anche di fare la battuta, volevo dire, oh scusi per il fatto che sto dimenticando l’inglese mentre parliamo, ma mi è uscito solo SOOO SBOTTH, e lui ha guardato il pavimento, e poi lo ho guardato anch’io, e non ho capito in fin dei conti chi debba scrivere a chi, dopo.

Avevo letto, nei commenti al mio albergo, che Francoforte era una città di merda piena di tossici pericolosi, e non ci avevo creduto. Francoforte è in realtà una città di merda piena di tossici pericolosi e altra feccia non tossica. Giovedì sera pioveva, a me si è rotto l’ombrello mentre uscivo dalla Fiera, e mentre ero lì che traccheggiavo sono stato assalito da tre tizi che si fingevano poliziotti, e preso dal panico sono fuggito su uno stradone gigante chiamato mi pare EUROPASTRASSE, voltandomi patetico per vedere se mi seguissero e totalmente incapace di fare altro che andare alla deriva nel buio, sotto la pioggia e cieco (avete presente, se portate gli occhiali, cosa significa l’acqua sulle lenti?). Sempre che non fossero davvero poliziotti.

Quello che si presentava alla Fiera la mattina successiva, con indosso una giacca bagnata (“Have you been attacked and chased in the rain all along Europastrasse?” “No, no”), era ancora un altro me, spogliato dei più elementari requisiti di umanità dopo l’ultima notte, un me attaccato, un me fuggito, un me arrivato a piedi attraverso la città più marrone d’Europa. Giusto il tempo di mentire ai gentili ragazzi che effettuavano un sondaggio per lo staff (“Hai trovato utile il fatto che col biglietto della fiera i mezzi pubblici fossero gratis?” “Yef” – mi viene sempre la zeppola quando sono in imbarazzo) e di provare il mio tedesco al bar (“Einen Kaffee bitte” “[Qualcosa in tedesco]” “SBOOOOTHH”) ed ero di nuovo nel gorgo degli appuntamenti. Ho fatto battute (in parte capite), sorriso genericamente, disposto con liberalità di un potere decisionale non mio, prima di ritenermi soddisfatto e buttarmi catatonico su una panchina, aspettando che il tempo passasse, gettando parte dei cataloghi e dei biglietti da visita ricevuti.

La Buchmesse è, prevedibilmente, una perfetta sintesi del mondo, a sua volta perfettamente riflesso nella sua editoria. Gli inglesi e gli accademici del mondo civilizzato sono allo stesso tempo rigidi e, in qualche modo, divertiti – una CAMBRIDGE che ti spara IL CAZZO DI SCUDO COI LEONI, ancestrale e antichissimo, in formato gigante, è la stessa che poi propone la storia culturale delle bacchette cinesi – il che è lieve, cazzone, benché – immagino – scientificamente irreprensibile, proprio come è la senescente élite culturale occidentale. Gli americani sono in genere affabili e multiformi, i tedeschi miti e assassini, i giapponesi hanno dei tagli di capelli da paura ma sembrano irrilevanti, e la Francia se ne sta lì, in un padiglione appartato, a farsi con eleganza i cazzi suoi. Ho scoperto che gli indiani, come i ciccioni, sembrano buoni e dolci ma sono in realtà dei pezzi di merda (un indiano mi ha trattato male e da questo traggo una generalizzazione che trasmetterò ai miei figli), che i filippini sono dei grandi e sanno pronunciare la F se vogliono, che esiste un’editoria persino in Nigeria e che gli arabi pubblicano libri tutti uguali sulla vita degli sceicchi (gli arabi hanno l’aria di pagare i redattori 50 euro all’ora, e perciò dichiaro che IL GOLFO È UN’OPZIONE – questo prima di trasferirmi nel Golfo e scoprire che le case editrici hanno uno staff di stranieri pagati in ciotole di grano e costretti a spostare i caratteri di stampa – ancora in piombo – con le ciglia). Gli italiani sembrano star lì e aspettare contributi di stato. Quello che accomuna tutti è una generica frenesia, che non mi sembra avere altri contenuti oltre al tentare di dare l’impressione che, a fronte di questo COSÌ NON VA MA NESSUNO SA DOVE ANDARE che sembra dominare tutti, in qualche modo si sta procedendo per la strada giusta.
Le riflessioni di cui sopra, fatte con la faccia seria, sono messe lì giusto perché detesto quei pezzi autoreferenziali dei blog in un cui un nessuno qualunque racconta le sue insignificanti esperienze personali. Avevo il volo di ritorno alle sei di mattina, a 140 chilometri dalla città, e l’opzione più ragionevole mi era sembrata andar lì verso l’ora di cena e passare la notte buttato da una parte. L’esistenza  in aeroporto di un albergo con camere libere segnava l’evento di gran lunga più positivo della mia vita recente, redimendo all’istante i miei peccati e riempiendomi di idee e prospettive per un mercato editoriale in crescita (ho dimenticato tutto dormendo). Ho l’impressione che ci ritroveremo tutti a Francoforte tra un anno, e poi due e cinque, finché qualcuno non avrà LA BUONA IDEA, davanti alla quale sbalordiremo, prima di accodarci. C’era l’Oktoberfest in Germania, e sono entrato al gate riposato e bello tra file di tirolesi che dormivano sulle panche. Mi hanno suonato le scarpe al controllo, ma vicino a me in aereo c’erano due monaci induisti, con vecchi libri di preghiere rilegati, io stavo andando a casa, e niente, in fin dei conti, stava andando male.