Tema: IL MIO PRIMO CONCERTO. Svolgimento:

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Per andare a vedere i Litfiba (Terremoto Tour) al Palafiera di Forlì, dal mio paese, organizzano un pullman. Dividi le spese e vai, come le trasferte del Cesena, solo che le trasferte erano (ehm) in trasferta e Forlì sta a tipo 35 km da casa. È il 1993, l’autostrada A14 esiste già da qualche decennio insomma.

Ho fatto prima una trasferta del Cesena che un concerto rock.

Quasi tutto quello che so dei concerti è roba che mi ha raccontato mio fratello, o certa gente in classe con me. Io vengo dalla campagna tra Cesena e Rimini, il posto più vicino al niente che abbia mai conosciuto; questi qua hanno lo sgamo, qualche concerto infrasettimanale al Vidia nel curriculum e/o una trasferta milanese a vedere i Metallica o gruppi del genere nell’estate della terza media col treno e certi amici più grandi (e quindi tossici, logica associazione di idee). La scelta per il concerto dei Litfiba è tra farmi accompagnare da un branco di smargiassi del mio paese natio che mi sfottono su base quotidiana o un branco di coetanei sgamati amici di un mio compagno di classe, che scuoterebbero la testa ad ogni mia mossa sbagliata pensando “è del paesino, si scaldano con la legna, guarda i cartoni di Ken il Guerriero”. L’idea di dover andare con gli uni o gli altri a vedere i Litfiba tradisce l’assunto di base per cui il rock funziona come catarsi e via di uscita per adolescenti sfigati e depressi. Il mio compagno di classe fa la macchina con i suoi amici, guidata da un maggiorenne che non ha problemi ad uscire con dei sedicenni, e invasa di persone che come tutti i cesenati à la page portano come nickname le prime due sillabe del cognome (Monta, Caccia, Mondi, Cali, Caste etc). Scelgo i miei compaesani perché lo sgamo dei compagni di classe gli impone di presentarsi ai cancelli verso LE DUE DEL POMERIGGIO, nel disperato tentativo di guadagnare almeno la seconda fila. Lo sgamo ti porta a far cose brutte. Noi si parte alle sette di sera, suona meno faticoso, suona che mi posso vedere il concerto anche sugli spalti.

All’appuntamento mi presento con dei panini (tre) e una bottiglietta da mezzo litro d’acqua dentro uno zainetto. Ci ho messo almeno venti minuti per vestirmi, che è venti volte quello che ci metto di solito. Non è che sono vestito a tema, ma ho

–       conservato la camicia a quadretti più carina, è rossa;

–       fatto lavare i jeans rotti meglio;

–       lavato i capelli;

–       cambiato quattro volte la maglietta sotto la camicia per avere un effetto migliore.

L’ultimo punto è critico. La maglietta che mi fa il migliore effetto sotto la camicia è una normale maglietta bianca di cotone, di quelle che compri assieme alle mutande, ma se mi dovessi trovare ad avere caldo in mezzo alla BOLGIA non potrei togliermi la camicia a quadri perché l’effetto jeans + maglietta bianca mi farebbe sembrare un bambinetto capitato al concerto per caso con la sua magliettina. L’unica altra cosa da evitare, regola fissa, lo sanno tutti, è la maglietta dei Litfiba. Non si va al concerto con la maglia del gruppo, è da terroni. Il resto delle t-shirt che ho è meno d’impatto, ma voglio evitare il pericolo e tra le varie opzioni scelgo una t-shirt nera col collo slabbrato che mi dona un po’ di sgamo extra anche se non mi sono presentato ai cancelli alle due.

Il pullman non è proprio pieno ma quasi, saranno quaranta persone. Io sono il più piccolo di stazza e forse pure di età. Alcuni hanno una decina d’anni più di me. I miei panini e la mia bottiglietta d’acqua fanno tenerezza. Mi chiedono che cosa mi sono portato, faccio vedere, un tizio mi chiede cosa c’è dentro la bottiglietta d’acqua. Acqua. “Oh”, mi fa. Lui la bottiglia d’acqua ce l’ha da un litro e mezzo e l’ha riempita con la grappa che fa suo nonno. Un altro ha la bottiglia del tè freddo piena di trebbiano, e questo è più o meno l’andazzo generale Mi chiedo se l’alcool a quarantasei gradi corroda o meno la plastica, mi trovo dentro al mio spazio mentale per un secondo e immagino le cellule cerebrali che muoiono come un’animazione di Esplorando il corpo umano. Dopodiché tutti quanti iniziano a mettere in campo quello che hanno portato e io mi sento la peggio merda al mondo: birre Von Wunster in lattina imboscate nel doppio fondo dello zaino, fumo imboscato sotto le scarpe (forse negli anni novanta i cani non sano ancora distinguere l’odore della porra dalla puzza dei piedi) o in ogni altro posto, stecche intere di sigarette e cose così. Non ho mai visto, e non vedrò mai più, così tanto alcool e così tante droghe dentro un singolo mezzo di locomozione. Quasi nessuno ha portato manco un cioccolatino da mangiare, e quegli altri cosi che sembrano cioccolatini renderanno i miei panini suscettibili di assalti: per malanimo e istinto di sopravvivenza me li sparo in rapida successione non appena parte il pullman –vent’anni dopo mi chiederò quando come perché abbiamo smesso di parlare di fame chimica. Qualcuno ha già appizzato, e dopo dieci minuti il giunto (nei primi anni novanta ogni mese c’era un modo più cool di chiamare le canne, quindi potrei sbagliare sul termine esatto) mi finisce in mano. Rifiuto cortesemente, e questo mi precipita all’interno di un romanzo di Kafka nel giro di dieci secondi. La tiro un po’ per le lunghe, imbarazzato e stretto nelle spalle. Dietro di me c’è un coro di sette persone che urlano TI-RA! TI-RA! e mi mettono in mezzo in una situazione molto fisica. Butta male.

Durante gli anni novanta in Romagna viene usato con frequenza il termine SPEZZABOLGIA. Lo SPEZZABOLGIA è una persona il cui comportamento (spesso involontario) pone il freno ad una situazione di estasi e divertimento collettivo con comportamenti noiosi e non consoni. Il tipico SPEZZABOLGIA è la persona che salta il giro quando c’è da fumare. La prima persona che sussurra la parola sta dietro di me ed era contraria alla mia inclusione nella comitiva sin dai tempi della raccolta adesioni (non mi voleva in quanto evidente sfigato, perché credo che sia importante scendere da un pullman al Palafiera di Forlì ed assicurarsi che nessuno di noi sia uncool), e ora scuote la testa. Un altro sta dando evidenti segnali di disagio alla notizia che qualcuno nel pullman non fumerà e mi viene incontro con i pugni tesi dando per scontato che tutto ciò che voglio è scendere dal mezzo e denunciare il resto dei viaggiatori alle autorità, o spifferarlo alle loro madri una volta tornati a casa. Fossero solo miei coetanei, o diciottenni al massimo, verrei pestato e lasciato in mezzo a Forlimpopoli senza il biglietto del concerto; la presenza di venticinquenni fa sì che qualcuno di loro si metta a fare da paciere ed evitare che io venga vessato, usando frasi-macigno che un sedicenne al suo primo concerto rock non vuole sentire: “CIOU lui non se la sente,” “No ma magari si vuole godere il concerto”, roba così. Venire difeso da dei venticinquenni è la più grande delle sfighe, in certe situazioni: a parte l’onta, se i diciottenni alzassero la cresta verrebbero schiaffeggiati e messi al loro posto, e due giorni dopo si rifarebbero su di me con gli interessi come se fosse colpa mia. È colpa mia, naturalmente. Sospiro e mi faccio passare il giunto, do un paio di tiri mentre trenta persone urlano OOOOOLEEEE e arrivo al palazzetto (sobrissimo, voglio dire, due tiri) in un clima di pacche sulle spalle come se avessi perso la verginità in pubblico a bordo del mezzo. Gente con cui non ho mai parlato mi sorride e mi chiede se mi sento bene. Un rapido sguardo alla folla sembra accertare che i Litfiba fanno davvero un sacco di soldi con gli sfigati e quelli che non sanno stare in pubblico.

I poliziotti all’ingresso fanno la perquisa, ma in realtà sono una specie di garanti del dresscode  –il fumo i ragazzi l’hanno imboscato dentro i calzini, qua gli sbirri ti danno una tastata controvoglia allo zaino e si assicurano che la bottiglia d’acqua (piena fino all’orlo di grappa del nonno) entri nel palazzetto senza il tappino. Ucciditi ma non uccidere.

Dentro il locale sono tutti messi come il porco. Molti sono ubriachi, altri sono sobri-ma-molesti, altri sono sobri ma fingono di essere ubriachi perché boh. Tantissimi hanno la maglia dei Litfiba. Non sembra esserci nessuno in camicia e pantaloni, molti stanno a petto nudo, alcuni hanno capelloni e barboni e basettoni simili a quelli del cantante del gruppo. Non sono persone che vedi girare per i bar che frequenti il sabato sera. Sembrano gente che esce per la prima volta dalle cantine da anni per vedere finalmente i Litfiba e tornare nell’ombra una volta finito il concerto. Tutti fumano, pochi sigarette. Io per il concerto mi sono preparato: non so come dirlo meglio, conosco tutti i testi di Terremoto a memoria, conosco i tempi, ho una qualche aspettativa. Il concerto mi è costato bei soldi per cui con mia madre ho dovuto scambiare una settimana di austerità, ma sembra semplicemente un raduno di gente che si devasta. Qualcuno dei nostri ha deciso di affrontarla in tranquillità, ed è così che ci ritroviamo sulle gradinate a sinistra del palco. Poi inizia il concerto e non mi ricordo molto, c’è del fumo e un telo su cui si vedono delle ombre -se non sbaglio. Piero, il cantante, ha dei pantaloni larghissimi da samurai –se non sbaglio. Mi immaginavo una cosa intensissima e proibitissima, ma sembra qualcosa che può fare chiunque abbia tanto cattivo gusto e poca vergogna. Ci chiama col nome della città dove ci troviamo.

(NB all’inizio dell’estate abbiamo provato a organizzare un ebook che parla del nostro primo concerto. non ce l’abbiamo fatta, ma abbiamo qualche pezzo da parte. Questo è il mio. se volete mandarcene dei vostri, o pubblicarli sui vostri blog, fatelo. La mail, come sempre, è disappunto(a)gmail.com)

Il listone del martedì: OTTO MAGLIETTE DI GRUPPI CHE HO INDOSSATO ANCHE SE ASSOLUTAMENTE VERGOGNOSE

Per ogni maglietta supercool e attira-femmine che avete acquistato al banchetto ufficiale e via internet (cfr, post ad argomento simile ma incentrato su un problema diverso), ce ne sono dieci cento e mille partorite da persone del tutto prive di ogni gusto estetico (molto presenti nel giro-musica, peraltro) che si dannano l’anima e il culo per metterti in imbarazzo se hai intenzione di portare il loro segno. La maglietta rock merdosa è il primo passo per la fidelizzazione del ragazzino al genere musicale in oggetto: se sei disposto a indossare una t-shirt nera due taglie più larga stampata con l’asfalto, sei disposto anche a compare le edizioni limitate dei dischi con le bonus track e/o a fare tre ore di fila per entrare in uno stadio stracolmo di gente ubriaca (e molesta e puzzolente e irrispettosa verso vita umana) a metà luglio all’ora di pranzo. Con il tempo inizi a comprendere cosa vuoi dalla vita e che c’è una via personale alla frequentazione della musica, ma una maglietta ogni tanto tocca comprarla per dare soldi al gruppo, o perchè con tutto quel che può essere successo ai Korn negli ultimi dieci-quindici anni le magliette con scritto KORN (R rovesciata, grazie) sono ancora ideologicamente più commestibili di quelle con scritto NIKE o A NOI o HASTA SIEMPRE -meglio dimostrare che non capisci un cazzo di musica piuttosto che dimostrare che non capisci un cazzo della vita. La maglietta cafona e piena di sfregi, da sempre appannaggio di ragazzini coi brufoli alla disperata ricerca di un’approvazione sociale, è recentemente tornata di moda e fa bella mostra di sè negli scaffali di H&M e Zar(r)))a e simili, solo un altro modo di qualche genio del marketing per dimostrarci che la nostra cultura ha fatto il giro e quello che stiamo comprando non sono maglie e pantaloni ma l’idea che le maglie e i pantaloni ci porteranno dentro al culo di qualche ragazzina e che sabato sera ci ubriacheremo fino a SBOCCARE, anche se l’ultima volta che ho sboccato è stata un anno fa e secondo me il cibo era guasto (fischiettare) e il giorno dopo sembrava stessi facendo il cosplay di The Walking Dead. La presente è una lista di magliette improbabili che fanno parte del mio curriculum vitae, è costata un doloroso processo di autoanalisi e prima di giudicarmi pensate alle VOSTRE maglie, anche a quelle che avete comprato e mai indossato, anche a quelle che avete pensato di comprare e poi vi siete trattenuti per un dono di Dio e per un anno avete rosicato pensando “ehi cristo se solo avessi preso quella maglietta coi cavalli alati fatti con il glitter”. Scommetto che la vostra lista è molto più triste e brutta della mia. Il che ovviamente non mi giustifica.

GUNS’N’ROSES

Ho avuto anche io il mio periodo di fanatismo per i Guns’n’Roses, che allora appunto si chiamavano Guns e sfoderavano una serie di magliette allucinanti. Le magliette dei Guns erano brutte in blocco, eccezion fatta forse per quella con la copertina di GnR Lies, non è vero, era brutta in culo anche quella ma in qualche modo vederle addosso alla gente brutta e media come me funzionava da livellatore sociale e ti introduceva in un mondo di cose segrete e recondite in cui nonostante tu passassi il tempo ad ascoltare ballatone rock senza nerbo ti sentivi di trasgredire l’establishment, generando tra l’altro un’incredibile assonanza tra establishment e buon gusto. Se eri pronto a fare schifo con una maglia piena di sbocchi di sangue stampata con la vernice per l’asfalto? Eccotela. Sei pronto per il prossimo livello? In questa maglia Axl si tocca il pisellino. Nella prossima sarà Slash a toccarselo, poi sarai pronto per sfoderare la maglietta con Eddie e quando invecchierai il serpentone di The Great Southern Trendkill. Il paradiso di queste magliette, per quanto riguarda il periodo 12-14 che contemplava l’idea di portarne una, era l’abbazia di Pomposa, che se non lo sapete sta a Pomposa e se Pomposa non è un luogo non lo sapevo io. C’erano due o tre banchette che vendevano magliette di gruppi e gadget tipo i portafogli dei gruppi o anche roba più astratta e teorica tipo le stelline ninja e i nunchaku ma quelli li potevi trovare anche in posti tipo i borghi medievali. La miglior maglietta dei Guns comunque era il faccione del cristo serigrafato tipo Che Guevara e la scritta Kill Your Idols. Che ideologicamente non si sa bene se fosse un invito alla guerra santa (Gesù che dice di uccidere gli altri idoli) o un diss casuale contro Gesù Cristo, probabilmente nessuna di queste due cose ma insomma, una bella botta culturale per gente che non sapeva si sarebbe dovuta fare altri cinque anni di scuola per sapere che esisteva la parola iconografia.

LITFIBA

Ho visto i Litfiba dal vivo tre volte, una per il tour di Terremoto e due per quello di Spirito. Piero Pelù era Satana, o forse no ma m.c. lo scrive sempre e quindi è vero. All’ultima data dei Litfiba a cui ho assistito la mia fede in Piero Pelù era già traballante, in qualche modo, ma non mi ha impedito di comprare una t-shirt al banchetto delle magliette del gruppo, peraltro sponsorizzato durante il concerto con proclami tipo “solo quel banchetto contiene il merchandising ufficiale”. Tra l’altro mi sfuggono le dimensioni del business delle magliette non-ufficiali e come possa qualcuno imbarcarsi in una vita fuori dai concerti grossi cercando di venderle -intendo, quello che mi sfugge è proprio l’identikit di quello che si compra la maglietta tarocca dei Coldplay, fermo restando che se sopra c’è scritto COLDPLAY senza errori di stampa la maglietta serve al suo scopo come le originali, ma l’idea generale intendo. Come del resto il biz dei bagarini, ecco, un’altra cosa che mi sfugge totalmente, sarà colpa mia. Comunque: nell’ultima data che vidi dei Litfiba Piero Pelù era in superbotta con la storia di Mururoa e i Litfiba sfoggiavano a gran vista il loro (credo) nuovo simbolo, il cuoricione con le corna. Il tutto si fuse magicamente in maglietta con scritto STOPPA IL NUCLEARE che comprai e indossai spessissimo, per ragioni che al momento mi sfuggono. Fu più o meno a quei tempi che la mia trippa iniziò ad esplodere, cosa che portò la parola NUCLEARE a deformarsi in basso per l’ilarità di certa gente che frequentavo in quel periodo. Sei o sette mesi dopo la maglietta era diventata brutta e non-indossabile, alla faccia della qualità del merchandise ufficiale, e fortunatamente la questione venne chiusa.

BRITNEY SPEARS

Possiedo una maglietta serigrafata da Legno, c’è stampata sopra la foto di Britney Spears e nella canotta di Britney Spears c’è scritto FUGAZI. Naturalmente è una delle mie t-shirt preferite, alla pari di quella col codice a barre che vi spiegherei ma vi voglio anche bene, e poi c’è quella dei Putiferio e quella dei Matmos con un blob che non si sa cosa sia ma molto bello, eccetera. Come qualcuno potrebbe avere intuito leggendo Bastonate, vivo in Romagna. questa cosa c’entra col resto perchè quando abbiamo avuto la prima e unica conversazione sulla mia maglietta c’erano signori di cinquant’anni che mi hanno chiesto perchè portavo una maglietta del genere e io ho cercato di spiegare il concetto, artista superpop con maglietta di gruppo superpunk. Uno risponde “Oh, pensavo che c’era scritto figaza“. FIGAZA in dialetto romagnolo vuol dire, uhm, brutta figa o mezza figa, ma non rende bene l’idea. FIGAZA è quando una ragazza è brutta ma crede di non esserlo o quando una ragazza sempre brutta si tira in modo improponibile, o cose simile. Non credo che saprei definire FIGAZA una singola persona che conosco, d’altra parte io non sono quel che si dice un maschilista. Per essere sinceri la mia fidanzata mi descrive dicendo “te basta che respirino”. Io di solito rispondo che non è necessario, e questa è una storia sul fatto che la gente non è tenuta a recepire il messaggio.

CATHEDRAL

Nel periodo Endtyme i Cathedral iniziarono a girare con delle t shirt a manica lunga ORRIBILI, con un teschione brutto davanti stampato su un torso bianco e le maniche nere, tipo per capirci una maglia da baseball con un teschio sopra, una scelta pacchianissima. Quando arrivavi al bancone, comunque, puntavi la maglia e la compravi. Il motivo era una geniale mossa di marketing di Lee Dorrian, che sul retro della t-shirt aveva stampato a caratteri cubitali la scritta DEATH TO NU-METAL!, punto esclamativo incluso, che occupava tutta l’altezza della maglietta. Anche qui una cosa che travalicava i generi, nel senso che la compravano più i nu-metallari che i metallari di stretta osservanza (i metallari di stretta osservanza non usano magliette bianche nemmeno ad agosto), ma l’impatto era assicurato e se non fosse per l’effettiva bruttezza del resto l’avrei portata fino ad oggi e non sarebbe finita a fare il pigiama della mia morosa.

CRIPPLE BASTARDS

Questa l’ho razziata via da una distro di Cesena (si chiamava xforthekidsx) negli ultimi giorni di vita assieme a qualche decina di altri dischi. Il tizio, che si chiama Paso, mi dice “vabbè io la maglietta te la do poi alla peggio la metti per dormire”, e ad essere sincero l’avrei pagata pure a prezzo intero. La verità è che molte di queste t-shirt è impossibile metterle anche per dormire, a meno che non si viva e dorma da soli in un tugurio di merda circondato dal nulla assoluto e senza gente che ti piomba in casa O con gente che ti piomba in casa uguale a te, vale a dire che certe magliette le può mettere sì e no Gaahl e gente così. La maglietta dei Cripple Bastards, sottotitolo MASSACRECORE, mostrava nel davanti un bambino coperto di sangue e nel dietro un bimbo coperto di sangue con in mano un’accetta e qualche cadavere ai piedi. Tutto bello stampatello e rosso brillante con tanto di date del tour, gentile concessione dei gruppi ad una ulteriore in-vestibilità dell’insieme. Roba che compri a prescindere, naturalmente, ma a volte è semplicemente troppo difficile contestualizzare.

BLACK BREATH

Sempre alla voce iconografia, una maglia che ho comprato tipo l’anno scorso e adoro indossare tuttora è stata stampata dai Black Breath (un gruppo crust-metal di qualità sopraffina su Southern Lord) e consta di un diavolo con le tette e il pisello barzotto che ghigna in faccia a chi guarda. Ciao, sono un diavolo con le tette e il pisello barzotto, amami. Ho anche magliette con cani teneri grattati da gatti teneri e insomma, ho la presunzione che una persona mi giudichi sulla base del complesso, ma la domanda rimane -non credendo io a Satana nè alla Santa Inquisizione nè al metal nè alla malvagità dell’uomo, che cosa me ne viene dall’indossare una maglietta con sopra stampato un diavolo con tette e pisello barzotto? Difficile a dirsi, ma ho il sospetto che mi ostinerò a portarla finchè lo scolorimento naturale non lascerà intravedere l’immagine di Cristo come nella sindone e probabilmente la scritta KILL YOUR IDOLS sullo sfondo.

SEPULTURA

Ma CERTO che ho posseduto la maglietta della nazionale brasiliana con scritto sopra SEPULTURA a caratteri totalitari (grazie napo). Chiunque la possedeva, in quegli anni. Non è vero, ma sarebbe stato carino da parte vostra indossarla e farmi sentire meno solo. L’età poteva essere intorno ai vent’anni, Roots era uscito, i Sepultura si erano sciolti e io portavo alto il vessillo di un’epoca ormai tristemente conclusa (oggi faccio fatica a riascoltare i dischi del gruppo, sono invecchiati di merdissima). La maglietta, essendo gialla e vagamente imparentata col calcio, poteva essere indossata in contesti pubblici tipo al lavoro. Il problema era che in quegli anni LAVORO voleva dire fare il commesso nel negozio di alimentari di mia mamma, e questo voleva dire avere a che fare con signore di sessant’anni che consideravano morale scavalcare la fila e litigare per l’ultimo filone di pane montanaro che dieci giorni dopo mi riporteranno indietro per grattarlo ma immorale che uno dei commessi avesse scritto SEPOLTURA a caratteri totalitari (grazie napo) sulla maglietta. Col senno di poi probabilmente sono d’accordo con loro.

SMART COPS

Ho ascoltato due pezzi degli Smart Cops ma possiedo una loro maglietta. O se devo essere esatto non è una maglietta degli Smart Cops, è una maglietta-test stampata dal tizio di Serimal che l’ha riempita di immagini per stampare le magliette degli altri gruppi e gli Smart Cops sono semplicemente l’immagine più in vista. Ad essere sincero sono anni che mi volevo stampare qualche t-shirt con il logo di due gruppi, che secondo me è l’idea più bella che ci sia. Michele l’ha fatto per questioni di servizio. Le magliette le trovate qui, la maggior parte non sono assolutamente indossabili (compresa la mia, che in effetti non ho mai indossato e dubito che lo farò mai essendo pensata per esser data in regalo) ma sono tutte molto più belle e interessanti di qualsiasi maglietta che avete posseduto o possiederete mai.

Navigarella: STIB JOBS AVEVA INDICATO LA STRADA

Scopro che il mio amico Giorgio ha un blog molto carino nel quale polverizza il concerto milanese di Merzbow. Aspetto contromosse  bolognesi, ma forse no.

Carlo Minucci AKA Gecco è il peggio sellout della blogosfera: dopo aver guadagnato milioni di euro con il post sul salvasalame, torna alla carica con un post su un coltello giapponese.  l’intento non dichiarato è quello di dare agli utensili da cucina la stessa dignità della musica, ma il processo non sarà completo finchè non useremo il coltello per sminuzzare i dischi dei To The Ansaphone e riporre i pezzi inutilizzabili all’interno del salvasalame.

I Soundgarden pubblicano il primo pezzo nuovo dai tempi di Down on the Upside, come accompagnamento della colonna sonora del film sui Vendicatori. A noi, come ci era capitato di raccontare in tempi meno sospetti, Down on the Upside bastava e avanzava. Qualcuno ai tempi mi ha accusato di non capire un cazzo di musica: aveva ragione. Il pezzo non è più disponibile.

Stib Jobs aveva indicato la strada. Sei o sette babbioni si mettono assieme per lanciare un appello su youyube contro il download selvaggio dei loro dischi (sta nel post sotto), e la rete s’impenna. La censura non c’entra, noi siamo per la rete libera. Noi no.


Giuro, non sapevo che il nuovo Volcano The Bear stava su Rune Grammofon.

Infetta ha messo un pezzo sugli screenshot. Io nel frattempo ho scoperto -la mia fidanzata mi stava leggendo una di quelle riviste online di eventi in romagna- che esiste un rapper cesenate diciottenne chiamato Frèè che si lamenta del fatto che gente tipo Flaminio Maphia ha successo. L’idea di rap cesenate, per quanto mi riguarda, risale a una nuvola nera di autocoscienza anni novanta nella quale alcuni ragazzi alla moda avevano iniziato a comprare vestiti in un negozio in corso Cavour (esiste ancora) specializzato in oversize e simili, e/o a far girare terribili mixtape di rap italiano brutto in culo (ne esisteva, ne conoscevo un sacco, di alcuni mi dispiace ma ho perso le tracce ma anche su internet è difficile ritrovarle). E c’erano svariate sere in cui te ne andavi sotto la galleria salcazzo come si chiamava e c’era un cerchio di tizi vestiti oversize che facevano breakdance, tutti cloni di Vanilla Ice che nella mia mente meritavano di morire, poi ho iniziato a vestire oversize pure io, e poi a un certo punto in città era possibile vedere persino dei neri autentici e quindi tutti hanno mollato il colpo. Cesena non ha mai generato un gruppo rap appena decente. Vi posto il video prima che lo faccia qualcuno per lamentarsi di me.  

Dopodomani i Litfiba iniziano il tour. Un comunicato stampa stabilisce che ad ogni concerto entreranno gratis quindici operai in cassa integrazione, ponendo interessanti problemi per quanto riguarda il sedicesimo. Te l’immagini il buttafuori che ti rimbalza alla porta? “aò i 15 son già entrati mezz’ora fai, com’è che non ti sei mosso prima , sei cassintegrato, che cazzo altro avevi da fare”. etcetera. Non ho letto il comunicato, ma l’internet si sta abbastanza incazzando. Sarebbe geniale comunque iniziare a fare tour con il prezzo un biglietto calmierato a seconda delle fasce di reddito: se sei uno studente e vai a Nina Zilli, paghi al massimo la tariffa che un avvocato paga agli Ufomammut.

A proposito di confondere gli Ufomammut e Nina Zilli, un’oretta fa quelli di Rockit hanno messo online (in free download per i primi 15 cassintegrati che si linkano) un tribute album agli 883 e ora il sito è in down. Questo scatena orribili quesiti sull’uomo, ovviamente.