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Una per i cinquanta di Mark Kozelek

 

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Arriva sempre il momento del cambio di velocità, di stile, di scena. Un dettaglio prende il sopravvento sul resto, il corso dell’esistenza slitta senza lasciare il tempo di accorgersene, fino a quando la situazione si assesta, la mutazione si arresta, e da lì in poi a posto così. Fattori esterni, quasi sempre connessi allo scorrere del tempo; inventario dei dolori, dell’attaccatura dei capelli, delle esigenze della vita. Scendere a patti, abbassare gli standard; in una parola, starci. Il più delle volte viene assimilato e digerito come un cambiamento in meglio; altre, il risultato un mix di accettazione, non potere o volere fare altrimenti, adattamento e/o resa incondizionata (variabili le percentuali). Comunque il risultato è sempre lo stesso: chi era qualcosa diventa qualcos’altro, il precedente qualcosa non tornerà mai più. Restano i ricordi in chi vuole o può ricordare.

L’incarnazione attuale di Mark Kozelek va avanti più o meno dal 2005; la deriva farsesca è affare più recente, coinvolge strettamente l’uso improprio di canali inutili, attaccare briga con nullità per motivi inesistenti e qualche pugno di clic, probabili implicazioni cliniche tenute a bada in modi che ignoro, una sfera virtuale che amplifica distorce deforma il reale in perfetta corrispondenza con i tempi che corrono. Un cerchio che comunque si chiude, da una forma di autismo a un’altra forma di autismo, cambiano il conto in banca e il battage mediatico.

Mark Kozelek nasce il 24 gennaio di cinquant’anni fa in un paese nella contea di Stark che ritornerà spesso nelle sue canzoni, come del resto qualsiasi altro luogo, persona o situazione abbia incrociato lungo la strada. A costruire il personaggio penserà fin dalle prime interviste, scostanti e imbarazzanti (per l’interlocutore) dal giorno uno, che restituiscono il totale di un James Dean in sedicesimi che resta vivo, senza patente e con la chitarra al collo: si dipinge tossico all’età di dieci anni, in contemporanea impara i rudimenti dello strumento che non abbandonerà più. A quattordici si disintossica, quel che verrà poi il risultato. A diciotto inizia a scrivere pezzi suoi, hardcore il veicolo primario; suona in giro, come piace dire; molti gruppi, poco o nulla di anche solo lontanamente rilevante. Fino al momento in cui rallenta i tempi più verso zona bradicardia, diminuisce progressivamente la distorsione fino ad assestarsi a livello Neil Diamond, a volte stacca proprio la spina. Red House Painters il nome della cosa; Down Colourful Hill, raccolta di tracce demo incise tra il 1989-90 recuperate senza editing di alcun tipo, esce su 4AD che nel 1992 più di un’etichetta era uno stato della mente. In qualche modo ha perfettamente senso si incastri tra Dead Can Dance e This Mortal Coil: l’umore è quello, l’attitudine è quella; continente, genere, formazione, questioni secondarie, comunque si resta al di là del blu oltre la soglia dentro il nero,dove qui più che altrove fa brutto vero. Il sentire comune catturato in copertine e artwork che tuttora dicono di standard mai più ripetuti, una linea comune che nessuno, mai, ha saputo anche solo sfiorare (da un certo momento in poi, nemmeno più la 4AD stessa, che comunque continua a sopravvivere).

 

I dischi successivi altre zone della mente limitrofe, variazioni su un tema che non si esaurisce mai, la dimostrazione che è più che sufficiente un giorno di vita per accumulare ricordi che un’intera esistenza non basterebbe per sviscerare, dove una gita in macchina fino a un parco di divertimenti non molto distante dalla base produce Grace cathedral park, quattro minuti in cui è racchiuso un intero universo, ed è solo il primo pezzo del primo album. Tutti i dischi dei Red House Painters sono un sacco a pelo psichico dove trovare rifugio ogni volta che ci si torna a sentire come soltanto lui ha saputo trovare il modo e le parole per dire: zitto all’angolo, paralizzato e in caduta libera. C’è un passaggio su major che incasina irrimediabilmente gli equilibri, un disco bloccato per tot anni, infine uscito a band già dissolta (Old Ramon), l’abbandono del nome per questioni burocratiche, due dischi solisti il cui materiale per l’80% sono cover, una nuova band che si chiama come un pugile coreano meno una “g” finale che aggiunge sottintesi esoterici, un primo disco agli stessi livelli dei precedenti, poi la nuova fase, che dura tuttora.

Il dischi dal 2005 in poi, in solo o come Sun Kil Moon cambia poco (spesso è solo lui comunque) massimizzano quanto distillato fino ad allora con rigore francescano. Da qui l’esatto opposto, nel segno dell’imperativo ‘minimo sforzo, massima resa’: etichetta propria, nessun filtro attivato al di là della questione alimentare, dischi su dischi su dischi, meno ispirazione più minutaggio, live registrati in presa diretta e via andare. Un loop che s’avvita e persiste, con esponenziale carogna, fino alla svolta che placa – in questo caso: consacrazione hollywoodiana definitiva per intercessione di Sorrentino, dopo qualche falsa partenza che aveva rimpinguato conto in banca e autostima solo momentaneamente (Almost Famous, Vanilla sky, Shopgirl), aumentando la carogna di conseguenza – da quelle parti si vive meglio, si incontra gente più interessante, i guadagni precedenti diventano spiccioli al confronto; annusare l’aria che tira, arrivare a credere di avercela fatta poi tornare nei bassifondi, unito a una personalità tra il passivo-aggressivo patologico e Asperger senza essere Steven Spielberg, questo il risultato.

La messe di colpi a vuoto, dissipazione, dischi sempre più improbabili e mettere in vendita la qualunque non conosce requie. Con una svolta inaspettata: per qualche imperscrutabile prodigio Benji nel 2014 riporta di prepotenza il nome sulle mappe che contano, folgorando simultaneamente sulla via di Damasco stampa di settore, vecchia guardia, ascoltatori casuali, chiunque. Parrebbe l’alba di una nuova era. Il suono si asciuga allo stesso modo in cui il brodo si allunga, i testi grandinate di parole il cui senso risiede nel grado di interesse che si è disposti a provare sentendo cazzate a raglio come dopo avere iniettato una dose massiccia di pentothal in vena a un ergastolano. La scritta sul retro di Bloody Kisses dei Type O Negative conosce un corrispettivo sonoro reale. O forse non fa più per me ma comunque non riesco a smettere di guardarlo questo film. O entrambe, o nessuna.

Poco più di di un anno dopo a ribadire, a spostare l’asse sul prossimo livello. Universal Themes la sua personale Prolisseide, con una sostanziale differenza: Kozelek non è Andrea Pazienza (e Sorrentino non è Devid Boiv). Per uno che sostanzialmente scrive quello che gli è successo, come portare per la prima volta al luna park un bambino. Mancano però il materiale umano e la testa in fiamme per saperne rendere conto. Conseguenza: l’elenco di personaggi famosi che lo hanno conosciuto è sterile, inane, interessante quanto la lista della spesa di un estraneo. Come Gassman quando declama gli ingredienti delle merendine ma credendoci sul serio. Nel complesso è fatto abbastanza bene di testa ma i particolari sono scarsi, come Jacopo Fo secondo Pazienza. Manca giusto qualcuno che lo pesti come ET a kendo.

Nel 2016 in dialogo con Justin Broadrick per dare in pasto altra inanità a chi ci crede; molti gli spunti di riflessione, tutti strettamente collegati a concetti quali tirare la carretta al fienile, Franza o Spagna purché se magna, cecità sordità ma non mutismo, alla base il rifiuto di farla finita unito alla cronica incapacità di rapportarsi con il presente (da entrambe le parti). L’amicizia angloamericana trova infine sbocco in un disco condiviso dopo anni di io registro-tu pubblichi, cover improbabili e attestati di stima si direbbe unilaterali; poco importa la dinamica, la sostanza quella resta. Globalmente l’ennesimo contributo a un quadro generale ormai da quel po’ configurato, solo un altro tassello in una storia che continua a cannibalizzare il passato bruciando il presente, a incarnare una fase di stallo che sembra durare all’infinito, cristallizzando il tempo, deformando lo spazio in un lungo rettilineo senza scosse che in un niente porta al finale di Soylent Green però dal vero.

 

IL METAL SBAGLIATO – l’ultimo singolo dei Mastodon

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There are those who were born to be winners. And then, there are these guys.

Fosse riferita a un altro gruppo, la frase avrebbe un senso. Magari i Mastodon non sono nati per vincere in senso assoluto (comporterebbe una predeterminazione di qualche tipo alla base di cui sono del tutto all’oscuro, tutto è possibile in ogni caso); che stiano bene come un topo nel formaggio dove stanno in compenso è un fatto. Ancora in piedi dopo manco un milligrammo di trash, carriera in costante ascesa, dischi dal successo via via inversamente proporzionale al valore, mai un cedimento (in termini di popolarità, gente ai concerti, vinili e magliette venduti; la qualità è un altro campo da gioco, altri discorsi). Storicizzati più per perseveranza e dati incontestabili che per merito, dopo quindici anni e una serie di rivoluzioni copernicane intorno al nulla (di cui Francesco parla qui) continuano a portare avanti la loro cosetta pseudo-metal post-qualcosa che per qualche incomprensibile ragione continua a eccitare i ragazzini, andando a pescare in fasce d’età e interessi sempre più vaste e diversificate. Di fatto avendo acquisito una credibilità a 360 gradi che mette d’accordo il metallaro alla vecchia con vaghe ambizioni conservatoriali (più o meno inespresse), il relitto coi rasta e la felpa degli Amebix quanto il boscaiolo con la barba. Sanno suonare e la produzione non fa schifo: questo è tutto quel che si può dire sui loro dischi.

Adult Swim è un canale via cavo di Atlanta, occasionalmente pubblica dischi. Singles Program 2014 l’ultima emanazione (in ordine di tempo): nessun supporto fisico solo mp3, sedici pezzi in sedici settimane. Atlanta (il pezzo) è il quattordicesimo. Suonano i Mastodon, canta Gibby Haynes in uno dei rari featuring della sua carriera; appena apre bocca, nell’esatto istante in cui parte il pezzo, il déjà vu è violentissimo e tristissimo allo stesso tempo, in parti uguali. Ministry, Jesus built my Hotrod, 1992. Solo che i Mastodon non sono i Ministry – non quelli di Al Jourgensen e Paul Barker quantomeno. Sui Ministry del solo Jourgensen si potrebbe discutere: sarebbe una bella gara, quanto a musica superflua, anodina, irrilevante, pleonastica. Altra storia.

Ascoltare in sequenza Jesus built my Hotrod e Atlanta fa un effetto strano. Triste, per chi c’era; imbarazzante, come di fronte a qualcosa di inappropriato, per chiunque non sia rimasto del tutto indifferente di fronte al fatto compiuto; comunque sottilmente patetico. Un monito. Te lo sbatte in faccia il passare degli anni, il tempo che scorre con tutte le sue devastanti ripercussioni. Riporta prepotentemente alla mente il deperimento dei tessuti, la consunzione, la nostalgia di anni che non torneranno più; la morte, che prima o poi arriva per tutti. Quel che sta in mezzo sono spari nel buio per chi non si rassegna al ciclo della vita, alla biologia che alla fine dei giochi è la sola cosa vera. Colpi a vuoto, come i vecchi liftati che vanno in palestra a sessant’anni, o le signore che si abbassano l’età e vanno con ragazzi più giovani. Atlanta è questo: Gibby Haynes il vecchio liftato (metaforicamente: di persona dimostra esattamente gli anni che ha), i Mastodon i ragazzi più giovani. Giusto i confini della cosa sono più sfumati, perché i giovani sembrano crederci sul serio, mentre Haynes è in pilota automatico già innestato probabilmente dal 2003. Se non altro, un pregio Atlanta ce l’ha: serve a ricordare che è esistito un gruppo chiamato Butthole Surfers, un gruppo chiamato Ministry, e un disco, Psalm 69, tutto questo in anni in cui aveva senso esistesse.

QUATTRO MINUTI: GODFLESH – “Decline and Fall” (Avalanche)

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Primo EP con materiale inedito dopo tredici anni. Ringer sembra un’out-take di Selfless. Dogbite invece pare Spite con un testo ancora più minimale, il ritornello di Playing with fire (un’altra out-take da qualcos’altro, Slavestate a voler essere buoni, Hymns a voler essere stronzi) recita It’s all pain/There’s no gain con vocione orchesco, Decline and fall (il pezzo) dura talmente poco e cattura l’attenzione talmente di striscio da non farmi nemmeno iniziare a pensare a cos’altro mi ricordi. Testi che al confronto i Discharge sono filosofi greci e questa non è una novità, ci mancherebbe, solo che qui sbracano senza ritegno sullo sloganistico becero, non sono sentenze che colpiscono come lame, ne è passata di acqua sotto i ponti da Like rats per intenderci, e qui non c’è un cazzo da dire che valga la pena di essere detto. La batteria elettronica fomenta il giusto, i riff più ignoranti che presi male. La novità è che sono state usate chitarre a 8 corde per ottenere un suono ancora più ribassato. Sti gran cazzi. Dopo Us & Them sarebbe stato meglio tacere e questa cosina non inverte il trend. Prende bene se prende bene ascoltare un bambino non proprio sveglio ripetere all’infinito le stesse tre stronzate (quattro sarebbero troppe) parola per parola. Va bene la reunion, dal vivo su un palco che sia un palco e con suoni che siano suoni restano gli schiacciasassi di una volta, ma se l’andazzo è questo dischi nuovi anche basta dai.

 

la rubrica pop di Bastonate, che a questo giro si chiama REVANSCISMO e parla dell’ultimo disco degli Strokes

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Tra i principali cancri della critica musicale contemporanea ci sono quelli del quieto vivere, quelli che pensano che i dischi siano l’unica cosa importante da analizzare per capire la musica. Quelli che dicono “sì, questo si è fatto finanziare il disco dalla Nestlè però la 4 e la 6 sono carinissime”, o brutture simili. Gli anni duemila sono segnati dal sostanziale trionfo di questo genere di parere critico ed acritico allo stesso tempo, secondo il quale un musicista si può permettere qualsiasi nefandezza etica, o quantomeno che siamo disposti a perdonare qualsiasi nefandezza etica in cambio di tre pezzi che sian buoni per un dj-set. Uno dei motivi principali per cui questa cosa succede credo sia che chi scrive oggi ha letto le cose sbagliate, o si è fatta troppi amici nel giro, che abbia deciso di partecipare al banchetto o che semplicemente non abbia mai pensato valesse la pena porsi questo genere di problemi. I paradossi legati a questo approccio sono due: il primo è che concentrarsi sulla qualità della musica non ci ha dato musica di qualità superiore, il secondo è che esiste una manciata di gruppi a cui non viene più dato ascolto (musicalmente) in quanto sputtanatisi in tempi remoti*. Scavando negli archivi mentali dagli anni duemila in poi è difficile trovare gruppi che incarnano questo paradosso peggio degli Strokes. Il paragrafo sotto contiene la mia recensione di Angles, la scrissi per Vitaminic ai tempi dell’uscita del disco.

Non dev’essere facile essere Julian Casablancas, anche se un musicista medio preferirebbe senz’altro essere lui piuttosto che, non so, Agostino Tilotta. Voi ricordate quanto e come gli Strokes cambiarono il mercato del rock con il loro disco d’esordio? Partirono con un EP su Rough Trade, scatenarono una guerra tra le major per accaparrarseli, uscirono con un bellissimo album di vintage-pop e vendettero un disastro di copie. La gente iniziò a gridare al ritorno del rock’n’roll in modo talmente violento e ripetitivo che ci ritrovammo in casa dischi di Vines e Jet prima di riuscire a renderci conto che qualcosa non andava. Gli Strokes andarono incontro ad una fine molto più indegna: la gente aspettava al varco il loro secondo disco per capire che via dovesse imboccare il mondo del rock, ma la band si ostinò –forse stupidamente- a fare l’unico disco che potesse concepire invece di tentare un altro ripescaggio a caso o non realizzare nulla, cadere in disgrazia ed alimentare una di quelle leggende del rock’n’roll tipo The La’s. Quello che è sicuro invece è che gli Strokes sono destinati ad una carriera stile Pearl Jam, vale a dire perdere con ogni nuovo disco un’altra fetta di fan della prima ora senza guadagnarne nessuno dei nuovi. È un atteggiamento rispettabile e parsimonioso. Cinque anni di break, anticipazioni sparse, la voglia di tornare in studio e tutte le chiacchiere hanno dato fondo alle modeste risorse di Casablancas e generato un disco nuovo chiamato Angles che poco prima dell’uscita era già bollato come un aborto paraculo di improbabile ascendenza anni ottanta (nel senso proprio di new romantic), opinione a caso che ha infettato i circoli di chi benpensa fino a generare un passo indietro della band, che parla già di tornare in studio in fretta per fare uscire un altro disco –mentre Angles ancor oggi è in streaming integrale sul loro sito. In tutto questo, presto o tardi anche i benpensanti (e la band) prima o poi dovranno ASCOLTARE il disco, rilevare che è tutt’altro che imbarazzante ed accettare con un briciolo di onestà e malinconia che nonostante un paio di peccati veniali (l’apertura p-funk di Macchu Picchu et similia) il disco c’è. Loro sono senza dubbio un gruppo finto, costruito, terribilmente alla moda, noioso nelle uscite pubbliche, senza basi, composto da musicisti mediocri, troppo attento agli aspetti extramusicali e senza così tanta botta dal vivo, ma nel 2011 hanno ancora i pezzi. Non tutti e non sempre, magari, ma non credo di essere così stronzo se dico che la maggior parte delle sensazioni NME da tre minuti dell’ultimo decennio una Taken for a Fool o una Gratisfaction non ce l’ha nemmeno nel disco d’esordio.

Il punto fondamentale, nell’analizzare gli/the Strokes, è che questa sensazione che abbiano rotto il cazzo e insistano non si sa su quali basi a fare uscire saltuariamente un nuovo disco** si è diffusa così tanto oltre la qualità dei dischi del gruppo da rendere in qualche modo la musica di dischi come First Impressions of Earth o Angles un atto politico di per sé. La principale colpa degli Strokes è quella di non essere stati i Nirvana: il loro primo disco ha mosso così tanto le acque da creare un genere musicale a sé (fatto perlopiù di gruppi garage senza basi e senza talento) e la gente si è accorta solo un anno dopo che tutto sommato si trattava di un normalissimo (buonissimo) disco pop molto citazionista e molto fatto di canzoni. Lo riascolti oggi e ti irrita per il fatto di averlo ascoltato troppo in giro nel 2001/2002. Per i dischi successivi hanno continuato a citare e fare canzoni, non buoni quanto il primo e non brutti quanto la quasi-totalità dei dischi di qualsiasi altro gruppo con l’articolo nato sull’onda del botto di Is This It. Li hanno stroncati tutti senza pietà, stroncando implicitamente non tanto la musica degli Strokes quanto il loro aver affidato le speranze di una improbabile “rinascita” del rock’n’roll (decretato morto sulla base del fatto che era passato di moda) a un gruppo abbastanza buono da stare in piedi con le proprie gambe ma non abbastanza da tenere in piedi da solo tutto il discorso critico ad esso legato; ma sfido chiunque a sostenere che in qualche modo Casablancas e soci siano stati incoerenti o abbiano disconosciuto in qualche modo la loro musica.  Il risultato è che da dopo Room On Fire ogni nuovo disco degli Strokes con le sue canzoncine vintage leggere e tutto sommato ben scritte è la dichiarazione orgogliosa di un nucleo di artisti che rivendicano il loro diritto a fare le cose nonostante il mondo abbia voltato loro le spalle. E anche l’implicita ammissione che un gruppo possa rimanere di successo anche se chiunque abbia una reputazione ne scrive sostanzialmente male. E da un’altra parte pone tutta un’altra serie di problemi etici legati alla valutazione critica di certi gruppi. Lo stesso scegliere se il gruppo sia stato eccessivamente coccolato ai tempi del primo disco o eccessivamente stroncato dal secondo disco in poi è un discorso più interessante di qualsiasi han fatto i soldi perché eran costruiti e avevano i soldi. Voglio dire, li stroncò pure la Maugeri*** nei suoi pipponi su Virgin Radio…
Sarà comunque un piacere, per tutti coloro che non si sono mai posti questo genere di problemi e continuano a sostenere la linea del costruiti e dell’hanno rotto il cazzo, sapere che dopo quattro dischi anche gli Strokes, con l’ultimo Comedown Machine****, sono arrivati al giusto e sensato appuntamento col destino, cioè il primo autentico disco orribile della loro storia. Un pasticcio di pezzi di generica ispirazione “wave” (per quanto easy listening) nati morti e senza quel briciolo di scintilla che ha più o meno sempre caratterizzato la scrittura di Casablancas, per molti versi il grande assente dell’album. Le linee vocali si avviluppano in modi per nulla avvincenti nella maggior parte dei pezzi con uno sgradevole retrogusto di storia morta e sepolta, tipo una Ibiza decaduta con vecchi ex-dj al bancone del bar che si raccontano storie di figa non interessanti e comunque avvenute vent’anni prima. Rimangono alcuni sporadici barlumi di classe pop tipo la vagamente neonindiana Chances, ma il resto è un guazzabuglio imbarazzante anche solo rispetto ad Angles. Quel che è peggio, non è la parte di ispirazione (diciamo) anni ottanta del disco a deludere di più, quanto piuttosto le rare incursioni di chitarrine plin plin alla Strokes di pezzi insipidi come All The Time, dei quali davvero nessuno si sarebbe lamentato se fossero rimasti nella penna del gruppo.

Ma anche a questo giro c’è qualcosa. Dietro l’orribile patina da disco mal-scritto e per molti versi sbagliato di Comedown Machine si riesce ad avvertire (già dal primo ascolto) un cuore grande così che batte, una sensazione esaltante da all-in che un gruppo del loro status (voglio dire, potrebbero fare un disco di poppettino lo-fi con pezzi rubati in giro e portare a casa la pelle almeno su Radio Deejay) avrebbe potuto tranquillamente lasciar fuori dalle composizioni. E invece niente. Anche a questo giro, nel suo non salire sul carro di nessuno, nel suo mettersi in gioco, nel suo stesso franare rovinosamente, il nuovo disco degli Strokes suona come uno dei più politici della contemporaneità. O quantomeno rivelatori di una nostra responsabilità come ascoltatori che continuiamo a non assumerci facendo finta di niente, o (peggio) di essere professionali e mandarli in pasto ai cani evitando, noi sì, di metterci in gioco.

*(ne conto un terzo, ed è che se scrivi un pezzo tipo l’ultimo disco dei Baustelle è bellissimo ma i testi sono odiosi offensivi e ideologicamente sospetti arriva qualcuno e ti dà pubblicamente del nazista, ma ammetto che sarebbe più un modo di togliermi dei sassolini dalle scarpe)

**detta anche Sindrome di Noel e Liam Gallagher

***piuttosto figo tra l’altro (as usual) il suo modo di pronunciare il nome del gruppo, tipo SCHWOWCKS.

**** il disco è in streaming su Pitchfork Advance.

Tanto se ribeccamo: MY BLOODY VALENTINE

cercando "kevin shields" su google immagini viene fuori (anche) questo
cercando “kevin shields” su google immagini viene fuori (anche) questo

agh agh.. agh..
fuori tempo massimo…
guarda guarda facciamo pi Pirlo..
guarda cosa fa, ahvìa.. ha lalucidhia dheh.. lucidhia dheh, di vedere Rossi in mezzo all’area
poi, poi.. poi ci vuol la qualità anche… 

(Salvatore Bagni)


e insomma ventidue anni dopo ecco anche Kevin Shields rifilarci a tradimento il suo Chinese Democracy. Un film già visto, dalle prime avvisaglie nei tardi anni novanta (con identico corredo di puttanate ad effetto: nello stesso periodo in cui cominciavano a circolare voci di un disco jungle dei My Bloody Valentine di imminente uscita – estate 1997 – Axl Rose dichiarava di avere pronti 400 riff ma nessun pezzo completo) alla prima minaccia di una resurrezione coatta all’indomani di Lost in translation, che facilita il compito sull’onda lunga dell’emozione provocata dal riascoltare gli stessi pezzi in un contesto diverso e scoprire che anche a corredo di un filmetto continuano a fare il loro sporco dovere, aprire il cuore e farlo a brandelli eccetera, poi la faccenda dei remaster vagheggiati per anni che però non uscivano mai e continuavano a non uscire, altro numero che è puro William Bailey, all’immancabile tornata di karaoke festivalieri per compiacere danarosi turisti della musica e della vita, fino ad arrivare a oggi che dopo qualche giorno di tam tam mediatico per sovreccitare chi ancora crede in questa cosa il disco è finalmente fuori su Amazon e nei migliori rapidshare del pianeta e farsene un’opinione diventa un dovere morale. Io quel disco non l’ho ascoltato, e a distanza di circa 48 ore dalla messa online ancora non sento il minimo desiderio di farlo. Tutta la frenesia dell’attesa, le aspettative eccetera, zero proprio. Sarò egoista ma preferisco conservare inalterato il ricordo delle cose migliori combinate da Kevin Shields negli ultimi ventidue anni, che con i My Bloody Valentine c’entrano zero: la partnership con J Mascis, che è molto più di un incontro al vertice tra grandi spiriti e che ha generato due tra le migliori declinazioni di sempre di rumore applicato alla melodia (o in qualunque altro modo la vogliate chiamare; comunque, non renderà giustizia), roba da far sborrare nelle mutande Phil Spector e rendere pleonastico qualunque altro disco di chitarre collegate a un amplificatore registrato da allora in poi. Il remix dei Mogwai, cose così. Al limite rispolverare i dischi vecchi (certo Loveless più di Isn’t Anything, e magari è soltanto una perversione personale, Sunny Sundae Smile più di Loveless). Poi magari è un capolavoro; il punto è che non mi frega un cazzo di scoprirlo.