Navigarella: PAPA FRANCESCO SULLA COPERTINA DEL NUOVO DISCO DI BRUNORI SAS

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Mentre noi ci rompiamo il cazzo del black metal e mettiamo un pezzo che completamente a caso si chiede se Papa Franci sia o meno l’anticristo, lo stesso finisce sulla copertina di Rolling Stone USA. Questa cosa ha tre principali ragioni: la prima è che Rolling Stone USA può mettere in copertina chi preferisce, la seconda è che il livello morale della razza umana s’è abbassato al punto che puoi chiamare punk anche uno che dichiara di non avere opinioni sui gay, la terza è la citazione di copertina the times they are a-changin’ (Tommaso d’Aquino). Dal punto di vista di uno statunitense, un Papa Tranquillo contraddice la maggior parte dei dogmi portati avanti dal giro hardcore repubblicano (pare che negli Stati Uniti l’80% della gente creda all’esistenza degli angeli) e la scelta di piazzarlo in copertina ha un senso culturale specifico e volendo riottoso, almeno secondo una concezione anni ’30 della parola. Ad essere sincero non ho una vera e propria opinione su questa faccenda, nel senso, come ho detto al punto 1 Rolling Stone mette in copertina chi cazzo preferisce, ma la cosa ci dà l’imprendibile occasione di parlare di cosa è diventato oggi il rock’n’roll  (gentilmente rifiutiamo), di ricordare che in una precedente occasione Tranqi Franci ha detto chiaro e tondo che

“il vangelo si annuncia con dolcezza, non con Bastonate

e soprattutto di parlare di una cosa divertente successa questo mese su Rolling Stone Italia, vale a dire un articolo sui Cani intitolato PERCHÈ NON BIDET ALLORA?, e che in realtà parla delLo Stato Sociale conservando dei Cani solo la foto e la didascalia della stessa. Ma in realtà l’articolo sulLo Stato Sociale è un copia-incolla di cinque o sei frasi casuali. Il che naturalmente rende Lo Stato Sociale, come ho sempre detto, uno dei più grandi gruppi contemporanei e il numero di Rolling Stone in edicola un pezzo da collezione che non vi volete perdere. Compratelo. L’intervista vera ai Cani è qui.

Di altro non so. Ho ascoltato in rapidissima sequenza il nuovo disco di Dente (tre pezzi, non ce la faccio) e quello di Brunori SAS (sono arrivato a cinque). Qualche giorno fa è uscito il nuovo disco degli Zen Circus (ho sentito il singolo, vabbè). Non so come sia il disco di Non voglio che Clara, ed entro breve dovrebbero uscire Nobraino e Le Luci della Centrale Elettrica a marzo (oltre alla pupilla di Brunori, Maria Antonietta). Tra le varie opzioni credo che il disco di Brunori, fatto salvo che sono completamente d’accordo con Birsa su svariate cose, sia comunque il meglio. In ogni caso va registrato questo massiccio ritorno del cantautorato anni settanta a inizio 2014, proprio mentre sta iniziando a girare insistentemente questa sorta di consenso contrario secondo cui appunto il cantautorato italiano di quella Mitica Stagione, peraltro mai finita, sia in realtà uno dei più grandi colli di bottiglia in cui sia passata la nostra musica -un discorso che affronteremo solo dopo che qualche penna importante si sarà schierata in tal senso, per la buona ragione che in questo particolare momento non ne abbiamo davvero mezza. Sia quel che sia, considerate il video che metto qui sotto un modo come tanti per sopravvivere.

 

Tra l’altro Caso stesso è oggetto di un minuscolo hype tra quattro stronzi che lo porterà a diventare più grande di De Gregori, essendo lui appunto più grande e meno romano demmerda di De Gregori, e quando riuscirete a leggere queste tre righe sopra senza voler rigare la mia automobile farete anche voi parte del consenso contrario al cantautorato anni settanta di cui sopra, venite qui, abbracciamoci. Dicevo, un minuscolo hype che in realtà si esaurisce in un pezzo su Junkiepop a tema #casomania. Pare poco, ma un giorno saremo alla vostra porta e voi DOVRETE cacciar fuori due spicci.

Tutto il resto, al momento, è ancora meno prioritario di Bergoglio sulla copertina di Rolling Stone.

Gruppi con nomi stupidi: THEGIORNALISTI

Sim Cain, Melvin Gibbs, Chris Haskett, Henry Rollins.

I giorni scorsi è uscito un diss, credo finto, di un gruppo che si chiama TheGiornalisti e che parla male di quaranta altri gruppi indie italiano (indie inteso come gente del giro e italiani nel senso della nazionalità dei musicisti). Cose di un tenore tipo Maria Antonietta ha solo voglia di una cosa e non è sicuramente la musica o la chitarra, per capirci, per dire di uno dei più ispirati. La lista dei 40 diss più divertenti dei TheGiornalisti addosso alla scena indie italiana la trovate a questo link, e questo pezzo per mezzo minuto era supposto essere un diss del loro diss in quanto non divertente. Poi per prima cosa ho deciso che da qui in poi non userò mai più quella parola, e seconda cosa come pezzo sarebbe stato un pelino inconsistente –che poi chi sono io per dire se fai ridere o se non fai ridere. Lo Stato Sociale (je puzza er culo perché nun se lavano, per i TheGiornalisti) mi fa sorridere, le battute sullo Stato Sociale non mi fanno ridere. E poi ho i pregiudizi, ti presenti in foto sbiancata vestito di bianco e non mi fai ridere manco se sei Bill Hicks, che poi c’era un motivo per cui Bill Hicks si vestiva di nero voglio dire.

Tornando in tema, la cosa che più mi prende male della diatriba TheGiornalisti VS tutti è che conosco tutti e quaranta i gruppi di cui parlano i TheGiornalisti ma non ho mai sentito una singola nota pensata-suonata-incisa dai TheGiornalisti. Prima di questo articolo non ero nemmeno a conoscenza del fatto che esistesse un gruppo che si chiama TheGiornalisti, probabilmente il nome più stupido in senso cattivo da dare a un gruppo. Dopo questo articolo mi sono fatto l’idea che i TheGiornalisti non abbiano semplicemente in mano gli strumenti concettuali per suscitare l’interesse e la simpatia di una persona con un briciolo di amor proprio, e quindi a meno di non essere in situazioni di ascolto coatto (tipo farmi un viaggio nella macchina di un amico che vuole farmi sentire ad ogni costo il nuovo disco dei TheGiornalisti, cosa che francamente dubito possa succedere) giuro a me stesso che non ascolterò il disco dei TheGiornalisti manco per sbaglio. MA CHE CAZZO DI NOME STUPIDO, come ti permetti, almeno i Le Tormenta sono un gruppo figo. La recensione dell’ultimo disco su Ondarock, oltre a paventare l’esistenza –appunto- di un disco precedente del gruppo, parla di un album le cui caratteristiche sono appena intuibili dopo tre ascolti, e apprezzabili dopo cinque. Per un secondo penso di averli pregiudicati male, poi penso che i TheGiornalisti sono comunque gli autori di quelle quaranta frasettine del cazzo di cui sopra e che anche se non conosco l’autore della recensione è comunque una recensione su Ondarock e che insomma, preferisco non sporcarmici le mani e rischiare di perdermi qualcosa che potrebbe cambiarmi la vita.

Una parentesi che forse non lo è riguarda invece lo stato generale delle cose nella musica italiana. Uno può interpretare i segni come vuole, ma è indubbio che ci sono stati dei segni decisamente pesanti. I Club Dogo sono andati primi in classifica con un disco terribile (l’ho ascoltato), i The Perris si son fatti conoscere con la strategia innovativa di pagare quelli che gli ascoltavano il disco (non l’ho ascoltato). Moltheni era uscito di scena un paio d’anni fa montando una polemica e torna in questi giorni con un altro disco (pare inciso col suo nome di battesimo e uguale a tutti gli altri dischi di Moltheni, non l’ho ascoltato). Capovilla ha sbroccato una mezza dozzina di volte per com’è stato trattato l’ultimo disco orribile del TdO (l’ho ascoltato) da una critica supponente e infingarda. Ora saltano fuori TheGiornalisti, gli Azealia Banks italiani senza un briciolo del talento di cui già l’Azealia Banks originale è sfornita. Forse non è il posto forse sono io, disse il Poeta, ma nel dubbio io continuo a dare la colpa al posto.

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Maria Antonietta @ HanaBi, Marina di Ravenna, 19/06/2012

Abbiamo lasciato Maria Antonietta dopo i preliminari, vale a dire con un disco in uscita, un singolo con video opinabile e i testi in anteprima su Rockit. Va bene tutto. Nel frattempo il disco è uscito (l’ho ascoltato un paio di volte, non ho una buona opinione in proposito) e Maria Antonietta ha iniziato a girare dal vivo. Le cose da allora si sono evolute, qualcuno ha perso la verginità al MiAmi e via di questo passo. Ieri sera è capitato di vederla e boh, giusto per saldare un paio di conti. Per prima cosa Maria Antonietta non è per niente il primo esempio che ho in mente se mi si parla di “brutta musica italiana”. Maria Antonietta è una ragazza che porta in giro un live opinabile fatto di pezzi opinabili e conditi di un immaginario opinabile (e a volte pure offensivo, voglio dire, se linee di testo tipo ma sono ancora bella ed è tutto quello che ho ma adesso sono forte ossa che non puoi spezzare ti piacevo di più quando mi potevi scopare gesù cristo se fossero rivolte al maschile farebbero fioccare accuse di sessismo e fascismo, probabilmente infondate ma nondimeno); lo fa onestamente e con un’attitudine che il musicista indiepop italiano medio non sa manco dove stia di casa. Per prima cosa non ha un gimmick, e non ha manco un vero e proprio canovaccio: si presenta sul palco con due buzzurri, suona in un modo che somiglia vagamente ai Pixies e ci tira fuori il meglio che può. A volte sembra ubriaca. Non risparmia le cartucce, suona senza rete di protezione, funziona meglio chitarra e voce, sembra avere margini di miglioramento. Ha un pubblico casuale, nessuno si muove durante i pezzi (manco Quanto eri bello, verso la fine), applaudono alla fine dei pezzi, nessuno si sgola. Non è abbastanza per essere la cosa più bella in circolazione, ma se mi dovessero chiedere un esempio di brutte cose che succedono nella musica italiana, uhm, penso all’atteggiamento nei confronti del proprio pubblico e della propria musica che ha certa altra gente, anche molto più rispettabile, che ho visto su questo palco (tutto sommato l’unico mio vero collegamento col Paese Reale) e mi vengono i brividi. Piuttosto ben vengano Maria Antonietta, il suo immaginario da Carmen Consoli dell’era Alfano e quel vestitino che sembra pescato da un generatore automatico di vestitini di Maria Antonietta.

(la foto l’ho rubata a pressappoco, sono convinto non s’incazzeranno)

badilate di cultura: MARIA ANTONIETTA

Maria Antonietta scrive dei testi così:

“io stasera non esco saldamelo tu il conto con il resto del mondo io resto a letto perché mi sento uno schifo e non è la prima volta non è neanche la seconda (…) e poi tu non sei migliore di me anzi com’è che siamo sempre i peggiori e io non mi sforzo neanche troppo è una specie di vocazione naturale l’aveva sempre detto mia madre (…) ti odio ma fingo bene sono molto intelligente quando mi conviene”.

Oppure così:

“volevo essere buona per dirti la verità ma la verità non ti tiene compagnia quando dormi da solo che poi chi l’ha detto che la verità rende liberi voglio restare prigioniera e avere bei vestiti dentro cui morire giovane in una vasca di motel”.

Oppure così:

“volevo sequestrarti al mondo intero e alla felicità agli amici ai diversivi ai dischi tristi e ai locali punk volevo sequestrarti anche a Dio perché  tu fossi solamente mio”.

Come si reagisce di fronte a storie così scritte così? Io sono sicuro che qualcuno ha letto queste sei frasi e ha detto Ehi, questa ragazza ha ragione, anch’io mi sento così sola, così stanca. Io sono sicuro che qualcun altro ha letto queste sei frasi e ha detto Su, su, stellina, è solo adolescenza, poi passa. Nel mezzo, tutti i modi diversi in cui si può rimanere indifferenti di fronte un dolore che non è nostro. Agli estremi, le frecciatine dei cinici distaccati – chissà che musica ascoltano, loro – o gli entusiasmi smodati delle ragazzine – deprimere le ragazzine è come pescare pesci rossi in un barile. Anche i cantautori sono musica da ragazzine: cercare la verità nei testi di Bob Dylan ti rende figo di fronte al tuo amico che non sa l’inglese, ma poi passa uno che ha letto sei volte le memorie dal sottosuolo di Dostoevskij e ti dice Cosa ne vuoi sapere tu dell’inquietudine? A fare del relativismo su tutto finisce che non si stringe niente e tutto passa, ma senza voler entrare nelle logiche del mercato musicale indipendente italiano, della nicchia e della domanda e dell’offerta, cosa vuoi che ne sappia io, io parlo proprio per noi che ascoltiamo la musica da soli o in due o in tre in casa o in macchina o in treno, noi che ascoltiamo musica quando dobbiamo decidere che disco ascoltare, o spesso riascoltare, perché abbiamo voglia di qualcosa che conosciamo già, così possiamo cantare, dobbiamo cantare cose in cui crediamo, musica che dica qualcosa della nostra vita, perché altrimenti tanto vale ammazzare il dj: le canzoni di Maria Antonietta ci dicono qualcosa della nostra vita? Perché va bene l’urgenza di comunicare, ma qualcosa la dovremo pur dire.

Quando eravamo ragazzi non c’erano i reality per lanciare le popstar. Al limite c’era il festival di Castrocaro, il raduno annuale di quelli che ce la volevano fare col Karaoke, qualcuno c’è pure riuscito, la pausini mi sa che sia venuta fuori da Castrocaro. Castrocaro, Sanremo Nuove Proposte, Sanremo Big, un pezzo un po’ dancey per il Festivalbar e poi potenzialmente puoi riregistrare il disco in spagnolo e nessuno se ne accorge, tanto quelli che avrebbero qualcosa da ridire sono impegnati a scoprire qualcosa che sia oscuro, tenero e spigoloso. La commistione tra i due generi è molto più recente di così, e non sappiamo davvero da cosa sia iniziato: la musica ha due livelli d’ingresso e dopo un po’ uno si rompe le scatole di militare ad ogni costo, preferisce ascoltare un buon disco ogni tanto senza chiedersi troppo da dove viene. Ci siamo sacrificati in nome del sacro vincolo artistico-sociale degli anni duemila (mangiar merda meno, mangiar merda tutti) e ci ritroviamo nel 2011 a soffrire sul fatto che X-Factor è su Sky mentre piazziamo Tiziano Ferro e Rihanna da qualche parte nelle classifiche di fine anno. I generi musicali non esistono più, chiunque ascolta qualunque cosa. L’appartenenza all’elite di chi ascolta la musica giusta funziona per autocertificazione e si manifesta in una serie di pratiche rituali ripetute a nastro da quasi tutti –foto ai concerti, un account su ogni network di massa, un blog, una collaborazione con non so manco io chi cazzo, eccetera. Il gruppo pop italiano del 2012 si chiama I Cani e affastella più o meno ad arte una serie di luoghi comuni. Maria Antonietta ci prova da una prospettiva più indie. I gruppi che ascolto, le persone che mi sono scopata, quanto mi ti vorrei scopare, quanto ti amo quelle cose lì; il disco intero non l’abbiamo sentito, ma il singolo è una cosetta quasi-beat-garage allegra con le tastierino anni sessanta. Maria Antonietta un anno fa si chiamava Marie Antoinette, aveva messo fuori un disco autoprodotto di gradevolissimo cantautorato lo-fi in inglese piuttosto passabile e ci era piaciuta. L’anno prima Maria Antonietta si chiamava Letizia qualcosa e cantava negli Young Wrists, un gruppetto di shoegaze depresso calligrafico ed artisticamente tristissimo che la critica ha adottato bene e spesso come un buon segnale dal futuro dell’indie rock italiano. Ora gli Young Wrists si sono sciolti, lei canta in italiano e tutto è finito a culi. Succede. Una volta mettevi un fuzz nel primo disco ed eri condannato a vita, ora puoi passare dai Joy Division ai Beach Boys nel giro di due anni e la prendono tutti come una cosa normale.

[vimeo http://vimeo.com/32083280]

Io sono quasi sicuro che la prima frase della prima canzone del primo singolo dica “Quanto stavamo bene quando ascoltavamo Wilco in autostrada per casa mia”. Esatto: WILCO SENZA ARTICOLO. Quanto stavamo bene quando ascoltavamo Beatles. Quando ascoltavamo Nirvana. Quando ascoltavamo Cani. Io lì ci sento la crepa nel Matrix, perché per lo meno nella canzone dei Cani col bassista che cerca un gruppo post-punk, quando il tizio si presenta puntuale alla fermata della Metro A gli porta un disco DEI GoGoGo Airheart, preposizione articolata. E io non so nemmeno chi siano i GoGoGo Airheart, per dire, ma che sono un gruppo lo capisco, e che i gruppi sono plurali anche se il loro nome finisce con la O, insomma. Ma magari l’articolo davanti a Wilco Maria Antonietta glielo mette, sono io che non lo sento. Oppure si riferisce a Wilco inteso come il disco, quello col cammello in copertina. Chissà.

Maria Antonietta parla di sé per parlare di noi ragazze che stiamo male e non fa nemmeno lo sforzo di inventarsi dei personaggi in cui: un disco in prima persona, perennemente rivolto a un tu assente che non torni mai e anche se tornassi vaffanculo sono io che me ne vado. Funziona? Non lo so. Non sono una ragazza che sta male. Non me le fumo le paglie a colazione con gli occhiali scuri. Non mescolo farmaci e alcolici. Faccio peggio, probabilmente: lo stereotipo dell’artistoide fricchettone o del metallaro pancione è fastidioso come quello dell’hipster gagia col vestito da sposa, è una questione di quantità: quanta gente ti stima, a quanta stai sulle palle, quanta ti ascolta, quanta può fare a meno di te, quanta no?

Un mio amico scrittore affermato mi ha detto che le attenuanti tipo “È giovane, è il suo primo romanzo, si farà” non hanno senso: lui concepisce la letteratura TUTTA come un mondo UNICO: ci sei tu e c’è la pagina bianca e ci sono le tue cazzo di idee e i tuoi cazzo di sentimenti e se decidi di scrivere un libro ti devi rendere conto che giochi lo stesso gioco di Joyce, Nabokov, Carver, chi ti pare: “Perché dovrei leggere te, con tutti gli scrittori bravi che non ho ancora letto?”.

Questa cosa ti stimola a fare meglio e ti schiaccia. Esiste anche in musica?

Poi c’è la storia dei testi. Il concetto de “i testi in anteprima” era legato a quando la mia famiglia comprava TV sorrisi e canzoni e io avevo dieci anni e sapevo leggere e lo facevo appena potevo perché leggere era per leggere e sapere era per sapere, e insomma era una figata: la settimana prima di Sanremo uscivano i pezzi in anteprima, tu li leggevi ed era tutto un immaginare come poteva essere la canzone a partire dalle parole, che poi a quei tempi non me la immaginavo molto la musica quindi per me erano tutte più o meno la stessa cantilena non arrangiata e un po’ simile alla sigla di Holly e Benji. Mi ricordo anche –ma ero un po’ più grandicello, tipo dodici anni- quella volta che uscì Sorrisi e Canzoni con il testo di Vasco, la canzone di Jovanotti, dico, e nella prima riga c’era scritto FIGATA e io mi sentivo un po’ come se stessimo conquistando il mondo, cioè alla fine Jova era già un leader dell’Ulivo e questa è DAVVERO un’altra storia che non c’entra niente. Voglio dire solo che esiste un dato di fatto secondo cui succede che un artista di non-fama non-internazionale come Maria Antonietta, una il cui disco d’esordio è stato cagato dalla cerchia degli amici manco so io di chi, abbia un Vimeo pronto all’uso mentre su rockit escono in anteprima i testi del disco non ancora uscito e non ancora rinnegato dal disco successivo. Uno prova pure a chiedersi a che pro, ma poi fai la figura dell’hater, detto proprio così in inglese ma con l’acca molto incerta perché sei un eiter nostrano e non hai l’afflato epico né il resto. E insomma Marie Antoinette detta ora Maria Antonietta ha un elenco di testi generazionali, nel senso che sembrano un po’ generazionali e un po’ generati da un generatore di testi alla Maria Antonietta, in anteprima su Rockit. Probabilmente nelle canzoni suonano da dio, c’è questa teoria di Steve Albini sui testi composti in sala prove mentre gli altri accordano le chitarre e i bassi. Era una buona occasione per farsela scivolare via di dosso. Se pubblichi i tuoi testi in anteprima giochi lo stesso gioco di Emidio Clementi e di Vasco Brondi, il che tra l’altro non è ben chiaro se sia un complimento o un’offesa a chi dei tre.

(francesco farabegoli e simone rossi, più o meno a quattro mani)