DISCHI STUPIDI: Black Pus – All My Relations (Thrill Jockey)

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Non credo di dover spiegare a nessuno di quelli che sono qua dentro a parte quelli che sono entrati cercando Maria Nazionale nuda su google (MI FATE SCHIFO, stiamo qua a leggere libri e sentire dischi e guardare film indipendenti sei ore al giorno e diocristo state ancora a cercare su internet le tette grosse) chi siano i Lightning Bolt. Lo faccio lo stesso: i Lightning Bolt sono un gruppo basso-batteria che replica dal punto di vista industrial-noise l’assetto di base di un pezzo cock-rock anni ottanta alla Van Halen. Tapping selvaggio e batteria che rulla all’infinito, il tutto scomposto e ricomposto in un formato che rasenta l’inudibile –incidentalmente, la cosa più bella che fosse dato vedere su un palco negli anni duemila, anche se la band dal vivo suona in mezzo alla gente. I Lightning Bolt ci hanno dato una manciata di dischi, tutti sostanzialmente identici l’uno all’altro e perlopiù pleonastici (il mio preferito è Ride The Skies per via del fatto che è quello che ho ascoltato per primo): la si potrebbe definire un’esperienza fisica pura, una cosa di quelle che vanno fatte dentro a qualche squat e poi archiviate vitanaturaldurante al giusto status di blow-up-sensation, nel senso della rivista, che ha nutrito i nostri sogni per fin troppo tempo.

Il che non toglie che noialtri Blow Up continuiamo a leggerlo. È così che siamo rimasti più o meno informati di tutte le vicende dei due musicisti che compongono la band: Brian Gibson, bassista, figura come membro di diversi progetti quasi tutti in capo a Load e sembra occupare (tra le altre cose) un posto di rilievo in una casa produttrice di videogame; il batterista Brian Chippendale è una specie di figura chiave per comprendere il nostro tempo, pittore/fumettista di fama ormai mondiale e batterista di lusso convocato alla corte di Bjork, Boredoms e chissà chi altri. Da qualche tempo Chippendale è il tenutario di una one-man-band chiamata Black Pus, la quale esce questi giorni con il suo (credevo secondo e invece) OTTAVO disco, primo su Thrill Jockey, chiamato All My Relations. Al confronto i Lightning Bolt sono i Pink Floyd: filastrocche berciate su pattern di batteria garage-rock stirati fino allo sfinimento, pedali a non finire, tastierine di merda e un’inclinazione a mandare tutto in vacca alla fine del pezzo che persino Kevin Shea avrebbe avuto delle remore morali. La chiave più ovvia in cui vedere All My Relations e (immagino) il resto della produzione Black Pus suona più di quel genere di ossessione e del bisogno di Chippendale di registrare e pubblicare qualsiasi cazzo gli esca dalle mani, in una maniera un po’ Omar Rodriguez o Kawabata Makoto; ma il batterista sembra animato da un’inclinazione più meccanica degli arzigogoli psichedelici dei personaggi di cui sopra, con il risultato che un disco come All My Relations suona più o meno come la cosa meno sperimentale sia mai stata incisa da un uomo. Si trova più tracce (a torto, naturalmente) di una certa ossessività bambinesca alla Chrome, del noise marcio e americano in culo dei dischi griffati AmRep, di certi Suicide (ovviamente) degli anni d’oro di Skin Graft. Sembra stupido dirlo così, ma nell’immediato un disco come All My Relations suona davvero come una delle musiche più brutalmente schierate, dal punto di vista politico, dell’America contemporanea. Avercene, di uomini come Brian Chippendale.

(il disco è su pitchfork advance)

SANREMO giorno 2 – Uno stanco report per uno stanco festival

HIP FAIL 4

Me ne vado per le strade
strette scure e misteriose
vedo dietro le vetrate
affacciarsi Gemme e Rose
Dalle scale misteriose
C’è chi scende brancolando
dietro i vetri rilucenti
Stan le ciane commentando

 La leggenda vuole  che, se a mezzanotte ci si mette davanti allo specchio, con la luce spenta, e per tre volte si ripete “Bloody Mary”, si vedrà apparire dietro di sé questa edizione del festival di Sanremo.

Vero e proprio romanzo criminale di un paese allo sbando, il Festival 2013 altro non è che il tentativo di un manipolo di Bolscevichi di mettere le mani sul paese stesso, conquistando l’avamposto del più rappresentativo dei suoi show televisivi. Tentativo già fallito in partenza, perché se già l’altra sera numeri come quelli di Silvestri, di Crozza e dei Marta sui Tubi avevano smosciato le palle a tutti – rivelando il segreto di Pulcinella di un’Italia intimamente e sinceramente berlusconiana, o perlomeno non più indignata a getto continuo, e stanca della infinita ripetizione della stessa battuta, che ha ormai sconfinato fino ad occupare i più sacri spazi di intrattenimento leggero che ancora rimanevano alla povera gente – la serata di ieri, dominata da una Bar Refaeli gigantesca  e brutta in culo (e pagata molto per esserlo: a me, per essere brutto in culo, hanno sempre dato molto poco), ha dato il colpo di grazia.

Un festival intelligente è la sconfitta di tutti, perché l’Amore è l’unica vera rivoluzione (ormai vado a parole random) e perché caricare di significato sociopolitico la terra delle canzoni è un atto brutale come l’esecuzione di Zoe Kosmodemyanskaya (INTERNET ALERT! Non cercaresugoogle se si vuole evitare la visione di fotografie d’epoca alquanto macabre). Ma non voglio star qui a ripetere sempre la stessa cosa, come se fossi un comico di sinistra, e perciò passiamo al lavoro per cui siamo pagati, cioè scrivere di musica.

Scrivere di musica, e che cazzo te voi scrive de musica se di musicale, stasera, non abbiamo avuto che qualche minuto di Modà, qualche verso del Cile? Aspettavo con ardore l’esibizione dei BLASFEMA, tra i giovani, per poi scontrarmi con l’evidenza che in realtà si chiamano Blastema, non Blasfema, e non fanno black metal come previsto, ma una sorta di ipocrita versione dei Sonhora ulteriormente peggiorata. Cile a parte, comunque (Il Cile è un ex spacciatore latinoamericano, da cui il nome, che fa un onesto death’n’roll passionale alla Built to Spill – regolarmente eliminato, è ovvio) , i giovani sono un disastro, ormai del tutto permeati da una vena di hipster-indie-rock passatello (che ne so, per farsi un’idea, i giovani cantautori italiani oggigiorno cantano tutti un macro-genere che è una sorta di Beth Orton più Neutral Milk Hotel con Al Bano al posto di Jeff Mangum più Wilco con Gianna Nannini al posto der rompicoioni alla voce). Fa abbastanza schifo con decisione questo Rino Gaetano, no, Renzo Rubino, che se non ho capito male canta un pezzo di amore omosessuale, e perciò il pubblico lo vota in massa senza neanche far caso al suo stile Bocelli meets Anna Tatangelo but worse, e comunque in finale, oh, sempre meglio di Elio e le Storie Tese.

Elio e le Storie Tese, con i soliti costumi (e basta!) che il loro gusto prog-riccardone gli impone, arrivano attesi come i God Seed a Wacken, e propongono – indovina un po’? – due pezzi prog-riccardoni che non funzionerebbero in quanto tali e vengono perciò celati da una patina di ironia pre-adolescenziale, la stessa dal 1990 credo, quando però due cose erano diverse: nessuno li considerava dei Grandi della Musica, e comunque noi avevamo dodici anni tipo, quindi basta, per pietà, dategli sta cazzo di palma d’oro e non se ne parli più. Sempre che il primo posto non vada a Malika Ayane, che si presenta anche lei vestita da pupazzo, anche lei munita di un pezzo del genere “gradito al pubblico” (che, oltre alla scemenza d’accatto tipo Elio, sembra amare molto i barbiturici musicali cantati da voce femminile mongoloideggiante), ma con il surplus di cazziare in diretta Fazio che sbaglia a pronunciare il suo nome – Fazio che para abbia commentato “A chi te se ncula, pe me i negri so negri”, ma gli hanno tolto il microfono e così ha vinto lei.

Per il resto, cos’altro è succeso? I Modà avevano due pezzi onesti ma meno incisivi del solito (il genere era ballad crepuscolare vagamente psych, tipo diciamo un Nick Drake cresciuto però nella Düsseldorf dei Kraftwerk anziché a Cambridge, e non il solito power pop alla Big Star che però gli viene meglio); Max Gazzè sembrava Max Gazzè, con una filastrocca veloce e intellettuale e un po’ elettronica. Il resto era quanto di peggio: c’era una tale Annalisa che non giudico (non mi abbasso a giudicare i cantanti che non conosco; comunque, succintamente, faceva quella musica che tutti definirebbero “carina”, cioè faceva schifo), c’era il tizio che canta One day baby we’ll be old, talmente one hit wonder da cantare per DUE volte il pezzo, c’erano gli Almamegretta che sono esattamente il genere di gruppo che disprezzo, Vabbuò uagliò che facimm per ‘o rilancio a Sanremo?, Sient’amme, Raiz, facimm nu pezz’ reggae in napuletan’, uguale identico a tutti gli altri, ma non solo agli altri nostri, eh, proprio uguale uguale a tutti i pezzi reggae in napuletan’ che s’ashcoltan i fuorisede a ‘o Villaggio Globbale; c’era Cristicchi che pareva un mentecatto, forse lo era, e stonato e insicuro ammorbava una nazione con la storia trita e ritrita di uno che muore, va nell’aldilà, e l’aldilà è tutto Pasolini e centrosinistra e vecchi partigiani che gli chiedono se i giovani hanno cambiato il mondo e lui si imbarazza e non risponde. Giuro. E io qui lo dico e qui lo nego: a partigià, lo potevate fa’ bene er lavoro se poi ve dovevate lamentà!

Dimentico qualcosa? Forse sì, non so. C’era Carla Bruni, ma di questo per contratto non parlo (Bastonate è fornitore della Repubblica Francese).  Ecco la nostra classifica ad oggi: Marco Mengoni, 7; Maria Nazionale, Modà, 6; Max Gazzè, 5; Marta sui Tubi, 3; Raphael e Chiara Gualazzio 2; Malika Ayane 1; Daniele Silvestri, Almamegretta, Molinari-Cincotti Duo, Cristicchi, Elio e le Storie Tese 0. Annalisa non giudicabile.

Me ne vado per le strade
strette scure e misteriose
vedo dietro le vetrate
affacciarsi Gemme e Rose
Dalle scale misteriose
C’è chi scende brancolando
dietro i vetri rilucenti
Stan le ciane commentando

Profili – Toto Cutugno

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La prima pagina della Pravda del 10 febbraio 1980. Nonostante quel giorno la notiziona sulla bocca di tutti in Russia è che faceva freddo (il titolo sulla sinistra significa “Ansenti che gianna”), per preciso volere di Breznev il giornale dette ampio risalto alla vittoria di Toto al Festival di Sanremo. In Russia canzoni cantano te! (photo (c) courtesy of komintern.da.ru, raccolta da fotomontaggifattimale.wordpress.da.ru)

Dopo essere stato duramente ripreso dal Primo Segretario di Bastonate (Nikita Kekko) per non aver fatto menzione di Toto Cutugno nel post di ieri – la scusa ufficiale è che dormivo a quell’ora, la ragione vera è che so’ stronzo, naturalmente -, mi faccio perdonare pubblicando qui la prima puntata della nuova rubrica di Bastonate “Profili” – Rubrica che rimarrà lettera morta d’ora in avanti, è ovvio, ma che si propone di recuperare, con rigore filologico, brevi cenni biografici di personaggi rilevanti per il Paese e la nostra linea editoriale e di condotta generale.

Toto Cutugno nacque a Kalinkova, il 15 aprile del 1894. Appassionato di musica, di cavalli e di treni fin dalla più tenera età, nel 1912 venne posseduto da un dybbuk, che rallentò di moltissimo l’invecchiamento dell’involucro che ancora noi, poveri mortali, ci ostiniamo a definire “corpo”.

Toto e Kruschev. Kruschev aveva una testa più piccola del normale all'epoca (courtesy of toto.da.ru)

Toto e Kruschev. Kruschev aveva una testa più piccola del normale all’epoca (courtesy of toto.da.ru)

La vena soprannaturale lo rese del tutto sprezzante della morte – ecco perché senza difficoltà cavalcò il terrore sovietico del 1917, ed ecco perché fece carriera nel locale Partito Comunista pur non applaudendo particolarmente a lungo i discorsi di Stalin (ho letto in un libro tempo fa che, in occasione di un certo discorso di Stalin, il primo funzionario del Partito che smise di applaudire venne giustiziato. Per questo motivo, i discorsi di Stalin erano seguiti da lunghissimi applausi, e pare che ci fosse un LP quadruplo con un discorso di Stalin con un lato riempito dai soli applausi. Ovviamente avanguardia totale, bisogno di possedere questo LP ormai a livelli irragionevoli, articolone su Blow Up, la rete impazzita).

Toto si fa rode il culo alla notizia della vittoria di Fogli a Sanremo 1982. Lui manco partecipava, ma i comunisti so' così, vonno tutto a modo loro sempre

Toto si fa rode il culo alla notizia della vittoria di Fogli a Sanremo 1982. Lui manco partecipava, ma i comunisti so’ così, vonno tutto a modo loro sempre

Tornando alla carriera di Cutugno, dopo le vicende demoniache ritornò a Mosca come capo del Ministero per il Collegamento con i Partiti Comunisti e Operai negli Stati Socialisti dal 1957 al 1967. Nel 1967 lasciò questo incarico per diventare capo del KGB e dedicarsi completamente alla musica, su raccomandazione di Michail Suslov.  Il suo mandato di Direttore del KGB fu tuttavia lungo, e si dimise solo nel maggio 1982, quando, con 22 milioni di copie vendute, fu promosso True Believer del Partito e Segretario Responsabile per gli Affari Ideologici.

La storia recente di Toto la conosciamo tutti. Dopo quasi un trentennio di buio seguito alla caduta del Muro di Berlino, nel 2010 Toto viene riscoperto da Bastonate e rilanciato nello stardom musicale. Negli ultimi tre anni – calcola la C.I.A. – è l’unico artista pop della stratosfera oltre a The Secret e L’officina della camomilla a vendere più dischi di quanti ne vengano scaricati. E pensare che i pezzi di Toto non sono manco su iTunes!

La celebrazione di ieri, di fronte a una platea commossa di vecchi commilitoni, è il giusto riconoscimento per un Artista che ha attraversato un’epoca intera di civiltà e pop italiano, sempre con la testa alta e il pugno chiuso. удача, Toto, e sempre grazie.

Kekko e Toto a Cesenatico nel 2010 dopo che Kekko gli ha detto che Ashared Apil Ekur avrebbe scritto un pezzo su di lui

Kekko e Toto a Cesenatico nel 2010 dopo che Kekko gli ha detto che Ashared Apil Ekur avrebbe scritto un pezzo su di lui

SANREMO DAY ONE – Brio e Qualità e la poesia di rivolta di Daniele Silvestri piccolo grande Autore

Ecco gli Shirataki di ZenPasta, i più seri candidati al soglio pontificio, e di certo il nostro preferito. Evviva magnà senza calorie!

Ecco gli Shirataki di ZenPasta, i più seri candidati al soglio pontificio, e di certo il nostro preferito. Evviva er magnà senza calorie! (courtesy of fotomontaggifattimale.wordpress.com)

Che palle er papa che si dimette, Daniele Silvestri squatter a Sanremo, c’hanno levato tutto

(Mia moglie Valentina guardando il Festival)

La faziata definitiva arriva non molti minuti prima delle ventidue – Daniele Silvestri di merda che irrompe sul palco con uno di quei tagli di capelli da stronzo che di norma hanno gli stronzi che prendono l’aperitivo al Necci al Pigneto (tipo Daniele Silvestri), con una dentiera nuova e scintillante tipo Shane McGowan, che vince il premio della critica con un pezzo geniale di NUOVO CANTAUTORATO IL LOCALE IL FOLKSTUDIO che si apre citando La società dei magnaccioni e parla – credo – delle manifestazioni a Via Merulana – Daniele Silvestri che, come se non bastasse, ha alle spalle un tizio che mima il pezzo con il linguaggio dei sordomuti (che chissà che stracazzo di motivo dovrebbero avere per vedere un festival musicale come Sanremo, se non sentono i pezzi e non possono urlare VAFFANCULO ogni tre minuti) – Daniele Silvestri che si augura che dei suoi due pezzi in gara (sic, cfr. oltre) rimanga in gara il primo (perché è comunista e PERICOLOSO e di rivolta), ed è accontentato dall’annuncio che E’ PROPRIO COSI’ – un annuncio dato da una sciacquetta ignota che ci tiene a far sapere tra le righe che è stata amante di Silvestri da molti anni.

Se c’erano tutti i presupposti perché questo festival fosse un brutto festival, e se pure il Papa aveva deciso che NO, questo no, l’avallo pontificio a un Sanremo intelligente non lo avrebbe dato a costo di dimettersi, l’inizio della gara mantiene le peggiori premesse. Tra la voce chioccia della Littizzetto, la Fondazione Salma di Mike Bongiorno che sostiene il Festival, l’uomo di Dalla che per far vedere che è l’uomo di Dalla, sì, ma non solo l’uomo di Dalla, anche lui è istrione, sopra le righe e scapestrato e perciò dice CESSO o CULO in diretta (non ricordo adesso) e la Ilaria D’Amico che je rode er culo più che mai – perché è Donna -, tra tutto questo, non si sa cos’è peggio. Forse è peggio Gualazzi (Cammariere meets Cremonini but worse), coi suoi dieci minuti de rottura de coioni intelligente? Forse il fatto che quasi tutti i pezzi hanno un attacco di fiati e un incedere scureggio-jazz? Forse che tutti i cantanti hanno – chissà perché – due pezzi in gara, uno dei quali viene brutalmente eliminato cinque secondi dopo l’esibizione, e perciò è palese che tutti hanno fatto un pezzo in cui credono e un pezzo di merda a tirà via? Forse il peggio è Silvestri (Venditti meets Silvio Muccino but worse). O forse il fatto che solo pezzi come quello della terrificante Simona Molinari (Nicky Nicolai meets Dolcenera but worse) in duetto con Jeff Porcaro ci fanno venire in mente parole tipo BRIO? Tipo CHE QUALITA’? Andate affanculo, và, tutte voi voci di merda, voi studenti di scuole di musica dove vi mettono in testa che la BUONA MUSICA è quella SUONATA BENE, dove per SUONATA BENE si intende un vecchio turnista coi baffi che suona un basso a sei corde tenuto altissimo, e lui non sbaglia una nota, neanche una dei suoi complicatissimi fraseggi che servono a sostenere tutta la musica di merda mai prodotta, tipo la Pausini la Molinari o Jaco Pastorius.

Certo, non proprio tutto è male assoluto. Marco Mengoni, con un look che potrebbe essere Jeff Buckley se non fosse morto ma anzi fosse vissuto fino ai trentasei anni che lo avrebbero consegnato per sempre all’avanspettacolo di localini misconosciuti, stupisce con un pezzone che è vera romanza, vero festival, e sì che non ce lo aspettavamo da lui, con un passato così teen-brutto (il secondo pezzo che ha fatto non me lo ricordo, credo neanche lui, ed era comunque fatto per perdere). La contestazione a Crozza, che perlomeno vivacizza le lunghe e ore del suo stanco numero.

I Marta sui Tubi, che qualche anno fa, colpevolmente, cercammo tutti quanti di farci piacere, arrivano coi baffi a fare la figura dei Monte Cazazza di turno, nominando nel pezzo (nel primo dei due, quello che va avanti) Sonic Youth e Motorpsycho, che è proprio una cosa così da fare, una cosa boh, perché a Marta sui tù, se davero conta così tanto pe voi sentirvi migliore del pubblico di Sanremo – cioè gente che paga migliaia di euro per poter vedere dal vivo uno spettacolo che non gli interesse e protagonisti dello stardom del calibro della valletta di Unomattina -, e intendete dimostrare questa superiorità scioccandoli con musica che non conoscono, a parte che basterebbe dire Bob Dylan e Tom Waits, ma comunque, se proprio, non usate le loffie e spremute megaband alternative degli anni ’90 e uscitevene, se ne siete capaci, con un ritornello che faccia tipo Oscar Wilde e gli Ungod e i Baxaxaxa e Benvegnù. Comunque sia, i Marta si beccano un BRAVI! dalla Littizzetto, un BRAVISSIMI DA FAZIO!, un BRAVI NON VI CONOSCEVO! ancora dalla Littizzetto, e un BRAVI QUESTI! generale dalla gente che ragiona, che non si arrende, e che non sosterrà Berlusconi alle prossime elezioni. Insomma, mi hanno fatto cacare.

Le loro urla stonate sono per fortuna cancellate da Maria Nazionale (Marisa Laurito meets Luisa Corna but worse), e da Chiara Galiazzo (figuriamoci, dormivo) che perlomeno ci garantirà un botto di accessi grazie al tag Chiara Galiazzo nuda. Tralascio per motivi di budget di commentare la coppia gay coi suoi cartelli (kekko ha accettato recentemente un finanziamento dalla Gay Mafia Italia e ci impedisce di esprimerci liberamente sul tema – infatti la mia penna è libera per il miglior offerente. Sono un campione negli articoli musicali e nella scrittura di ipotetici cartelli aggiuntivi per la coppia gay di Sanremo – potrei scriverne un milione di altri, peccato che voi non possiate leggerli), investita comunque da applausi e da sorrisi compiaciuti di donne commosse in platea   – comunque non fraintendetemi, Bastonate endorsa il matrimonio gay e quando finalmente anche da noi sarà realtà, anche noi ci sposeremo a due a due lasciando le nostre donne e questa faticosa attività di post carichi di odio.

Continua

PS Bastonate è in grado di darvi da oggi i nomi dei primi tre classificati (la giuria popolare has leaked): Malika Ayane, Elio e le Storie Tese, Chiara Galiazzo. Qualunque variazione sarà dovuta a rosicata della Rai che ha letto questo post e vuole smerdarci. Kill all the white people.

Sanremo Natzione – Road to Il Festival della Canzone Italiana 2013

Isso

Bisiongiada a suffriri po imbelliri

L’Italia è il paese che amo. No, davvero: quando vedo quelle facce di bimbi sardi posteggiatori nella Roma degli anni cinquanta o sessanta (ho visto un documentario su questo, sabato o domenica: massimo e rispetto e carineria totale per questo ragazzino emigrato dalla Sardegna, libera e fiera, a Roma, volgare e corrotta. Romani popolo di stronzi, molli e senza palle. Sardi uomini veri, sardi guerrieri, sardi eroi. Se l’America facesse la guerra alla Sardegna, rimarrebbe impantanata peggio che in Afghanistan. Lo sbarco dei Marines ad Arbatax. La breccia di Tortolì, l’apparente vittoria. E poi gli ISSOHADORES che al grido di ABARRA CUNFETTAU piombano sugli yankee sgomenti al passo di Talana; l’agguato, la fuga disordinata verso la trappola di Urzulei; gli spiriti delle montagne che assistono silenti e segreti al massacro – sa morte non jughet ojos – e la Sardigna Natzione, ancora e per sempre inviolata, che si richiude su se stessa), quando vedo i bimbi sardi, insomma, o la buona e brava gente della nazione che la domenica ad Ostia – così, senza verbo -, e si vede nei documentari la Via Appia com’era, il pane con la frittata, quanto abbiamo riso quanto abbiamo pianto con Macario, Tenacious Umberto D., e i mulini del Po, quando vedo o penso a tutto questo, insomma, mi pacifico nell’idea di un paese non necessariamente brutto e assurdo e vergogna d’Europa, coi suoi cineasti disoccupati e le tensioni sociali, e i Baustelle che si potrebbero vendere all’estero e la ruga della Fornero assetata del sangue dei vecchietti. Questo paese non esiste più – ucciso dal ’68, da Tangentopoli, dai telefoni cellulari ; questo paese tuttavia avrebbe ancora un piccolo spazio, quello del palco dell’Ariston, se non che lo Stato Ladro Bastardo e Porco, nemico di noi giovani, vuole toglierci anche questo.

Il programma del Festival di Sanremo 2013 è quanto di peggio si possa immaginare, è un vero attentato a tutto ciò che siamo, e questo a partire dall’incarico di conduzione affidato a Fabio Fazio. Fazio, roito umano, disprezzabile falso-buono che al grido di SORTE CURREDE E NON CUADDU, no, che dico, scusate, al grido di LA MUSICA DI NICCHIA entra a gamba tesa sui nostri ricordi e mette di fatto una fascetta con una frase di Roberto Saviano sulla copertina del nostro concorso musicale. Il programma è naturalmente risibile, del tutto spogliato della CANZONA e della ROMANZA, e prevede una infilata di soggetti vecchi nel 1996 (Daniele Silvestri, gli Almamegretta, Max Gazzè) o, se va bene, nel 2002 (Marta Sui Tubi), e ancora quei riccardoni rottinculo cacata infame merda morte male di Elio e le Storie Tese, scorregge jazz (Raphael Gualazzi, cioè uno di quelli di cui si dice ELEGANTE) , una esponente della female mongoloid-wave italiana (Malika Ayane) e quel bambacione di Cristicchi, i cui capelli phonati gli sono sufficienti per essere considerato intellettuale (sono l’unico a ricordare che tipo Wire, anni fa,  in un giorno in cui evidentemente avevano finito la birra e dovettero ubriacarsi di piscio, dette tipo SETTE al primo album di Cristicchi? Io non so se questa cosa me la sono solo sognata – temo di no -, ma che non leggo più Wire è un fatto). Completano il quadro strani tizi che non conosco – quindi vengono dai reality, e tra di loro bisognerà cercare il vincitore (se non sarà Elio) -, e unici passabili tale Maria Nazionale, il cui aspetto da vaiassa promette un pezzo come si deve, e i Modà con il loro cafard-rock di cuore.

A rendere tutto ancora peggiore, il fatto che – apprendo da Wikipedia – ogni concorrente eseguirà anche un BRANO scelto tra i GRANDI BRANI del passato, e gli abbinamenti sono tutto un brivido lungo la schiena, tipo abbiamo Daniele Silvestri che rifà Dalla perché si pone a erede di Dalla (appena morto e gay, giù applausi, qualcuno si alza, si alzano tutti); gli Almamegretta che rifanno Celentano, perché a sorpresa e comunque eredi di Celentano (appena morto e gay, giù applausi, qualcuno si alza, si alzano tutti); Chiara Galiazzo (DA FUCQ?!) che rifà Mia Martini (morta e mai dimenticata, grande Mia, vai Mia, che strazio, giù applausi, qualcuno si alza, si alzano tutti); Elio e le Storie tese che rifanno Un bacio piccolissimo (che eleganza, che riscoperta, ecco il piccolo mondo del cabaret, ecco le influenze della Musica Migliore, giù applausi, qualcuno si alza, si alzano tutti);  Maria Nazionale che rifà Perdere l’amore (omaggio a Napoli e alla sua solarità, Napoli è Napoli, terra della canzone,  giù applausi, qualcuno si alza, si alzano tutti); e così via, giù giù fino all’ecatombe di Marco Mengoni che rifà Tenco, la canzone del festival a cui si sparò, che è insieme brivido e lacrima, un ritrovarsi e un commiato, addio piccolo principe, grazie, ciao Tenco, arrivederci Tenco, ciao Luigi ciao.

Sotto i peggiori auspici, tra poco inizia il Festival della Canzone Italiana. Noi ci saremo. E che il Dio del melodramma abbia pietà dell’anima nera di Fazio.

Ma, sebbene verso la fine della battaglia gli uomini sentissero tutto l’orrore della loro azione, – con gioia avrebbero voluto smettere, – la forza dei malloreddus, incomprensibile e misteriosa, continuava ancora a condurli, e gli artiglieri, madidi di sudore, macchiati di polvere da sparo e di sangue, rimasti vivi nella proporzione di uno a tre, pure incespicando e ansimando per la stanchezza, portavano le munizioni, caricavano, puntavano, davano fuoco alle pecore; e i proiettili sempre nello stesso modo, rapidamente e spietatamente, volavano dalle due parti e straziavano mamuthones e issohadores, e continuava a svolgersi quell’opera terribile che si compie non per volontà degli uomini, ma per volontà di Colui che regge le sorti degli uomini e dei mondi. Chi avesse guardato le retrovie disordinate dell’esercito sardo, avrebbe detto che, se gli americani avessero fatto ancora un piccolo sforzo, l’esercito sardo sarebbe scomparso; e colui che avesse guardato le linee retrostanti degli americani, avrebbe detto che se i sardi avessero fatto ancora un piccolo sforzo, gli americani sarebbero stati perduti. Ma né gli americani né i sardi fecero questo sforzo, e la vampa della battaglia si spense lentamente