Addio vecchio 2013, ciao 2014! Il libro dei fatti 2013: dischi, persone, golosità, stronze, chiesa di † SHAYTAN †

#IOSTOCONSATANA

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Firenze mare/Ridin on a wet night. Il 2013 è l’anno in cui sono diventato padre. È inoltre l’anno in cui ho perso un caro amico, e indossato per la prima volta i vestiti che avevo voglia di indossare, senza sentirmi giudicato. Tutte queste cose rendono il mio punto di vista avveduto e corretto, e a tutte queste cose sono ispirate le considerazioni di fine anno che ho condiviso con gli altri tizi di Bastonate (ho mandato una mail trenta secondi fa a FF dicendo che avrei pubblicato questo pezzo, senza specificarne il contenuto, e poi facendo gli auguri di buon anno), e che ho sviluppato partendo dalla frase

Il depressive black fuso col funeral doom

Che ho letto su Wikipedia oggi pomeriggio.  Considerazioni sull’anno appena trascorso.

 Evento morte-male dell’anno: probabilmente c’è stato di peggio, è vero, ma un po’ per pigrizia, un po’ per sincera indignazione, io voto per la stronza che ha scritto che è ok far male ai gattini per sperimentare le stronze medicine che l’avrebbero salvata, come se le vite umane valessero più di quelle animali, come se quella vita in particolare fosse rilevante, in qualche senso. Ok, ho detto qualcosa di pesante, ho detto che la vita umana non ha valore: ma a parte che

Il depressive black fuso col funeral doom

c’è anche da dire che io sono cattolico, e inoltre ho letto 143 libri dal 1993 a oggi, e quindi certe cose posso permettermi di dirle; voi, che cazz’è, siete comunisti e disprezzate tutto, vi mandate i gattini via facebook tutto il giorno, e d’improvviso vi sentite le lacrime agli occhi per una vita, una vita salvata, e soprattutto vi sentite pronti a prendere parte a un dibattito il cui senso profondo non è altro che

Il depressive black fuso col funeral doom,

o forse sì, c’è dell’altro, ed è il disperato bisogno di esistere in questo bacato mondo social che fa twittare per essere viral anche nel peggiore dei momenti. Esco fuori dalla metafora (perché non la capite; sempre che io abbia fatto una metafora, perché non ne sono certo) e dalla scrittura creativa di alto livello (perché non la meritate; a proposito, ho lasciato per ora a metà Doctor Sleep di Stephen King, se no stavamo a 144) e dichiaro che il punto non è neanche prendere una posizione – la questione è ovviamente controversa, piena di contraddizioni, amo le mucchine ma a mio figlio do gli omogeneizzati e altre banalità -, ma soltanto esprimere disprezzo e valanghe di merda per una sciocca provocazione. La RICERCA. Ma annate affanculo.

(Il depressive black fuso col funeral doom)

Insulto dell’anno: “cane fascista” detto al povero FF/kekko per aver scritto che il Criber è “brutto e stupido come suo padre” (cioè come il Faber). TROLOL dell’anno: l’avevo scritto io.

Genere musicale morte-male dell’anno: non so se è propriamente “dell’anno”, ma sto faticando a venire a patti con questa storia che il black metal sta diventando pian piano un genere per ragazze, prendi i Liturgy, prendi i Deafheaven che spopolano nelle classifiche di fine anno e osano addirittura una copertina rosa, con la parola “SOLE” dentro. La cosa che mi turba non è tanto il fatto in sé – la moda prima o poi si porta via tutto -, quanto il fatto che, così facendo, il black metal ne beneficia grandemente, così come il post-rock, così come lo shoegaze, tutti generi morti e senza speranza da dieci anni almeno, che adesso messi tutti insieme tutto sommato fanno dei bei dischi. Lo so, i veri duri non lo ammetteranno mai, black metal ist krieg ecc., e pure a me piacciono le bottone tranvatone tipo i grandiosi Black Faith che – lo ricordo, perché ai più giustamente è sfuggito, mi hanno sfanculato su queste pagine perché volevo scriverne bene (avevano ragione loro: io sono un cazzone coi chinos che abbina i colori, e bestemmiare la Madonna non mi renderà una persona migliore) -, ma in fin dei conti, questa è grande musica, nonostante i tagli di capelli, nonostante

Il depressive black fuso col funeral doom.

Altri dischi dell’anno (tutti grossomodo ascoltati tra Santo Stefano e oggi): il disco dei Lumbar, dummone così dummone che non credevo nemmeno esistesse più; Castevet, una cafonata black/hardcore; Power Trip, un’altra cafonata; direi anche The Underground Resistance dei Darkthrone; e basta, perché tutte queste cose hard-metal le sto dicendo per essere bastonatamente rispettabile, mentre la verità è che amo e adoro, sono pazzo di Muchacho di Phosphorescent, un cazzone hipster che dovrei detestare e invece amo perché, con quest’album, ha abbandonato il pallido country-folk che faceva prima, producendo un capolavoro di synth-stupid pop vendittiano, un album di ballate patetiche e strappalacrime, Ride On/Right On è la sua Comunista al sole e una canzone toccante come Song for Zula non la sentivamo dai tempi di Miraggi. Poi per quell’aria Bret Easton Ellis non mi dispiace neanche l’album di Sky Ferreira, ma non l’ho veramente sentito; e quello di Kanye West, e Lorde, e Josh Ritter, e Vanessa Paradis, e il Criber e Samuele Bersani e

Il depressive black fuso col funeral doom.

Altre categorie:

attività-morte/tristezza dell’anno: l’editoria, soprattutto in Italia, soprattutto dopo l’affermarsi della categoria “prodotto culturale”

momento-mentecatto dell’anno: l’ideazione e la messa in atto (#psicanalisi) di Masterpiece

E, per un momento di benessere e serenità:

canzone dell’anno: Kathleen di Josh Ritter nella particolare versione suonata da me con una vecchia chitarra classica scordata, che il mio figlietto di sette mesi sembra amare molto <3

PS – No, scherzavo, Bersani non mi piace, Bersani è una mignottopalla come poche altre cose. L’ho sentito da Fazio poco fa. Che palle, ancora con gli antidepressivi, ancora con la psicanalisi. Per il 2014,  non chiedo che poche cose, la fine dei social, la fine de quelli che vanno dallo psicologo e poi dopo un po’ stanno meglio e allora vanno in botta di psicanalisi e vivono tutto psicanalicamente, psicanalizzando tutto, innamorandosi di se stessi. Chiedo cose da nulla, insomma. Magari un tour dei Lumbar.

La pesantata del venerdì: CINQUEMILA DATTILOSCRITTI TRA CUI IL NUOVO FONTAMARA

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Dal 17 novembre Masterpiece (1) ti aspetta ogni domenica in seconda serata su Rai3, dice. Già così e triste, e non avete letto il resto. Da un’idea di FremantleMedia per Rai3, in collaborazione con RCS, nasce Masterpiece, il primo talent show per aspiranti scrittori che competono per realizzare il sogno della vita: pubblicare il loro romanzo con Bompiani.

Sono nato nel ’77, non fate battute, voglio dire che non ho mai vissuto una corrente letteraria italiana rilevante in tempo reale, almeno a quanto ricordo ora. Nessuno della mia generazione ha mai appeso un manifesto da qualche parte per spiegare di cosa si sarebbe occupato, almeno a grandi linee. E quindi non ho la più pallida idea di cosa volessero o provassero le persone nel primo novecento, ma a occhio e croce penso che la maggior parte di quella gente non aspirasse a pubblicare il proprio romanzo con Bompiani quanto piuttosto a -non so- scrivere una cosa che spaccasse la testa ai contemporanei, o una cosa bella, o una cosa che fosse una cosa che avesse un senso in quel momento lì in cui la scrivevi. Probabilmente sono io, certo. Voi che ve ne siete fatti della liberazione dei formati? Come avete sfruttato il fatto che chiunque potesse leggere la vostra merda senza necessariamente dover essere pubblicati da un editore non-a-pagamento? Un cazzo? Anche io. Il piuttosto lucido Jacopo Cirillo (2) dà una sua idea della cosa qui, in modo volutamente fazioso e antipatico e salvato dal fatto che, cristo, mica gli puoi dire che ha torto.

Mi interessava molto anche quell’altra storia, quella di mio nonno che io non ho mai conosciuto ma questa storia me l’hanno venduta sette o otto volte. Mio nonno attaccava pezze a chiunque. Attaccare la pezza in romagnolo vuol dire che vai da una persona e la inizi ad impezzare, perché io dalla Romagna sono uscito poche volte e faccio fatica a spiegarlo però una volta l’ho scritto e facciamo che va bene quello che ho scritto l‘altra volta. Attaccare la pezza (3) si usa quando una persona inizia un discorso estremamente personale, nel senso diretto proprio a TE, del quale ti interessa poco o nulla o comunque non tanto da giustificare il tono confidenziale ed eccitato che la conversazione sta prendendo. Da qualche altra parte in Italia attaccare la pezza vuol dire credo attaccar bottone con una tizia o cercare una rissa, in Romagna si usano altre parole per queste cose. Puoi attaccare la pezza allo scopo di attaccare bottone con una tizia, ma sono due cose diverse -e se la tipa dice che le hai attaccato una gran pezza in genere significa che avrà cura di evitare una seconda conversazione con te e quindi di fatto se le hai attaccato la pezza non sei riuscito ad attaccare bottone. Esiste anche il corrispondente per definire chi attacca le pezze a getto continuo, cioè il cosiddetto attaccapezze. Nessuno vuole un attaccapezze nella compagnia perché tende a non sfangarsi e spezzare la bolgia e insomma alla fine ti scoppia la faccia. Questo a meno che non si consideri la pezza anche in una eventuale accezione positiva, tipo i venditori che ti attaccano una gran pezza e poi riescono appunto a venderti le cose, o quelli che non fanno mai morire la conversazione e a volte la conversazione è bello che non muoia. Ecco, mio nonno era un attaccapezze nell’ultimo modo, dicevano che non stava mai zitto e faceva quel lavoro lì, non il venditore, beh faceva il mezzadro, ma attaccava anche la pezza. Poi di punto in bianco mio nonno ha smesso di parlare. Non è stato per una malattia o un incidente o tre giorni prima di morire. Un giorno ha finito il discorso e non ha più parlato. Due settimane dopo qualcuno ha iniziato a pensare che qualcosa non andava, ma è difficile affrontare queste cose. Mio babbo un giorno s’avvicina e glielo chiede: babbo, ma com’è che non parli più? Mio nonno fissa mio babbo per venti secondi e poi risponde SAOIDADEI, l’accento va sulla E chiusa e muta e non è giapponese ma sempre dialetto romagnolo per cosa devo dire?.

Mio nonno, qualcuno disse, aveva finito gli argomenti. A me piace pensare che a un certo punto decidi che devi dire solo cose interessanti e perdi interesse nelle cose e allora non dici. Oppure non ti piace più sentire la tua voce. Io con la mia voce ho un sacco di problemi, soprattutto quando la sento registrata mi sento il più cretino di tutti e forse lo sono –voglio dire, le voci registrate delle altre persone sono uguali a quelle live, quindi immagino anche la mia, che bello, grazie mamma per queste corde vocali. (4) Dicevo: il reality degli scrittori. Cinquemila dattiloscritti presentati, Massimo Coppola sarà il COACH, Andrea de Carlo tra i giudici. Continue reading