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LIRBI #5, ovvero Vita nei boschi

invito

ELGGERE è farsi domande. Tipo dove vanno le paperette quando il lago si ghiaccia, cosa c’è oltre le colonne d’Ercole, ma gli zingari dove trovano i vestiti da zingari e perché, perché al mondo nessuno compra libri giammai, ma poi la gente affolla gli stand Einaudi e Adelphi al Salone del Libro di Torino dove è entrata pagando un biglietto, e perciò finisce per comprarli nell’unica occasione all’anno in cui costano di più. La risposta a tutte queste domande e a qualsiasi altra eventuale è il BOSCO, è la MONTAGNA, è, in altre parole, la FSIDA con se stessi (che a proposito, da qualche tempo pare si scriva sé stessi che se no si confonde con il se stessi interrogativo, un probrema – cioè problema come dicono i napoletani con la r moscia ossia tutti – che oserei definire del cazzo, giacché nessun italiano se lo è davvero mai posto ed è inoltre pressoché impossibile confondersi, tipo, chi mai potrebbe leggere una frase come “Vivere nei boschi è una sfida con se stessi”, senza accento, con intonazione tipo “Vivere nei boschi è una sfida con – se stessi?”, se stessi  a fa’ che? E se mandassi affanculo l’accademia della crusca, piuttosto?), il superamento delle convenzioni, il rifiuto della vita occidentale che altri ci hanno imposto e tutto questo genere di cazzate che la nostra società autoreferenziale e senescente produce e/o abbraccia a profusione. Il collegamento tra BOSCO e MONTAGNA per me è ovvio, nel senso che a mio giudizio non esistono boschi che non siano al tempo stesso in montagna (l’ate mai visto un bosco ar mare? Ma vaffanculo và) e non esistono montagne che non abbiano un bosco, almeno fino a una certa altezza, o altitudine, come si dice. Sia boschi che montagne hanno prodotto grande e piccola letteratura, e questa è la ragione per la quale questa puntata di LIRBI è dedicata ai lirbi sui boschi e sui monti, possibilmente su entrambe le cose assieme. Ci è voluto tanto dalla scorsa puntata perché avevo bisogno di leggere i libri, prima  – no, è una bugia: è che sono pigro, non leggerei mai appositamente per scrivere libri, perché leggere, ricordatelo sempre, è un regalo che si fa a – se stessi?

Henry David Thoreau, Walden ovvero Vita nei boschi (svariati editori, pp. 300/400, euro in genere pochi)

Andai nei boschi per vivere con saggezza, vivere con profondità e succhiare tutto il midollo della vita, per sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. E nell’anno che ci ha portato via Robin Williams, un eroe, non Spielberg, non Stephen King, nondimeno un eroe, rileggere l’abusatissima citazione resa nota – almeno alla mia generazione – perlopiù dall’Attimo fuggente, diventa tutta una faccenda di commozione, di commiato. Ho usato le parole faccenda e commiato perché influenzato dalla prosa ottocentesca di Thoreau che, a parte le pippe sui lucci e gli ammorbi sulle piante, è autore di questo grandioso inno di libertà, libertà nel senso più puro di individualità, di DESTRA, insomma, di non tarpate le mie ali con fregnacce cattocom tipo quote rosa o altre limitazioni al talento, che nei decenni a seguire ma soprattutto in tempi recentissimi è caduto nelle mani degli ambientalisti faciloni che lo hanno preso a simbolo di tutto ciò che è sbagliato. Che poi tutti prima o poi ci fanno un pensierino, ma pensate che rottura de coioni titanica sarebbe vivere nei boschi, che senza energia pure pure, senza acqua ok (chi se lava?), ma Dio bono, senza internet no. (Thoreau – voto 8 – non aveva internet manco a casa, perciò noia per noia tanto valeva buttarsi sui lucci. Per lui era più facile. Alle prossime elezioni voto repubblicano).

Mauro Corona, Nel legno e nella pietra ovvero Vita nei boschi (Mondadori, pp. 332, euro 5,00)

Di Mauro Corona si sente la puzza di sudore attraverso lo schermo, ma la cosa che rende davvero difficile approcciarsi a lui e alle sue braccia nude è l’aria “Dimme Quarcosa de Saggio” che hanno le persone che sembrano apprezzarlo. Ho sorpreso più di tutti me stesso iniziando a leggere questo suo libro appositamente per questo pezzo  (credo fossi alla ricerca di un facile bersaglio) e non trovandolo male. Nel senso: sono oltre novanta racconti di tipo una pagina l’uno in cui ricordi dell’autore vagamente collegati dal tema “montagna” sono evocati in modo che sembrano voler dire qualcosa senza in realtà significare un cazzo. Come la maggior parte della letteratura e della poesia, ok, ma con il pregio non indifferente di essere scorrevoli e tutto sommato di poche pretese. Tipo caghi e te ne fai due o tre. Highlight quello dove lui ha letto Walden (vedi sopra), e perciò lascia moglie e figli e se ne va a vivere in una baita, ma ha paura del buio e si costruisce dei pupazzi di legno che gli fanno ancora più paura e perciò li getta nel fuoco (altri, invece, se li fregano i turisti quando lui torna a casa, tempo dopo). (Giuro, è così, è un buon 7 e sembra scritto da Caizzi se Caizzi fosse un montanaro e non un genio della musica)

Sylvain Tesson, Nelle foreste siberiane ovvero Vita nei boschi (Sellerio, pp. 253, euro 16,00)

A Walden di Thoreau capita, come capita ai libri belli in quel particolare modo che oltre a essere belli sembrano anche più semplici di quello che in realtà sono (voglio dire: leggi una Emily Dickinson e puoi volentieri fermarti agli uccellini e al mare apprezzandola lo stesso e senza venire sfiorato dalle leggi regolatrici del cosmo), di generare schiere e schiere di imitatori. Uno è il pirla di Into the Wild, che poi alla fine dispiace, un altro – molto peggiore – è questo vincente totale di Sylvain Tesson – un francese di merda che ha un lavoro fichissimo (tipo il giornalista culturale, una roba così) e però è inquieto e vestito Quechua (forse meno cheap di Quechua) e con le scarpe con le dita fa i trekking attorno al mondo mostrandosi anima vagabonda, figlio della notte e delle stelle, abbracciato dalle sue mille e più compagne mentre egli sfugge, richiamato da quel richiamo che Chatwin chiamò della Malinconia, e già conobbero gli Ulissi, i Marco Poli. MA MUORI STRONZO, è quello che gli direi io facendo irruzione nella capanna siberiana dove lui è andato a vivere per alcuni mesi, portandosi una lista di letture estetica e rompicoglioni (c’è l’elenco nelle prime pagine) e con il palese interrogativo QUANTA NE BECCHERÒ AL RITORNO? che ne guida l’agire come la stella polare guida i suoi sogni. Il problema è che una cacata del genere ha la sua piacevolezza  (una sorta di fastidio che ti fa godere) e trovare già questo in un libro è qualcosa. (6 ad ogni modo, ma 9 se chi legge è femmina).

Thomas Mann, La montagna magica ovvero Vita nei boschi (Mondadori, pp. 1065, euro 60,00)

“Ma no, non magica, incantata”, pensa lo stronzo non aggiornato che NON SA che la traduzione di Der Zauberberg, anzi, DEL Zauberberg, come direbbe un critico italiano, è stata aggiornata. Con una pippa mentale che tutto sommato mi sento di condividere: incantata è passivo, magica è attivo. E da questo spunto, un becerone che ha letto anche La morte a Venezia parte con le battute e non la smette più. In ogni caso, la mia copia è un Meridiano Mondadori costosissimo a cui a un certo punto mancano delle pagine, cioè, tipo da pagina 734 in poi ci sono ripetute le prime 64 pagine, tipo. METALETTERATURA?, FOSTER WALLACE?, o solo un’altra sciatteria del PAESE DEI RENZUSCONI? Io non lo so, io me ne fotto, ma La montagna magica, a prescindere da questo dettaglio di vita personale – che comunque mi impedirà per sempre di finirlo – è una rottura de coioni unica e leggendaria, io pensavo parlasse di caccia selvaggia e demoni nei boschi, e invece parla di malati di tisi. La magia sta nel fatto che la tisi viene anche al lettore. (Voto 8 ai medici che hanno sconfitto la tisi, voto 0 alla Mondadori dei Renzusconi che non solo m’ha messo le pagine sbagliate, ma ha pubblicato un altro Meridiano in cui c’è sempre La montagna magica ma in più anche La morte a Venezia, il tutto allo stesso prezzo, in segno di disprezzo e di gigantesco VAFFANCULO a me in persona)

Reinhold Messner, La vita secondo me ovvero Vita nei boschi (Corbaccio, pp. 333, euro 16,90)

Reinhold Messner è duro come il cazzo – dico, non nel senso dei genitali, ma ho personalmente questo modo di dire che qualcosa è qualcosa come il cazzo, quando voglio fare un complimento, e so che prima o poi me ne uscirò con un Direttore lei dirige come il cazzo, e sarà solo l’inizio dei miei uai, cioè “guai” come lo dicono i napoletani. Che poi cosa farò quel giorno?, chi lo sa, ma da quando ho letto un lungo estratto di questo libro di Messner sul Foglio (il Foglio è il giornale dei Renzusconi che io compro ormai solo per non deludere l’edicolante che me lo fa trovare quando il sabato mattina vado lì a comprare Vanity e la collezione dei dinosauri per mio figlio – questo sia detto con la piccola speranza che l’edicolante legga e non me lo faccia più trovare ma senza farmelo pesare, così, per sua scelta) ho capito che la mia vita non è la mia vita, cioè quello che faccio oggi (bene come il cazzo, devo ammettere), bensì la MONTAGNA. La MONTAGNA che ti scruta, non perdona, ti sovrasta e te se magna, un po’ come dice lo stesso Messner qui e lì in questo consigliatissimo BUCH. Quando ero piccolo ritenevo che Messner fosse un idiota, credo sulla sola base di un commento buttato lì da mia madre vedendolo in tv. Invece scopro oggi – e invito voi a scoprire – che Messner è un eroe, altoatesino come il cazzo, uno che nella vita ha sofferto, ha lottato, ha rispettato i vecchi e la MONTAGNA e ne ha avuto in cambio quel non so che a cui allude, ma che non dice mai, in questo pur bellissimo libro. O forse lo dice, è che nell’estratto non c’era. (Comunque 9)

LIRBI corti #6 – Mauro Corona, Una lacrima color turchese

Nota metodologica: LIRBI corti è la versione di LIRBI che si occupa di recensire libri sulla base delle prime pagine lette scrupolosamente in biblioteca (cioè scaricate da Amazon e scorse due secondi)

corona

Non sono sicuro di sapere chi sia Mauro Corona, né di volerlo sapere. Quello che so è che questo libro è dedicato Al Papa Francesco. Che Dio lo aiuti (santo Dio. “Santo Dio” lo dico io, non è nella dedica), e alla pagina seguente sfoggia svergognato epigrafi di Mishima e Čechov, scelte accuratamente tra le poche cose banali e sciatte scritte dai due. Che poi anche io metto epigrafi di Wittgenstein prima delle recensioni dei dischi, ma che c’entra. Dalla prima pagina veniamo a sapere che il luogo in cui si svolge la storia (o quel che è contenuto in questa COSA che non chiamerò “libro”) si chiama baita del Ghiro, che l’autore si definisce solo soletto e balordo, dice che la storia PRINCIPIA (un verbo scelto così, tanto per) e che scriverla è una roba che urge. La montagna come caminetto, il Natale perpetuo, gli animali del bosco come amici. Ma andatevene tutti affanculo, lettori e il Papa Francesco compresi. (Voto meno ottantacinque. Poi un giorno nei boschi incontrerò Corona e sarà un grosso e piangerò per il senso di colpa consolato dalle sue forti braccia montanare).