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la rubrica pop di bastonate che oggi chiameremo BIRRA E CAMOGLI RELOADED

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L’ondata di riletture (non riabilitazioni, né rivalutazioni, né sdoganamenti: riletture) che ha seguito il ventennale di Hanno Ucciso l’Uomo Ragno, celebrato non si sa bene per quale motivo in pompa magna, aveva bisogno di un necessario riflusso. Quindici anni di internet mi hanno reso abbastanza sgamato in queste cose da riuscire a decodificare le dinamiche di base secondo cui la vicenda. Amo gli 883 e ne ho più volte ripercorso la carriera, in termini quasi sempre di autoanalisi. Non voglio convincere nessuno del fatto che gli 883 sono il più grande gruppo di musica italiana mai esistito, non lo sto sostenendo, non credo che ogni cosa scritta e incisa da Max Pezzali valga i soldi. Alcune cose sì. Mi piace pensare esista una ridottissima bibliografia essenziale che fissi le coordinate di quel che è il discorso di rilettura dell’opera degli 883: partire con un pezzo di Zingales su Blow Up (#86/87, luglio 2005) che racconta a grandi linee l’epopea di Repetto e Zucchero filato nero, completare con un pezzo sempre su Blow Up firmato da Massimo Balducci (#169, giugno 2012) in occasione del ventennale. A questi aggiungere Matteo Cortesi  qui sopra, (immodestamente) chi firma sempre qui sopra. Colasanti su Rolling Stone (il numero sui 100 dischi italiani), un lucidissimo articolo del Collettivo Carmine miracolosamente sopravvissuto alla scomparsa di Vitaminic per via di un innocente reblog integrale su MaxPezzaliBlog. E naturalmente lo straordinario Mattioli su Vice, il cui salvifico intervento in zona Cesarini rimette tutto sul piano cognitivo del verosimile dopo una sostanziale esplosione di pareri (per buona parte stupidi e offensivi) nel giro indie ai tempi del ventennale di HULUR.

Lo stesso Collettivo Carmine per certi versi disse molto quando decise di chiamare un articolo Tutelare il Pezzali dal ventennale. Non necessariamente sarebbero d’accordo, ma tutto quello che c’è di buono nell’opera degli 883 può essere riscalato e contenuto nel lato B di Hanno ucciso l’Uomo Ragno: la title-track, Con un deca, Jolly Blue, Lasciati Toccare. Il lato B di HULUR è come i Talk Talk che intitolano il primo disco The Party is Over.  Il lato A di Hanno ucciso l’Uomo Ragno non vale manco un terzo del lato B, il successivo Nord Sud Ovest Est, nel suo complesso, vale ancora meno. Dalla fine del lato B di HULUR la scrittura di Max Pezzali si fa viva solo in alcuni episodi sporadici: nel successivo Weekend e Rotta per casa di Dio, il maschilismo forse-repettiano appena celato in Sei un mito, poco altro. Sprazzi di genio in mezzo a un mare di cafonaggine e crisi creativa già nel successivo La donna il sogno e il grande incubo: Ti sento vivere, secondo le parole di Cortesi “in assoluto uno dei pezzi più terrificanti di sempre, al contrario del titolo, un sentore di morte come manco nel backstage dei Mayhem quando dead inalava il fetore di carogne di animali prima di cantare”, e naturalmente Gli anni, forse la massima espressione dell’uomo Pezzali e del Pezzali uomo. L’ultimo bicchiere per Nikki, La dura legge del gol, La regola dell’amico (per un bizzarro momento daftpunkiano nell’ultima strofa), la straordinaria Nessun rimpianto che si rigioca la partita di Ti sento vivere al negativo. Dopodichè si va a cercare le cose col lanternino e più in virtù della simpatia che si prova per l’Uomo che per effettivo interesse dei pezzi in catalogo. A conti fatti, dove la rivalutazione degli 883 genera mostri, la rilettura genera quantomeno una buona compilation. Naturalmente solo se siete quel genere di persone; vi è consentito odiare a spada tratta gli 883 e Pavia e tutto quello che viene messo sulla bilancia se si parla di queste cose. È una posizione critica del tutto rispettabile che ha a che fare con scelte importanti e perentorie (rifiutare la poetica del titanismo, abbracciare il lato oscuro, sbattersene della musica italiana, concepire sistematicamente l’extragenere come trash). Non sono d’accordo con voi, ma sono scelte che rispetto.

La rivalutazione degli 883 ha generato mostri, dicevamo. Tre episodi in particolare hanno posto fine ai termini di ragionevolezza entro i quali rileggere gli 883 nella storia del pop: il primo è Con due deca, compilation-tributo messa insieme da Rockit (in sede di recensione scrissi “Un album di cover indierock degli 883 che negli episodi migliori è insufficiente (Colapesce, Dargen d’Amico) e si completa di rendition che passano da triste (I Camillas, Egokid) a sbagliatissimo (I Cani, Carpacho) a insultante (Casa del Mirto, Amari), poi c’è una cover di “Weekend” fatta da Maria Antonietta. A conti fatti, l’unico che non ne esce con la reputazione a fettine è Max Pezzali: solo De Andrè è stato omaggiato in maniera così squallida.”). Il secondo è la reissue di HULUR per il ventennale con tutti i pezzi rappati e l’aggiunta dell’inedito Sempre noi con J-Ax (uno che ci aveva già provato e fallito miseramente con l’inqualificabile scippo di Deca-Dance): nel migliore dei casi una L.H.O.O.Q. a buon mercato, nel peggiore una rapina di immaginario o ricontestualizzazione non richiesta e portata a termine senza alcuna cura per le eventuali vittime della cosa (primi tra tutti i pezzi originali). Il terzo è la ricomparsa di Repetto che “spiega” gli anni dell’assenza dalle scene e torna alla ribalta come attore di teatro indipendente, businessman di successo e possibile palla al centro per la reunion di una fantomatica “formazione originale” degli 883, non si capisce nemmeno –anche in questo caso- sulla pelle di chi (come del resto fu il passaggio della sigla da 883 a Max Pezzali, dieci anni dopo l’uscita di Repetto; a un certo punto su Wikipedia stava pure scritto che gli 883, dopo l’uscita dal gruppo di Max Pezzali negli anni duemila, avevano deciso di sciogliersi; magari c’è ancora).

L’ultimo atto di questo processo di ricontestualizzazione è l’uscita, appena qualche giorno fa, dell’ultima compilation degli 883. Ultima sia in ordine di tempo che nel senso di disco d’addio alle scene di Pezzali, sempre a dar retta a certe voci, e quindi interessante nel suo voler essere in qualche modo testamento spirituale della vicenda (immagino che il fatto che ultimamente gli artisti escano dalle scene e si rimangino puntualmente la parola dopo tre anni non tolga drammaticità al gesto in sé). Il disco si chiama Max 20 ed è composto da venti brani: cinque sono inediti, due dei quali scritti con Repetto; gli altri sono pezzi del repertorio Pezzali/883 reinterpretati assieme a nomi di spicco della canzone italiana. Questa che state leggendo, in linea di principio, è la recensione del disco traccia per traccia. Per quanto mi riguarda, in ogni caso, è l’occasione per regolare dei conti personali ancora in sospeso. Finita la moda del rivalutare quei dischi e quegli anni, rimane l’idea che per NOI (un gruppo di appassionati di cui decidete voi se far parte o meno) il ripescaggio indie degli 883 ha affiancato al nemico di sempre (chi li tratta con sufficienza e senza il dovuto rispetto un Max Pezzali in quanto sfigato) una nuova razza di amanti acritici e incapaci di comprendere una Jolly Blue qualsiasi. (altro…)