Crea sito

Recupero una cosa che ho scritto l’anno scorso

 

tp
Tuono Pettinato

Ho scritto questo pezzo a settembre 2013; poi la vita ha preso il sopravvento e questa roba è rimasta da qualche parte nel disco locale di un pc allo stremo delle forze. Nessuna ricorrenza da celebrare; Distal è uscito un giorno qualsiasi del 2011 (forse in primavera ma non ne sono certo), la loro prima data italiana (uno dei quattro/cinque concerti più belli che ho visto in tutta la mia vita) novembre 2011, Knots è dell’anno scorso e non ricordo il giorno preciso in cui hanno annunciato lo scioglimento (so solo che è stato presto, troppo), ma i Crash Of Rhinos sono stati in un certo senso l’ultimo gruppo che io abbia amato. Fino al prossimo (forse, mah, boh), che però tarda ad arrivare.

Per chi ha saputo cogliere, Distal è stato l’equivalente di un miliardo di pugni nello stomaco, la cristallizzazione esatta del momento in cui ti rendi conto di essere vecchio abbastanza da rimpiangere una parte ben precisa della tua vita che è passata ormai da tempo e non tornerà più se non attraverso il filtro distorto e rassicurante dei ricordi. È stupido dirlo così ma questa consapevolezza è emersa in me in maniera netta e definitiva nella primavera del 2011, quando forse per la prima volta mi sono sentito davvero giovane e vecchio allo stesso tempo, con la testa nel presente e i piedi ben piantati nel 1994, assieme ai ragazzi, Face To Face Jawbreaker Eversor Mineral Van Pelt Cap’n Jazz eccetera, li sapete, i nomi quelli erano e quelli rimangono; il difficile semmai è riuscire a spiegare cosa quei nomi abbiano significato nella mia vita, la loro portata, quanto siano riusciti a parlarmi della mia vita e come non abbia più trovato qualcuno che sapesse farlo allo stesso modo. Brutta cosa le aspettative: cerchi nell’altro qualcosa che sapresti definire esattamente per quanto è preciso ma che proprio per questo sai benissimo potresti non ritrovare mai più; perché le emozioni non si pianificano, semplicemente ti investono quando sei fortunato abbastanza da incrociarle sulla tua strada ma difficilmente concedono replica, e che siano esistiti i Quicksand, i Texas Is The Reason, tutti i nomi più sopra e qualche altro, e che i loro dischi mi siano arrivati dritti in faccia proprio quando avevo bisogno esattamente di quella roba lì non è stato qualcosa che avessi in qualche modo preventivato, è successo e basta. Ma quando ho ascoltato Distal ho ritrovato inalterate quelle stesse emozioni, una dopo l’altra, uno stato della mente che credevo sepolto per sempre nella memoria, in quello scompartimento riservato ai ricordi più belli e puri e incontaminati, niente zone d’ombra. I primi incontri con l’elettricità, i primi concerti, le prime fanzine, i cataloghi della Green Records con le recensioni di Giulio Repetto, che non ho mai conosciuto ma che in un certo senso è stato il fratello maggiore che non ho mai avuto, tutto replicato con una virulenza devastante, senza manierismo, senza nostalgia, semplicemente come se oggi fosse di nuovo allora. Voglio dire domani c’è il compito di matematica e non so un cazzo eccetera, il pacchetto completo. I Crash of Rhinos sono riusciti in questo miracolo: riprendere e aggiornare un discorso interrotto da anni (e, diresti, esaurito) in maniera naturale, perfino ovvia, senza preoccuparsi di stare o meno tracciando una qualche linea o inserirsi in un contesto prestabilito, senza nemmeno considerare la questione. Collegare gli strumenti agli amplificatori e via, finché ce n’è. Di tutti i revivalisti emocore dell’ultima ora sono i soli degni di sedere alla destra dei grandi, perché sono gli unici a essere riusciti a inserirsi nella tradizione e portarla al livello successivo. Ora tornano sul pezzo con un nuovo disco dal titolo emblematico: Knots, come i legami che ci stringono, ma anche come il nodo alla gola che precede le lacrime nei momenti in cui la vita diventa importante. I pezzi di Knots suonano più controllati, più adulti, come se ora avessero più strumenti concettuali alle spalle per poter padroneggiare un sentire che nel profondo è rimasto lo stesso, impalcature più elaborate a sostenere brani che solo due anni prima erano qualcosa di molto vicino a urla primordiali e colpivano e colpiscono dove fa più male a ogni cuore che non ha paura di sanguinare. Non sono sicuro che mi piaccia quanto Distal, probabilmente no, ma ha comunque un senso per me. È come vedere un bambino che diventa adulto, cambiando nella forma e nei lineamenti ma la sostanza resta uguale.

A Padova suonano di spalla i Minnie’s ed è probabilmente il migliore abbinamento possibile; questione di affinità elettive, solo cuore. Li conosco dal 1996 e di gruppi come loro, da quando Eversor (e Miles Apart) e Burning Defeat si sono sciolti, non ne ho più trovati. Non per un discorso di stile (non solo, quantomeno): è l’attitudine, lo spirito che li porta ad andare avanti in questo viaggio come se ogni giorno fosse sempre il primo giorno, credendoci come il primo giorno, caricare il furgone e partire, fedeli unicamente a sé stessi, senza abbracciare certe dinamiche deviate mai, senza nemmeno sfiorarle. Vedendoli suonare il tempo si annulla, diventa una stronzata senza senso e senza valore. Quando l’ultima nota dell’ultimo pezzo si dissolve Luca chiude così: “Ciao, noi siamo i Minnie’s. Ci vediamo domani”. Alla fine il senso della cosa sta tutto lì, in quel “ci vediamo domani” come diresti agli amici del campetto. È uno di quei momenti sempre più rari in cui questa cosa torna fuori, nonostante tutto, e ti rendi conto che è sempre stata lì, ha sempre fatto parte di te, e non la puoi cancellare. Ripenso a quel “ci vediamo domani” e qualcosa dentro di me si incrina.
Poi succede una cosa strana; mi allontano per fare due passi, forse per pisciare contro un albero da qualche parte (non ricordo ora), e iniziano ad arrivare senza soluzione di continuità sms e telefonate di congratulazioni da amici che non sentivo più da una vita, persone che un tempo sono state importanti per me, ma anche persone di cui avevo scordato il nome e perso il numero in rubrica al trentesimo collasso di cellulare e/o scheda sim. Il primo lo mando affanculo, al secondo chiedo educatamente di cosa cazzo stia parlando; alla terza telefonata inizia a formarsi in me una vaga idea di quel che è successo: qualcosa di importante (voglio dire importante per me), e io ne ero fuori. A metà della quarta mi si attorciglia la gola e mi è subito chiaro che oltre non riesco a proseguire. Bastonate ha vinto il Macchianera, l’ho imparato così.

Rientro che i Gazebo Penguins stanno suonando Senza di te, e gli argini si rompono definitivamente. Devo nascondermi da qualche parte per non imporre ad amici e sconosciuti a random lo spettacolo della mia faccia disfatta. Mi ricompongo in tempo per i Crash of Rhinos, e lì sono altre mazzate, in parte depotenziate da problemi al mixer e dispersione pressoché totale di suoni comunque non all’altezza. Gran parte dei brani li intuisci più che altro. Certo ogni volta che parte Big sea è uno tsunami ancora oggi impossibile da descrivere, come tutte le parti salienti di un’esistenza concentrate in sei minuti e amplificate a una potenza molto oltre l’umanamente tollerabile, ma i suoni ammazzano tutto e il concerto gira poco. Un’altra storia martedì all’Hana-Bi, graziato tra l’altro da un clima mite che porta le lancette indietro di un mese almeno, pare estate piena non certo l’inizio dell’autunno; giusto il tempo di notare che il bassista irsuto è vestito esattamente come a Forlì (maglietta nera dei Converge e pantaloni color diarrea) e si parte. Suoni perfetti e gruppo in stato di grazia totale, con batterista che mena peggio di un fabbro incarognito, un rullo compressore dalle fattezze di Rick Astley e la delicatezza di Mike Tyson dopo una giornata storta. Non ricordo se ci sono stati cori, quello che so è che i pezzi li ho cantati a squarciagola dal primo all’ultimo (di solito non canto mai). Anche se il concerto di Forlì non si batte a intensità siamo comunque a livelli siderali; tutto è dove dovrebbe essere, tutto va come dovrebbe andare. È un attimo prima di ripiombare nel caos, ma per quell’attimo ogni cosa acquista un suo senso.

A Francesco e Francesco, per vari motivi.

devozionale

logo
20 anni fa nasceva il Link. Al suo posto ora il megaparcheggio ballardiano dei nuovi uffici del comune,  un’altra colata di cemento che nessuno ha chiesto e nessuno (a parte qualche palazzinaro dal pessimo gusto estetico che ha saputo oliare gli ingranaggi giusti) ha voluto. Sono abbastanza vecchio e con una memoria non ancora compromessa da ricordare quel che hanno visto i miei occhi. Chi c’era non ha alcun bisogno di qualcun altro che rievochi al posto suo. Chi non c’era, mi dispiace sinceramente.

RODRIGUEZ @ ovunque ci sia del cash da svoltare

kermit
Sbattere sul palco un vecchio sciancato, esausto, prosciugato da una vita di bassa manovalanza, a malapena in grado di biascicare canzoni che solo per sudafricani un tempo oppressi (ma quelli dalla memoria particolarmente lunga) possono avere un senso che vada oltre il freak show, è qualcosa che al tempo stesso ridefinisce il concetto di circonvenzione di incapace e rappresenta con nitore agghiacciante il punto di non ritorno della retromania insensata e crudele e del karaoke senza scrupoli per morti dentro. Comunque fissa lo standard del livello di etica e moralità alla base delle scelte di chi per mestiere organizza concerti oggi.