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L’assioma di Bart (Today is the Day: esce un disco nuovo)

Ai tempi del disco omonimo, Stefano Isidoro Bianchi scrisse “metallaccio gotico senza il benché minimo senso del ridicolo”. A quei tempi Blow Up era ancora una fanzine e i Today is the Day erano ancora un gruppo AmRep. Quando la lessi non la presi benissimo, erano una delle mie cose preferite nel mondo della musica in generale. Steve Austin, uno sfattone di Nashville con una chitarra in mano e una crisi depressiva in corso, era uno dei più poderosi interpreti che il noise e il metal avessero mai conosciuto, uno che in ogni pezzo dava l’idea di essere sul punto di morire davanti al microfono. Il suono era un coacervo di stili buttati più o meno a caso dentro il marasma generale di un impianto –sostanzialmente- chitarristico che anche in mezzo al roster Amphetamine Reptile faceva paura per quanto era sferragliante e fastidioso.

Non poteva andare avanti per sempre, alla fin fine i gruppi di questo tipo son tutti destinati a diventar macchiette o a morire dentro la loro musica nel giro di due o tre dischi. Steve Austin ha sgraffignato un contratto Relapse e ha provato a normalizzare il proprio suono. Siamo alla fine degli anni novanta, la gente inizia ad aver voglia di lentezza esasperata e di nuove declinazioni post applicate a certo doom metal. Esce fuori un disco nuovo che si chiama Temple of the Morning Star e nel suo maldestro tentativo di suonare più classico diventa il miglior album della loro carriera, un capolavoro di scrittura schizzata e priva di senno. Il successivo In the Eyes of God è poco meno bello.

Da qui in poi Today is the Day è uno dei nomi più caldi in commercio. Il metal estremo si sta muovendo verso di loro, i Neurosis sono diventati un genere musicale a se stante e tutto sembra indicare che il loro prossimo disco sarà uno dei contributi definitivi del genere. Steve Austin, ormai da tempo l’unico tenutario del marchio, è chiuso in studio da un disastro di tempo e sta sperimentando nuovi formati. Relapse dà alle stampe il doppio CD Sadness Will Prevail nel 2002. Il disco si rileva un ignobile coacervo di stili ed influenze nel quale lo standard Today is the Day (già di per sé molto meno complesso di quel che era in Temple) viene annacquato in un brodo di variazioni sul tema, filler pretestuosi, sfoghi strumentali gratuiti da venti minuti a botta, pose da gesù cristo sceso a immolarsi per i nostri peccati e arie da dissociati della domenica che ricordano molto da vicino le peggiori pose di Devin Townsend. Steve Austin passa da idiot savant del noise metal a involontaria macchietta nel giro di un disco. Il periodo è troppo favorevole alla band per poter generare un qualsiasi tipo di dissenso: la critica butta fuori recensioni entusiastiche scritte col pilota automatico, il marchio TITD entra nella lista della spesa di qualche metallaro DOC e sono quasi tutti contenti come delle pasque.

Nove anni dopo siamo agli sgoccioli. Steve Austin ha ridotto il proprio impianto sonoro ad un industrial-doom-core di bassissima lega (metallaccio gotico senza il benché minimo senso del ridicolo, appunto) che starebbe bene sì e no in un disco Hydrahead del periodo crisi nera, buttato sul mercato due dischi orribili (Kiss the Pig e Axis of Eden, patetiche risciacquature di piatti della parte “core” di Sadness, declinate in maniera leggermente più sludge) e cambiato la formazione della sua band fino a far comparire sulla voce Wikipedia del gruppo una lista di ex-membri di QUINDICI PERSONE. Il prossimo disco della band esce ad agosto per l’etichetta del cantante dei Red Chord, si chiama Pain is a Warning, ha una copertina dispensabile e dall’anticipazione in streaming su Soundcloud che trovate qui sotto (la quale si chiama Expectations Exceed Reality, probabilmente dedicata a chi continua a pensare che Steve Austin sia un genio) non ha intenzione di cambiare rotta.

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PS: questo pezzo non è necessariamente la verità, è solo una cosa che penso. Per un parere più illustre e costruttivo vi consiglio questa pagina.