Sun Kil Moon – Admiral Fell Promises (Caldo Verde)

 
Ormai ho perso il conto delle uscite targate Mark Kozelek negli ultimi anni. Che l’uomo avesse deciso di passare alla cassa non è più un mistero per nessuno da almeno un decennio, e per carità, è una scelta che rientra nel suo pieno diritto; ricordo ancora una sua intervista, doveva essere l’inizio del 2001, in cui dichiarava di vivere in una stanzetta in affitto con l’incubo perenne dello sfratto esecutivo, all’epoca evitato per un soffio grazie al cachet percepito per la sua partecipazione in Quasi Famosi. Veniva veramente da chiedersi perchè gli altri sì e lui no. E che diamine! Gentaglia impresentabile imperversava ovunque (tanto per ricordare, una delle new sensation dei tempi erano i bruttissimi Kings of Convenience), mentre otto anni di carriera irreprensibile con i Red House Painters bastavano a malapena a coprire parte delle spese di una vita di stenti. Mi si era stretto il cuore nel leggere quelle parole, e ad aver saputo il suo indirizzo gli avrei immediatamente spedito qualche dollaro e un paio di scarpe per l’inverno. Musicalmente nessun problema comunque, finchè la qualità ha tenuto: l’EP Rock’n’Roll Singer (2000) era decisamente buono, così come What’s Next to the Moon (2001, raccolta di classici degli AC/DC dell’era Bon Scott spogliati di ogni alito di vita e aggressività, trasfigurati e resi irriconoscibili), per quanto strampalato e bizzarro – o forse proprio per questo – continua ad avere un suo perchè. Nel frattempo era finalmente uscito anche il canto del cigno dei Red House Painters, Old Ramon, bloccato per anni da beghe burocratiche con la major incompetente di turno che non voleva pubblicarlo ma nemmeno intendeva cederne i master, e anche quel disco era un bel disco. Con la nascita dei Sun Kil Moon, poi, la penna dell’uomo era tornata a volare alto: l’esordio Ghosts of the Great Highway (2003) è un capolavoro assoluto, perfettamente in grado di tenere testa alle cose migliori degli anni d’oro, a volte perfino capace di superare vette di ispirazione e lirismo fino ad allora ritenute inviolabili (pezzi come Salvador Sanchez o la torrenziale Duk Koo Kim aggiornavano l’antico canovaccio portandolo al livello successivo grazie all’innesto, perfettamente riuscito, di poderose distorsioni e perfino – incredibile! – qualche assolo). Ghosts of the Great Highway è stato anche l’ultimo sussulto di ispirazione prima del diluvio di uscite assolutamente prescindibili a voler essere buoni: l’album di cover dei Modest Mouse si dimentica agevolmente; i mille live per sola voce e chitarrina sono una noia mortale, tutti, dal primo all’ultimo; la ristampa di Ghosts of the Great Highway comprende un secondo CD di scarti e out-takes che definire ‘superfluo’ sarebbe fare uno sgarbo alla categoria; di April  (nel mezzo c’è stato il ruolo di spalla “saggia” dell’insopportabile Jason Schwartzman nel caruccio Shopgirl, innocuo adattamento cinematografico del romanzo d’esordio di Steve Martin) sono molto belli solo gli ultimi due pezzi, il resto è pilota automatico puro, un tedio da orchite fulminante che si fa fatica a crederci. E ora il ritorno con il moniker Sun Kil Moon, nella pratica nulla cambia: c’è solo Kozelek con la sua chitarrina spagnoleggiante, del resto assumere personale da mettere dietro agli strumenti – e affittare una sala prove, per giunta – avrebbe comportato spese. Gli ingredienti sono gli stessi delle ultime 5.674 uscite: voce mormorata riverberata mugugnata, chitarrina languida mezzo brasileira, comunque sempre picchiettata tipo plin-plon, qualche foto virata in seppia di particolari desolanti e/o posti abbandonati in culo al mondo, ed ecco pronto un altro disco. Anche i testi sembrano assemblati tramite un generatore automatico di liriche ‘alla Mark Kozelek’: ricordi d’infanzia, qualche figa che forse gliel’ha data (questo non lo dice mai direttamente, lo lascia intuire, perchè sennò poi le anime belle si scandalizzano), modelli di macchine (nota bene: Kozelek non sa guidare), nomi e marche, luoghi e date buttati lì un po’ a cazzo, l’Oceano, la spiaggia, ancora ricordi. In tutto questo manco mezzo secondo che non lasci il tempo esattamente come l’ha trovato. Quel che più intristisce è il senso di automatismo smascheratamente alimentare che emerge implacabile dal quadro generale, come se Kozelek avesse scritto e registrato il materiale con la mente già proiettata alla prossima uscita – probabilmente un live in Oklahoma in edizione limitata, gli stessi pezzi più qualche ripescaggio dei Red House Painters per accontentare i reduci, o magari una mezzoretta scarsa di cover di qualche gruppo scrauso, tipo i REO Speedwagon o Ted Nugent, il tutto rigorosamente riarrangiato per lagna salmodiante e chitarrina plin-plon, in ogni caso roba nemmeno brutta, semplicemente inesistente. Che fine indecorosa per uno dei più grandi poeti della musica rock degli anni ’90.

MATTONI issue #5: Goldie

 

L’avevamo promesso ed eccolo, Mother, il punto di non ritorno, il Grado Zero della musica elettronica, l’ultimo pezzo di musica elettronica possibile, il testamento definitivo dell’uomo nato Clifford Price poi ribattezzatosi Goldie, qualcosa di molto simile a un codice segreto senza però il relativo John Nash completamente folle da qualche parte nel mondo a disposizione per decifrarlo. In un’intervista a Simon Reynolds del 1995, con la sua consueta modestia Goldie aveva definito il suo brano-monstre Timelesscome un Rolex: perfetto nei meccanismi ma anche bellissimo da vedere“, o qualcosa del genere (non ricordo le parole precise ma il concetto era quello). Con Mother, l’uomo sposta l’asse di qualche sistema solare più avanti; magari da fuori sembra ancora un Rolex, ma di sicuro il tempo che segna non è quello di questa terra. Forse di Plutone, o di Saturno (come il titolo del CD in cui Mother è incluso). E gli ingranaggi interni non sono più frutto della chirurgica, tranquillizzante, affidabile precisione svizzera bensì di un’ipotetica session di brainstorming tra M.C. Escher, HR Giger, Stephen Hawking e Abdul Alhazred, con Philip Glass da qualche parte nella stanza a monitorare il lavoro. Comunque la si giri, il pezzo è impressionante; non soltanto in termini di durata (67 minuti), ma anche e soprattutto per la portata e la quantità di suggestioni e possibilità che contiene, riuscendo a teorizzare una fusione fino ad allora intentata (e, nonostante i numerosissimi e più o meno blasonati tentativi, tuttora ineguagliata) tra jungle, minimalismo, drum’n’bass, techno, musica concreta,  psicanalisi e musica impressionista, e rappresentando di fatto un ponte tra il mondo alto della classica contemporanea e il basso dei capannoni abbandonati, dei magazzini dismessi, dei tunnel della metropolitana in disuso farciti di sudore e anidride carbonica in eccesso e umori corporali di ogni tipo al termine del più colossale dei rave illegali di quegli anni. In tanti hanno poi provato a battere lo stesso terreno, a scandagliare simili universi; dal Trent Reznor del massimalista e debussiano The Fragile, all’Aphex Twin di Drukqs, all’orchestra siderale di “Mad” Mike Banks fino a Carl Craig & Maurizio, ognuno con la propria visione e il proprio tocco. Ma Goldie li aveva già bruciati tutti sul tempo, lui era già altrove, padrone creatore e sovrano assoluto di un universo la cui entrata era preclusa – probabilmente – a chiunque non facesse parte della sua schiera privata di fantasmi. Bisognerebbe davvero poter tornare a parlare di Mother tra qualche eone; di sicuro verrebbe voglia di suonarla, ininterrottamente e senza soluzione di continuità, dal 1998 a oggi e oltre.

Speciale True Believers: Goldie

 

 

È il 1996 e Goldie è il padrone del mondo. Il suo primo album, il titanico doppio Timeless che raccoglie una serie impressionante di hit tra cui l’imprescindibile title-track, ha rivoluzionato il corso della musica elettronica, rifondando fin dalle radici l’intero genere drum’n’bass e determinando la nascita del suo (ancora più) schizofrenico upgrade denominato jungle, ha venduto fantastiliardi di copie e lo ha reso di fatto la prima (e probabilmente unica) superstar conosciuta a livello mondiale dell’underground breakbeat britannico: fisico scolpito da lunghe ore spese in palestra a sudare sangue sugli attrezzi, street knowledge inattaccabile, una faccia che vista una volta non te la dimentichi (grazie anche a entrambe le arcate dentali interamente incapsulate in oro, antica specialità dell’uomo da cui il nomignolo Goldie), ogni dettaglio nel mosaico Clifford Price si rivela eccellente per la consacrazione iconica, perfettamente vendibile alle masse affamate di nuovi idoli dopo che Cobain si è fatto saltare le cervella e la scena dei rave è stata brutalmente smantellata previa manovre repressive da Terzo Reich. L’etichetta Metalheadz (da lui fondata un paio di anni prima) va alla grande, la sua faccia è su tutti i magazine che si occupano anche solo lontanamente di musica, la sua presenza a qualsiasi party che conti qualcosa tanto matematicamente certa da far nascere sospetti su una sua inspiegabile ubiquità; è praticamente di stanza a MTV, tra il video di Inner city life programmato a spron battuto e il suo ghigno beffardo intercettato dalle telecamere di MTV News in giro per le feste più cool del pianeta. Si fidanza con Bjork, e quando il volitivo folletto islandese lo scarica si consola uscendo con Naomi Campbell. Nel frattempo trova il modo di lavorare al suo ritorno discografico, la cui uscita viene fissata per gennaio 2008. Saturnzreturn è nuovamente un (mastodontico) doppio, il cui primo CD è quasi interamente colonizzato da un’unica traccia – Mother, probabile prossimo oggetto di osservazione sulla nostra rubrica MATTONI – lunga più di un’ora, il tutto nella (nemmeno troppo) segreta speranza di dimostrare al mondo che la sua genialità andava oltre l’aver ridefinito un genere (come se poi ciò non fosse abbastanza…!). Senza contare peraltro la messe di ospiti “prestigiosi” di cui è infarcito il resto dell’album: Noel Gallagher in Temper Temper, KRS-one (lui sì, grande per davvero) su Digital, fino a David Bowie nella spettrale e Lynchiana Truth. Il disco, forse ancora più del precedente, rivela la straordinaria abilità di Goldie come arrangiatore, produttore e mago dello studio di registrazione in genere, un “tocco” letteralmente unico e una maestria tali da rendere doveroso e per nulla azzardato l’accostamento dell’uomo, per importanza e maestria, ad autentiche autorità del tenore di Phil Spector, Todd Rundgren, Barry Manilow o Isaac Hayes. Saturnzreturn è anche il suo lavoro più personale e sofferto, una lunghissima interminabile sessione di autoanalisi brutale e introspezione che non arretra davanti a niente, svelando i fantasmi più nascosti (Demonz), le paure più recondite (la profetica Chico – death of a rockstar) e le ossessioni più tormentose e dolorosamente private di un uomo disperatamente solo al comando (Mother, la straziante, splendida Letter of fate, probabilmente il suo pezzo più toccante di sempre).
Raramente disfatta fu altrettanto epocale: il disco non vende un cazzo e lui viene rinnegato dai fans (che volevano soltanto roba schizzata in tempi dispari per farsi salire la scimmia più velocemente) e spietatamente sbertucciato dal resto del mondo. La casa discografica lo scarica, dopo che nemmeno l’EP vecchio stile accontentaidioti pubblicato a mo’ di “scuse” pochi mesi più tardi (Ring of Saturn, che pure contiene una edit di Mother arcigna e angosciante, con tanto di video orrorifico annesso) riesce a far rialzare le quotazioni. A quel punto, sfruttando quel briciolo di popolarità che gli era rimasta e di cui godeva soprattutto in Inghilterra, tenta la strada del cinema: compare in Snatch e nel James Bond di Michael Apted, in entrambi i casi nei panni dello scagnozzo cattivissimo. E non recita neanche male, solo che chissà perché non attecchisce, non resta nella memoria; nel James Bond rimangono impressi più che altro i prodigi ipertecnologici e le megaesplosioni di uno degli episodi più rutilanti dell’intera serie, e in Snatch la sua presenza viene irrimediabilmente eclissata dalla parata stellare di facce da stronzi che è il resto del cast (Jason Statham, Vinnie Jones, uno strepitoso Brad Pitt versione zingaro, Dennis Farina, ecc.). Gli rimane da giocare la carta del pietismo pietoso: sulla sua triste storia di orfanello rimbalzato da un istituto di correzione all’altro costruisce un lacrimevole documentario autobiografico (When Saturn Returns, oggi introvabile) mandato in onda una sola volta da una rete inglese poi impietosamente dimenticato dal mondo, e nel 2002 partecipa al Celebrity Big Brother con dichiarazioni del tipo: “se vinco ho intenzione di devolvere il montepremi a tutti i bambini senza genitori del mondo. Ne hanno davvero bisogno“. È il primo ad essere sbattuto fuori dalla casa.
Da allora di Goldie raramente si sente più parlare – almeno a livelli di mainstream. Dopo Ring of Saturn escono un paio di compilation da lui mixate su etichette underground e, nel 2007, un album sotto uno dei suoi pseudonimi più noti (Rufige Kru) di cui ho faticato come un dannato per riuscire a leggere recensioni a proposito (pochissime, e quasi tutte su giornali non inglesi). Nel 2008 finisce sulla copertina del venticinquennale di Mixmag, assieme ad altri ventiquattro dj che han fatto la storia. Come un residuato bellico. Come un vecchio dinosauro che un tempo è stato grande. Lui è un genio, ma la sua parabola discendente è ancora più epica della sua arte.

Letter of fate

 

No-one ever said that living would be easier than
My letter of fate, I write, for I am
No-one ever said that waiting would be easy for me
That I can feel and touch and see

 
No-one ever said that living would be easy
Than me alone, and
No-one ever said that living would be

Alone.
There is no breeze around me.

Alone.
I can feel and touch and
See, for me

My letter of fate I rise for me
My letter of fate I write for me
Tonight.

Graveyard – One with the Dead

 

Soltanto a dare uno sguardo alla copertina, ruspante come l’immaginazione di un bimbo cresciuto a film horror di serie Y e trasudante grezzume e fetore di ascella sudata come i dischi di quart’ordine nel bel mezzo dei nineties più ingenui, ho provato una stretta al cuore; quando poi ho letto “mastered by Dan Swanö at Unisound Studios” sono arrivate inevitabili le lacrime. È ufficiale: con l’esordio a lunga durata dei Graveyard siamo tornati nel 1991. Loro sono spagnoli, ma la provenienza geografica conta meno di zero in questo caso, dal momento che il loro cuore pulsante batte all’unisono con la più indomita e orgogliosa scena death metal svedese dell’ultima decade del secolo scorso. Quella scena fieramente guidata dai Grave, dai primi Entombed, dagli Edge Of Sanity, dai Dismember prima che si rimbecillissero irreversibilmente e diventassero la patetica parodia di sé stessi rilasciando dischetti per bambocci in età prepuberale. Tempi irripetibili, da troppi anni, troppa feccia e troppi dischi di merda obliati. One with the Dead è il debutto su CD dopo un paio di split e il demotape (tanto per tornare a quando i demo giravano su cassetta, con tanto di copertina putrida fotocopiata in bianco e nero e le note scritte a macchina in un inglese da subumani pieno di errori di ortografia) Into the mausoleum del 2007, più volte ristampato. Non ci sono scuse, nessuna pretesa ‘alta’ a nobilitare l’operazione, niente che implichi una qualsiasi parvenza di attività cerebrale per quanto minima: il loro è amarcord puro, concepito e suonato con la foga e la dignità di chi sa che sarebbe stato in seconda linea anche negli anni migliori, quella passione divorante che alimenta il culto ben più e ben meglio di tanti nomi che invece sono sulla bocca di tutti. Musica di cuore e di budella che parla alla gente con un passato che ha voglia di ricordare. Il presente è bandito, il futuro nemmeno contemplato. Per chiunque sia cresciuto mandando a memoria certi dischi, leggendo certe riviste e passando lunghi e bellissimi pomeriggi a tentare di tradurre certi testi che, il più delle volte, parlavano prevalentemente di smembramenti, uccisioni e malattie dal decorso rivoltante, One with the Dead è un delizioso e rinfrancante viaggio nella memoria; per tutti gli altri, volgarissimo rumore con un tizio che rutta al posto di cantare, robaccia per cerebrolesi da stigmatizzare quando non da ignorare direttamente. A posto così: a noi non frega un cazzo e a loro neppure. A ciascuno il suo.

PS: leggo sul loro myspace che a marzo verranno a suonare a Varese di spalla agli Horrid, autentici eroi non cantati del death metal italico, altri che hanno lasciato il cuore in Svezia e i padiglioni auricolari a casa di Tomas Skogsberg. Imperdibile per chiunque abbia un’anima.

Edit dell’ultim’ora: mi rendo conto solo adesso che un gruppo che di nome fa “Cimitero” merita di diritto un posto nella categoria “Gruppi con nomi stupidi”. Tag aggiunta all’occorrenza.