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buon Natale

Questa è veramente geniale: The first digital only single / EP from jesu, with a possibility of very limited vinyl and CD editions in early 2011.Written, recorded and mixed by Justin K Broadrick alone in Nov / Dec 2010, during the writing and demoing of the forthcoming jesu LP for Caldo Verde. Inspired by the onset of the Christmas period and the emotions and feelings of nostalgia, joy and sadness that the period often evokes (dal blog di Justin Broadrick).
Il pezzo è un piccolo miracolo di industrial post metal cupissimo e disperante che le vene te le fa taja’, probabilmente la cosa migliore incisa a nome Jesu dopo l’irraggiungibile primo album; sentire Broadrick pronunciare chiaramente le parole “Merry Christmas” fa un effetto strano, più o meno come se il Papa dicesse “viva la figa” durante un’omelia. Ma non è una sensazione spiacevole, anzi; semmai è qualcosa che accresce il senso di straniamento già abbondantemente presente, come perdersi nel mezzo di una tormenta nella parte più buia e squallida della città, la neve fino alle ginocchia, il vento gelido dritto in faccia, gli occhi lacrimanti dalla brina, le dita dei piedi che iniziano a perdere sensibilità. Del resto del testo non sono riuscito a decifrare manco mezza parola tanto il lancinante salmodiare di Broadrick è sepolto sotto riverberi di chitarre taglienti come ghiaccio sulla pelle; ma forse, tutto sommato non è poi così importante. Forse, tutto il senso del pezzo sta lì, in quel “Merry Christmas” malcerto esalato da qualche parte nella nebbia a un minuto e quindici secondi dall’inizio, sospeso per un istante nella tempesta, già dissolto nel gelo.
A seguire due ‘remix’ ad opera dello stesso Broadrick, in realtà un’unica lunga coda della lacerante title-track; ancora chitarra su strati di synth e rintocchi di campane lontane nel Pale Sketcher mix, soffocante ambient dronata nei quattordici terminali minuti del Final mix. La migliore strenna natalizia sentita da… boh, forse da sempre. Purtroppo per ora solo in digitale, a tre sterline sul sito della Avalanche Inc. Buon Natale a tutti.

MATTONI issue #9: Sufjan Stevens

la droga gioca di questi scherzi

 

Impossible Soul è il mattone posto al termine di The Age of Adz, ritorno al formato album per Sufjan Stevens dopo un lustro abbondante di EP, ristampe, cofanetti natalizi, riarrangiamenti strani, raccolte di scarti e concept sinfonici dedicati all’autostrada. È un regalo prezioso Impossible Soul, ma come ogni cosa buona bisogna conquistarselo, bisogna arrivarci, nello specifico, tagliando il traguardo dell’ultimo pezzo di un disco sfiancante, smisurato, tonitruante, inqualificabile, smodatamente eccessivo, esasperatamente magniloquente, altamente perturbante e perfino sgradevole da subire perlomeno in un’unica mandata. Un disco che è come un’overdose di zucchero caramellato sparata dritta in vena, un’indigeribile melassa sciropposa che sconvolge i sensi e rimane appiccicata ai centri nervosi come miele guasto, un delirio di numeri da film Disney coi protagonisti froci, con arrangiamenti in addizione infinita di squilli di tromba, strati di synth obliqui, vocals distorte tipo vinile fatto girare alla velocità sbagliata (a un certo punto spunta fuori un vocoder orrendo) e bizzarrie analogiche di ogni sorta e genere, roba che al confronto Todd Rundgren o Barry Manilow diventano spartani e basilari come manco il Don Fury dei primordi. Una roba veramente al di là di ogni immaginazione, barocca e ridondante tipo Zaireeka però fatto male, con testi in perenne trip egomaniaco molesto da far sembrare Brian Wilson o Candyass tranquillissimi e riconciliati.
Senza Impossible Soul, tutto quel che lo precede sarebbe un soffrire inutile; perché è in quei venticinque magici minuti che ogni tassello di quel che sembrava un atroce mosaico scombinato e malamente assemblato (nel frattempo pare che lo stesso Stevens abbia avuto il suo bel da fare a mantenere il controllo di sé stesso) trova un ordine e una collocazione, che il disegno globale acquista un senso e le smodate ambizioni alla base dell’intero progetto diventano – finalmente – ben riposte. Nel suo esasperato, vitalissimo citazionismo di praticamente tutto lo scibile musicale mai registrato (dal country alla dance, dal minimalismo al pop elettronico, dal folk al musical fino alla classica contemporanea e addirittura alle schitarrate metal) Impossible Soul riesce miracolosamente a trovare un suo equilibrio, che è perfetto e inscalfibile e non smette di svelarsi mantenendo inalterata la magia mentre un ascolto tira l’altro, rischiando di diventare per davvero il pezzo più rappresentativo e al tempo stesso più radicale e teorico dell’intera carriera dell’artista, con buona pace di chi ancora aspetta il seguito di Illinois (campa cavallo che l’erba cresce, come diceva sempre mio nonno). Sta al pop come Mother di Goldie sta alla musica elettronica. Intanto pare che The Age of Adz stia collezionando la sua bella serie di stroncature. Anche questo fa parte del gioco.

decisioni irrevocabili

I folli Isis hanno deciso di sciogliersi. Li ricorderemo come la band dai gruppi spalla molto più fighi di loro (Oxbow, Jesu pre-rincoglionimento shoegaze, Dalek, ecc.); lasciano un paio di album (e un mini) molto belli e una gran quantità di ciclopiche prescindibili rotture di coglioni (ma con artwork sofisticati). Certi che tra dieci anni ce li ritroveremo a tradimento al Primavera performing the album Celestial alle cinque del pomeriggio,