PITCHFORKIANA (Zola Jesus, S.C.U.M., Verme, Zen Circus, MoHa!, Drive OST)

VVAA – DRIVE OST
Dark-ambient fighetta declinata alla Bristol-maniera più un po’ di pezzi sparsi tra wave brutta (nel contesto bellissima), cosine pop e persino drugapulco. È un disco d’uso: lo metti in macchina mentre guidi in autostrada e ti senti figo anche se hai addosso un bomberino argentato.

 

 

ZOLA JESUS – CONATUS
Indie-dark-ambient-pop commutativo (il genere più frequentato del pop di questi anni: cambi l’ordine dei fattori nel disperato nella vana speranza che il prodotto cambi). Questo pezzo viene pubblicato ad uso di chi tornerà su questo blog tra un paio d’anni cercando su google “ti ricordi quando Zola Jesus sembrava un’artista di qualche rilevanza?”. Ecco. Non ci credete? è in streaming.

 

VERME – VERMICA
La copertina (già sai) è quella del Black Album però rosa e col verme al posto del serpente. Il disco è verde però con scritto sopra QUESTO DISCO è ROSA. La musica è tutta quella edita finora, che potete scaricare illegalmente però legalmente, all’indirizzo. Oppure essere fighi e giusti e comprare.

 

 

MOHA! – MEININGSLAUST OPPGULP
Raccoglie singoli e materiale sparso. Paradossalmente, nel complesso, è il disco più strutturato che i MoHa! abbiano cagato fuori e forse l’unico che in prospettiva verrà persino voglia di rimettere nello stereo. Se ne volete parlare in giro raccomando molto il copia-incolla sul titolo.

 

 

THE ZEN CIRCUS – NATI PER SUBIRE
Ci sono persone a cui questa roba piace. Io me la immagino funzionare solo nelle cuffie di qualche tizia che si fa fotografie nelle scalinate di Bologna con lo spolverino di pelle di foca sopra la maglietta degli Husker Du nuova di zecca la minigonna e gli stivali di canguro per aggiornare il fashion blog.

 

 

S.C.U.M. – AGAIN INTO EYES
Questi invece li ho pescati a cazzo pensando che fosse uscito un nuovo disco degli Scum di Casey Chaos. Li metto dentro per ricordare a me stesso che gli Zen Circus sono solo una parte del problema.

MoHa! @ Clandestino, Faenza (10/10/11)

no, la foto non è mia.

Il Clandestino è un locale da aperitivi e simili di Faenza (con attaccato un ristorante) fissato con concerti e simili. Il locale è molto ricercato, i concerti tendono ad essere molto belli. Per il Clandestino passa abitualmente gente tipo Quintron, Jeffrey Lewis e dio solo sa quanti concerti fighi ci ho visto dentro. Al Clandestino hanno la Guinness alla spina e la fanno a quattro euro e quaranta. Gli unici tre problemi del Clandestino sono che
su internet esiste a malapena e a volte ti trovi a scoprire che il gruppo più figo della terra ci ha suonato la sera prima;
i concerti iniziano verso le undici e mezzo, a prescindere dal fatto che l’artista poi magari suoni due ore;
il Clandestino è sempre pieno e fa più gente con la birra e il vino che con la musica, quindi ai concerti c’è sempre un chiacchiericcio di fondo che in certe occasioni rompe veramente molto il cazzo (tu prova a immaginartelo, Matt Elliott che suona al mercato il sabato mattina).
Detto questo, io ho una certa età, e un certo numero di amici che hanno l’età mia e (perlopiù) se ne fregano bellamente della musica. Al Clandestino il lunedì sera comincio a fare fatica, non ho manco un cicisbeo per il viaggio di ritorno e anche la gente che vive in zona mi fa le pulci. Riesco a trovare un paio di amiche, riesco ad uscire di casa, riesco ad impormi di uscire di casa e mi trovo al Clan verso le undici. Mai vista così poca gente qui dentro, in ogni caso. Dieci minuti dopo la tenutaria del posto, una signora scontrosa di nome Morena, segne le luci e bofonchia “ora beccatevi ‘sta sbudellata.” I MoHa! iniziano a suonare e vanno avanti nemmeno mezz’ora.
I MoHa! (e in generale l’n-collective) sono in scioltezza una delle cose migliori che il rock pesante o la musica avant abbiano cagato fuori negli anni duemila. Un impianto ridotto all’osso, chitarra e batteria, su cui il gruppo lavora da una decina d’anni aumentando ad ogni giro la complessità. Il risultato finale, come messo in opera nella data faentina, è che più di un concerto di mezz’ora si sembra una suite di due ore liofilizzata E più che due persone sembrano sette persone in due corpi. Una cosa mastodontica. Da quello che si riesce a capire di quel che succede sul palco, la musica si basa su dei pattern di batteria furiosissimi ed associati a degli effetti al computer, su cui il chitarrista/tastierista suona due strumenti contemporaneamente aggiungendo frequenze altissime o bassissime a seconda dei momenti. Il tutto a volumi collegato a dei riflettori paurosi che sparano flash su una sala buia ad altezza uomo. I possibili corrispettivi freak statunitensi, tipo Lightning Bolt/Hella/Flying Luttenbachers, al confronto sembrano gruppi beat degli anni sessanta. Qui tutto l’impianto di base è rinegoziato alla norvegese, cioè il più asettico e impersonabile e pulito possibile, roba con la quale è quasi impossibile entrare in vibrazione e pensare a un momento in cui si abbia voglia di ascoltarla sullo stereo. Ma dal vivo probabilmente è la roba più arrogante e cazzuta che sia dato sentire al momento e su questa cosa non c’è tema di smentite. Il tour è ancora in corso: stasera suonano al Grottarossa di Rimini, poi non so. Andateci.