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Maurizio Blatto

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Se scoppiasse la guerra dei giornalisti musicali, con da una parte i ragazzetti della critica (alcuni dei quali vanno verso i quaranta) infoiati giovani sparasentenze e flippati di web, e dall’altra i vecchi bacucchi (alcuni dei quali poco sopra i venti) ossessionati dalla professionalità e dal senso della misura, l’unico che potrebbe portare la pace sarebbe Maurizio Blatto. Di giorno lavora in un negozio di dischi (Backdoor) a Torino, di notte scrive di musica. Ha pubblicato un libro, s’intitola L’ultimo disco dei mohicani, che secondo me dovreste leggere. Lo intervisto oggi perchè domani è il Record Store Day.

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A quanto ricordo sei sempre stato piuttosto critico nei confronti del Record Store Day. L’anno scorso fu una cosa abbastanza comica, in effetti: ricordo per dire che l’evento ufficiale milanese fu tenuto inun teatro, il Dal Verme, con un banchetto dei negozianti che volevano aderire nell’anticamera. Ecco, suppongo che sia un po’ il punto da cui partire.

È vero. Non mi è mai piaciuto moltissimo il RSD. Ho sempre avuto la sensazione di essere il panda che si incazza con il WWF e dice “Ma ve l’ho chiesto io?”. Non è snobismo, malattia dalla quale sono tutt’altro che indenne, ma un’analisi dei fatti. Ne ho scritto con il consueto medio livore su Rumore di aprile, e ricapitolo velocemente. Chi ha un negozio di dischi, un certo tipo di atteggiamento ce l’ha sempre, ogni giorno. Altrimenti sarebbe già morto, con la serranda tirata giù, sul gozzo. Everyday is a record store day, credimi, per passione vera e sopravvivenza conseguente. Vale a dire che se hai un negozio di dischi e non condividi ed esprimi la tua comune malattia con i clienti, allora “non sei”. Poi le pubblicazioni “esclusive” per il Record Store Day, ecco qui c’è da ridere. La maggior parte sono schifezze e quelle intriganti (torno a dire, con buone eccezioni italiane, citofonare Audioglobe) e straniere vanno direttamente su Amazon e la Fnac. Quelli sono i cari e vecchi negozi di dischi che vogliamo preservare? Sì? I luoghi poco puliti in cui annusiamo i nostri simili? Sì? E se poi vogliamo festeggiare ugualmente, non sarò certo io ad andare a recitare i Vespri e a tirarmi indietro. Ma ecco, per dire, da Backdoor l’hanno scorso abbiamo pranzato dentro il negozio, con tanto di panche, sgabelli, gorgonzola, cotoletta in carpione (letale) e megamix selezionato di sottofondo. Questa mi pare una forma di appartenenza migliore di un 7” di qualche folksinger bollito con una versione alternativa sul lato b pubblicato, apparentemente, soltanto per il nostro godere. Io li amo quasi tutti i negozi di dischi, gli scatoloni ai mercati e i banchetti ai live. E faccio spesso un gesto apparentemente situazionista: ci compro qualcosa. Buffo? Non siamo lì per quello?

Giusto per tirare giù qualche numero: di quante persone è composta la clientela di un negozio di dischi come il tuo? Quanti di questi sono ultra-affezionati e quanti no? quanto incide il RSD rispetto al normale venduto?

Difficile stimare una clientela, ma lo zoccolo duro si aggira intorno a una cinquantina di persone, forse qualcosa di più. Poi, fortunatamente ci sono gli occasionali, i clienti per corrispondenza e gli “stagionali”, come i camerieri estivi, gente che viene e poi sparisce. Tra gli ultra affezionati c’è poi un manipolo di eroi con il quale condivido legami di amicizia strettissimi. Anche al di fuori del negozio. Il RSD non incide molto, francamente. Ci sono questi tipi, per me incomprensibili, che vedi soltanto in quell’occasione, ma tanto è gente che cerca edizioni che manco si trovano a Londra e New York. E loro pensano di pescarne venti copie da me, che nonostante tutto cerco di spiegargli la bellezza di tante stampe “ordinarie”. Così mi sono innervosito e l’anno scorso ho preparato una cinquantina di “fake”. Tarocchi del RSD. Ho preso delle schifezze di 7”, merda che non voleva nessuno nemmeno a 50 centesimi e ci ho incollato un’etichetta con scritto “esclusiva Backdoor Record Store Day 2013”. La gente non sapeva come comportarsi, ma comunque, nell’incertezza, li prendeva. Ne sono certo, diventeranno rari anche quelli, mi aspetto di trovarli su ebay fotografati da qualche gonzo.

Se uno lavora un po’ di testa su quello che dici viene naturale pensare che uno dei principali nemici del negozio di dischi sia quello che moltissimi dicono che lo salverà, vale a dire il mercato delle edizioni speciali e dei tripli vinili e insomma la roba per i collezionisti. che in realtà sottintende l’esatto contrario dello spirito con cui sono sempre entrato nei negozi -nel senso, l’edizione super-speciale e super-costosa presuppone acquirenti che sappiano già qualunque cosa del gruppo che stanno comprando, mentre in un negozio si entra per scoprire cose nuove, vedere una copertina ed essere stregati, eccetera… no?

Sì, io sono d’accordo con te. Anche perché come sempre, in quell’ambito si è esagerato. Ormai è tutto limitato, numerato, deluxe, handmade. Troppo. A me piace la cura dei dettagli, l’amore che traspare per l’oggetto, ma non apprezzo quelli che fanno dieci copie con dentro le fotografie, un filo d’erba del giardino, i capelli della fidanzata, che li esauriscono dopo due minuti e quando provi a ordinarli ti dicono “bastava muoversi in fretta”. Pregare ai convertiti o produrre per la tua bocciofila non mi entusiasma. Facciamo le cose nella speranza di diffonderle e che vengano apprezzate. Pagate il giusto, ma pagate. Sembra ormai che tutto debba essere esclusivo, che (l’apparente) normalità di un bel disco non interessi più. Distorsioni della pseudo modernità. Una volta ho visto la pubblicità di Eataly con un pompelmo in edizione limitata. Ecco, di fronte al pompelmo in edizione limitata, io preferisco la scatoletta di tonno.

E la questione vinile VS CD? Leggo settimanalmente di questa rinascita del mercato per merito del vinile. L’altro mese è uscita fuori una statistica secondo cui in gran bretagna si vendono tipo seicentomila vinili all’anno, per cui insomma, un po’ poco. Come stai messo tu in merito alla questione?

Io sono sempre stato un fan del vinile, ma non un talebano, nel senso che compro anche cd. Ma il vinile è e rimarrà per sempre il formato definitivo. Commercialmente per Backdoor è sempre stata una sicurezza, anche quando davvero non lo seguiva più nessuno. Indiscutibile che sia seducente anche per i giovanissimi, che magari lo comprano come feticcio di qualcosa che hanno scaricato. Ma, attenzione è qui il passaggio saliente, che hanno anche amato. E allora pagano una sorta di debito di riconoscenza glorificandolo con la sua rappresentazione migliore: il vinile. In termini di vendite da me è sempre stato preponderante, sempre. Pur in un mondo dove tutto è già disponibile, una buona mossa è stata mettere il codice per il download dentro alle confezioni. Hai i tuoi due formati, legali, e sai di aver supportato un artista e un’etichetta che stimi. Non è una cosa da poco. Risibile magari, ma per me è un bel sinonimo di “acquisto consapevole”. Dovendo dire, lamento un certo aumento di prezzo alla fonte, il rischio è di spremere questa magari piccola ma fedele fetta di mercato e appassionati. In ogni caso, vinile uber alles.

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Passo oltre. Maurizio Blatto, firma di Rumore e chissà che altro. Vecchia scuola, ma i suoi pezzi hanno un quoziente autobiografico quasi più elevato di quello dei blogger. come mai?

Parlare di musica ha ancora senso se riesce a essere narrativi e l’esperienza personale (giudizio, ma anche passione) traspare con evidenza. E allora, essere autobiografici aiuta. Banalmente sono da sempre immerso nella musica e scindere vita e ascolti, spesso ha poco senso.

Io sono anche un grande fan di chi mi racconta quasi sempre la stessa storia (i Fall, Woody Allen, Mark Kozelek, Lansdale…), temo sia un retaggio del mio essere torinese/piemontese, terra dove talvolta la noia e la ripetizione sono della armi di distruzione di massa. Ma sinceramente mi piace chi mi racconta (bene) il suo “ardore” personale, cosa lo entusiasma, perché, il locale elevato a “mondo”, le cazzate quotidiane da cui filtrano verità. Ho voluto che fosse la mia cifra. Stilisticamente poi, ti permette anche di andare avanti all’infinito, mettendoci dentro quasi tutto.

Io sono sinceramente curioso rispetto alle persone che incontro, ma per contraltare detesto facebook (dove non sarò mai), all’interno del quale molti reagiscono di pancia, immediatamente schierati, spesso violenti. Il mio secondo retaggio torinese è un rispetto quasi religioso per l’”educazione”, ammissione che farà di me un old old old school, ma pazienza. Sono saturo di cinghiali, persone che esprimono giudizi non ponderati, rancorosi. Il salto da fanzine a facebook è esattamente questo. Allora raccontavi i cazzi tuoi, ma dovevi stamparli e spedirli. La fatica del farlo implicava una misura e una ponderatezza che oggi sono spesso inesistenti. Il guaio è che non possiamo sempre e a qualsiasi ora dire cose interessanti o intelligenti. Chiaramente ho delirato e tracimato oltre i confini della domanda.

Una volta Pecorari mi rispose una cosa simile, parlando della differenza tra scrivere quello che si pensa e pensare a quello che si scrive. però quello di facebook credo che spesso sia fanatismo, nel senso di “fan” per così dire, cioè, hai a che fare con un amore ed un odio diverso. e le conversazioni noiose su Facebook sono DAVVERO noiose. non lo so. Riguardo al resto, credo che la tua roba funzioni perchè quando leggo un pezzo penso che avrei potuto scriverlo io ma peggio, cioè di essermi trovato in quella situazione esatta con quel gruppo esatto. E questo anche per uno che legge è impagabile, ma forse da un altro punto di vista è la morte della critica e l’inizio di una dimensione narrativa, un po’ alla Rolling Stone. no?

So che a risponderti che non conosco bene lo stile Rolling Stone faccio (again) la figura dello snob, ma è così. Quindi non saprei. Ma di sicuro, dipende dove e su che cosa stai scrivendo. Mytunes, la mia rubrica storica di Rumore (a maggio diventerà un libro), dove prendo una canzone e la uso come perimetro per narrativa e minima storia musicale, è la zona dove mi diverto di più e all’interno della quale sono sicuramente più libero. Se recensisco un disco, invece, allora limito l’autobiografia e giudico. Poi c’è da dire che la critica musicale su carta è ormai cosa ben diversa da quella sul web. Sei per forza di cose in ritardo e io, più che un limite, voglio percepirlo come un lusso. Permettermi una sorta di “ultima parola”, magari formalmente diversa. E quindi più narrativa. I tempi dilatati delle riviste dovrebbero essere un’occasione per una critica anche più netta, fatta tempo dopo. Se ti fai prendere dall’affanno dell’arrivare primo sulle cose, hai già perso in partenza.

Non scrivi mai per qualcuno sul web?

ho scritto, e con piacere, una cosa per il mixtape fanclub,  tanto per cambiare sugli Smiths. Da quando su Rumore non c’è più il privè, lo pubblico sul sito del mio negozio.  Non mi viene in mente altro. Non che mi rifiuti, ma un po’ non me lo chiedono e, soprattutto, non ho davvero tempo. Il lavoro, la famiglia, leggere, ascoltare dischi, i concerti, le mie partite di squash.  Tutto banale, mi rendo conto, ma non rimane molto tempo libero, quindi seleziono.

E poi mi piace anche essere pagato per quello che scrivo. Dopo tanti anni, ritengo sia doveroso (“Doveroso” è rivolto a me stesso; una forma di auto-rispetto per mio lavoro, anche se nessuno lo considera tale). Non che altrove abbondino, ma sul web quasi mai, purtroppo, ci sono risorse.

E leggerlo, invece, lo leggi?

Sì, più di una volta. Seleziono moltissimo anche qui, preferendo quelli che hanno un’idea di fondo. I pochi che sanno essere anche divertenti, lo humour latita drammaticamente nel mondo della scrittura musicale. Non mi piacciono i contenitori di recensioni,

quelli che scimmiottano la carta stampata, i rancorosi a costo zero.

Le riviste su carta mi seducono sempre. Per bellezza e abitudine. Ma anche per comodità. Tieni conto che io non posseggo smartphone o ipad, quindi una bella rivista in borsa o al cesso ha sempre il suo perché. Compro Rumore (non so attendere la mia copia) e Blow Up regolarmente. Talvolta Mojo e Wire.

Recentemente ho messo giù questa specie di teoria secondo cui lo humour fa male alla musica (e per conseguenza alla critica musicale), non so dire perchè esattamente, ma ha questa caratteristica (non tanto lo humour in sè, direi più l’ironia) di mettere tutto in prospettiva e far pensare che in fondo ci sono temi più grossi al mondo. ecco, un po’ quella seriosità tipo “scriviamo di questa cosa e fareste bene ad ascoltarla perchè è importantissima”, nel leggere riviste, mi manca molto. paradossalmente è più probabile trovarla in pezzi che recuperano roba di serie B, musica trash eccetera. 

Capisco quello che dici. E sono d’accordo sulla necessità assoluta di sbilanciarsi e quasi obbligare i lettori ad ascoltare ciò che riteniamo indispensabile. Io lo faccio e se conosco personalmente qualche gruppo (come capita inevitabilmente con gli italiani), ma ritengo siano fenomenali, lo dico espressamente e “spingo”. È più sull’idea generale che manca lo humour, sulla capacità di prendersi alla leggera, anche nelle proprie debolezze di ascoltatore e autore. Sulle manie, sull’approccio alla Calvino Italo (leggerezza “seria”) e non alla Calvino Giovanni (la serietà che divide, di qui i veri, di là i finti). Capisco che a vent’anni sia meno semplice, tendi a essere totalizzante, manicheo. Ma con il tempo sarebbe bene rilassarsi un po’. Anche perché certe verità “passano” persino più facilmente.

Però mi sembra abbastanza chiaro, almeno a me, che le pubblicazioni di musica siano in una fase interlocutoria. Svolta retromaniaca di blow up, in Gran Bretagna mi dicono questo mese la rivista più venduta sia Classic Rock… Non so se è il modo di progettare un futuro, no?

Il passato è sempre sicuro. C’è questa idea che il presente tocchi al web e la storicizzazione alla carta, ma non deve essere necessariamente così. È anche vero che il pubblico che compra le riviste non è un pubblico, per la maggior parte, giovane. Quindi, commercialmente parlando, immagini di dover offrire uno sguardo sul classic rock, più che uno sulla contemporaneità. Quando scopro che c’è ancora gente che vorrebbe un bell’articolo su Hendrix con discografia in chiusura, mi vengono i brividi, ma sono più di quanto si immagini a desiderarlo. Per questo dico che su quel tipo di musica puoi inserirti soltanto con un taglio narrativo. Possiamo ancora dire qualcosa noi, da qui, sui Joy Division? Quando Mojo ha intervistato magari anche il cartolaio dove Ian Curtis comprava le squadrette quando andava alle medie? Onestamente no. Allora l’unica possibilità è il filtro autobiografico, letterario. Che è difficile, perché l’autoreferenzialità può essere rischiosa, ma mi pare l’unica via. E’ vero che Blow Up è molto più retro di una volta, ma sinceramente mi pare che lo faccia sempre con uno sguardo interessante. Poi dipende sempre da chi scrive. Per esempio l’articolo sugli Squallor di Stefano Isidoro Bianchi era un capolavoro. Devo dire che Rumore mi pare un buon compromesso, si è aperto a temi e firme nuove. Io mi aspetto il racconto di qualcosa che non so o non ho “padroneggiato” bene da gente che ha la metà dei miei anni. Sempre che abbia la voglia di impegnarsi seriamente sulla qualità della scrittura. Ogni tanto mi arrivano delle cose scritte con i piedi, accenti a cazzo, nessun controllo ortografico. La sciatteria lessicale è intollerabile, divento una bestia. Nessuno ti ha obbligato a scrivere, non ci sono ritorni effettivi (soldi? promo? fama?), quindi deve per forza piacerti. Allora dimostralo, abbi cura di ciò che fai. A cominciare dal testo delle mail che mi mandi.

Da persona che sta dietro a un banco: il modo in cui un dato disco viene trattato su certe riviste fa ancora cambiare il numero di pezzi venduti?

Onestamente sì. Dipende molto dalla firma, ma si riconosce ancora un’autorevolezza alla recensione. Se sei uno apprezzato, il lettore (che spesso è anche un compratore) si fida. O quantomeno è curioso. La tipologia del cliente che arriva con la rivista con i titoli evidenziati o con la lista della “spesa” (fortunatamente) esiste ancora. Nonostante l’accessibilità immediata, sono in molti a richiedere una “guida” tra le mille uscite.

FAMMI UN ESEMPIO DAI, dimmi un caso in cui funziona così.

A costo di sembrare uno che si autoincensa (la recensione era mia), ti direi “Sparso” degli Altro. Tutti sapevamo che era una grande band e ne avevamo parlato spesso, ma farlo disco del mese su Rumore li ha portati “all’onor del mondo” e le vendite sono state nettamente superiori, perché hanno agganciato  un pubblico diverso. Anche Blow Up incide parecchio, soprattutto sui titoli più “oscuri” o quando aggancia bei dischi di pop laterale come “Descender” di Andrew Wyatt. King Krule disco dell’anno per Rumore l’ha fatto schizzare in alto negli acquisti.

Conosco comunque gente che, a priori, compra i titoli boxati di Rumore e Blow Up. Poi certo, io (come altri negozianti “indipendenti”) faccio la mia parte, ma quantomeno un classico “chi hanno fatto disco del mese?” non scappa mai.

Il Blatto negoziante consiglia dischi diversi dal Blatto giornalista? Io non vendo dischi ma credo che consiglierei dischi diversi. 

Sicuro. Anche perché non sempre recensisco dischi che mi piacciono, raramente richiedo qualcosa e quasi sempre mi vengono assegnati. Da negoziante poi, devi saper consigliare bene generi che magari non sono esattamente i tuoi. Per esempio la psichedelia è un settore rilevante per le vendite, io la conosco bene, ne seguo le uscite, ma ne compro una piccola parte per me. Ci sono poi dischi con i quali ti identifichi e diventa naturale proporre. Per esempio credo che, forse per compiacermi, quasi tutti qui abbiano comprato 1972 di Josh Rouse. In ogni caso io lo ammetto sinceramente “a me non ha fatto impazzire, ma credo potrebbe piacerti”, non c’è nulla di male.

La pesantata del venerdì: HO CAPITO CHE C’È CRISI MA TE VUOI PAGARE CINQUE EURO UN CD NUOVO.

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GENESI

Questa forse ve la devo spiegare, anche se non è la prima volta che si parla di ‘sta cosa qua dentro. Che qua dentro si sia fan dei negozi di dischi (1, 2, 3, 4) è un concetto che è passato, giusto? OK.

Sul forum del Mucchio, l’unico forum che ancora frequento, c’è un thread che si chiama LA MORTE DEI NEGOZI DI DISCHI. È partito qualche nell’aprile del 2009 da un pezzo bellissimo scritto sul Mucchio dall’amico Aurelio Pasini (ciao Aury) sulla chiusura di Nannucci e va avanti per qualcosa come millecinquecento interventi. Ogni tanto chiude un negozio nuovo e la discussione torna ad aggiornarsi. (questo pezzo contiene brandelli di cose che ho già scritto lì).

ESODO

Recentemente, il più grande problema dei negozi di dischi (tutti e sei i negozi rimasti) sembra essere che i dischi SI PAGANO TROPPO, rispetto ai soldi che si spendono a comprarli non-nei-negozi. Esempio: il disco di questo che trovo nel negozio a venti euro, alla Fnac lo pago (pagavo) dieci e su Amazon cinque euro. Il problema, dice un tizio, è la percezione di quale debba essere il costo di un CD. Una domanda interessante. Quanto?

Qualcuno dice “5 euro”. Qualcuno risponde “massimo 10”.

Inorridisco, insulto qualcuno, si sviluppa una discussione. Nei forum succede così. Decido, questa mattina, di fare la stessa domanda su twitter.

La domanda è volutamente generica. “Quanto sei disposto a pagare per un CD?”. Sottende l’idea che i CD comprati nei negozi siano uguali a quelli comprati su internet, che a livello di prodotto in sé è verissimo. La risposta, considerando più o meno una settantina di risposte è 10 euro a dir tanto. Sei o sette persone dicono più di 10, due persone “massimo 15”, una sola 18/20 euro. Molti fissano effettivamente il tetto a 5 euro per il catalogo, qualcuno anche per i nuovi. Il mio twitter si lega a gente che cazzeggia con la musica. La risposta è una risposta da consumatori: posso scaricarlo e comprarlo su itunes, pago due lire in più per avere il supporto fisico, ciao.

Specifica aggiuntiva: un CD con un booklet di due pagine non vale 10 euro. I CD, per venire comprati a qualsiasi cifra, devono essere oggetti da collezione.

LEVITICO

Il CD a 5 euro è un’anomalia statistica diventata istituzione, comparsa nel banchetto dell’usato da qualche parte negli anni novanta e da lì in poi eretta a sistema economico per motivi che non comprendo a fondo. Tu vai a vendere dei CD usati al negoziante, lui ti dà due euro e mezzo e li vende a sei/sette euro. Per te è un affare? insomma -è tipo il 10% di quanto l’hai pagato nuovo. Per il negoziante è un affare? Mica tanto. Si sobbarca il costo di un probabile stock, ci paga le tasse e le spese fisse e tutto il resto, alla fine ti rimangono in tasca i soldi che rimangono al barista per un caffè (ma credo si vendano più caffè che CD usati). In prospettiva non è un mercato che ti rende ricco ma diciamo che –almeno- non è in perdita. Pausa caffè/CD usato.

NUMERI

quest’anno mi è capitato di fare i disegni per la copertina di un disco, che è questo (lo metto per tirarmela e spammare un po’, comprate questo disco CAZZO è bellissimo l’ho disegnato io):

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Ogni Giorno – Il fine settimana, due anni dopo

Questo disco è stato registrato dentro uno studio che costa soldi. Poi il disco deve venire stampato -AKA serve un master- e viene messa insieme una copertina, da stampare anche quella.

Questo disco, in particolare, costa alla stampa 4,5 euro. È vero che è una confezione lussuosa (grazie regaz), e in questo risponde ad un’esigenza manifestatami da qualcuno che mi ha risposto su twitter: il CD oggi deve essere un oggetto carino di per sé, o mi prendo su i file e vaffanculo. Il CD degli Ogni Giorno, stampato e finito, costa 4,5 euro. In questi 4,5 euro di costo non sono comprese:

1) le ore di studio
2) il master
3) l’illustratore/il grafico

4) andare a prendere i dischi in un posto e portarli a casa propria.

Conto della serva: il costo di questo disco, dentro uno scatolone a casa dell’etichetta, si aggira tra i cinque e i sei euro. Ora il disco va venduto a qualcuno. Vai nei negozi o in GD? Vendi il disco a un distributore. Il quale (la sparo) compra i dischi a sette euro (più IVA), cioè un euro a copia per l’etichetta. I distributori hanno due modi di comprare: il primo è comprare, il secondo è comprare in contovendita. Se compri in contovendita ha probabilmente senso che tu venda il tuo CD al negoziante intorno ai 10 euro (più IVA). è un prezzo bassino: stiamo parlando di un primo margine del 37%, a cui vanno tolte tutte le spese e le tasse etc (se pensate che sia tanto ipotizzo che non lavoriate nel commercio). Questa gente NON sta concludendo l’acquisto al tavolo di un’osteria: ci sono telefonate, mail, corrieri (provate a lavorare due mesi servendovi di un qualsiasi corriere espresso e poi venite qui a dirmi che parlo a vanvera) e tutto quanto. Diciamo che dei tre euro che vanno a comporre il primo margine, un euro se ne va via in spese -o le spese vanno girate al negoziante.

Il negoziante a questo punto si trova il disco nel negozio, deve buttar su il 22% di IVA e decidere quanto guadagnarci sopra. Ponendo che tutto sia andato BENISSIMO (il trasporto è andato ok, niente rotture, non ti cade la scatola mentre la metti sul banco), il disco viene messo sullo scaffale a 17,5 euro e frutta circa 5 euro al negoziante. Questi merdosissimi 5 euro, secondo la percezione popolare RAPINATI al mercato musicale dal negoziante sono soldi su cui il negoziante paga le tasse, l’affitto del negozio, luce gas e tutto il resto. Poniamo che di questi cinque euro alla fine dell’anno gliene rimangano in mano due (e non sono due): un venditore di dischi dovrebbe vendere circa 500 pezzi al mese per tirar fuori uno stipendio da operaio. 500 pezzi al mese vuol dire 20 dischi al giorno, compreso il martedì, noto giorno della settimana in cui la gente esce di casa e si accalca per comprare dischi al negozio.

In sostanza, su un disco indipendente a 17,50 euro (qualora il disco sia venduto in centinaia di copie, e in questo caso nemmeno) non ci lucra nessuno di quelli a cui è passato di mano. Il disco che ho preso in oggetto, come ho detto, è particolarmente lussuoso e se fosse su un jewel case costerebbe molto meno. Ma ci sono costi aggiuntivi su questo conto, per esempio:

1 vengono mandate in giro copie promozionali. Ok, magari no.
2 il disegnatore viene pagato con copie del disco da regalare a sua madre.
3 il gruppo viene pagato in copie del disco da smerciare per suo conto ai concerti
4 il disco, nell’esempio, è venduto in contovendita, va incontro a costi di ritiro che non so quantificare
5 i dischi non vanno spessissimo sold-out.

Un’altra cosa da considerare è che 17,50 euro sono esattamente GLI STESSI SOLDI che si pagavano per un disco quindici anni fa, ad un cambio lira/euro che è stato fissato anche questo una quindicina d’anni fa (nel frattempo la benzina è raddoppiata, per capirci). Qualcuno può giustamente sostenere che la catena produttiva è troppo lunga e che il negozio di dischi non è più il posto dove si comprano i CD. Non sono d’accordo ma è verissimo. Il problema è: esistono alternative? Un’etichetta deve produrre il disco e poi contattare direttamente tutti i negozi del mondo? Prendersi un agente che venda la sua roba a provvigioni? Si può davvero pensare che una catena di grandi magazzini/elettrodomestici/autogrill/supermercati possa inserire come fornitore una singola etichetta o gruppo? Ne dubito. E le major? Non so davvero quantificare. I costi di produzione del CD di Kylie Minogue sono senz’altro più bassi dei 4,5 euro a copia degli Ogni Giorno, ma vanno considerati i costi di registrazione (che non sono i qualche-mila euro che ti costa registrare un disco buona la prima) e le campagne promozionali, il cachet di Michel Gondry e l’assicurazione sul culo di Kylie, il tutto per titoli che mediamente non vendono più i milioni di pezzi ciascuno degli anni novanta. Posso comprare CD ai banchetti dei gruppi e delle etichette, lo faccio anzi ed è il modo in cui ancora preferisco spenderli ma sai com’è. Vai Kylie:

DEUTERONOMIO

Ci sono, ovviamente, i modi di vendere inventati da internet. Il primo modo di vendere inventato da internet è il download gratuito, poi c’è il download a pagamento, streaming legali, poi i dischi fisici comprati sugli Amazon del caso. Come sa chi mi conosce, odio Amazon. Ho fatto acquisti, sia chiaro, e sono andati tutti e due a buon fine; niente ritardi, niente rotture di coglioni, niente inversioni di titoli: ho smesso perché a comprare su Amazon non provo nessuna emozione (e allora tanto vale che me li scarichi) e per le condizioni di lavoro a cui sono sottoposti i dipendenti. Forse il boicottaggio è un concetto stupido e fuori moda, certo, ma l’alternativa è l’idea che un prezzo sufficientemente basso non ha alcun limite morale a cui appigliarsi, e mi sembra molto più agghiacciante. Ok, sono io, ma a leggere questo pezzo il mio banalissimo desiderio è che questa gente chiuda bottega.

Nella discussione sul forum fa abbastanza presto a saltar fuori l’idea che il consumatore sia, come dire, un attore partigiano che deve pensare alla bottega. E che tra un disco a cinque euro e lo stesso disco a quindici sia tenuto a scegliere i cinque euro. Questo ragionamento ne nasconde implicitamente un altro, e cioè che di base non è colpa nostra se qualcuno ci tenta con offerte irrifiutabili (che comunque rifiutiamo), cioè che di base il mercato è quello e noi non siamo responsabili.

Ecco, io non sono d’accordissimo con questa cosa. Credo che sia dovere di chi compra dischi (ma anche, boh, prosciutti) assicurarsi che qualcuno non stia perdendo soldi per coprire un bisogno del consumatore. Ci sono modi per comprare dischi a meno soldi: banchetti, acquisti dal sito dell’etichetta e tutto il resto. Condividere la musica aiuta la diffusione, pagare la musica aiuta il proseguimento della razza, e tutto il resto. Pretendere di pagare massimo dieci euro per un disco nuovo, insomma, mica tanto.

Salterei alle conclusioni ma già così sono quasi diecimila battute.

Il listone del (ehm): SEI MOTIVI PER CUI LA FNAC E SIMILI NON SONO “NEGOZI DI DISCHI”

Oggi in giro per l’Italia c’è uno sciopero dei dipendenti di FNAC, una catena di negozi giganteschi specializzati in tecnologia e affini che forse chiude alla fine dell’anno per questioni di politica commerciale. Fermo restando il problema di fondo della cosa, che non discuto e con il quale sono solidale (la fregatura di essere comunisti è che c’è un lato oscuro in quasi tutto quello di cui parlo, almeno gli altri possono dare la colpa a qualcuno), stavo cazzeggiando sul forum del Mucchio e la chiusura della FNAC è commentata sul thread “la morte dei negozi di dischi”. E siccome siamo in debito di un listone, vi appioppo sei motivi per cui nonostante il fatto che la FNAC di Milano (l’unico punto vendita in cui sono entrato) abbia un piano intero e sterminato dedicato ai CD, non si può parlare di FNAC e di altre cose come di negozi di dischi.

L’ODORE

Entri in un centro commerciale e c’è un odore da centro commerciale, vale a dire aria vagamente viziata e/o ricircolante ma indiscutibilmente pulita e sterilizzata come se ci fossero persone pagate per passare lo straccio per terra tutte le sere. Gli scaffali sono puliti, i dischi sono in ordine e l’ordine in cui sono i dischi è deciso a tavolino da una persona deputata a farlo. In un negozio di dischi serio c’è un odore di roba polverosa dimenticata lì da anni, vale a dire qualsiasi disco in vinile che è rimasto in groppa al negoziante e/o è passato di mano un paio di volte e si è deteriorato nei bordi. L’odore di dischi sfatti nei grandi centri non c’è.

I PREZZI

Non è tanto una differenza nei valori assoluti, non è che da una parte compri a più soldi che dall’altra. La principale differenza tra i prezzi dei supermercati e quelli dei negozi è che i prezzi dei supermercati sono quasi tutti a tot euro e novanta. Inizialmente immagino fosse stato pensato per dare l’illusione di un risparmio, tipo diciannove e novanta invece che venti, poi semplicemente le persone e le catene si sono assuefatte e sembra che non possano fare a meno del .90 alla fine. In un negozio di dischi serio il .90 sta SOLO nei dischi a prezzo imposto, tipo le promo a 9.90 delle major, o cose così. I dischi nei negozi di dischi costano tot euro tondi, o (se la moglie del negoziante non gliel’ha data la sera prima) tot euro e cinquanta. Le ragioni sono molteplici: per prima cosa, nonostante quello che si dice di loro, la maggior parte dei venditori di dischi non sono dei manigoldi di merda con la fissa del marketing. Secondo, la maggior parte dei negozianti che conosco preferirebbe uccidersi che passare la vita a trafficare con pezzi da dieci centesimi. Terzo, un numero consistente di questi semplicemente non ha gli strumenti concettuali per considerare la cosa.

IL CATALOGO

Andare alla FNAC, o in un altro posto ugualmente fornito, è un’esperienza totalizzante. Possiedono titoli ascrivibili più o meno a qualsiasi genere musicale conosciuto dall’uomo, compreso il rumore delle rane dello stagno con le arpe sullo sfondo, e altre cose paragonabili. Entrare in un buon negozio di dischi, quantomeno per motivi di spazio, impone di mettersi nell’ordine delle idee del negoziante. Non trovi TUTTO, trovi una fetta minuscola di scibile in merito alla quale il negoziante cerca di saperne più di chiunque altro nella sua città, allo scopo di salvare la vita ai suoi clienti.

LO SWAG

Puoi entrare al supermercato da ragazzino sedicenne e spulciare dischi per due ore e mezzo nella speranza di trovare un’illuminazione o un indirizzo, e l’unica cosa che rischi di beccarti è un commesso che di tanto in tanto passa lì vicino casualmente per controllare che non ti freghi dei dischi. Nei negozi di dischi, quando hai sedici o diciassette anni, impari nel giro di brevissimo che non è aria. Il negoziante è un barbone con il male di vivere, ha quarant’anni, è miope, sa cose che tu non sai (tipo il nome di tutti i componenti dei Noxagt) e non sembra avere aperto il negozio per te. So che sembra un punto a sfavore dei negozi, ma una buona parte della mia infarinatura musicale l’ho dovuta fare per capire di che cazzo stessero parlando il commesso e certi clienti fedeli.

LA GENTE

I clienti fedeli di cui sopra. Non è che succeda spessissimo, ma alle volte ti metti a chiacchierare con la gente in un negozio di dischi e ti trovi in mezzo alla discussione della tua vita. Questo succede perché nei negozi, il sabato all’ora di punta, sei tipo in cinque quando va bene. Qualcuno parla ad alta voce e ti senti libero di commentare. Ci ho tirato fuori anche degli amici, o quantomeno gente che vedo ogni tanto a un concerto e la saluto, ma non è nemmeno questo il punto –il punto è che questa cosa nei grandi magazzini non succede, sei da solo in mezzo ai cartonati di Giorgia e stai spulciando alla voce Musica Internazionale – lettera P nella speranza di trovare un disco dei Pinback buttato a caso in mezzo a quelli dei Pink Floyd. A volte torni a casa con l’illuminazione, altre volte torni a casa con un disco dei Pinback, più spesso torni a casa con le pive nel sacco.

IL CONTO

Alla FNAC o nei supermercati o su Amazon (comprare dischi su internet è come comprarli ad un emporio, grossomodo) il conto alla cassa è la somma dei prezzi dei singoli CD più eventualmente il coupon del buono sconto. In un negozio di dischi questa cosa succede meno spesso. Se conosci il negoziante il prezzo del CD tende ad essere scontato a cazzo, a volte ti regala un disco su quattro o cinque e via di questo passo. Non è che sto qui a dirvi che a comprare nei negozi si spende meno, ma insomma.

STARE BENE

Nei grandi empori della musica ci si va per comprare dischi. Nei negozi di dischi ci si va per stare bene, e poi già che ci sei compri un disco. È diverso. Frequentare i negozi di dischi presuppone che tu sia una persona a cui piace andare in un negozio di dischi e che nei negozi di dischi ama guardare i dischi (e non, che so, i dischi e le reflex digitali).

Parlando di Record Store Day.

Mia madre mi ha invitato a pranzo a casa sua, le ho detto che sarei arrivato lungo con il lavoro. Non è vero. Esco dall’ufficio alle undici e mezzo e mi metto in auto verso la città. Parcheggio in viale Carducci a Cesena, un paio di vecchie mi stanno guardando da una panchina, sembra abbiano visto Bin Laden. Mi accorgo di avere il disco dei Crash of Rhinos a volume ottanta su cento e i finestrini abbassati. Non capita più così spesso. Scendo dall’auto, le vecchie mi dicono qualcosa sul rumore, metto le cuffie e faccio partire un disco di Malika Ayane sul lettore mp3.

Entro al negozio di dischi sei minuti dopo. Di fronte al negozio c’è un calzolaio, decido di farmi fare un buco aggiuntivo alla cintura. Non mi chiede soldi, io nel frattempo cerco d’immaginarmi come faccia un calzolaio a sopravvivere in centro a Cesena nel 2011. Sarà che le scarpe non te le puoi scaricare. Al negozio ci sono tre persone: uno sta questionando il negoziante, il cui nome non è affatto Fabio, in merito a certi singoli/rarità di Vasco Rossi. Un altro è un amico che fa contovendita in una libreria a una trentina di km da qui. Un altro sta spulciando gli scaffali alla voce sixties/garage/etc. Il negozio di fabio è uno stanzone piuttosto grande, la disposizione dei CD e dei vinili cambia più o meno mensilmente e c’è sempre sa il cazzo quale offerta, tipo il 3×2 sugli usati quasi fisso -spesso anche sui nuovi, etc.

Il negozio di Fabio osserva la rigida regola della socialità temperata autoimposta che i negozianti ed i clienti di questo ambiente non vedono l’ora di mettere in piedi. Per certi versi le regole sono simili a quelle del barbiere di Gran Torino. Entri, insulti il negoziante, il negoziante insulta te. Cesena non è una città cosmopolita, per cui gli insulti a sfondo razziale non hanno senso di esistere, ma tutto il resto è permesso. Sono quasi convinto che prima o poi Fabio estrarrà un fucile a pompa e me lo punterà in faccia per il LOAL.

Quando uno come me entra in un negozio di dischi ha quasi sempre un piano, qualcosa a cui dare la precedenza rispetto a qualcos’altro. Il piano di solito prevede di cercare qualcosa di simpatico, popposo, giovane, divertente e fresco che mi tolga dal fango e mi prepari all’estate. Il piano di solito viene disatteso non appena mi capita sottomano un disco Touch&Go o AmRep o Sub Pop. Il negozio fa il 3×2 sull’usato. C’è la discografia della Blues Explosion, qualche disco dubstep, l’ultimo Third Eye Foundation, un live di Bonnie Prince Billy di cui non so nulla, dischi di indie italiano, certe cose che comprai appena uscite e che vedo a quel banco da quando sono andato. Per un momento considero l’idea di comprare OK Computer e Dig Your Own Hole, poi ci ripenso. Il tizio è passato da Vasco Rossi a certe cose prog anni settanta. Ci si inchiacchiera un po’ tra gli uni e gli altri, piove qualche offesa gratuita e bonaria. Come nei negozi di dischi veri. Non entro qui molto spesso: un paio di volte al mese quando va bene, mediamente una volta al mese e basta. Compro sempre qualcosa. Sto cazzeggiando per giustificare il viaggio di 15 minuti che ho fatto per arrivare a Cesena, giro per gli scaffali e mi ritrovo con dodici dischi in mano. Ho pochi soldi, decido di scremare e scelgo una lista di dischi non-usati che possano fare da prima scelta e tenermi buono per almeno un altro paio di settimane. Il live di Bonnie Prince Billy. La reissue di Goat dei Jesus Lizard e quella del secondo Meat Puppets. Wrung dei Mule perchè non ho resistito e uno degli Arab On Radar (Yahweh Or the Highway). Vado alla cassa e mi faccio fare il conto: Fabio decide che in totale gli devo quaranta euro. Saluto, esco dal negozio e metto le cuffie. C’è ancora Malika Ayane. Nascondo la segreta speranza di incontrare qualche amichetta di tendenza che ha appena comprato un paio di jeans da centotrenta euro e mi sfotte per quello che ascolto. Non incontro nessuno. Salgo in macchina, metto i Meat Puppets, torno a casa.

Se avessi comprato dischi da casa in un mailorder avrei dovuto cercarli su qualche portale, spulciare tra le offerte, mettere le cose nel carrello, fare tutto secondo un ragionamento logico e ferreo e postare qualche insulto a caso su un forum non collegato, e se fosse andata GRASSISSIMA avrei risparmiato qualcosa come cinque euro sugli stessi titoli, che mi sarebbero stati recapitati la settimana successiva. Non che il problema si ponga: su amazon.it tre dischi su cinque non sono disponibili. Gli altri due costano trenta euro in totale.

Sabato pomeriggio è il Record Store Day, giornata deputata all’acquistare dischi nei posti dove si comprano i dischi.

(nota: questo che avete letto fa parte di una serie di “cosi” che noialtri ed alcuni amici stiamo facendo uscire in questa settimana. Li trovate tutti qui.)