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Mark Lanegan – Imitations

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è brutta ma voglio dire, pure l’originale…

Mark Lanegan, che a quei tempi è ancora collinianamente “il cantante degli Screaming Trees”, esce dagli anni bui e celebra con un disco di cover. Lo chiama I’ll Take Care of You, come il secondo brano in scaletta: è una scelta stronza. Il primo brano in scaletta si chiama Carry Home ed è la  canzone che apre Miami dei Gun Club: nella versione di Lanegan (accompagnata solo dall’acustica di Mike Johnson) ti fa il cuore a brandelli e diventa il più bel pezzo mai inciso da chiunque -non che l’originale fosse una cacchetta, sia chiaro. Il resto del disco non vale altrettanto, ci sono bei momenti (Consider Me il mio preferito), ma per il resto del tempo si rimane nell’attesa che l’Uomo torni a cantare le proprie canzoni. Lo farà in Field Songs, l’ultimo suo disco davvero bello, prima di prendere la strada dello stoner e delle collaborazioni infinite e del niente-di-che.

C’è una brutta cosa che succede con certi artisti, quelli le cui opere sono frutto di evidenti sofferenza e disagio più che di tecnica e ingegno. I discorsi sull’estetica tendono a sfiorire e lasciare il posto a questioni morali abbastanza pallose. Una volta qualcuno me l’ha chiesto esplicitamente, forse commentando una mia recensione, non ricordo più. Gli ho risposto sì, potendo scegliere preferirei artisti infelici e dischi buoni invece che artisti felici e dischi brutti. In questo c’è senz’altro una componente di sadismo e/o utilitarismo, che senz’altro mi indispone se ci penso troppo, ma più in generale è un discorso che va incontro a un processo di rimozione non troppo diverso da quello secondo cui non pensi troppo alla fine del maiale quando mangi le salsicce. E noi alla fine siamo qua a parlare di dischi.

Imitations esce dopo il fallimento di Blues Funeral e dieci anni di carriera tutt’altro che sfavillanti. Al primo ascolto senti già un’aria diversa: non è proprio casa, è più voglia di qualcosa di buono. Siamo noi o è lui? Flatlands (Chelsea Wolfe) serve a regolare l’asticella: solo chitarra acustica come in Carry Home, ma la produzione è molto meno nuda e c’è un riverbero sulla voce che a me francamente fa sentire solo vuoto e merdoso. Ma è comunque meglio di quello che Mark Lanegan ha fatto negli ultimi anni, più intimo, c’è amore, c’è passione. Forse è ora di permettergli di giocare a fare il bluesman. Forse è ora di permettergli di non essere decisivo, e persino di non avere una Kimiko’s dream house in scaletta. Rispetto al Lanegan del disco precedente è comunque un altro pianeta. A questo giro mi basta.

Recensioni alla vecchia: SUICIDAL TENDENCIES – 13 (Suicidal Records)

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Un’altra cosa PUNK che ho fatto recentemente, prima ancora di mettermi a guardare le foto del red carpet del MET, è stato sentirmi un disco nuovo dei Suicidal Tendencies. Non so esattamente perché l’ho fatto, nel senso che dei Suicidal Tendencies ho avuto per la maggior parte del tempo per cui li ho cagato una delle opinioni più scontate del sistema solare (per quello che han dato a me potevano pure sciogliersi dopo il primo disco) e quando ho iniziato a fare pace con la fase metal/crossover il gruppo ha fatto uscire Freedumb e si è trasformato nell’ennesima macchietta del ritorno all’arcòr oltranzista e cafone con quattro set di virgolette prima e dopo (a quei tempi comunque Mike Muir era già diventato uno stato della mente, che si risolveva più che altro nell’impellente desiderio di portare berrettini con la visiera in alto e bandane su capelli pelati e tatuaggi del Cristo lunghi tutto il braccio e una maglietta con scritto da qualche parte SUICIDAL FOR LIFE). L’ho fatto per noia; l’ho fatto per curiosità; l’ho fatto perché l’andazzo recente è che mi ascolto i dischi di qualche gruppo da cui mi aspetto qualcosa di buono (Phoenix, Deerhunter, The Knife, Bowie, Black Angels) e mi cascano le palle a terra. L’ho fatto perché ho trovato il disco a caso su Newalbumreleases (sono una donna non sono una santa). Il disco si chiama 13, è il primo disco di inediti dal 2000 e il primo disco senza Mike Clark alla chitarra dai tempi di Join The Army (anche se il chitarrista risulta comunque presente in una manciata di pezzi), il che rende più o meno ufficiale l’esistenza del nome Suicidal Tendencies come propaggine del solo Muir. 13 esce sul mercato con la dichiarata intenzione di rappresentare la colonna sonora ufficiale della gente che ho descritto sopra. Avete presente i raduni delle Harley Davidson? Ne fanno anche qui in Romagna. Sono eventi mutuati a cazzo da una certa (a)cultura statunitense e traslati sia a livello di territorio che di cultura; mettono a scaldare delle piadine con la salsiccia e raccolgono una massa sterminata di mentecatti che sognano di girare l’America da costa a costa vestiti di pelle (e a cavallo di una motocicletta per nulla performante) e si passano il filo interdentale due volte al giorno. Io non ho niente contro l’igiene dentale, ma come si può pensare che una persona col sorriso di Tom Cruise possa comprendere la figura storica del generale Lee? Quando metti nello stereo l’ultimo disco dei Suicidal Tendencies va ancora peggio: una delle sensazioni più orribile mai provate al suono di un disco, una specie di hardcore tascabile istantaneo che schiacci il bottone e la casa si riempie di urgenza e slogan che inneggiano alla rinascita e assoli plastici proto-metal. Ma non è quello a spaventare, è l’idea che questo impianto possa arrivare a un pubblico qualsiasi, per quanto mal assortito e geograficamente dislocato a cazzo. L’idea che là fuori esista davvero qualcuno fissato contemporaneamente con il surf, la palestra, la resistenza all’autorità, i tatuaggi, il filo interdentale, il carcere, lo spanglish e la bandana in testa. E che la maggior parte di questi non vivano a Los Angeles, nè dispongano di strumenti culturali sufficienti per poter ascoltare un disco più violento e coinvolgente dell’ultimo Suicidal Tendencies (una caratteristica comune a tutti i dischi rock sul mercato, grossomodo). Davvero, è proprio che non riesco a capire.