Navigarella (l’arte del dissociarti mentre clicchi il tasto PUBLISH)

(in cui nel disperato tentativo di avere più voglia di aggiornare la rubrica, Franci decide di togliere i titolini ed incanalare il tutto in un unico flusso)

  • Il Conte ha detto la sua su quella storia dei norvegesi uccisi dal tipo. Naturalmente è un parere non richiesto, antisemita e tutto sommato piuttosto folle –come quasi tutti i suoi pareri. Altrettanto naturalmente la cosa non ha impedito alla gente di buttarcisi a pesce, dissociarsi mentre cliccano sul tasto Publish, e quant’altro. Ormai è diventato tutto come la partita di calcetto il martedì sera.
  • Su questa storia ci si è buttato a pesce anche Assante, non ho ben capito come mai. In pratica linka un pezzo sui Mayhem (in inglese) “alla luce di quello che è accaduto a Oslo”. Qualcuno gli fa presente che a premere il grilletto è stato un fondamentalista cattolico. Lui scrive un SECONDO post nel quale rilinka la storia dei Mayhem in italiano, sapendo che probabilmente l’assassino non ha nulla a che fare con il black metal a nessun titolo, “perchè potrebbe servire, per chi vuole far uso della propria intelligenza, a comprendere meglio la società norvegese, nella quale il nazi-cristiano è cresciuto.” D’altra parte, per quanto ne so io e senza cercare su google, potrebbe benissimo essere che l’unico altro omicidio commesso in tutta la storia della Norvegia sia quello di Euronymous. (altro…)

Mancarone: Ludwig Wittgenstein (26 aprile 1889-26 aprile 2011)

La vita è così, prima è il calcio, poi è la musica, poi è la musica brutta, e infine la filosofia. E come una volta compravamo dischi e ne blateravamo senza averli neanche ascoltati (l’internet ci ha poi dato una gran mano in questo, dandoci – per tramite di un vero o presunto “l’ho scaricato” – la possibilità di parlare in pubblico di qualsiasi disco del passato, presente o futuro, e di qualsiasi disco dire eventualmente “non mi piace” o “fa schifo” o “gran disco – così, seccamente, senza approfondire-”, alleggerendo di conseguenza la lista dei dischi da possedere di uno, due o cinquanta unità), adesso siamo passati in parte ai libri di filosofia. Bè, in ogni caso la modalità non è cambiata: ho tutti i libri di filosofia del mondo a casa (compreso “Il narratore” di Benjamin annotato da Baricco, una chicca dell’horror-publishing che un giorno il mondo dei cultori del camp mi invidierà) avendone letto una minima parte, cioè zero se zero su un numero qualsiasi si possa considerare effettivamente “una minima parte” di quel numero. Che poi la soluzione a questo dubbio potrei trovarla da me, se solo mi decidessi a leggere (ce l’ho) “I principi della matematica” di Russell o (non ce l’ho ma abito vicino ad Amazon) le “Lezioni sui fondamenti della matematica” di Wittgenstein. E qui, con un artificio letterario degno dei più grandi autori della classicità – nessuno dei quali ho letto (dell’Odissea ho visto il film. E a proposito, giusto ieri chiedevo seriamente a mia moglie chi avesse scritto l’Iliade, e soprattutto in che lingua. Ho dimenticato la risposta) – sono arrivato al punto dell’uomo la cui infelice esistenza ho deciso di celebrare nell’anniversario della sua nascita.

Buon 122esimo compleanno Ludwigone! E tanti auguri anche al fatto che la tua filosofia minimal-chic abbia dato a noi superficialoni, con tutte quelle storie sul linguaggio che non ho mai veramente capito (ho letto il “Tractatus”, ma solo l’introduzione e poi l’ultimo lapidario paragrafo, sul quale ho costruito la quasi totalità delle mie conversazioni pubbliche degli ultimi due anni), un argomento valido per non conoscere tutta la filosofia precedente. Insomma, Wittgenstein è stato un po’ il “l’ho scaricato” della filosofia. Conosci Kant? No, ho letto Wittgenstein. Io e Wittgenstein abbiamo un sacco di cose in comune per via delle quali tempo fa mi ero identificato con lui: le nostre date di nascita iniziano entrambe con un due e finiscono entrambe con un nove; entrambi siamo geni; entrambi siamo stati a Cambridge (lui come studente e professore, io a fare un cazzo, direi “in vacanza” ma senza gli annessi turistici); entrambi abbiamo avuto un professore di principi della matematica che si chiamava Russell (il mio professore di matematica del liceo si chiamava William Russell e una volta l’ho incontrato in curva a un Lazio-Inter e lui mi disse, a Rò, forza Lazio!, poi il giorno dopo interrogò un mio amico che era con me che andò malissimo e lo guardò come a dire, “ma come, la curva nord?”, e lui, come se avesse sentito, rispose “Ahò, ho capito che sei annato a vedé la Lazio, ma dovevi pure studià!”) ed entrambi in un momento di depressione abbiamo pensato di darci al giardinaggio – lui l’ha proprio fatto, io ho consultato il bando per giardinieri comunali (esseppiccuère) il che è come averlo fatto, in un mondo in cui i lavori si fermano di norma al bando (e in ogni caso la natura rizomatica della realtà non mi è sfuggita). Non è finita. Lui in un momento di depressionissima andò a vivere su un fiordo in Norvegia durante la notte artica, io amo i Turbonegro e i Darkthrone; lui ha fatto la prima guerra mondiale, io l’avrei fatta, se ci fosse stata ai miei tempi; lui ha scritto altero che “di ciò di cui non si può parlare bisogna tacere” non pubblicando mai più niente, io ho obbedito con severità non pubblicando niente.

Caro Lulù, se la filosofia fosse ancora questione di incontri al vertice in cui tu minacci Popper con l’attizzatoio (il tutto è raccontato in un bel libro che ho, ma che non ho letto, quindi la storia non la conosco), avrei deciso di fare il filosofo anch’io invece di rinchiudermi in questo fiordo rizomatico da cui simboleggio la natura autocorrettiva della vita umana non facendo un cazzo e scrivendo di te (e dunque non disattendendoti). Buon compleanno dai tuoi amici di Bastonate!

Gruppi con nomi stupidi “the Christmas edition”: SKITLIV

 

Il disco delle feste 2010 (ma anche del 2009, e del 2011, e del 2012, e se il mondo non sarà andato a puttane del 2013, e… insomma, avete capito) è stato senza dubbio Skandinavisk Misantropi di Skitliv. Skitliv (che significa “vita di merda” in norvegese) è il progetto principale di Maniac; per chi ha avuto un’adolescenza normale, Maniac è stato il cantante dei MayheM (sai, quei norvegesi matti che si ammazzavano tra di loro) dal 1986 al 1988 e dal 1995 al 2004. Pare sia stato cacciato dalla band perché costantemente ubriaco o strafatto di medicinali che avrebbero dovuto fargli passare la voglia di bere (al suo posto è rientrato il temibile ungherese tossico Attila Csihar, già negli psicotropi Plasma Pool, cantante per caso su De Mysteriis D.O.M. Sathanas poi sfruttatissimo dai Sunn O))) ogni volta che sentono il bisogno di vocals maligne) . Il vero nome di Maniac è Sven Erik Kristiansen; vive a Oslo, ha due figli, il corpo disseminato di tatuaggi più o meno da ergastolano e somiglia vagamente a Marco Materazzi. Soprattutto, canta in un modo assolutamente spaventoso, malsano e profondamente perturbante, impossibile da replicare quanto da raccontare; ci si è avvicinato più degli altri Malfeitor Fabban quando nella recensione di Wolf’s Lair Abyss scrisse che la voce di Maniac sembra provenire da un essere deforme incapace di aprire la bocca per bene (le parole precise non le ricordo ma il concetto era questo). Da quelle corde vocali indistruttibili prendono forma i latrati più raccapriccianti che mente umana possa concepire; dopo il trattamento-Maniac, ogni frase diventa un incubo senza fine, ogni periodo la strofa di una poesia in una lingua sconosciuta il cui suono delle parole basta a fare impazzire di terrore.
Insieme al problematico (Niklas) Kvarforth degli Shining svedesi (quelli depressi, non i segaioli jazz) ha dato vita a Skitliv poco dopo la cacciata dai MayheM (la line-up comprende anche tale Ingvar alla seconda chitarra, Tore Moren al basso e una serie già piuttosto lunga di batteristi avvicendatisi in puro Spinal Tap style). Skitliv è la proiezione del marcio universo interiore dell’artista, della sua squilibrata visione del mondo e delle cose del mondo; musicalmente si articola in un black doom metal strisciante, affilato e implacabile, indolente come un pluriergastolano la domenica pomeriggio e gradevole come un appestato che viene a bussare alla tua porta alle quattro del mattino. Ma la componente in assoluto più straniante è costituita dai testi, spesso chilometrici, in cui l’autore si mette a nudo con una brutalità e una totale mancanza di sovrastrutture perfino imbarazzante; il fatto è che il più delle volte le liriche di pezzi dai titoli già di per se emblematici (Slow pain coming, Hollow devotion, Towards the shores of loss, ecc.) sembrano riflessioni private dal diario segreto di un liceale particolarmente problematico dopo la prima pippa con Baudelaire, un devastante incrocio tra inettitudine cronica e intuizioni fulminanti, atroci velleità da poeta maledetto e dolore puro, affettazione sgangherata e disagio tangibile e tagliente come lame, su tutto il riflesso di un ego ipertrofico e straripante, frenetico e sgraziato e probabilmente rimasto imprigionato in un’età mentale che si aggira intorno ai quindici-sedici anni. Veramente micidiale. Forse soltanto i deliri poliglotti dei Worship del terminale Last Tape Before Doomsday sono riusciti a evocare parte degli stessi scenari (tanto per capire di cosa stiamo parlando, poi il gruppo – perlomeno la prima formazione – cessò di esistere dal momento in cui il cantante-batterista-compositore principale Max Varnier si suicidò lanciandosi da un ponte). Skandinavisk Misantropi è il disco che risveglia il peggiore lato oscuro dentro ognuno di noi, ricordi di emozioni che il subconscio si affanna quotidianamente a sotterrare. Pochi dischi, in questo senso, sanno essere altrettanto molesti. Dal 2009 in poi (anno di uscita di Skandinavisk Misantropi), probabilmente nessuno.
Messe di ospiti più o meno ininfluenti alla riuscita del tutto; tra gli altri un catacombale Gaahl, l’amico Attila Csihar e un esagitato David Tibet che declama stronzate nell’intro di Towards the shores of loss.

Ulver @ Teatro Rasi, Ravenna (19/02/2010)

La maggior parte delle persone con cui parli è, sai, gente con cui non vuoi avere niente a che fare. Al lavoro ci vai avanti per due ore, poi torni a casa e magari ti chiama qualche amico per un film che non hai voglia di vederti o la ragazza con cui esci ti vuole assolutamente raccontare del vicino che è stato beccato con la collega di chi. Magari ti chiudi in casa e ti metti a cazzeggiare su internet e trovi il a un qualche funblog tematico, tipo quelli con le foto degli elettrodomestici che somigliano ai divi di Hollywood. Oppure ci sono cene di lavoro, riunioni di parenti, altri film ugualmente brutti, concerti, libri da leggere sempre più simili l’uno all’altro, pezzi da scrivere, partite, profili facebook da guardare o lurkare o stalkare, parole del genere da cercare su google. Non vorrei fare il depresso con la puzza sotto al naso, ma diciamo che ad un certo punto qualcuno può fiutarla e decidere di chiudersi a riccio sulla sua cosa e dare di sè meno informazioni possibili. Come dire, insomma, che posso capire sia perchè gli Ulver hanno deciso di smettere di fare la musica che facevano e di farne altra, sia perchè hanno deciso di non suonare più dal vivo e iniziare a lavorare ad altro. Gli Ulver sono nati con una scopa su per il culo in mezzo a un giro di gruppi con una scopa su per il culo. Hanno fatto quel che potevano con il materiale che si trovavano sottomano -e ne sono venuti fuori dei dischi incredibili. Poi si sono semplicemente rotti i coglioni e hanno iniziato a suonare altro. Il disco dopo l’han chiamato Metamorphosis, giusto per non dare adito alla gente di pensare che dopo le tastierine di Burzum e tutte le quintalate di merda dei dischi di un Mortiis ci toccava sentire un altro pezzente che spostava l’asse non si sa bene di cosa. Hanno tirato fuori un disco più bello dell’altro, a partire da Perdition City ed arrivando all’ultimo Shadows Of The Sun.

La cosa figa degli Ulver è che hanno mantenuto un atteggiamento talmente elitario ed austero da riuscire a mantenere una parte del loro pubblico anche suonando simil-triphop (non rompere il cazzo, ho detto simil). L’anno scorso hanno suonato dal vivo a non so che festival del cinema norvegese e hanno fatto il pieno di gente. Sembrava una cosa estemporanea, così all’appuntamento si sono presentati -ovviamente- soltanto blackmetallari avanguardisti della prima ora. E poi invece hanno deciso di allungare il brodo e ricominciare un intero tour.


Così mentre quello sotto continuava a drogarsi di festival di Sanremo ho deciso di prendermi un day-off e provare la scalata ai miei ventun anni andandomi a vedere gli Ulver dal vivo. Non è quello che dici il concerto che più aspetto di vedere da tutta la mia vita di ascoltatore (un triste e inutile primo posto che purtroppo va ancora ad un’ipotetica reunion degli Husker Du), è più come quando fai la playlist dei gruppi che non riuscirai mai a vedere e invece -sorpresa- te li spari dal vivo. Come quella volta che ho visto gli Smegma, metti caso.
La sorpresa più sorprendente è che il giorno stesso viene annunciato un live-spalla di Attila Csihar. Il tempo di accomodarsi dentro al teatro (fuori c’è il banchetto degli Ulver con qualcosa come venti magliette diverse e abbastanza vinili e CD da tirar su il PIL della Norvegia di un punto percentuale, considerata la gente che s’affolla davanti) e inizia. Il progetto solista di Attila Csihar, se ve lo chiedeste mai, è lui che usa un microfono, qualche macchinetta e una decina di candele. Bofonchia cose a caso (magari sono i testi più belli del mondo, ma sono in ungherese) e alterna sussurri a voci gracchianti, filastrocche per bambini dementi, canto armonico e un paio di urla, tutto luppato con le distorsioni che capitano. Attila può essere capace di grandi momenti di musica, ma non stasera e non da solo. Ci piace come guest-star a caso in qualche progetto figo -come del resto è stato il suo ingresso nel pantheon del metal estremo- ma in questa sede sembra quasi una condanna a guardare il me stesso diciannovenne che adorava tutto purchè fosse sinistro e imperscrutabile, a maggior ragione se fatto col culo e/o salvato da qualche miracolo del tecnico del suono dietro al mixer. Un sacco di gente comunque mostra di apprezzare.


Poi gli Ulver. Iniziano col brano che apre Shadows Of The Sun (e del quale non ho voglia di controllare il titolo) e vanno avanti. La gente si raccoglie subito in uno strano silenzio raccolto e rispettoso, dico strano perchè il pubblico è composto per il novanta per cento da metallari con i capelli lunghi fino al culo e per il nove per cento da metallari che se avessero ancora i capelli li porterebbero lunghi fino al culo. Il silenzio la band se lo merita, comunque: partono incerti ma iniziano ad ingranare dopo metà. Su un telone gigantesco scorrono dei visual inaspettatamente fighetti e sicuramente fighi: tette, culi, nazisti, lupi, alberi, tramonti, pianeti e parti del corpo umano in sequenza più o meno casuale (o no): copre l’abside della chiesa in cui è scavato il palco, ma non ne senti la mancanza (se qualcuno degli oltranzisti presenti l’avesse visto magari sarebbe stato tentato di dar fuoco al teatro). Una metà secca di concerto se ne va via su aperture di stampo prog, che è brutto da dire ma è comunque il modo migliore per spiegarsi. Formazione a sei o sette elementi, un sacco di strumenti musicali, voci calibrate, suggestioni nordiche come se nevicasse. Il limite principale del gruppo è la scarsa esperienza dal vivo: non passano la vita a suonare in giro per i posti, il che è figo per creare l’evento ma se vuoi spaccare DAVVERO su un palco non è la scelta giusta. Funziona molto meglio quando si ributtano sulle cose ambient, con il cantante che sussurra con la voce pulita più bassa che sia dato conoscere e il piano che scandisce tempi rilassati e sempre minacciosi. Niente bis e tutti a casa. In qualche modo l’unicità della musica che fanno li salva da ogni giudizio di valore, e la loro scelta di far pesare il meno possibile una presenza ingombrante e maestosa è qualcosa a cui oggi domani e dopodomani mi piacerebbe aderire incondizionatamente. E poco ma sicuro, gli Ulver sono davvero la musica che suonano. In positivo e in negativo.