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100 canzoni italiane #1 – MARACAIBO

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Non so come vada nel resto d’Italia ma la Romagna è infarcita di queste situazioni, e per quanto ferrea possa essere la dedizione del singolo intellettuale/indiesnob è impossibile evitare la sciagura almeno una volta all’anno. C’è una festa, uno street bar con musica, un matrimonio, una cena aziendale o qualsiasi altro evento di giovialità; il dj passa musica latinoamericana di cui è difficilissimo distinguere un pezzo dall’altro, e a volte capita anche di mettersi ad apprezzare la perizia di certi passaggi musicali per non fare attenzione a quello che succede intorno a te: maschi alticci con pantaloni bianchi e camicia aperta sul petto depilato che alzano un braccio al cielo, ragazze truccatissime a fare da pendant, baristi che fan girare le bottiglie e fiumi di mojito che scorrono a botte di sette euro e cinquanta al bicchiere. Questa canzone qui è nata in contesti diversi, ma è cresciuta in questi posti malsani, in queste situazioni miste da sorriso neutro stampato sui volti immacolati degli habitué del divertirsi. In qualche modo, pur appartenendo ad un tempo e un luogo diversi, è diventata un inno generazionale. Nella fattispecie, l’inno della generazione che sta nella porta di fianco alla mia.

Se leggete l’autobiografia di Cecchetto si parla spesso di questa dimensione di festa democristiana, senza menzionarla mai apertamente: una sorta di gigantesco luna park americano cresciuto sulla schiena dell’Italia come un’escrescenza, raccattando tutte le suggestioni che passavano, nel disperato tentativo di far combaciare il reale con il televisivo in un’epoca in cui sembrava ancora più insensato di quanto sembri adesso. L’Italia delle serate in riviera alla ricerca di un pezzo di figa, La Mia Moto di Jovanotti, Riccione come luogo della mente a cui tendere, Sapore di Sale e Vacanze di Natale, dar fuoco alle scoregge e consumare drink serviti in ampolle da sei litri stracolme di ghiaccio. Il trenino al villaggio vacanze come una specie di metafora plumbea sulla testa di un’Italia che stava viaggiando verso il cambiamento. Il tutto aveva una colonna sonora che oggi suona ancora più esaltante di quanto fosse allora: sintetizzatori, tom elettronici, chitarre di merda, linee vocali modulatissime. Musiche che sono sopravvissute resistendo per quasi un decennio nelle playlist di parrucchieri e programmi radio merdosi, parando in malo modo i colpi inferti da certi pesi massimi della italo-dance a quattro quarti. Quando questa s’è estinta, si sono ripresentate timidamente in pista sotto forma di vintage e sono riesplose. Pochissime canzoni, invece, hanno resistito come un virus al cambiamento dei tempi, ricontestualizzandosi in un modo un po’ caciarone nelle stesse piste e nelle radio.

Una di queste è Maracaibo. Luisa Colombo, detta Lu, è quello che si chiama una one hit wonder. Si sbatte per gran parte degli anni settanta, collabora con gli Stormy Six, si mette a lavorare con Riondino. Maracaibo è firmata da tutti e due: la storia di una ballerina di nome Zazà, che traffica armi con Cuba e si scopa Fidel. Fidel la trascura, lei si trastulla con un contrabbandiere, Fidel le spara sopra, lei fugge per mare, sopravvive ad uno squalo che la sfigura, apre un bordello, si stordisce di rum e coca, ingrassa un botto e racconta la sua storia. Il racconto alla base della canzone preesiste alla canzone: non so se sia vero o una leggenda, non credo freghi niente a nessuno. Il testo in sé non è il più geniale che sia mai stato scritto, ma nemmeno il più scontato. La canzone è pronta nel ’75 ma viene rifiutata da più etichette, finchè nel 1980 le musiche diventano quel carnaio a metà tra dance dell’epoca e suggestioni latine, come se la musica dentro Carlito’s Way fosse un luogo dell’anima. Per l’occasione viene tolto anche il riferimento a Fidel Castro. Lui diventa Miguel e Maracaibo diventa quella canzone lì.

Maracaibo è diventata sinonimo di fuga, come quella scena di Collateral in cui il taxista guarda una cartolina dei Caraibi per evadere dalla realtà mezzo minuto. Un posto a cui tendere ideologicamente, ma pare che in realtà sia una città petrolifera piuttosto brutta e si pronunci con l’accento sulla terza A. è una delle canzoni che non sono passate. Puoi sentirla da tre decenni all’ora di punta di certi dancefloor: il dj abbassa l’audio per fare urlare RUM E COCAINA alla gente sotto. Il gesto ha una sua eloquenza di breve periodo ed è un po’ il corrispondente surgelato di un invito alla libertà di pensiero e di azione, professato a gran voce da gruppi di quattro persone tra cui un guidatore designato che non tocca alcol per tutta notte. L’assoluta maggioranza della gente che urla RUM E COCAINA non ha mai dato una botta di coca in vita sua, ed è probabile che metà di loro non abbia mai bevuto rum che non fosse affogato nella Pepsi. Poi Maracaibo finisce e prima di potersi fare domande c’è un altro pezzo ugualmente trucido.

Una volta lessi un pezzo lunghissimo sull’intricata storia di The Lion Sleeps Tonight e tutte le versioni che avevano contribuito a renderla un pezzo immortale, nonostante il testo sia fondamentalmente auimmaué auimmaué. Le canzoni che scavalcano il carico di trash di cui sono gravate hanno un loro fascino particolare. L’immortalità di alcune canzoni come Maracaibo è fisiologica: servono a tracciare un terreno comune su cui tutti siamo passati, segnano il cammino di una specie attraverso momenti bui o imbarazzanti, si riferiscono ad epoche storiche e sensibilità che abbiamo vissuto tutti quanti, come la pubblicità della Tassoni. È un singolo che nessun essere umano sano di mente acquisterebbe fuori dell’estate in cui è uscito, ma l’abbiamo ascoltato un numero di volte paragonabile a quello delle nostre canzoni preferite. Emana una solarità posticcia che a pensarla in modalità d’ascolto fa venire il mal di testa, ma in un sacco di contesti semplicemente funziona. E non è una canzone di regime, non ha avuto una frequentazione di rilievo o un’imposizione dall’alto: ce la siamo tramandata da un dj all’altro, da un piano barista all’altro, senza porci troppo il problema di chi stesse morendo Lu Colombo e David Riondino continuavano a incassare i diritti SIAE. Delle settecento volte che è passata in diffusione, almeno una abbiamo pensato che fosse esattamente ciò di cui avevamo bisogno in quel momento. Almeno una volta è stato bello essere ubriachi e gridare mare forza nove assieme agli altri; almeno una volta è stata la canzone che ci ha fatto più piacere sentire, di tutta la durata del set. Per certi versi il mio rapporto con Maracaibo è lo stesso che ho con alcuni cugini: ogni tanto ci sentiamo, non è la serata a cui aspiriamo per il resto dell’anno, ma non stiamo per niente male assieme. Ricordo perfino di averne parlato con qualche amico musicofilo, esserci invano sforzati di ricordare il nome di chi la cantava, aver fatto la lista dei film trash in cui compare. Queste canzoni esistono sempre in due sistemi culturali. Probabilmente per qualcuno di coloro che ne sanno è il più importante singolo mai cagato in Italia.

A un certo punto ho provato a immaginare i festini ad Arcore, vecchi bacucchi imballati di soldi sedotti da ventenni pagate a peso d’oro vestite da infermiere o che altro. Ho provato ad immaginare la musica che accompagnava: Apicella sembra troppo lirico, Albertino troppo giovanilistico, Sandy Marton troppo oscuro. Se mi chiamassero a fare il dj a un festino ad Arcore, in effetti, l’unica canzone che mi verrebbe di suonare è Maracaibo.

Mi trovo in difficoltà ad immaginare la vita delle persone che si divertono nei posti normali. Non ho mai suonato dischi ad Arcore, ma mi capita occasionalmente di metterne qualcuno a feste nostalgiche della mia zona. Tendo a spingere tracce iper-trash a cui in qualche modo sono legato indissolubilmente, ma quasi tutta la musica che suono ha un carico emotivo e dei riferimenti socioculturali a cui in qualche modo ho reagito in prima persona. Se suono Con un deca in una pista da ballo, ad esempio, penso che davanti a me ci siano persone che hanno avuto il mio percorso di vita e quel genere di frustrazione da provinciale che Pezzali è riuscito a render musica. Riesco a leggere negli occhi di qualcuno un’occasione persa o un’occasione mai avuta, l’aver saputo tenersi a galla e quella simpatia cameratesca che mi danno le persone con la mia età i miei vestiti e le mie barbe. Mi riesce difficile, invece, guardare un ragazzo con la camicia fosforescente e trecento euro di creme in viso e pensare a qual è la sua vita, immaginare una madre di salute malferma, una donna che gli ha spezzato il cuore, la consegna dei bulloni che doveva arrivare venerdì e ora sono nei guai, il compleanno di uno zio a cui non ha voglia di andare la sera dopo e una passione insana per i film di Spielberg. So che è irragionevole ma in qualche misura credo che queste persone passino il giorno dentro un lettino abbronzante ed escano all’ora dell’apericena per contarsi le calorie a vicenda. Molto più prosaicamente, alcune di queste persone sono come in quella canzone dei Pulp in cui la vita ti sfugge via e balli bevi e scopi perché non c’è nient’altro da fare, e Maracaibo è un po’ la colonna sonora del godere di chi si accontenta. Se io e qualcuno di loro ci dessimo un’occasione potremmo essere migliori amici, condividere drammi, spararci un Cuba Libre, migliorare a vicenda il nostro guardaroba e –come spiacevole corollario- biascicare qualche linea del testo di Maracaibo.

 

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Suppongo che avere un proposito aiuti l’elasticità di pensiero. Questo pezzo inaugura una serie di cento, non ancora scritti, con i quali cerchiamo di raccontare una specie di nostra versione della storia della musica italiana. I bagarini ci danno perdenti, ma secondo me riusciamo ad arrivare in fondo. (FF)