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il disco più bello di sempre e l’altro disco più bello di sempre

Quando dico “il disco più bello di sempre” non mento mai, però in realtà il disco più bello di sempre è più di uno. Ci sono tre ragioni per cui lo faccio: la prima è che mi permette di dare un’altra sfumatura a “uno dei miei dischi preferiti”. “Uno dei miei dischi preferiti” posso dirlo di centinaia di dischi. Vitalogy è uno dei miei dischi preferiti,  In Utero è il disco più bello di sempre. La seconda è che mi permette di non scegliere tra In Utero Niandra LaDes. La terza è che le ragioni devono sempre essere tre. Se guardi Le Invasioni Barbariche, il film intendo, a un certo punto sono a tavola ed enunciano una teoria secondo cui l’intelligenza non è una caratteristica individuale ma un fenomeno collettivo/nazionale/intermittente: una sola stanza, tante teste pensanti: Palazzo Vecchio a Firenze nel Rinascimento, e via di quelle. La storia della musica rock è piuttosto avara di capolavori assoluti, di dischi che ci dicono qualcosa sulla nostra vita. Ne esce uno ogni tanto, a volte si concentrano in maniera pazzesca nel giro di un anno o due, e poi magari seguono cinque o sei anni di stasi.

Nel 1983 gli Husker Du sono conosciuti come uno dei gruppi punk più violenti in circolazione. Basso, chitarra e batteria senza frontman: concerti in cui inseriscono scientemente il maggior numero di canzoni possibile nei pochi minuti a loro concessi, senza una pausa tra una canzone e l’altra. Da qualche tempo hanno iniziato a mettere mano a qualche canzone più melodica: il responso del pubblico è buono, le canzoni melodiche iniziano a diventare il loro repertorio prediletto. Nel momento in cui iniziano a pensare al nuovo disco c’è aria di inversione di rotta. Ognuno dei due autori (il batterista e il chitarrista) scrive pezzi in solitudine, li provano tutti assieme per vedere cosa funziona e cosa no, e si vede cosa viene fuori. Viene fuori il materiale per un doppio album, concepito in realtà quasi politicamente, in sfregio a certe regole non scritte del punk rock. Il gruppo prova in una specie di comune chiamata The Church. Ad ottobre il gruppo va in studio a Redondo Beach con i pezzi pronti e l’uomo di fiducia della loro etichetta (si fa chiamare Spot). Si inizia sciogliendo metanfetamina in una brocca di caffè e registrando una versione tormentata di Eight Miles High. Il disco viene registrato in un’unica sessione di 45 ore, più altre quaranta per il mixaggio. Buona la prima per quasi tutti i brani. Bob Mould alla chitarra, Grant Hart alla batteria, Greg Norton al basso. Il disco viene chiamato Zen Arcade. Conto finale: 3200 dollari.

I Minutemen hanno finito da poco di registrare Buzz or Howl under the Influence of Heat. La maggior parte del disco viene registrata da Spot, su un due tracce, in presa diretta, per 50 dollari complessivi. A completare, tre canzoni registrate gratis da un produttore di nome Ethan James, ex-Blue Cheer. Il risultato li convince a saltare Spot e confermarlo come produttore per il disco successivo: registrazioni fissate per un giorno, nel novembre del 1983, materiale pronto per un LP singolo. A cose fatte scoprono che gli Huskers hanno in programma un doppio LP, decidono di fare lo stesso, si rimettono a scrivere e registrano altro materiale l’aprile successivo. L’ordine delle canzoni è deciso pescando il bastoncino: vince il batterista, sceglie una canzone da mettere nel suo lato, poi ne sceglie una il chitarrista, poi una il bassista. E via fino a riempire tre facciate di LP. La quarta facciata contiene le canzoni scartate. Il titolo è Double Nickels on the Dime: espressione gergale per “guidare rispettando il limite di velocità”, una presa per il culo di una canzone di Sammy Hagar. Dennes Dale Boon alla chitarra, George Hurley alla batteria, Mike Watt al basso.

SST Records e i Black Flag sono sbudellati da un paio d’anni tosti e una disputa con la Unicorn, che ha fatto finire Greg Ginn in galera per qualche giorno e impedito al suo gruppo di far uscire nuovo materiale. Nel 1983 la Unicorn fallisce; i Black Flag riprendono l’attività a pieno regime e decidono di far uscire quattro dischi su SST nel corso del 1984. L’uscita di Eight Miles High come singolo incontra uno straordinario favore critico: gli Husker Du annusano l’aria e fanno sapere all’etichetta che il nuovo disco godrà di molta esposizione. I Minutemen, dal canto loro, presentano il materiale per un doppio album. SST decide di fare uscire i due dischi lo stesso giorno come mossa promozionale.

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È un periodo storico particolare per la musica rock americana, un periodo in cui –si scoprirà in seguito- viene a definirsi un genere musicale trasversale che esploderà all’inizio del decennio successivo. L’etichetta di Greg Ginn decide, per qualche motivo, di far uscire gruppi fuori asse piuttosto che band osservanti: Saccharine Trust, Saint Vitus, Meat Puppets e tutto il resto. A guardarci oggi era già la visione di un nuovo mercato musicale, una versione in scala del rock’n’roll più classico portato avanti da gente fuori asse e non troppo interessata a divismi e perdizione. Musica suonata da gente testarda che si sposta di luogo in luogo elemosinando favori da altra gente testarda. L’epica delle narrazioni postume tende a darne un resoconto piuttosto romantico, ma in questa fase le intuizioni dei singoli gruppi tendono a fare poca legna. Le principali chiavi di lettura di quel periodo storico sono contenute in due dischi: Zen Arcade e Double Nickels on the Dime.

Zen Arcade è il disco più bello di sempre e non è nemmeno il disco più bello del gruppo che l’ha inciso. Non è quello con la qualità media più alta (New Day Rising), non contiene i picchi assoluti della produzione dei due artisti (Candy Apple Grey) e non è nemmeno quello che riesce a raccontare meglio il pubblico a cui si rivolge (Warehouse). Il valore di Zen Arcade è soprattutto il suo valore di documento: il gruppo che l’aveva realizzato non godeva dell’inattaccabile reputazione da capiscuola: era un gruppo che aveva sentito muoversi le acque e aveva deciso di tirare la volata. L’inattaccabile reputazione da capiscuola è arrivata dopo il disco, sull’onda della bontà di quel disco. La divina commedia del punk, secondo una delle più felici definizioni da libro delle medie mai date ad un disco, affibbiata a Zen Arcade dall’odiatissimo Piero Scaruffi.

I Minutemen sono l’ennesima reincarnazione di un gruppo la cui ossatura nasce dieci e più anni prima. Mike Watt e D.Boon si incontrano in un parco a tredici anni e diventano amici per la pelle. La madre di D.Boon li spinge a mettere insieme un gruppo per non fargli fare una fine peggiore; i comprimari cambieranno un poco, chitarra e basso indissolubili dal giorno uno. L’incrocio delle parti strumentali è il resoconto fedele di questa dinamica: un alternarsi imprendibile che parla una lingua sconosciuta al mondo e che ti esplode in testa solo dopo qualche ascolto.

Uno dei protagonisti di Little Miss Sunshine è un accademico omosessuale, considerato tra i massimi esperti mondiali di Proust. Un altro accademico gli frega il fidanzato e la palma di massimo esperto mondiale di Proust. Tenta il suicidio, viene costretto a unirsi alla famiglia, fanno un viaggio, bla bla bla. Più o meno. Gli Husker Du, secondo quella che è forse una leggenda metropolitana, si formano sull’onda di un esperimento di sociologia del chitarrista: la dialettica interna al gruppo è tra le più trite della musica rock di ogni tempo. Chitarrista e batterista impegnati in una continua sfida, sempre meno amichevole e sempre più avvincente, che consumerà la band dall’interno. La sfida è a colpi di canzoni e cattivo karma. Si fossero sciolti appena dopo Zen Arcade, nessuno avrebbe avuto dubbi in merito al fatto che il talento compositivo dentro agli Husker Du fosse il batterista: mentre Bob Mould cesellava la potenza accacì della band mettendo in scaletta le bombe atomiche, tipo The Biggest Lie Indecision Time, Grant Hart piazzava in scaletta un pezzo per chitarra acustica. Certo, l’approccio di Mould è meno monolitico in Zen Arcade che nei dischi passati, e Chartered Trips e Newest Industry spingono già dalla parte del genio, ma a conti fatti la qualità pop dei pezzi di Hart in Zen Arcade svetta di gran lunga. A conti fatti è estremamente probabile che Bob Mould abbia messo mano alla roba melodica per cercare di fregare Grant Hart. Da questo punto di vista Zen Arcade racconta la storia di un gruppo diverso da quello che gli Husker Du, di fatto, sono stati. I pezzi di Mould ci metteranno poco ad arrivare: nel disco successivo inizia a spaccare tutto e non smette più.

Di Zen Arcade rimane il valore emotivo altissimo, la piacevole sensazione che quando lo citi tutti sanno di cosa stai parlando e qualche momento autobiografico. Ho ascoltato Broken Home Broken Heart a tutto volume in cuffia la notte che mio babbo e mia mamma si son separati. Sono stato forse sorpreso da un vicino che bussava infuriato alla mia finestra per farmi abbassare i volumi a fare air guitar durante Turn on the News. Ho ascoltato circa cinquanta volte Chartered Trips in un singolo viaggio in macchina diretto manco più mi ricordo dove, a vedere manco più mi ricordo chi, in culo all’Emilia. Ho ritrovato il primo nastro di Zen Arcade che mi era stato passato, in un cartone pieno di fumetti, sopravvissuto ad una purga di centinaia di cassette buttate nell’immondizia da mia mamma un giorno che la camera si stava riempiendo troppo di CD. Matteo mi ha doppiato il primo CD nel 2002, più o meno. L’ho ricomprato un paio d’anni dopo. Il vinile verso fine anni duemila.

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Double Nickels on the Dime invece è il miglior disco dei Minutemen e il miglior modo di raccontare i Minutemen. Non è il loro unico capolavoro, ma le altre opere del gruppo impallidiscono comunque. Double Nickels on the Dime  è il disco più bello di sempre: si compone di quarantasei canzoni cortissime e di una bellezza stravolgente, ancora oggi lontanissime da qualsiasi basica concezione di “rock’n’roll”, estremo o meno. è difficile persino immaginare cosa sarebbe stato della band se avesse proseguito l’attività per dieci anni: forse ne avremmo conosciuto un lato più pacificato e meno politico, una specie di Project:Mersh meno scientista, davvero difficile a dirsi.

Zen Arcade viene tenuto in caldo per uscire lo stesso giorno di Double Nickels on the Dime. Lo sforzo produttivo di SST è notevole. Le cinquemila copie stampate per eccesso di cautela si esauriscono in pochi giorni, col gruppo furioso infilato in un tour massacrante per promuovere un disco che è sparito dai negozi per mesi. Da lì in poi tra SST e gli Husker Du è guerra aperta: impongono Spot alla produzione di New Day Rising, iniziano questioni legate al pagamento delle royalty. Alla fine dell’anno Zen Arcade campeggia in cima alle playlist dei giornali rispettabili, le vendite danneggiate irreparabilmente dall’esaurirsi della prima stampa.

“Our band could be your life”

Nel sistema culturale che bazzico, è il verso più famoso di sempre; sta a metà di Double Nickels on the Dime, all’inizio di una canzone che si chiama History Lesson part III nomi veri ne siano prova. Io e Mike Watt abbiamo suonato per anni. Il punk rock ha cambiato la nostra vita. La canzone è scritta da Mike Watt e cantata da D.Boon. Io non so dire se il punk rock abbia cambiato la mia vita. Se c’è una persona che compatisco è quello che interviene a cazzo in una discussione dicendo “sai, io vengo dal punk”. Le stesse persone che erano ai concerti che “eravamo in venti”. Il punk è il più nutrito insieme di gente figa per autocertificazione con cui abbia mai avuto a che fare. Il punk è un luogo comune dove fanno aperitivo centinaia di migliaia di stronzi. Per come lo conosco io si compone al venti per cento da arrampicatori sociali in erba e all’ottanta per cento da un branco di rimastoni che non riusciranno a superarlo per il resto della vita. Da quel punto di vista non c’è molta differenza tra mettere in piedi la terza reunion del tuo gruppo crust o scrivere un pezzo di quindicimila battute che celebri il trentennale dei dischi che hanno segnato la tua vita. È la versione povera e triste del fan dei Led Zeppelin. Quando sono usciti quei dischi avevo sei anni, racconto la storia di qualcun altro come se fosse la mia. C’era una cosa del punk di quegli anni che ha segnato un passo in avanti, però: un acronimo di tre lettere che in italiano si traduce come faidatè. Significa che ci sono le condizioni per fare qualsiasi cosa tu voglia fare a costo zero o quasi-zero, e che se non ci sono le condizioni puoi inventartene una nuova versione. I Minutemen volevano suonare la loro musica. Per continuare a farla l’hanno rimpicciolita fino a renderla tascabile: canzoni di un minuto e mezzo, registrazioni a poco prezzo, pochi video, strumentazione ridotta all’osso, spese contenute, centinaia di concerti. Hanno rimpicciolito la musica in maniera testarda fino al punto in cui era possibile portarla ovunque. Era una scelta politica. Per imporla e farla diventare un modello sostenibile servono due cose: un’etica del lavoro mostruosa e una musica eccezionale. I Minutemen ce le avevano tutte e due: hanno spinto come pazzi per un lustro, erano soddisfatti dei risultati, continuavano a suonare e a crescere, un concerto alla volta. Si sono presi un solo momento di pausa per celebrare la loro storia: sta esattamente a metà del loro disco migliore, due minuti scarsi di musica. Son passati vent’anni e tremila passaggi dalla prima volta che l’ho sentita: ancora singhiozzo come un bambino.

Gli Husker Du hanno intuito un’occasione minuscola, la possibilità di mollare il punk e diventare qualcosa d’altro. Ci si sono tuffati di testa e hanno iniziato a spingere come dei pazzi, finchè quella cosa ha iniziato ad ingrandirsi per conto suo. Nel giro di tre anni da Zen Arcade hanno continuato a scrivere incessantemente, incrementato il loro pubblico a dismisura, lanciato un genere musicale a sé stante, sciolto la partnership con SST e firmato con una major. Primo gruppo punk-hardcore a farlo. Nessuna esperienza pregressa né errori da cui imparare: il rapporto di amicizia con SST era andato a puttane da un pezzo, il gruppo decise di accettare l’offerta di Warner limitandosi a spuntare l’unica condizione a cui erano interessati: controllo artistico totale, nessuna interferenza dell’etichetta sulla musica. Fu una specie di sfida: il gruppo ne uscì sconfitto. Nel 1987 stavano ancora pigiando sull’acceleratore, un altro album doppio, il miglior disco di sempre, suonato da cima a fondo in un tour massacrante che puzzava di storia già finita; lo scioglimento di lì a poco, mangiati da una convivenza forzata ormai inaccettabile. Forse volevano cambiare le cose, forse ce l’hanno fatta davvero: cinque anni dopo quella stessa musica è esplosa in giro per il mondo. Gli Husker Du non si sono mai riformati. Bob Mould e Grant Hart sono saliti insieme su un palco una sola volta, a una serata di beneficienza. Hanno continuato a fare musica bella e onesta per tutta la loro vita, che non è mai (mai) arrivata vicina alla bellezza di quella degli Husker Du. Non si sopportavano ma erano nati per suonare assieme.

Nel dicembre del 1985 Dennes Dale Boon muore in un incidente automobilistico. Mike Watt cade in depressione e decide di smettere con la musica; viene riportato sul palco a calci in culo da un ragazzetto dell’Ohio, tale Ed Crawford, che si presenta a casa sua e lo supplica di formare un nuovo gruppo offrendosi come chitarrista. Da lì nascono i fIREHOSE. Un’altra storia, non diversissima. Meno importante. I superstiti di quell’epoca se ne stanno in giro a fare le loro cose. George Hurley ha suonato con fIREHOSE e Red Krayola, Greg Norton ha aperto e chiuso un ristorante. Bob Mould, Grant Hart e Mike Watt suonano ancora a testa bassa. Mike Watt ha continuato a dedicare a D.Boon ogni cosa che ha fatto in vita.

Non sono mai riuscito a formulare un pensiero coerente su Zen Arcade, non ci riuscirò ora. Per Double Nickels on the Dime mi è più facile: potrei vivere il resto della vita chiuso in una stanza senza finestre e non avere bisogno d’altro. Letteralmente. Dentro Double Nickels on the Dime c’è tutto quel che serve a rendere una vita sopportabile; di più, sensata, appagante, degna di essere vissuta. È talmente grande la portata di quel disco da travalicare il concetto stesso di tempo; roba scritta e registrata trent’anni fa ma valida ieri, dopodomani, sempre. La vita vera senza i momenti morti e le parti sgradevoli. O meglio, coi momenti morti e le parti sgradevoli purgati dalla merda e trasformati sempre in qualcosa di costruttivo, formativo, giusto. Un esercizio di autodeterminazione tra i più efficaci che conosca; piegare la realtà verso il buono, il corretto, l’eticamente sostenibile, anche quando la vita stessa sembra stare sfuggendo dalle mani, quando l’elemento inaspettato esplode e deraglia e vira verso territori avvilenti, deprimenti, schiaccianti; riuscire a uscire da scenari che sono la morte di ogni immaginazione con la sola forza di strumenti amplificati e corde vocali collegate a una mente funzionante. PMA allo stato puro, al livello successivo, declinata molto più e molto meglio degli stessi Bad Brains. Un corso accelerato, senza data di scadenza, su come stare al mondo correttamente. Un miracolo. Chiunque sia vivo dovrebbe tenere in casa questo disco.

Non è il mio preferito degli Husker Du Zen Arcade, ma sarebbe come dire che la Cappella Sistina non è il mio preferito dei soffitti dipinti, di questo sono pienamente consapevole. Resta in tutti i casi una vertigine, qualcosa di impossibile da trasmettere se non attraverso uno stereo e due orecchie sane. La chitarra suona come se al posto del plettro avessero usato una grattugia, o un pugno di chiodi, o una palla di cartavetrata; in tutti i casi qualcosa di corrosivo, abrasivo e contundente. Delle due voci, una è trasfigurata, deforme, incattivita da frustrazione e repressione in dosi da uccidere un elefante, il ruggito disperato e tristissimo di un orso preso a pallettoni; l’altra sovreccitata da troppa cocaina di pessima qualità salita male, la mente che gira a mille e gira a vuoto. Insieme, la dicotomia più inquietante, chimicamente alterata e perturbante mai intercettata. Ci si perde dentro Zen Arcade come ci si perde tra le pagine di un libro che non smette mai di venire riscritto, nel mezzo i rumori della vita che scorre. Tutto il resto è meccanica.

Quando dico “il disco più bello di sempre” non mento mai, però in realtà il disco più bello di sempre è più di uno. In un solo caso il disco più bello di sempre erano due dischi diversi di due gruppi diversi, usciti lo stesso giorno. A luglio fanno trent’anni esatti. Non so dire che giorno di preciso.

Il disco più bello di sempre.

Quando dico “il disco più bello di sempre” non mento mai, però in realtà il disco più bello di sempre è più di uno. Ci sono tre ragioni per cui lo faccio: la prima è che mi permette di dare un’altra sfumatura a “uno dei miei dischi preferiti”. “Uno dei miei dischi preferiti” posso dirlo di centinaia di dischi. The More Things Change è uno dei miei dischi preferiti,  Zen Arcade è il disco più bello di sempre. La seconda è che mi permette di non scegliere tra Zen Arcade e, non so, End Hits o SxM. La terza è che le ragioni devono sempre essere tre. Il febbraio del 1993 credo sia stato freddo come di solito a febbraio, quando i Nirvana (la formazione è la stessa che ha inciso Nevermind, due anni prima, e che è esplosa in giro per il mondo) entrano in uno studio in culo al Minnesota per registrare il loro secondo disco di inediti su Geffen. il nome degli studi è Pachyderm. Un paio di mesi prima PJ Harvey ci ha registrato Rid of Me (uno dei miei dischi preferiti). Fuori c’è aspettativa. Kurt Cobain è già in down: ha sposato Courtney Love e avuto una figlia, viene massacrato dalle associazioni, divide il mondo tra pro e contro, è già diventato il simbolo di un’inclinazione che non ha idea di cosa sia. Vorrebbe stare bene, ma sta male. Se li ascolti nella provincia romagnola a quindici anni i Nirvana sono un gruppo rock. Magari un gruppo rock grandioso, che piace a tutti e che sta cambiando le cose ed è dappertutto, ma è –di base- un altro gruppo rock. La cosa della musica indipendente e dei Flipper e degli altri duemila gruppi preferiti di Kurt Cobain (il più grande critico rock americano) e di tutto quello che ci sta dietro la sai se hai qualche anno più di me sulle spalle, se leggi i giornali, se hai fatto il primo giro negli anni ottanta e magari racconti con nonchalance di avere visto i Nirvana al Bloom assieme a un altro centinaio di persone. La frase our band could be your life l’ho ascoltata per la prima volta a diciotto o diciannove anni. Odio arrivare dopo.

Per registrare In Utero i Nirvana possono scegliere il produttore che vogliono. È una specie di informale invito a una guerra civile: Kurt Cobain odia Nevermind, il modo in cui è uscito e quel suono così pulito: vuole qualcos’altro che forse sia solo suo, o forse vuole ributtarsi sul mercato dichiarando in faccia al mondo quali siano le sue origini, o forse vuole sabotare la propria carriera con un disco inascoltabile, tornare a suonare nei club e rimettere in piedi la propria vita. Forse vuole solo fare un disco che lo faccia stare bene mentre lo realizza. Difficile dirlo, e in fondo poco importante. Steve Albini lavora con chiunque, ma quando lavora per una major chiede più soldi. Per i Nirvana spunta un compenso di centomila dollari. Non prova alcun affetto per il gruppo. Di loro ha detto cose tipo “REM with a fuzzbox” e per lui non è un complimento. Il disco, secondo i piani, sarà registrato in due settimane al massimo. Albini lavorerà con il suo secondo, un ingegnere del suono di nome Bob Weston. C’è una foto con i Nirvana, i due ingegneri del suono, la figlia di Kurt Cobain e un cane.

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Questa foto l’ho vista per la prima volta due settimane fa, in un pezzo su Rolling Stone. Grazie Chiara. Per la maggior parte della gente immagino sia la foto dei Nirvana con quelli che gli hanno registrato il disco. Per me ha un valore speciale: contiene tutta la mia musica preferita. L’anno successivo uscirà il primo disco del progetto musicale di Steve Albini con Bob Weston, assieme a un batterista del Minnesota di nome Todd Trainer (categoria “il disco più bello di sempre”). Albini e Weston, anche separatamente, produrranno i più sensazionali dischi degli anni novanta e oltre. I Nirvana hanno i nervi a pezzi e sono al loro apice creativo. Le session di registrazione secondo le cronache sono tranquille, con un momento di frizione quando arriva Courtney Love e inizia a metterci il becco. Steve Albini consegna i nastri al gruppo, Cobain fa sentire i nastri alla casa discografica e ai tizi viene un colpo. Si tratta di roba grezzissima, tutt’altro che in bassa fedeltà ma incentrata su un’idea di suono totalmente diversa da qualsiasi standard del ragionevole si possa pensare per un disco pop rock -anche oggi. Le voci non sono doppiate, quasi inintelligibili in certi sfoghi strumentali, le batterie sono piene di echi, come se fossero state registrate dentro l’hangar di un aeroporto. Le tracce parlano perlopiù di tante sfumature diverse per cui l’esistenza fa schifo; i tizi della Geffen non si fanno pregare troppo e decidono di rispedire i nastri al mittente. Delle tracce viene detto “non all’altezza degli standard del gruppo”. Del disco in sé viene detto “impubblicabile”. Kurt Cobain passa dall’euforia dei primi giorni a un’insicurezza cronica; si parla di remixare il disco, Steve Albini s’infuria e rifiuta. Il lavoro di Andy Wallace su Nevermind sembra bruciare ancora un bel po’, finisce con una disputa e la soluzione di compromesso di rimettere le mani sui pezzi che diventeranno singoli. Lo farà il produttore dei REM Scott Litt. e il disco uscirà nel settembre del 1993. Il titolo voleva essere Odio me stesso e voglio morire, ma qualcuno fa cambiare idea a Kurt Cobain.

Nella maggior parte dei casi le situazioni in cui ti ascolti un nuovo disco sono sempre più o meno le stesse, quindi non è facilissimo ricordare cosa hai provato e quando e cosa pensavi fuori dalle orecchie. Questo per i sedici anni: quando sei più adulto semplicemente non hai più quel genere di spinta emotiva e ti occupi di cose che hanno un senso. Però molta gente che ascolta musica ha dei rituali: chi se l’ascolta in cuffia da solo in un viaggio in treno, chi spegne la luce, chi si prende in mano un libro e tutte quelle perversioni lì. Io avevo un mangianastri e facevo quel che potevo. Alcune cose dei dischi che ascolti si perdono nel tempo, alcuni dischi la prima volta manco ti piacciono. Anche quelli belli. Ce ne sono alcuni fatti apposta per non piacerti al primo giro, anche se sono meno di quelli che pensa chi li produce, i dischi. Di In Utero non ricordo dov’ero o con chi o a che volume, no, il volume me lo ricordo, era tutto a destra e io il pomeriggio ero quasi sempre da solo in casa. L’inizio del disco invece è come un film, tutte le volte: ci sono tre colpi di bacchette e poi uno SBRANG terrificante caciaronissimo e poi parte uno dei riff meno carichi della storia del gruppo. I primi due versi li conoscono pure i bambini ma fanno male tutte le volte. E Kurt Cobain li canta e sembra ubriaco. È il più bell’inizio di disco che io abbia ascoltato e il gruppo per ora sta scherzando. Uno se ne accorge quando inizia la traccia due, che invece è la cosa più violenta a cui i Nirvana abbiano mai messo mano e uno dei massimi capolavori di Steve Albini. Da lì in poi ognuno ha la sua classifica. La mia contiene quasi tutte le tracce del disco: persino i pezzi remixati da Litt sono anni luce avanti da certi scempi perpetrati dalla coppia Vig/Wallace su Nevermind. Saltuariamente i ricordi si legano a pezzi di tracce e linee di testo portandomi alla mente il viso di una persona che ho amato o un posto dove stavo o qualcosa che ho detto o non detto a qualcuno, ma per la maggior parte del viaggio, dentro In Utero, sei nella testa di qualcun altro. Di dischi che fanno questo effetto ce n’è pochini, se togli quelli che suonano falsi rimangono cose tipo World Coming Down, metà della produzione di Alan Vega, Life Time, Fausto Rossi e non so nemmeno io che altro. O forse esistono dischi che succedono nella testa delle persone e non suonano come la lettera di un suicida o un grido d’aiuto e magari qualcuno parla di se stesso anche quando parla di lacrimogeni che ti esplodono in faccia e poliziotti che ti prendono a manganellate, ma soprattutto di questi ultimi dubito abbastanza.

Quando finisce All Apologies sono sempre allo stremo delle forze. Questa cosa è difficile da spiegare a qualcuno perché presuppone che la persona con cui parli abbia vissuto da adolescente un periodo in cui la musica più eccitante veniva prodotta da un gruppo che non era pronto, emotivamente, a gestire l’attenzione di così tante persone. E che i cui dischi erano troppo buoni per buttarli fuori dal cono di luce sotto cui stavano così scomodi. Kurt Cobain riuscì a suicidarsi nell’aprile del 1994. Fosse vissuto per sempre, non avrebbe mai scritto e registrato un disco più bello di In Utero. È impossibile. Qualche anno dopo l’internet ci sputerà i confronti coi mix originali delle canzoni. Pezzi sfilacciati. Sono migliori. Suonano verissimi. Odio arrivare dopo. Non ha alcuna importanza.

C’è qualcosa di profondamente disonesto nel continuare ad ascoltare In Utero, c’è qualcosa di personale e non-nostro dentro, che averlo pagato soldi all’epoca non basta a scaricarcelo dalla coscienza. C’è qualcosa di disonesto anche nel prendere un album così figlio dei suoi compromessi e ributtarlo sul mercato in versione super-deluxe, remixato agli Abbey Road da un tizio (lo stesso Albini) che all’epoca non voleva sentirne manco parlare e completato di decine di tracce extra ad allungare il brodo e rendere il viaggio imperfetto e troppo lungo dopo la fine di All Apologies, che già la traccia nascosta in fondo, quando inizia dopo tutto quel silenzio, è troppo da gestire. Un disco che forse era già il massimo che potevamo avere: la testimonianza ultima di un’etichetta che voleva il disco pop e s’è trovata in mano un baccano infernale, di un chitarrista che voleva fare solo un baccano infernale e non riusciva a non buttare fuori le più belle canzoni pop della sua epoca, di un ingegnere del suono che voleva sparire dietro il suo lavoro e che nessuno lo cambiasse. Non ha alcuna importanza: l’altro lato è un mito troppo grande per starci lontani. Ci ha definito nelle sue mancanze e ci ha tenuto svegli. Abbiamo pazientato vent’anni, ora basta: il più bel disco dei Nirvana, il disco più bello di sempre, esce il 23 settembre a celebrare il compleanno in versione ipertrofica. Il menu lo trovate qui. C’è anche un teaser trailer sul tubo, ma è troppo anche per me.

Still not loud enough, still not fast enough.

Il nostro sodale/amico/compagno Reje non fu tenerissimo con Evolution Through Revolution. La ragione è che la produzione del disco seguiva il canone ultra hi-fi di quel genere di produzione pro-tools moderna e bombastica che ha massacrato il metal in ogni sua forma (nota a parte: quando è iniziato questo scempio? A me vengono in mente i Killswitch Engage, ma forse mi sbaglio. Scrivetemi un commento o una mail). Probabilmente è vero, o forse no. Dentro Evolution Through Revolution c’è forse uno degli ultimi gridi d’allarme del metal (paradossalmente) classico, il rantolo furioso del vecchio che avanza (old is the new young, come nel retro della mia maglietta dei Nomeansno, che è l’equivalente poi di un Kevin Sharp che sale sul palco a Cervia e chiudendo pollice e indice dice “We’re Brutal Truth and this is grindcore“, facendomi piangere poco prima di travolgermi con il più bel concerto a cui abbia mai assistito). Reje parla di un disco pensato per le nuove generazioni di metallari, ma sotto il palco durante i tour ci sono vecchi bacucchi, nostalgici di un’epoca in cui non servivano pantaloni oversize o frangette per essere osservanti e panzoni alcolizzati ancora in botta per la vita.  La musica dei Brutal Truth in ETR  è riuscita in qualche modo a fondere le tendenze che la governavano dall’interno e dall’esterno e ributtarle fuori con il pragmatismo schifato di cui il gruppo è maestro indiscusso, e si è resa diversa non solo da tutto il resto, ma anche da se stessa. Probabilmente dico cazzate, ma mi ritrovo a riascoltare spessissimo –e sempre con estremo piacere- l’ultimo disco dei quattro newyorkesi e a ritrovarci ogni volta un altro me stesso, e se è vero che ultimamente mi ritrovo nella maniera e nella retroguardia MOLTO più di quanto mi ci potevo ritrovare a diciannove anni, d’altra parte ogni nuovo ascolto di ETR dà conto di quanto i Brutal Truth siano NECESSARI al sostentamento del metal e dell’accacì o di qualunque altra cosa siano diventati oggi.
L’ulteriore e non-necessaria conferma alla cosa viene da una sola traccia smerdata che è possibile ascoltare soltanto nel profilo Facebook della band, al prezzo di un clic sul bottone “mi piace” (almeno credo, io li ho fan-izzati il giorno dopo essere entrato su facebook tipo). I Brutal Truth, chitarrista a parte, sono gli stessi che mettevano le foto dei pescatori che uccidevano le foche a bastonate nel loro primo disco. Musicalmente sono quelli che sono diventati dal ’94 in poi, solo un po’ più metal. Il pezzo si chiama End Time e sarà inclusa nel disco che uscirà a fine settembre: stesso titolo, stessa etichetta, stessa formazione dell’ultimo lavoro. La tracklist (23 pezzi, uno in più di Sounds of the Animal Kingdom) è qua sotto, e solo a leggere i titoli vien voglia tipo di scendere in piazza a menare i fasci a mani nude.

  1. Malice
  2. Simple Math
  3. End Time
  4. Fuck Cancer
  5. Celebratory Gunfire
  6. Small Talk
  7. .58 Caliber
  8. Swift And Violent (Swift Version)
  9. Crawling Man Blues
  10. Lottery
  11. Warm Embrace Of Poverty
  12. Old World Order
  13. Butcher
  14. Killing Planet Earth
  15. Gut-Check
  16. All Work And No Play
  17. Addicted
  18. Sweet Dreams
  19. Echo Friendly Discharge
  20. Twenty Bag
  21. Trash
  22. Drink Up
  23. Control Room

STREAMO – il disco dell’anno scorso.

la più bella foto che ho mai visto in un sito (ribadisco).

Un po’ di cose le scrissi qui, mi va solo di aggiungere che Catch My Shoe è il disco che ho ascoltato di più e con più piacere nel 2010. Funziona in ogni contesto e spacca il culo a tutte le musiche del mondo di qualsiasi genere, volume, epoca e grado di indipendenza. Non stanca mai.

La storia di oggi, che poi in realtà è una storia di 21 giorni fa, è che il disco è in streaming su soundcloud, e se l’embed funziona lo potete ascoltare qui sotto. O in alternativa qui.

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(via @Vitaminic)