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Ricchi e poveri e straccioni e teste di minchia (e il disco rap più esclusivo della storia)

10eQualche tempo fa il Wu Tang Clan ha annunciato di aver lavorato, saltuariamente nell’ultimo lustro, ad un disco di 31 canzoni che sarebbe stato stampato in una sola copia, messo all’asta e consegnato al miglior offerente. La cosa si è evoluta in un vero e proprio progetto artistico: il disco sarebbe stato prodotto e stoccato in un caveau, per poi finire all’asta ed essere venduto al miglior offerente, con una serie di clausole legali che vincolavano l’acquisto ad alcune condizioni, ad esempio il divieto di sfruttare commercialmente l’opera prima del 2103.

(no, la clausola secondo cui il compratore doveva accettare di subire un tentato di furto ad opera del Wu Tang Clan o di di Bill Murray è un fake, sorry)

Poi il disco, intitolato Once Upon a Time in Shaolin, all’asta ci è andato davvero, ed è stato portato a casa da un riccone per una cifra che dalle indiscrezioni era dell’ordine dei milioni di dollari. Al seguito della transazione, il Wu-Tang entra nel guinness dei primati con il singolo disco più costoso della storia. Al di là di questo, e delle menate ideologiche sull’esclusività, ci sarebbero riflessioni interessanti da fare su una serie di concetti messi in campo da questa cosa. Ad iniziare dalle consuetudini legate alla “pubblicazione” di un disco –si può dire che un disco sia stato pubblicato se in realtà è stato privatizzato? Ha senso che esistano opere di musica popolare non-destinate alla popolazione? Come può esserci una relazione tra l’artista e il suo pubblico se l’artista estromette il suo pubblico dai frutti del proprio lavoro creativo? E via di questo passo. Oltre a questo, ci sono discorsi da fare sul tramonto dell’idea di “mercato musicale” e su questo infinito montare dell’idea di mecenatismo, su quali siano i confini etici dello spremere due milioni di dollari al ricco signore, sul perchè sia stato fatto proprio ora, in un momento storico in cui non si può più spremere facilmente un dollaro a due milioni di poveracci.

Poco importa quanti e quali siano i dibattiti potenziali legati a questa vicenda, in ogni caso: tutti i discorsi sono passati in cavalleria quando s’è scoperto che il misterioso riccone che s’è beccato il disco non è Quentin Tarantino o qualche anonimo rampollo di buonissima famiglia, ma nientemeno che Martin Shkreli. La storia sta tutta qua.

Martin Shkreli è un colosso della finanza statunitense, figlio prodigio d’immigrati a New York, che apre il suo primo hedge fund  intorno ai vent’anni e nel giro di dieci anni diventa un colosso dell’industria farmaceutica americana. Si tratta anche, incidentalmente, dell’uomo più odiato nell’America del 2015, per via di una scalata piuttosto assurda che ha visto la sua Turing Pharmaceuticals acquisire la licenza per il Daraprim (un farmaco contro la toxoplasmosi usato nella terapia contro l’AIDS), blindarne la distribuzione e alzare il prezzo da 13 a 750 dollari a dose. Nelle parole dei commentatori, tutto quello che c’è di sbagliato nel capitalismo moderno. Nelle parole dei cronisti musicali, un casino totale. A strettissimo giro si scopre che Shkreli è socio non-operativo di Collect Records, un’etichetta accacì fondata un lustro fa da Geoff Rickly, il cantante dei Thursday (dischi di gente tipo Nothing e Touché Amorè). La domanda è: come ti poni sapendo che il tuo disco è finanziato da uno che fa i soldi sui malati di AIDS? Buona domanda. Secondo Wiki Geoff Rickly ha conosciuto Shkreli in occasione dell’acquisto di quest’ultimo della chitarra usata dal primo per registrare Full Collapse. Prezzo: 10mila dollari. Domanda a margine: vendere una chitarra usata al quintuplo del suo valore è ok a patto che l’acquirente sia una bella persona? Vabbè. Sia quel che sia, la notizia ha scombussolato il mondo del punks per almeno venti minuti, il tempo che c’è voluto a qualche gruppo per preparare uno statement in cui si dissociano dall’etichetta e a Rickly di buttar fuori Shkreli dalla società.

La realtà empirica ama molto avventurarsi un passo o due oltre i nostri sogni più sfrenati: nel giro di due mosse Martin Shkreli è diventato il personaggio musicale più importante del 2015, quello che ha fatto più cose per riportare il germe dell’etica all’interno di un sistema musicale “alternativo” con la faccia come il culo. La sua sola esistenza sembra essere l’unica pillola avvelenata che è riuscita ad intridursi in un sistema di sfruttamento musicale (lo chiamano evoluzione) che ha fatto della sponsorship e della partnership la regola, a prescindere da quale casacca indossino quelli che escono il grano, e che al contempo è riuscito ad annullare anche solo l’idea che si possa scegliere a quali canali rivolgersi per essere a proprio agio con se stessi e la propria musica, riducendola ad una sega intellettuale da comunisti scoppiati. La proprietà del “disco più esclusivo della storia”, un album probabilmente buono realizzato da un gruppo di cui abbiamo quasi tutti un disco a casa, è in mano ad un probabile stronzo ed è stata pagata con soldi spremuti a dei probabili malati terminali. Le potenzialità di questa storia sono infinite: listening party del disco segreto del Wu Tang in qualche club, con i giornalisti che s’ammazzano per l’accredito; concessione pro bono del disco del Wu Tang alla campagna elettorale di Donald Trump; concessione di uno streaming gratuito su qualche piattaforma tipo NPR, Brooklyn Vegan o Pitchfork, e vedremo anche lì chi si fa avanti e chi si tira indietro. O ancor meglio, accettare che sia Shkreli a donare il disco al mondo, magari mettendolo personalmente in download, e anche lì sarà bello vedere chi rimarrà scandalizzato e chi s’ascolterà il disco senza pensarci troppo. Nel frattempo RZA s’è già affrettato a correre ai ripari ed informare la stampa che la transazione è avvenuta prima che Shkreli facesse la manfrina col Daraprim, e che molti dei soldi della transazione andranno comunque in beneficienza. Non che a qualcuno freghi un cazzo di vedere le ricevute dei versamenti.

PAGARE LA MUSICA: i festival estivi.

Francesca Sara Cauli
Francesca Sara Cauli

Carlo Pastore lo scrisse nel 2008:

“lavorare a Mtv, sfruttare il mio talento, prendere i soldi nell’unico posto in cui ci sono, poi fare cose gratis per chi se lo merita e chi non ne ha spazio, per Rockit, la mia famiglia, crescere individualmente e contemporaneamente condividere esperienze, know how, passioni, vita.”

o anche

“c’è bisogno di ripartire dal basso, di rimettere in moto le cellule cerebrali, di iniettare il formicolio negli arti addormentati, di infiltrarsi nei posti chiave e di creare interferenze, di non avere paura, di generare entusiasmo e di viverlo, di dire basta agli snobismi intellettualoidi e a quelli che fanno gli artisti senza averne l’arte, di dare spazio alla gente vera con le sua magnifica vitalità così stuprata.”

 

Credo sia un buon punto di partenza, l’inizio possibile di un nuovo modo di pensare la musica, nel quale L’ARTE viene prima di tutto il resto. Una volta sarebbe stato un problema di moralità, oggi anche sticazzi. Domande progressive sul tema: andreste a sentire il vostro gruppo preferito in un festival con altri gruppi? Andreste a sentire il vostro gruppo preferito in un festival organizzato da un magnate indiano di cui non sapete nulla? Andreste a sentire il vostro gruppo preferito in un festival organizzato da un magnate italiano di cui sapete per certo essere una testa di cazzo? Andreste a sentire il vostro gruppo preferito in un festival sponsorizzato da una multinazionale che sfrutta manodopera minorile nel terzo mondo? Andreste a sentire il vostro gruppo preferito in un festival senza sponsor con il biglietto a 90 euro invece che 50?

Ricomincio da capo. Ormai è assodato che -accontentandosi- l’esperienza musicale possa essere ormai consumata a costo zero o quasi: concerti gratis organizzati dagli enti, canzoni alla radio, streaming legali e tutto il resto. Il motivo per cui paghiamo la musica è legato il più delle volte a dei plus che ci interessano: vedere quel gruppo specifico, possedere quell’oggetto specifico, eccetera. A volte (spesso) sono dei plus irragionevoli: molte volte compro un disco o una t-shirt per sentire di aver contribuito al sostentamento del gruppo. Il problema è che è un atteggiamento da padreterni del cazzo, e nella nostra epoca non c’è niente di peggio che sembrare una persona pesante. La maggior parte delle operazioni di  successo legate al mercato musicale era legata all’idea di aggiungere delle performance della musica (poter scegliere quale musica, poter scegliere quando ascoltarla, eccetera) legate allo stesso costo finale (zero).

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Francesca Sara Cauli

Quando compriamo musica siamo abituati a non pensare troppo a chi vanno i nostri soldi. Ragioniamo per compartimenti stagni cognitivi legati a certe prassi che si sono sedimentate nel tempo e non discutiamo, tipo “un CD deve costare tot euro al massimo”. Ultimamente ho dato un bel calo al mio budget per la musica: le solite scuse del 35enne, vita che va avanti, soldi da destinare altrove eccetera.  Un ragionamento possibile, in situazioni come la mia, è quello di comprare lo stesso numero di dischi a meno soldi (oggi è possibile): distribuzioni online, offerte eccetera. Io compro meno dischi allo stesso prezzo e gli altri li rubo (oggi è possibile). Il mio ragionamento è questo: se compro un disco al negozio, la cifra (di cui tutti dicono esorbitante) che ho speso se la dividono il gruppo, l’etichetta, il distributore e il negoziante. Tutta gente con cui non ho problemi. Se vado a vedere un concerto in un locale nella mia città, il grano se lo dividono il gruppo e il padrone del locale. Tutta gente con cui non ho problemi.

 

Detesto la birra Heineken. Non sono proprio motivi etici, ma una volta mi sono fatto un ragionamento in testa: di base i piani di marketing di una multinazionale della birra sono volti a creare un pubblico di consumatori assidui, cioè di base un pubblico di alcolizzati. Cioè a creare una dipendenza che a molti rovinerà la vita, e tirare su una quantità di soldi che per ogni alcolizzato è più o meno ridicola. Giusto? Bevendo cinque Moretti al giorno per una decina di anni a un euro e venti la bottiglia (poniamo) spendi circa 22mila euro; di questi togli la metà circa tra imposte e margini del rivenditore e sei a 11mila euro. Togli i costi di produzione, il marketing e le eventuali spese legate a tutti gli intermediari, secondo me viene fuori un quarto del guadagno (3mila euro scarsi). Un altro conto: poniamo che l’utile netto di Heineken sia di circa dieci centesimi a bottiglia, che mi pare ragionevole: dieci anni con cinque bottiglie al giorno fruttano alla compagnia 1825 euro. In pratica se conoscessimo per certo il nostro futuro potremmo versare due-massimo-tre stipendi a un’associazione di multinazionali della birra perché smettano di produrla: loro chiuderebbero l’anno con lo stesso margine, io camperei una decina d’anni in più e ci guadagnerei pure i soldi per comprare qualcosa di altrettanto utile al mio sostentamento, tipo un Nissan Qashqai bianco metallizzato. Nonostante detesti le multinazionali della birra per il fatto di marginare troppo poco dalla distruzione del mio fegato, non ho mai avuto problemi ad andare ad un festival di musica da loro organizzato. Ho molti più problemi con il festival di musica in sé: gruppi del cazzo, niente ombra, niente civiltà, cessi chimici, il 99% del pubblico puzza di sudore e il 47% di questi non hanno comunque problemi a starsene a petto nudo. Sarei disposto a pagare 50 euro in più se mi promettessero ombra e un servizio di security che pesti a sangue quelli che si mettono a torso nudo e rovesciano birra per terra (che poi diocristo PUZZA, bevetevi la birra che avete pagato), ma tutto sommato non ho problemi a entrare con uno sconto di 50 euro accettando di vedere quel marchio ovunque.

 

In questo periodo escono sempre fuori le polemiche sui festival estivi. Il canovaccio di base su cui si srotolano mostra che in Spagna e Gran Bretagna e persino in posti tipo l’Ungheria e il Belgio ci sono festival musicali estivi con centoventi  artisti in cartellone, e che il fatto che questo tipo di festival in Italia non ci sia è uno dei principali indici dell’arretratezza musicale in cui siamo abituati a combattere. La mia domanda sarebbe se c’è davvero bisogno di un festival come il Primavera in Italia: chi ne ha davvero bisogno ha già comprato da tempo un biglietto aereo per Barcellona. Un’altra domanda: un festival come il Primavera, poco fuori Milano, con biglietto a quattrocento euro: chi di noi s’accalcherebbe per la prevendita? Forse un migliaio di pazzi con il conto in banca che suda via gli spicci. Quello che vogliamo non è un festival come il Primavera, ma un festival come il Primavera in una location simile a quella del Primavera, con un biglietto uguale a quello del Primavera. Ponendo che questa cosa, di per sé, sia antieconomica, vengono in mente tre tipi di aiuto esterno per metterla in pratica.

1 il patrocinio di un ente pubblico: il generico bisogno di drenare fondi in cose culturali in un festival che che non preveda necessariamente un’orchestra russa o Francesco Guccini.

2 una qualsiasi multinazionale che ci metta sopra il proprio marchio e per farsi bella

3 un matto.

In ottemperanza al punto 3, all’inizio di agosto si svolgerà un festival in Umbria, chiamato Umbria Rock, che prevede gente tipo James, Paul Weller e Basement Jaxx. Pare sia finanziato da un magnate inglese di origine indiana, i cui motivi sono al momento sconosciuti (magari fare qualcosa per la gente di Massa Martana, ma ne dubito). Supponiamo che questa persona, di cui non so nulla, sia mossa da pura nobiltà d’animo: rimane un certo qual problema di fondo. A un certo punto si è iniziato a non credere più che il mercato della musica fosse autosostenibile: si è detto che era antiquato, che non guardasse al cambio d’epoca: i gruppi non potevano più sperare di vendere un milione di copie, gli artisti non potevano più permettersi di non andare in tour, la musica avrebbe dovuto trovare nuove modalità per essere venduta. Centinaia di milioni di analisti economici della domenica sono d’accordissimo su questo punto, ma solo qualche decina di milioni s’è presa il disturbo di guardarsi intorno, alla ricerca di soluzioni di mercato più al passo coi tempi. E scavando a fondo negli scenari possibili, tenendo ben conto dell’attuale tendenza culturale a rimasticare il passato, è riuscita a trovare una soluzione di mercato che accontenta sostanzialmente tutti e non grava sulle tasche di nessuno.

 

Anche se diciamo che reintrodurre la figura del mecenate mi sembra un po’ arrampicarsi sugli specchi, ecco tutto. Forse ci conviene metterci una mano sul cuore e ricominciare a pagare quel che dobbiam pagare.

SUONARE A GRATIS [gentilmente ospitato in LA PESANTATA DEL VENERDÌ]

fugazi definitiva (1 di 1)

Se ancora non si è capito, quando un musicista si lamenta su fb di qualcosa che è andato storto in una qualche data UGUALE cagare il cazzo.
Già la parola musicista spesso fa rabbrividire, ma ne parliamo più sotto.
Per quanto uno abbia ragione, nel momento in cui si lamenta, anche coi toni più sublimi e sinceri, l’effetto che fa è quello.
Più in generale, devo ammettere che personalmente tutti quelli che si lamentano un po’ mi stanno qua. L’altra sera c’era questo programma con degli scrittori in tv, l’ho scoperto perché su Twitter tutti un po’ a sfavare, molto per il lol, ma anche per cagare il cazzo. Se una roba non puoi digerirla, non la mangi. Ma davvero non è obbligatorio che stai lì a menarla. Sarà per altri. Il target sono altre persone che non sei tu. Se anche le altre persone verranno a mancare, allora quella roba finirà.
Dall’altra parte, ci sta anche questa cosa che sfava parecchio, ovvero che se sei un musicista (sic) scatta subito l’obiezione: Vai, suona e taci.
Me lo dicevano a vendemmiare: “Vindemia e tes” (trad: Vendemmia e taci. Grazie boss)
Che ha anche una sua verità: piuttosto che, meglio tacere.

Ora però cago il cazzo per 3 righe.
Una delle ultime date con la mia banda è andata a finire che non ci volevano pagare. Tutti hanno i loro buoni motivi, sia per chiedere soldi che per non darli. Alla fine ci hanno pagato 1/3 del pattuito e pochi complimenti. La tentazione di mettersi lì la mattina dopo e fare il GRANDE SPUTTANAMENTO è forte, ma dopo un po’ te la tieni per te. Si scrive alle band che devono suonare là, ad amici del posto, glielo si dice, lo si dice alle agenzia di booking, fine. Quello che dovevamo dire a loro l’abbiamo fatto la sera stessa, tra l’1.00 e le 2.30. Alla loro domanda “ma io faccio il dog-sitter, dove li trovo i soldi?”, la nostra risposta è stata “e noi suoniamo, dove li troviamo i soldi?”. Ma i soldi, ahitutti, non c’erano. Fine.

Foto di Francesca Sara Cauli | utilizzata da R. P. Sheppard (cantante dei Sophia) per copertina cd e tshirt delle acoustic sessions, con la seguente proposta economica: “And how would about 25€? Is that symbolic enough for you? I can PayPal it to you once I transfer some money back into my account, Ok?”. Mai arrivati. Come non arrivò né il cd né la maglietta.

Quando non ti pagano per una roba che hai fatto è brutto.
Ma quando non ti pagano per una roba che hai fatto apostrofandoti che quello che hai fatto è: suvvia, cosa vuoi che sia stato chiuse virgolette, è frustrante. Quanta saggezza in un tweet, eh?
Ma saremo milioni quelli che negli ultimi anni non sono stati pagati per dei lavori che avevano fatto. Ergo puppare, si ama ripetere. Puoi fare la pletora di argomentazioni che vuoi, ma ad un certo punto, per motivi che spesso è meglio non sondare, chi ti doveva pagare non ha più un ghello, e di conseguenza neanche ciò che ti doveva. Quanta saggezza. Poca. E infatti non è di questo che voglio parlare.

OBIEZIONE:
Se parli contro i centri sociali non hai capito niente dei centri sociali.
A parte che non ho ancora detto nulla contro i centri sociali, anche quando lo dirò non parlerò contro i centri sociali. Ho insegnato italiano agli immigrati in un centro sociale, mia moglie non avrebbe un lavoro se non esistessero i centri sociali, ho suonato e continuerò a suonare nei centri sociali, il concerto più bello della mia via l’ho fatto in un centro sociale. Fine.
La coincidenza sfigata è stata che la data andata male è capitata in un centro sociale, dove però c’erano delle persone che non avevano nessuna idea di cosa significasse andare in giro a suonare. Forse è di questo che voglio parlare. Del fatto che stai provando a fare di quello che ti piace un mestiere, ed è difficile semplicemente farlo capire. Non intendo la zia di Agnese, che ancora mi chiede se sono senza lavoro. Intendo qualcuno che ti chiama a suonare. Che ti chiama LUI a suonare.

OBIEZIONE:
Se diventa un lavoro si perde tutta la poesia.
Questa è una cosa che avevo detto anche io. In realtà mi devo smentire.
Consideriamo anche che una bella fettona della musica che ci fa smaialare ogni giorno è fatta da gente che fa il musicista di professione. Che tremenda endiadi: Musicista + Professione. Farsene una ragione.

http://www.youtube.com/watch?v=sqv31emWxdI

L’avete visto questo documentario sui Fugazi? È una roba abbastanza totale. Andrebbe visto ogni 4 mesi. Le avete viste le parti in cui Ian McKeye se ne sta a contare i dollaroni dopo i concerti? Io sì. Perché senza quei dollaroni Ian McKeye e soci forse non avrebbero fatto nulla dopo Red Medicine. Buttali via.

Ma al di là dei Fugazi, a me sta benissimo che pure Al Bano, Appino e J-Ax facciano la loro musica e prendano i loro soldi. Semplicemente non mi interessa. Però sospetto sempre che quando ci sono più di 5 zeri, più ci sarà qualcuno che farà un lavoro sottopagato.

Foto di Gabriele Spadin |, sottratta senza consenso e utilizzata a scopo promozionale. Mai pagata. Vai GIANLUCA comunque.
Foto di Gabriele Spadin | Sottratta senza consenso e utilizzata a scopo promozionale. Mai pagata. Vai GIANLUCA comunque.

Sono tanti i mestieri che fanno fatica ad essere riconosciuti come tali. E la differenza che passa tra fare quello che ti piace per passione e fare quello che fai con passione per soldi è una cruna minuscola, ma che fa tanto parlare. Fai delle foto e vuoi dei soldi? Scrivi per un sito e vuoi dei soldi? Vai a suonare e vuoi dei soldi? Fai i soldi e vuoi dei soldi? Registri una band in uno studio e vuoi dei soldi? QUANDO MAI.
La zia di Agnese la pensa così, più o meno. Ma uno che ti chiama a suonare – presupponi –  dovrebbe pensarla altrimenti.
Capita che no. Amen.

Al momento quello che faccio nella vita che mi fa guadagnare dei soldi è andare in giro a fare concerti.  E devo dire la verità: la poesia non si è persa, ma è aumentata tantissimo. E le cose che mi faranno ricordare questi mesi come alcuni dei più belli della mia vita pure. Guadagno come se facessi un lavoro part-time. Ed è quello che voglio, mi va bene così, prima facevo un lavoro e andavo a suonare e la vita era molto più difficile. Mia moglie che vuole fare i conti fino in fondo, ha deciso di provare a capire quanto guadagna lei all’ora facendo quello che fa (la fornaia, in un laboratorio che abbiamo messo in piedi in quella che una volta era la stalla). A conti fatti prende circa 5.70 € all’ora. Io che non ho lo stesso zelo non farò i conti, ma so per certo che non supererei i 4€/h. Ma anche se li facessi, non ci sarebbe nulla che mi farebbe passare la voglia. Idem per mia moglie. E se tra un anno non potrò più camparci, lo farò uguale, senza camparci come ho sempre fatto finora.

Ma nel momento in cui ci campi è come se comparissero altre robe più sgodevoli, tipo il livello  del precariato in cui sei finito (non un novità), e poi il fatto che quello che fai non può fare a meno di mercificarsi un po’. Perché se chiedi tot soldi poi deve venire tot gente, o qualcuno ci rimetterà dei soldi. Se non viene tot gente poi fai la figura di quello che non vale tot soldi. E l’atmosfera di sembrare al palio del bestiame è a un attimo da lì. Fa parte del gioco, a me piace anche così. Più o meno va così per ogni questione che riguarda altra gente che ti deve venire a cercare. Ma non sto parlando di musica tout court, sto parlando di andare a suonare. E il gioco che ruota attorno a questi soldi è fatto di tre parti: 1) chi viene a vedere un concerto e paga un biglietto 2) chi organizza il concerto e paga la band 3) la band che prende dei soldi. Talvolta il concerto è a ingresso gratuito, e la gente entra a far parte del circuito monetario perché magari rifocilla le casse del bar.
Quando una data va male, quando capita il fatidico bagno di sangue, significa che con gli ingressi e/o il bar non ci sono i soldi per pagare la band, e qualcuno ci rimetterà dei soldi.
Con la mia banda è successo un paio di volte. Sono anche poche, e la cosa è splendida perché non torni a casa con la sensazione di aver rubato. Torni a casa con la sensazione che nessuno è scontento. Magari qualcuno poteva essere più contento, ma quello è sovrimpresso alla vita in genere, una serata non cambia la statistica.

Sono tutte variabili delicate. Ho organizzato tanti concerti, so cosa significa essere dall’altra parte del bancone. Trovo pure delle date ad alcune band di amici. E noleggio un furgone. Ho fatto esperienza di tutti gli ingranaggi ergo non cagare il cazzo. Tuttavia, nel gran traffico delle trattative e dei conti finali, se viene a mancare una componente, sono cazzi per tutti, e quella componente è l’onestà.
Ci sono tanti modi per andare a suonare e contrattare il tuo cachet.
Nel piccolo mondo che frequento io le modalità potrebbero essere queste:
1. Vieni gratis (variabile: vieni gratis + il bere e/o il dormire)
2. Vieni a rimborso spese
3. Vieni e vediamo come va (difficilmente andrà da re)
4. Vieni per una cifra
5. Vieni per una cifra e se con gli ingressi copriamo le spese ci dividiamo il resto
6. Vieni a produzione: ti tieni gli ingressi.

Se vengo a suonare perché mi prometti 50€, e alla fine la serata non è andata come speravi, e non hai i 50€ dagli ingressi, e decidi di non darmi 50€, allora la catena si spezza. Va a finire che tu, quella sera, non perdi soldi, io sì. Ma come dicevo all’inizio, siamo in tantissimi ad aver fatto un lavoro senza venire pagato, ergo stammi bene.
Di contro, quando però il locale era imballato, e a fine serata coi conti alla mano era evidente che gli ingressi superavano anche del doppio il cachet, è CHIARO che non ci si mette a trattare per avere più soldi. Perché c’era un patto, e il patto si mantiene. La volta dopo magari cambierai i patti. Senza contare che io non posso sapere quanto tempo hanno speso per promuovere la serata e quante persone c’erano in busta paga per far funzionare tutto al meglio. E nemmeno mi frega. Chi organizza le robe si prende sempre dei rischi. Nessuno lo obbliga, ma immagino sia quello che vuole fare. Conosco tanti promoter (gente che organizza robe, soprattutto concerti) che fanno quel lavoro lì perché amano la musica dal vivo.
Ehi, ehi: il discorso non andrà molto lontano da qui.
Davide, Giacomo, Nico, Gianluca, Iacopo, Marco, Francesco, Fabio, Alessio, Andrea, e via, organizzano robe perché amano quello che fanno, che sia o meno il loro mestiere; ognuno di loro lo fa in maniera diversa e con musica diversa, ma comunque trattano le persone con la stessa stima e passione con cui fanno il loro lavoro.
Sono oramai più di 10 anni che suono, ed è sempre stata una scelta in perdita economica, anche perché in 10 anni abbiamo sempre scelto di suonare con la nostra roba (ergo noleggiare un furgone) e con il nostro fonico (ergo una persona da pagare), e se tu non mi paghi noi ugualmente pagheremo fonico e furgone perché 1) siamo delle persone oneste, e 2) se amiamo quello che facciamo lo vogliamo fare BENE; e ora che il suonare non è più una faccenda in perdita non ce ne vergogniamo, ma quello che ci mettiamo non è calato di una virgola.
Alla fine il discorso non si allontana da una parola curiosa che non usiamo mai, e che probabilmente nemmeno io userò per altri 10 anni, due punti l’amore per la musica.
Se non c’entri niente con questa roba qua, io non mi aspetterò nulla da te.
Si verrà a suonare per espletare una sorta di contratto in nero tra due parti, ci saranno le persone presenti che daranno un senso alla storia, ma tra di noi non succederà nulla di quello che capita altrove, quando nasce una cosa che si chiama stima, e che è riservata a quelli che se lo meritano. E per fortuna non sono pochi.

La mia banda si chiama gazebo penguins. Tutta la musica che facciamo è gratis.
I concerti, in linea di massima, ancora no.

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in foto R. Amal Serena, che Bastonate non ha mai pagato né pagherà mai nonostante abusi pesantemente della sua immagine.

Tixi

Continua il nostro piccolo viaggio verso il Pulitzer nell’analisi del magico mondo del ruock + il magico mondo dei soldi.
Oggi intervistiamo per voi Federico Tixi.
Perché Federico Tixi e non Walter Veltroni?
Scoprilo qua sotto.
Annoiamoci insieme.

(di Capra)

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Tixi è il Walter Matthau del punk
(Jacopo Lietti, serigrafaro + Fine Before You Came/Verme)

1. Capra: partiamo senza fronzoli. Quanti soldi al mese spendi in musica?
1 bis. Dove compri la musica?

Tixi: Graditissima domanda, proprio, che mi fa tornare su, per l’ennesima volta solo oggi, il tipico senso di colpa (di chiaro retaggio cattolico) causato dalla consapevolezza di quanti soldi ogni mese butti via in dischi. Tanti, troppi. Da quando ho un lavoro fisso (più o meno dal 2005) mi sono imposto circa 200 euri di spesa al mese, ma da un paio di anni sforo regolarmente, al punto che inconsciamente la soglia è salita a 300, se non di più (ma se tocca i 400 mi sento davvero in colpa, tipo che smetto di dormire). Poi sto mese capiti male, tra una fiera del libro con banchetti di lp assurdi pressoché regalati, una fiera del disco (ma sono stato bravo, ho speso meno di quanto avessi prelevato) e la tredicesima in saccoccia, oltre qualche carenza affettiva da compensare (il cioccolato non basta più da un po’, ma abuso anche di quello), beh, penso di aver sforato, e di tanto.
Poi è natale, ci sono i regali che mi devo fare, no? Da bambino volevi la polistil e i parenti ti regalavano la polistil, adesso io vorrei il cofanetto di Jakob Ullmann ma i miei non mi regaleranno MAI qualcosa che assecondi quella che per loro (non sbagliando del tutto) è una dipendenza, quindi me lo comprerò io. E via. Mi rendo conto di essere estremamente privilegiato dal poter contare su tot euri a fine mese regolarmente versati sul mio conto, sono convinto che se dovessi stare più attento o ponderare di più i miei acquisti compulsivi probabilmente non sbarellerei così di brutto, e sicuramente sarebbe un bene per l’estratto conto (operazione bancaria che detesto e cerco di fare il meno possibile), visto che, ora come ora, pur lavorando da un po’, non sono riuscito a mettermi via praticamente nulla. La volta che mi dovrò comprare un rene o anche solo la vespa nuova sarò fritto,  ma ci penserò in quell’evenienza. Quello che mi stupisce sempre è che quando manifesto quanto io sia fondamentalmente a disagio nel realizzare che, comunque, io lavori nove ore al giorno quasi esclusivamente per comprarmi dischi, mi sento spessissimo rispondere “vabé, dai, se è per la musica è per una bella cosa, non c’è nulla di male”. Davvero, per me è talmente sbagliato che non capisco come gli altri possano legittimarlo. Poi il fatto che da 6 anni conduca solo soletto una trasmissione radio dove mi lasciano passare quello che voglio è un ulteriore scusa per lasciarmi andare in acquisti compulsivi.
Ovviamente, oltre ai soldi spesi per i dischi, ci sono anche quelli andati per i concerti: fortunatamente io e i miei amici stiamo invecchiando, e tra tutti ci sta passando la voglia di metterci in macchina, magari di giorno infrasettimanale, per andare a vedere l’ennesimo concerto che chissà se ci soddisferà. Chi ha figli, chi l’indomani si sveglia alle 6, non ce la sentiamo più di tanto. Poi magari è solo un periodo così, eh. Anzi, devo dire che l’unico che ogni tot manda un sms per proporre di andare a vedere qualcosa in giro, sono io (tendenzialmente mi rispondono picche, ma non me ne faccio un cruccio più di tanto). In fondo, negli ultimi anni, andare ai concerti non è stato altro che un pretesto per salutare amici. Del resto di concerti memorabili ne ho visti talmente tanti in passato che, ora come ora, non sento la necessità di ascoltare *solo* della buona musica dal vivo. Poi, da quando amici hanno preso in gestione lo Spazio Targa, qui a Genova, che propone la musica che piace a me in questa città di “troppo poco e troppo tardi” (per citare Mall Rats) – e per di più mi lasciano dare una mano nella programmazione – quello che mi piace cerco di vederlo a casa mia. E se non lo vedo amen, lo vedrò, o lo ho già visto (mi sono perso gli Swans, immensi quando li vidi a Barcellona e sento dire immensi anche a Bologna, ma vabé, quest’anno mi premeva solo vedere Rangda e Demdike Stare e li ho visti rispettivamente a La Spezia e a Torino, quindi mission accomplished).

In tempi recenti ho scoperto una cosa terribile che accomuna me e Tixi,
una malattia grave, una di quelle che lasciano il segno (sui c/c).
Siamo entrambi compulsive buyer di musica.
Se anche tu sei un compulsive buyer di musica,
esci allo scoperto, fondiamo un partito.
(Onga, impiegato e boss di Boring Machines)

Dove compro la musica? Ovunque vendano la musica. Fisicamente compro sin da quando sono ragazzino da Disco Club (ogni sabato mattina metto la sveglia per andare lì prima di pranzo e vedere le solite facce, sentire i soliti discorsi, spendere i soliti euri, un rito, praticamente). Ho comprato tutto quello che mi ha formato musicalmente lì dentro, da A love supreme un giorno in cui avevo preso 7 di Inglese in terza liceo (ma quell’anno venni bocciato ugualmente, ma per questioni di cuore, non perché ero una capra) a, chessò, l’ep dei Corrosion of Conformity che aveva una cover degli MC5 sul lato B che mi ha aperto gli occhi verso un certo mondo. Da qualche anno sul retro c’è un gran bel negozio dell’usato, una limatina sui prezzi non farebbe male, ma regolarmente trovo qualcosa che mi interessa e che non avrei mai detto di trovare (giusto un paio di giorni fa mi sono preso la ristampa di Jacula che era in wishlist da secoli)
Altrimenti ogni volta che riesco a passare cerco di comprare qualcosa da Taxi Driver (purtroppo lavoro dalla parte opposta della città), altro orgoglio cittadino, più specializzato in un genere che non è 100% la mia cup of tea (stoner-post metal, ecc) ma comunque fornitissimo (anche delle cose che piacciono a me) e da preservare, fosse solo per il coraggio e la dedizione con cui Maso e Sara tengono aperto un negozio “di genere” in un momento come questo, in una città come questa, dove soldout lo fa solo Giuliano Palma e forse neanche più lui.
Poi ho anche un paio di secret spots in giro, ma col cazzo che ve ne parlo qui sopra (e comunque sono stati più che saccheggiati).
Per ultimo c’è internet, che è un po’ (giustamente) il nemico di tutti i negozianti. O compro direttamente dalle etichette (ho preso un paio di giorni fa il disco di Bowles su Soft Abuse, consigliatomi da Collepiccolo, caro amico che non manca mai di alimentare i miei acquisti compulsivi, specialmente quando andiamo in vacanza a Barcellona col pretesto del Primavera Sound ma, alla fine, è palese che andiamo solo per fare un salto da Wah Wah e da Revolver), o da qualche distributore alla Boomkat (che è caro, infatti saccheggio solo le offerte). Poi c’è Amazon, che è stata la mia rovina, da quando ha aperto in Italia. Trovi quasi-tutto-a-meno. Per mesi, quando il sito era strutturato in modo diverso, passavo le mie pause pranzo a scovare con un trick le offerte speciali (e ce n’erano, di incredibili, vedi il cofano dei NEU che abbiamo comprato tutti), ora sto a sentire le dritte di questo o quello, e soprattutto compro più mirato e meno “è in offerta, costa come una birra, prendiamolo”. Tra l’altro se avessi speso in birre tutto quello che ho speso facendo quel ragionamento da quando ha aperto amazon sarei già morto di cirrosi, come minimo. Ah, poi c’è Soundohm, un catalogo sterminato della musica più bella del mondo (o, meglio, tutta quella che al momento desta il mio interesse), difficilmente recuperabile altrove. Negli ultimi tempi ho cercato di piazzare almeno un ordinino al mese, giusto dell’importo per evitare di pagare le spese di spedizione. Fortunatamente Fabio è svampito e casinista di suo, e la cosa mi trattiene dall’ordinare giornalmente, se fosse affidabile come amazon sarebbe la mia rovina.
Lascio per ultimo Discogs, perché è l’unico posto dove chi compra dischi dovrebbe andare, soprattutto se, come me, non vuole delle ristampine in economica col punto esclamativo. C’è tutto, a volte overpriced (basta stare lontani dagli italiani, di solito) a volte trovi l’affare della vita. C’è la wishlist che ti segnala con un’email che quell’lp della Far East Family Band è finalmente disponibile NM/NM da un venditore tedesco (dio benedica le poste tedesche e maledica quelle italiane) a soli 10 euri (contro i 25 a cui lo hai sempre visto in giro) e puff, eccoti con un buco in meno nella collezione.
Ultimamente ho anche cominciato a comprare su bandcamp, in .flac direttamente dagli artisti. Anche perché, come nel caso di Kemper Norton o del live di Congos e Sun Araw, è l’unico modo per ascoltare la loro musica. Non è così male, in effetti, se è l’artista stesso che ti permette di ascoltare la sua musica *solo* masterizzandotela su un cd.
Per il resto, scarico poco, pochissimo. Giusto quello che capisco che potrebbe piacermi o che mi incuriosisce (sono abbonato a The Wire e sto imparando a fidarmi con moderazione dei nomi che escono, che è tutta salute), in uno o due ascolti decido se vale la pena, quindi lo metto in wishlist mentale e lascio che il rush compulsivo si calmi. Se si calma ho risparmiato 10-20 euri, se non si calma dopo qualche giorno clicco e via col senso di colpa.

  1. 2.    Capra: come ascolti la musica? quanto costa la roba che usi?

Tixi:

<geek>
Argomento scottante. Per forza di cose essendo 10h al giorno lontano da casa convivo con il mio iPod 5.5 da 30GB. Letteralmente, da quando esco la mattina e mi metto in vespa a quando torno a casa ho sempre gli auricolari in-ear (la cosa mi è costata 159€ di multa e 5 punti della patente – e mentre scrivo mi chiedo se una dichiarazione pubblica di infrazione del codice della strada sia perseguibile, quindi, se qualche vigile sta leggendo, sappia che è tutto frutto della mia fantasia). Riesco a concentrarmi (quindi a lavorare) praticamente solo isolandomi ascoltando musica, come riuscivo a studiare solo con lo stereo acceso. Il problema è che sono piuttosto esigente. Uso quel particolare modello di iPod (e quando mi lascerà sarà dura) perché fu l’ultimo prodotto con il DAC della Wolfson. Dalla generazione successiva Apple ha cominciato a montare un convertitore pessimo che suonava malissimo, e non se ne parla proprio. Per le cuffie sono altrettanto menoso: mi durano pochi mesi e ogni volta passo delle giornate intere a ponderare su forum e siti vari quale modello comprare, senza spendere troppo. Ritengo di aver provato quasi tutto sotto i 30€, giusto ieri mi sono arrivate delle Creative EP830 pagate 15e su amazon che suonano molto meglio di quanto mi aspettassi, quindi sono soddisfattissimo. Mp3 rigorosamente rippati dai 224kbs vbr in su, ça va sans dire.
L’impianto di casa, invece, è la mia delizia. Ho avuto cose ben suonanti ma economiche per anni (e non mi lamentavo, per carità, solo che dopo un po’ mi veniva voglia di cambiare). Sono incappato in un collega che mi ha fatto sentire componenti di ben altra caratura e senza svenarmi mi ha procurato quello che probabilmente sarà il mio impianto definitivo (in un anno non mi ha ancora stancato, ed è quasi un miracolo che per un ossessivo-compulsivo che ci sia qualcosa che dopo un anno lo soddisfa ancora): un QUAD 33/303 (pre e finale inglesi a transistor in produzione dagli anni 60 agli 80, storici, se cercate su google vedete anche quanto sono belli esteticamente), da lui upgradato in modo eccelso e segretissimo, due casse Tannoy T115 con un tweeter che lévati (modificate anche quelle, erano degli ottimi monitor da studio nei 70’s), appoggiate su degli stand che devo farmi venire voglia di riempire di sabbia per renderli un po’ meno risonanti (risuonano, si sente, non prendetemi per coglione). Entrambe le cose credo mi siano costate 800 euro, se non ricordo male. Se pensate che alla stessa cifra comprate un impianto indegno di quelli con tante lucine, beh, sono sicuro di averli spesi bene, del resto non vedo perché spendere in cose inutili come le tasse della rumenta e non per qualcosa che mi godo tutti i giorni (mentre scrivo di là stanno girando i Flamin’ Groovies). Ho un buon giradischi Systemdek IIX degli 80s che ho pagato pochissimo in condizioni un po’ così da un venditore ebay inglese che è stato anch’esso modificato e rimesso in bolla. Il braccio, un buon AT che era già sul giradischi monta una testina Stanton 681 che forse è l’unica cosa che cambierei nel mio impianto (ed è comunque una testina con i controcazzi, ‘na roba da 200 euri, che ho pagato la metà), appena capisco che è giunta la sua ora mi butto su una Ortofon Red, o qualcosa di analogo. Come lettore cd ho un Marantz CD63 che mi fa godere, e prima o poi vorrei farmelo modificare. Visto che un sacco di roba è cominciata ad uscire solo in cassetta sono andato alla ricerca di una piastra decente, alla fine ho recuperato a costo zero una TEAC che fa il suo dovere e ho pensionato quella che usavo prima, ma alla quale dovevo cambiare la cinghia e non ne avevo proprio voglia.

</geek>

Mi rendo conto che quello che avete letto sia molto poco figa friendly, ma del resto spero che le ragazze abbiano smesso di leggere quando ho scritto la parola “DAC”, non vorrei mai che si pensasse che sono un nerd che si fa le pippe sulle sfumature di questo o quello strumento sul proprio impianto hifi. In fondo su quell’impianto ci ascolto i Bad Brains, quindi sticazzi, sia chiaro, mi piace solo spendere i miei soldi nel modo più sensato possibile. “Elongatio Penis”, l’avrebbe definita qualcuno, magari. Boh. Batto il belino.

“Tixi è bono tipo Winni the Pooh”. Non è farina del mio sacco, ma ci farei una torta.
(Jukka Reverberi, operatore socioculturale e Giardini di Mirò)

  1. 3.    Capra: nella piramide di spese della tua vita le 3 cose per cui spendi di più.

Tixi: Beh. L’affitto mi mangia un bel po’ di soldi, abito da solo perché non riuscirei ad avere un coinquilino (ovvero un semiestraneo che gira per casa), e  per ora non ho una famiglia da mantenere. Poi vengono i dischi. Poi la spesa al Carrefour (ma mi accontento di poco, dal punto di vista alimentare sono davvero uno zero e ho l’alimentazione meno corretta tra tutte le persone che conosco, ma ho fatto le analisi e vanno più che bene, meglio così). Quindi la benzina della vespa (faccio 40km al dì per andare e tornare dal lavoro), e tutto quello in cui spende mediamente un 35enne (considerando che mi vesto nello stesso modo più o meno dalla quinta superiore, come mi fa notare Alice). Non ho vizi particolari (social drinker e neanche troppo, non mi ubriaco da almeno tre anni – ero ad un concerto dei Clinic e quindi al Buridda – e l’ho patito come un dannato per le 72h successive, non ho più 20 anni, in più temo l’etilometro come poche cose al mondo), non fumo, non sono un fanatico dell’andare a cena fuori (tranne quando vado nel mio ristorante preferito, il pesto migliore del mondo, per fortuna è anche molto economico), odio andare al cinema a vedere film stuprati dal doppiaggio e dal pubblico che commenta prima/durante/dopo e ride anche quando ci sono battute che non fanno così ridere (chissà perché lo fanno). Vado in vacanza giusto quelle due tre volte l’anno, ma non nego che mi piacerebbe viaggiare molto di più, anche se temo che finirei in giro per negozi di dischi all’estero. Che da una parte è anche piacevole, e ci sta, dall’altra non sono sicuro che sia del tutto sano (ma si, perché no).
Qualche soldo va via anche in giocattoli musicali che suonicchio in casa, registro per gioco e chissà che un giorno mi venga voglia di far sentire a qualcuno. Niente di serio, comunque, anche se tra un giocattolo e l’altro mi sono messo in casa delle belle cosine. A parte la mia stupendissima Telecaster JV dalla quale non mi staccherò mai, mi sto divertendo con pedalini e synth vari, cosine autoscostruite (mi sono assemblato un Big Muff che è na bomba) e spippolo a cazzo. La morte sua.

tx2

4. Capra: i 10 dischi più belli usciti quest’anno e quali di questi hai comprato.

Tixi: Giusto qualche giorno fa ho tirato giù na lista, visto che la stavano facendo tutti in tutti i social network possibili, e non mi andava giù che The Wire avesse messo come disco dell’anno quella robetta che è Laurel Halo.
Quindi:
1. Pelt – Effigy
2. Scott Walker – Bish Bosh
3. IX TAB – Spindle & The Bregnut Tree
4. Kemper Norton – Carn (1)
5. Sun Araw, M. Geddes Gengras & The Congos – Icon Give Thank
6. Demdike Stare – Elemental
7. Mark Feehan – MF
8. Neneh Cherry & The Thing – The Cherry Thing
9. Cut Hands – Black Mamba
10. Taylor Deupree – Faint

Li ho comprati tutti, quasi tutt a scatola chiusa (Neneh Cherry e Scott Walker addirittura preordinati, credo di non averlo mai fatto prima di quest anno), tranne Taylor Deupree che è appena uscito ed è un doppio cd che costicchia e spero di trovare un po’ a meno tra qualche mese/anno.

  1. 5.    Capra: i 3 gruppi italiani che se un amico ti dicesse che gli piace uno i questi tre gruppi smetti di essergli amico.

Tixi: Ma dai, non è che smetto di essere amico di qualcuno perché ascolta della musica di merda (menzogna, N.d.C.) Al massimo posso dire che non so cosa potrei avere da condividere con un fan della triade Agnelli/Capovilla/Canali. Del resto se non ci fossero coprofagi non avremmo fenomeni inspiegabili come I Cani o gli Zen Circus. Cazzi loro dai. Faccio molta più fatica ad essere amico di un elettore del pdl, magari pure sandoriano o lettore del Mucchio, che del fan di un gruppo inutile.

Al massimo quelli con cui non voglio proprio avere a che fare sono i fans dei Radiohead, per non parlare di quelli di Capossela.

 

 

  1. 6.    Capra: il tuo ultimo giovedì sera

 

Tixi: Giovedì sera nevicava, qui a Genova, e pure forte. Sono tornato dal lavoro stravolto e di sicuro non ho trovato le forze per spingermi in centro, anche se suonava Gipsy Rufina e non mi sarebbe dispiaciuto rivederlo. In più martedì avevo preso una bella sberla sull’asfalto cadendo dalla vespa ed ero anche pieno di dolori. Mi sono messo sul divano con un bel libro (“Abbiamo sempre vissuto nel castello” di Jackson Shirley, stupendo) sul kindle (che invenzione, ragazzi) e  qualche disco sul piatto. E’ andata meglio di altre sere, in cui esco perché c’è qualcosa da fare e alla fine quel qualcosa si rivela di una noia mortale e mi fa rimpiangere di non essere rimasto a casa.

  1. 7.    Capra: Meglio una pessima cena con ottima musica o viceversa?

Tixi: Che cazzo di domanda marzulliana, Capra…

                Capra: Rispetta l’arte

Tixi: Come dicevo prima, non sono una buona forchetta. Quindi direi meglio la buona musica, mica per altro, a me di mangiare strabene interessa relativamente. Casomai meglio una buona compagnia, quella sempre e comunque. Che poi nel mio ristorante preferito (non vi dico qual è a meno che il proprietario non mi dia l’endorsment a base di testaroli) l’ultima volta avevano messo Waltz For Debbie di Bill Evans (ho un’ossessione per Bill Evans) e ho pensato che quello fosse il posto perfetto.

            8. Capra: se tuo zio ricchissimo che vive in Lussemburgo ti chiedesse
“Tixi (tuo zio ti chiama per cognome) cosa vuoi per Natale?”

Tixi: Eh. Mio papà ha cinque fratelli, e di conseguenza ho un sacco di cugini. Per la famiglia Tixi ogni natale era un salasso, a suon di regali inutili. Ad un certo punto, in modo molto genovese, giunsero ad un accordo di fare regali solo ai figli dei figli. Io avevo appena compiuto 15 anni e fui il primo a subire questa normativa anticostituzionale, un vero e proprio abuso nei confronti del Tixi adolescente che una volta andava dai parenti il giorno di natale per pigliarsi due regali inutili, poi neanche più quello. Ho solo una zia materna che, regolarmente, ogni anno mi chiede “che vuoi per natale? qualsiasi cosa che non riguardi la musica”. E con “musica” intende neanche libri o cofanetti di DVD. In pratica vorrebbe regalarmi solo maglioni, ma io uso pochissimi maglioni, solo felpe col cappuccio e tshirt stilose. Quest’anno le ho chiesto di regalarmi delle serigrafie di 108 che in realtà avevo già comprato, mi farò dare i soldi che ho speso per quelle serigrafie e li investirò nel triplo di Ullmann di cui parlavo prima o, ancora meglio, nel cofanetto PRIX ITALIA che è appena uscito su Die Schachtel, cazzo quanto lo voglio.

              9. Capra: che cosa stai ascoltando in questo momento?

Tixi: Ho cominciato a rispondere a queste domande ascoltando i Tindersticks, il disco col cowboy., poi ho messo su i Flaming Groovies mentre aspettavo che bollisse l’acqua per buttare la pasta, e continuavo a rispondere. Adesso che è quasi mezzanotte e mi si stanno incrociando gli occhi c’è Arturo Stalteri che ho preso qualche mese fa ed ascoltato pochissimo. È figo.

Pagare la musica #3

“Vicentini magnagatti, veronesi tutti matti”

Vale ancora la pena di spendere soldi per acquistare musica nel 2012? Ci ho pensato qualche sera fa, quando su Deejay Tv ho sentito Rudy Zerbi (Rudy Zerbi chi? Il discografico, deejay nonché figlio di Davide Mengacci? Sì, proprio lui) dire la sua riguardo ad argomenti scottanti come come file sharing et similia.

E che ha detto di tanto interessante Rudy Zerbi? Poco e nulla, se non che – rispondendo alla domanda di uno dei presentatori del programma, un tizio milanese che manco conosco ma che ha giustamente detto che non comprerebbe mai un disco di Giusy Ferreri, al limite lo scaricherebbe per curiosità perché ci son dischi che vale la pena solo scaricare ma non acquistare (io non lo scaricherei manco per curiosità perché di Amy Winehouse ce n’è una sola, è inglese, non faceva la commessa all’Esselunga ed è pure morta) – ha affermato più o meno che scaricare equivale a rubare e che pure tu ti incazzeresti se uno sconosciuto entrasse in casa tua e prendesse un bicchiere senza chiederti il permesso. Eccezionale veramente.

Stendendo un velo pietoso sul fatto che che ho già perso il filo del discorso, e stendendo un altro velo pietoso sul fatto che non capisco il nesso tra un disco di Giusy Ferreri, la musica ed un bicchiere (forse il nuovo look proto-punk della Ferreri, dove proto sta per prot! rumore onomatopeico di un peto), a me ciò che ha detto Rudy Zerbi me pare una strùnzaaata (per dirla come la dicevano i Trettré, ossia gente che ne sapeva parecchio di come gira la vita). Io mica entro in casa da Giusy Ferreri quando scarico un disco, io mica condivido in rete i bicchieri sporchi quando finisco di bere qualcosa (e nemmeno sono il figlio di Mengacci – ho la lavastoviglie, io). La musica mi piace ancora comprarla, ma solo quando ne vale la pena – cioè al giorno d’oggi sempre meno, perché gran parte di ciò che esce attualmente è una riproposizione di cose fatte meglio almeno 5 – 10 – 15 – 20 – 25 – 30 anni fa e non ha senso ripetersi ad libitum (non so con certezza cosa voglia dire ad libitum ma lo scrivo perché mi va di sembrare uno appena uscito dal liceo classico, brufoli compresi). La provo e poi eventualmente acquisto (a volte acquisto pure a scatola chiusa, ma questo è un particolare che non è necessario menzionare apertamente in quanto non funzionale alla finzione narrativa). Mica sono ricco come Mengacci e suo figlio (anche se da piccolo ho fatto la comparsa a Scene da un matrimonio, ma solo per pagarmi il Ritalin), mica posso permettermi di buttare così i soldi, io ho bollette da pagare e conti da saldare. Se avessi pagato proprio tutta la musica che ho ascoltato in vita mia e che ha contribuito ad ampliare il mio bagaglio socio-culturale (nonché a rendermi una persona migliore, ma se scrivessi una cosa del genere potrei sembrare un presuntuoso ed arrogante dunque non lo scrivo) ora sarei sul lastrico, homeless che chiede l’elemosina dei pressi del Dams a Bologna e a fine giornata si spende tutto il ricavato al videopoker. Nulla è come la copia fisica di un disco nuovo che desideri da tempo, ma i soldi in tasca fanno sempre comodo – soprattutto oggi che siamo nel 2012 ed in tasca manca money come cantava Neffa già nel 1996 (Giuliano Palma al ritornello era ancora umano, mica come adesso che canta il ritornello di P.E.S. dei Club Dogo ed il ciccione dei Club Dogo è figlio di padre famoso come Rudy Zerbi – il cerchio si chiude, il pezzo quasi).

Tra l’altro mi sono imbattuto per caso nel programma in cui intervistavano Rudy Zerbi su Deejay Tv (il nome esatto del capolavoro è Late Night With The Pills) mentre vagavo tra un canale del digitale terrestre e l’altro cercando le televendite delle padelle Stonewell e le ennesime repliche di Cantando Ballando, ossia l’unico modo sensato di buttare il proprio denaro e l’unico programma musicale che al giorno d’oggi valga la pena di seguire in tv. La vita a volte è bizzarra e riserva strane quanto illuminanti sorprese.