Emiliano Colasanti

Emiliano Colasanti lo conosco da qualche anno. È uno che scriveva di musica e a un certo punto ha aperto un indieblog, diventando uno dei quattro-cinque indieblogger per eccellenza assieme a Enzo Baruffaldi, Marina Pierri, Inkiostro e gente simile (in ottemperanza a questa cosa il suo blog continua ad essere candidato ai Macchianera assieme a quelli di cui sopra, anche se credo che nessuno di loro li abbia mai vinti). In tempi più recenti Emiliano ha aperto un’etichetta che si chiama 42 (assieme a Giacomo Fiorenza) e fatto un gran successo di pubblico con gente tipo I Cani e Colapesce. Il botta e risposta di cui sopra dura tipo quarantamila battute e nonostante questo s’interrompe più o meno a metà. Mi rifarò su qualcun altro.

 

Da quanto tempo scrivi di musica, dove scrivi di musica, che altro fai per sbarcare il lunario.
Ho capito che mi sarebbe piaciuto provare a scrivere di musica appena dopo avere smesso di sognare di fare l’astronauta o il veterinario. Io faccio parte di quella generazione che la musica l’ha vissuta prima in maniera teorica e poi “pratica”, leggendo i libri, le riviste, immagazzinando un sacco di dati per poi aspettare dei mesi prima di potere effettivamente ascoltare quello che mi aveva incuriosito. Parlo del pre-internet e di quando per comprare un disco dovevo prendere un treno, arrivare a Roma, oppure fare ordini che puntualmente arrivavano quando la curiosità era già bella che scemata. Le cassette mi hanno salvato la vita, e la radio. Erano i tempi di Planet Rock, quando la RAI trasmetteva interi live dei Pixies. La sera non guardavo mai la televisione, mi chiudevo in camera e registravo tutto. Ho cominciato nel 1999, quasi per caso. Il primo giornale per cui ho scritto era un bimestrale – Musikbox – che si trovava da Feltrinelli e che forse esiste ancora. Si occupava prevalentemente di collezionismo, dischi rari, non proprio il mio. Da subito sono finito a scrivere di musica indipendente italiana, il gradino più basso della scala del giornalista musicale, e di “rock alternativo”. Prima recensione: l’esordio di Giorgio Canali. Ricordo che avevo scritto una roba del tipo: “Chitarre tonanti”. Porca puttana, “Chitarre tonanti”. Prima intervista: Marlene Kuntz. La prima stroncatura: un disco dei Guano Apes, quello famoso col pezzo dello snowboard.
Conoscevo Gianluca Testani e grazie a lui sono entrato in contatto con Federico Guglielmi e gli altri del Mucchio. Ma più che altro capitava di incontrarli ai concerti e farci due chiacchiere, cose così. Non ho mai chiesto aiutini o calci in culo. Dopo qualche mese Guglielmi mi ha preso da parte e mi ha detto: “Oh, sono bersagliato da gente che mi rompe il cazzo per scrivere e tu non mi chiedi un cazzo?”. Da lì è partito tutto: Il Mucchio mi ha tenuto in prova per mesi. Scrivevo un sacco di recensioni a tema libero, le mettevo su floppy disc, le portavo a Federico e poi lui mi diceva in cosa dovevo migliorare. Ovviamente senza mai pubblicare niente. Poi è arrivato Fuori dal Mucchio e sono partito dal basso. Ovvero dalla sezione chiamata “Dal basso”. Quella dei demo. Il primo Mucchio su cui sono uscito aveva Michael Stipe in copertina. L’ho preso come un segno.
Non ci sono rimasto molto al Mucchio, dopo un paio di anni si è fatta avanti una ragazza che lavorava in redazione a Rockstar e mi ha chiesto se volevo curare la parte del giornale dedicata agli emergenti italiani. Oltre che scrivere le recensioni degli “stranieri”.  Ho accettato, la rubrica aveva il titolo orribile di Forza Italia, ma mi dava la possibilità di guadagnare 250/300 mila lire al mese, che era il 300% in più di quello che mi dava il Mucchio e per me era comunque chiaro che questa cosa un minimo mi avrebbe dovuto permettere di campare, altrimenti sarei passato oltre. Federico si è incazzato e mi ha sbattuto fuori, anche se poi al Mucchio sono rientrato dalla finestra, scrivendo di calcio, grazie ad Andrea Scanzi.
Più o meno in quel periodo si è fatta avanti Rockit: avevo conosciuto Fiz e Acty durante l’edizione del 2001 di Arezzo Wave e ci eravamo presi benissimo. Per me, che avevo cominciato sulla carta, scrivere su una webzine sembrava un po’ come rifarmi la verginità. Ho cominciato a divertirmi davvero quando ho aperto il mio primo blog, su Splinder, che di colpo ha attirato un po’ di attenzione su di me. Credo che i miei ancora conservino il trafiletto di Repubblica dove mi nominavano.
Una riga e mezzo che per loro forse vale più di tutto quello che ho fatto nella mia vita.
Parallelamente avevo cominciato a fare radio e lì ho conosciuto dei ragazzi italiani che curavano una fanza scritta in inglese, dedicata a shoegaze e cose del genere. Si chiamava Losing Today e c’era il progetto di farlo diventare un giornale. È successo, io avevo il ruolo di coordinatore di redazione, ma in pratica ero un vicecaporedattore senza avere i titoli per svolgere quel mestiere. Ho scelto parte dei collaboratori, assegnavo le recensioni, programmavo (non da solo, chiaro) le copertine. È stata un’esperienza molto divertente, soprattutto perché l’ho fatta che ancora non avevo 24 anni.  Siamo stati la prima rivista al mondo a dare una copertina alla reunion dei Pixies e la foto che era stata scattata per noi al Coachella è stata poi comprata e pubblicata in copertina da NME, i primi a mettere in copertina gli Arcade Fire, o i Baustelle. Col servizio fotografico che abbiamo realizzato con i Broken Social Scene sono stati fatti i manifesti del tour mondiale per il loro secondo album. Insomma: una bella esperienza finita male e senza vedere un soldo, nel 2006. Da lì ho avuto una profonda crisi. Ho smesso di scrivere di musica e per un po’ ho bazzicato femminili e maschili solo per pagare l’affitto. Ho ricominciato grazie a Fabio De Luca, nel frattempo avevo aperto l’etichetta. Continua a leggere