The Broken Man.

 

Esistono infiniti modi di stare male, infinite declinazioni ma il dolore è uno solo e quando c’è vorresti solo che sparisse. È democratico il dolore: non risparmia nessuno, nessuno ne è immune, come la morte opera seguendo disegni imperscrutabili e come la morte è presenza costante, connaturata alla vita. In pochi hanno la forza di affrontarlo da soli, e ancora meno gli strumenti per sviscerarlo, spiegarlo, dargli una forma che possa contenerlo e sublimarlo rendendolo così anche solo minimamente più sopportabile.
Matt Elliott è uno specialista del dolore. Un luminare del dolore. Il suo diploma se l’è conquistato sul campo, i suoi dischi le tesi di laurea, ognuno a suo modo imprescindibile per chiunque stia soffrendo come un cane per qualcuno o qualcosa, ognuno un luogo oscuro dove rifugiarsi con la certezza di essere compresi sempre, perché come diceva Wittgenstein Solo chi è molto infelice ha il diritto di compatire un altro, e sembra che Matt Elliott sia clinicamente incapace di smettere di essere infelice.
Ogni suo disco è un colpo al cuore, ma questa volta è speciale. The Broken Man è lo strappo senza ritorno, la resa finale. Esaurita la speranza in un domani migliore da conquistare col sangue e la lotta armata, estinta la curiosità verso le cose del mondo e con essa la capacità e la voglia di indignarsi ad ogni nuova ingiustizia nel mondo, abbandonata ogni fede in utopie di sorta, quel che resta è solo dolore che mangia l’anima, un dolore individuale che diventa assoluto, inconsolabile, un torpore universale che unisce tutti gli afflitti di questa terra nel tormento e nella solitudine crudele e nel silenzio. Oggi Matt Elliott siede alla destra di Hank Williams, di Townes Van Zandt, di quei pochissimi altri che hanno saputo dare un suono alla sofferenza. Se siete vivi e state male The Broken Man è indispensabile.

 

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Matt Elliott italian tour 2012

 

Benvenuto nel mondo dell’AIDS (Wolf)

C’era questo tizio ipocondriaco con un contratto co.co.pro nell’ambito dei ditali da cucito che esce di casa una sera per andare ad un concerto degli Arab On Radar. Vestizione da rimorchio con anfibio lucido antiscivolo su vomito, pantalone in velluto impermeabile al vomito, camicia a quadri modello autotrasportatore di Twin Peaks (vomitorepellente), flacone di rohypnol nel taschino. Prende la sua auto perchè ha paura dei mezzi pubblici: c’è quasi sempre del vomito sui sedili, troppa gente che tossisce e poi insisteva su sta cosa che gli autobus sono talmente sporchi da avere al loro interno più fluidi corporei di un vero essere umano, anche se sono fatti di lamiera piegata male. Arriva al club e c’è la fila. Dopo venti minuti riesce ad entrare, ordina l’imitazione di un whisky al bancone e se lo fa versare in un bicchiere portato da casa, che Dio solo sa quanto non lavino i bicchieri in quel posto. Era lì da un’ora e tredici minuti e nessuno gli aveva ancora rivolto la parola: più faceva caso a questa cosa e più gli montava la paranoia che magari la gente non gli si avvicinasse a causa del rumore di pillole di rohypnol che girano a vuoto in un flacone proveniente dal suo taschino. Pensava, a ragione, che nessuno chiederebbe nemmeno l’ora ad una specie di salvadanaio rivestito di velluto e pieno di droga da stupro seduto al bancone di un club. La magia accade quando inizia a suonare il gruppo spalla degli Arab On Radar ed una morettina con più occhi che denti sani gli parla tutta la sera della scena shitwave di Providence degli ultimi quindici anni, in un discorso talmente passatista e fine a sè stesso che il nostro tizio riesce a concludere la serata con un threesome sui sedili posteriori della sua macchina: c’erano lui, la morettina con più denti marci che capelli e il virus dell’HIV. La mattina lui si sveglia, e di lei rimangono solo il retrovirus e la scritta sul lunotto “Benvenuto nel mondo dell’AIDS”.

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True believers: Mauro Berchi

 
A 16 anni stavo messo male
Vent’anni dopo: messo uguale
(Kaos, Dr. K)

Contro.luce è il sesto album dei Canaan. Il primo, Blue Fire, è del 1996; io ero già entrato nel gorgo, solo che ancora non lo sapevo. L’anno precedente soprattutto due dischi mi avevano sconvolto la vita: In Absentia Christi dei MonumentuM e Oneiricon – The White Hypnotic dei Ras Algethi, entrambe micidiali declinazioni dark doom tra le più estreme, cupe e disperanti di sempre, roba pericolosissima allora come oggi, domani, dopodomani eccetera. Ero al primo anno delle superiori e odiavo il mondo (credo ricambiato), dappertutto aria gelida e aspettare, faceva freddo la mattina ed era sempre buio, con quei dischi ci ho svoltato l’inverno. Non avevo idea che i Ras Algethi si fossero sciolti di lì a poco e che il leader Mauro Berchi (voce, chitarra e tastiere) avesse poi avviato un nuovo progetto – Canaan appunto – in parallelo a un’etichetta discografica che presto sarebbe diventata un punto di riferimento, una specie di Cold Meat Industry di casa nostra ma con dischi che non contenevano soltanto fischi vento soffi e fruscii, del resto la cura maniacale nell’artwork e nel packaging (custodie in digipack con libretti di gran pregio) e l’estrema selezione nella scelta del catalogo erano le stesse. Complice un’intervista rivelatrice su Psycho! nell’inverno del 1997 ricollego finalmente nomi e intenti, e da lì è la fine, l’appuntamento con un nuovo album dei Canaan diventa qualcosa con cui fare regolarmente i conti, ogni volta scoprirsi sempre uguali, sempre a rantolare nel fango: gli altri stanno ancora ridendo… e noi qui, a guardarci dentro, come direbbe qualcuno molto più saggio ed estremamente più sintetico del sottoscritto. Sotto il profilo dei testi quei dischi erano chiodi arrugginiti piantati a forza nella carne viva; musicalmente, una versione infinitamente più oscura e presa male dei Cure di Disintegration, chitarre sanguinanti, tastiere più soffocanti di una tonnellata di bitume e tutto il resto, con in più terminali inserti dark-ambient da far scappare via piangendo Lustmord. Dal terzo Brand New Babylon in poi la cosa si evolve seguendo traiettorie sempre più personali e irraggiungibili, sempre più nere della pece più nera, fino al punto di non ritorno di A Calling to Weakness (2002), capolavoro assoluto nonché tra i dischi da evitare ad ogni costo se state anche solo vagamente considerando l’ipotesi di farla finita anzitempo. Assieme a A Calling to Weakness, Contro.luce rappresenta lo state of art dello stare male, tra i pochissimi dischi degni di sedere alla destra di pilastri conclamati del soffrire peggio dei cani tipo White Light from the Mouth of Infinity (non a caso gli Swans sono il gruppo preferito di Mauro), Live at the Old Quarter, The Pernicious Enigma o qualche pezzo a caso dall’opera omnia del buon vecchio Gigi Tenco. Quella che segue è un’intervista a Mauro; le domande sul nuovo album sono di Reje, le foto le ho prese dal sito dei Canaan, gli errori sono miei. (Continua a leggere)