L’agendina dei concerti Emilia Romagna – 15-21 ottobre 2012

 
Chàsm Achanés rimane uno dei migliori dischi di drone music ossessiva e spaccacervello degli ultimi anni; questa sera lunedì 15 ottobre i suoi autori Luciano Maggiore e Francesco ‘Fuzz’ Brasini tornano sul pezzo, al Modo Infoshop dalle 19.30 e le teste riprendono a ronzare… Martedì 16 Hawthorne Heights al Chet’s (dalle 22, dieci euro), per chi ci crede ancora… Lo spirito dei folli Isis rivive mercoledì 17 al Chet’s con il nuovo progetto di Aaron Turner: dalle 20.30 Mamiffer nella casa, occhio ai timpani (aprono Menace Ruine e 26thousandyears, ingresso dieci euro)… Mercoledì anche MeryXM in Marocco-fattanza e prima serata di “Indigenous” con Francesco ‘Fuzz’ Brasini nuovamente sugli scudi, e le teste continuano a ronzare… Giovedì 18 gli Hard-Ons al Chet’s, ed è leggenda vera, se mancate siete dei poveri fessi… Così pure venerdì al Lazzaretto per gli Agathocles, (dalle 21, con anche Dehuman, Terror Firmer,  Nowhiterag e Grindine, a seguire djset trash per tutta la notte, il tutto a cinque pidocchiosi euri), solo rispetto… Sabato il migliore gruppo del mondo: Disquieted By al Tpo (con anche Chambers e Gazebo Penguins), fanculo tutto il resto… E per finire domenica al Sidro Club beccatevi ‘sta metallata sui piedi… Fino alla prossima: lagendinadeiconcerti(at)gmail(dot)com

L’agendina dei concerti Bologna e dintorni – 12-18 settembre 2011

Qualcosa scompare: è la settimana dell’ultimo AntiMTVDay. Quando è cominciato, una vita fa, c’era questo megafestival al Parco Nord, l’MTVDay appunto, IL NEMICO; io ero poco più di un ragazzino e la musica era ancora per poco qualcosa in grado di creare fazioni, i buoni da una parte, quelli degli infiniti tour nei centri sociali, biglietto cinquemila lire, in dieci sul furgone, i panini vegani portati da casa e dormire sul pavimento gelido della palestra, sudore a secchiate e pogo assassino, fai girare il microfono, pugni e calci  e urlare a squarciagola ogni strofa in un inglese da seconda elementare, la maglietta autoprodotta, i cataloghi della Green Records, domani c’ho il compito in classe di matematica e non so un cazzo; dall’altra la musica “commerciale”, i gruppi “costruiti a tavolino”, quelli dei videoclip alle due del pomeriggio, quelli che andavano ospiti a “Total Request Live”, i concerti nei palazzetti mai a meno di cinquantamila l’anello meno costoso: MERSH. Oggi MTV trasmette solo reality show su trogloditi sudamericani e minorenni incinte, il concetto stesso di ‘major‘ fa ridere per non piangere e non c’è davvero più un nemico contro cui innalzare barriere di integrità e purezza per il semplice motivo che di tutta la faccenda sembra non freghi più un cazzo a nessuno, e tanto comunque quasi tutta la musica fa cagare indistintamente; io sono un po’ più vecchio e manco per il cazzo più saggio e questa è un’altra parte della mia vita che se ne va. Martedì ci sono gli Emeralds a Bologna, maggiori informazioni appena riesco a capire cosa e dove sia la “galleria Verdi” dove dovrebbe tenersi il concerto… Mercoledì la scelta è tra il roots alla vecchia della fenomenale one-man blues band The Blues Against Youth all’Honky Tonk Bar (dalle 21.30, ingresso a offerta libera), i redivivi Casino Royale in karaoke incarognito all’Estragon (21.30, cinque euro e nostalgia divorante compresa nel pacchetto, e quante trombe quando partiva il SangueMisto remix di Cose Difficili in loop…) o i decisamente più attuali Ofeliadorme in piazza Verdi (gratis dalle 21.30). Giovedì ancora all’Honky Tonk per il piratesco, viscerale passatismo alcolico del supergruppo Captain Jack and His Tunas (dalle 21.30, gratis). Venerdì prima serata dell’AntiMTVDay, più che altro roba noise molestissima spalmata tra sala sopra e sala sotto con dj-set virulento di Madkore a chiudere (si fa per dire); sabato ancora AntiMTVDay, e questa è proprio l’ultima… altrimenti, per gli intellettuali drogati presi male ci sono i Demdike Stare gratis al Festival della Filosofia a Carpi. Sabato e domenica c’è anche un bel festivalino tra hardcore e hip hop con Kaos, Salmo, Unearth, Evergreen Terrace, Bane e tanti altri: tutte le info Qui.

L’agendina dei concerti Bologna e dintorni – 14-20 marzo 2011

Celebriamo (immagine presa dalla Nonciclopedia).

 

La settimana inizia con un evento che ha il sapore del regalo: questa sera al Clandestino gratis come sempre dalle 22 Gentlemen & Assassins, il nuovo progetto di Martin Bisi (produttore e socio di lunga data di Bill Laswell, Michael Gira e Foetus tra gli altri, se non sapete di cosa sto parlando siete arrivati qui cercando foto di negri albini col cazzo piccolo su google), un appuntamento che da solo basta a cancellare tutte le menate sull’Unità d’Italia e i deliri da Philip Dick drogato sul nucleare anche da noi. Una benedizione.
Martedì niente di niente. Si passa direttamente a mercoledì con la “Palustre Night” all’interno di MeryXM: suoni strani, smanettamenti analogici fastidiosi e gran tripudio di pedali e pedaliere e feedback lancinanti come se non ci fosse un domani. Gratis, da orario aperitivo fino al collasso dei timpani (nostri). Giovedì celebriamo con Burn, Baby, Burn al Locomotiv, ovvero Julee Cruise, Kid Congo Powers, Khan, Alexander Hacke e altre icone irraggiungibili della stessa risma; dalle 22, quindici euro più tessera AICS e vista la temperatura interna al locale ci sarà da bruciare per davvero.
Venerdì arrivano gli Ex-Otago al Covo a ricordarci che The Chestnuts Time è ancora uno dei dischi italiani più belli di sempre (poi tutto il resto potete pure buttarlo nel cesso, ma questa ohimè è un’altra storia); parallelamente, il ritorno dei Death of Anna Karina al Locomotiv (dalle 22, cinque euro più tessera AICS). Sabato ancora al Locomotiv l’ultima data bolognese degli Zu con la lineup originale (dalle 22, dieci euro più tessera AICS), poi tutti al Link per il ventennale della PLUS8 con John Acquaviva, Speedy J e Danilo Vigorito (manca per ovvie ragioni Richie Hawtin): ventitrè euro più altri cinque di tessera per un bel remember del sound di Detroit che se lo vai a dire a Detroit ti scuoiano vivo. Domenica conviene conservare un briciolo di energie perché c’è Bill Frisell al Fillmore di Cortemaggiore.

 

Parallelamente a tutto questo, da giovedì fino a domenica parte Transmissions, con una programmazione al solito devastante per dissociati, disturbati, alienati e tossici, ovvero la musica che piace a noi e quello che siamo.

Piccoli fans: TERMINAL HZ

 
Terminal Hz è il titolo del brano che chiude il cibernetico EP NAI-HA, siamo nel pieno del periodo amerikano degli Zeni Geva e il pezzo suona come un clash incestuoso tra Ministry e Cop Shoot Cop molestati da un pluriomicida in libera uscita durante la visione coatta di Tetsuo da un globo oculare e Il Tagliaerbe dall’altro: è il 1992 e il futuro non è mai sembrato così vicino, mentre il presente sta bruciando. Non molto tempo dopo inizia il sodalizio del leader KK Null con David “Candlesnuffer” Brown, autentico luminare della chitarra preparata nonché veterano della scena improv australiana dalla metà degli anni settanta fino ad oggi (particolarmente apprezzato da chi se ne intende il recente supergruppo improv Pateras/Baxter/Brown); i due collaborano perlopiù scambiandosi per posta i nastri su cui si sovraincidono a vicenda, creando una fitta serie di textures atmosferiche altamente alienanti, spesso ben oltre l’ambient isolazionista più tetro e preso male. Nel 2000 parte delle sessions viene raccolta in Terminal Hz (ehi, chissà dove ho già sentito questo nome…!), pubblicato da Ground Fault come KK Null/David Brown (e classificato “serie II” su tre livelli di molestia); in poco più di mezzora viene srotolato un catalogo di suoni e situazioni virtualmente sterminato, dalla musica concreta al noise più brutale, dai microsuoni infinitesimali al rimbombare austero di funerei drones, un viaggio nelle pieghe più oscure della sperimentazione sonora ipnotico come un Godfrey Reggio sotto acidi e vivido come un sogno lucido.
La collaborazione a distanza continua, ben lungi dall’esaurire la spinta propulsiva verso l’abbattimento di steccati e il raggiungimento di orizzonti sempre nuovi, anche se la distanza fisica consente al duo di riunirsi soltanto sporadicamente per una breve serie di rarissimi concerti perlopiù in Australia; ora Terminal Hz è diventato un gruppo a tutti gli effetti con l’inserimento in pianta stabile di Sean Baxter alla batteria, un album – Behind the Signalin uscita e, finalmente, un tour europeo. Che passa anche per l’Italia, dove KK Null ha un conto in sospeso dopo la data-farsa all’Atlantide con gli Zeni Geva lo scorso aprile. Queste le date, non perdeteli.

 

16 febbraio, Tetris (Trieste)
17 febbraio, United Club (Torino)
18 febbraio, Perditempo (Napoli)
19 febbraio TBA

MATTONI issue #13: ELUVIUM

 
Matthew Cooper è il punto di incontro tra i Mogwai e Ludovico Einaudi. Nei suoi dischi puoi trovare con la stessa facilità tanto le scariche di feedback grondanti malinconia dei primi quanto il minimalismo alla buona da compilation new age nel cestone dell’ipermercato del secondo. Fino a qualche anno fa nei suoi dischi Cooper si dedicava alternativamente all’uno o all’altro aspetto, nel senso che un suo disco era solo chitarra lancinante ipereffettata o solo piano melenso da sala d’attesa dal dottore, ed erano i suoi dischi migliori (nello specifico, l’etereo Talk Amongst the Trees per quel che riguarda strati su strati di chitarre distorte che generano amarezza e chiamano rimpianto, e An Accidental Memory in the Case of Death per l’Einaudi-karaoke però preso male e autenticamente dolente). Da quando ha deciso di fare entrambe le cose contemporaneamente ho perso progressivamente interesse per la sua musica sempre più tetra e svenevole come un armadio polveroso pieno di bambole di ceramica, sarà anche perché inconsciamente lo ricollego a un periodo della mia vita in cui compravo a scatola chiusa qualsiasi disco Temporary Residence, roba che a posteriori probabilmente non rifarei (mi risparmierei così una buona dose di orchiti fulminanti e prese a male assolutamente gratuite).
Quando però sono venuto a sapere che il nuovo album di Eluvium prevedeva in scaletta un’unica traccia di 50 minuti un barlume di attenzione si è riacceso in me. Impossibile anche solo pensare di comprarne una copia fisica: la prima (e unica) tiratura di 200 esemplari assemblati a mano è andata bruciata in meno di 48 ore. È in compenso possibile ascoltare Static Nocturne (questo il titolo del tour de force cooperesco) integralmente su Bandcamp ed eventualmente acquistare l’mp3 al prezzo di otto dollari, ma è una mossa che personalmente non consiglierei a meno che non sentiate il disperato bisogno di un sottofondo vagamente fastidioso mentre sbrigate le faccende di casa più monotone, tipo dare la cera alle piastrelle del cesso; ci sono in realtà circa sei-sette minuti di chitarra languida all’inizio ed altri cinque-sei di piano lacerante verso la fine che sono tra le cose migliori mai incise dall’introverso polistrumentista, il problema è che nei restanti quaranta e rotti non accade assolutamente nulla a parte un continuo e irritante sciabordio di rumore bianco, e comunque anche quel poco di (ottima) musica è sepolto da strati di feedback ondivago e scariche elettrostatiche che rendono l’insieme soltanto lontanamente intellegibile. Io il disco l’ho ascoltato sotto Natale assieme al Christmas EP di Jesu, la neve sulle strade e tutto il resto, e l’effetto nel complesso è stato pure abbastanza deprimente (nel senso buono), e magari finché continua a fare freddo e a venire buio presto Static Nocturne può pure avere un suo perché, ma per ora non ho nessuna voglia di ripetere l’esperimento e difficilmente me ne tornerà in futuro. Peccato, a mettere insieme quei dieci minuti celestiali ne usciva il pezzo più bello di Eluvium, così invece è soltanto poltiglia sfrigolante per semiautistici e lunatici solipsisti irrimediabili.

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L’agendina dei concerti Bologna e dintorni – 24-30 gennaio 2011

il fatto che il bassista dei Godspeed You Black Emperor si chiamasse Mauro Pezzente mi faceva ridere. Pensavo che fosse un parente di Gigi lo Stronzo.

 

Avevo sentito di una data dei Mombu stasera al Clandestino ma ora non so più (dalla Rete sembra sparita ogni notizia al riguardo), nel caso contattate il locale prima, ne vale la pena (il concerto se c’è è gratis e loro spaccano). In ogni caso martedì non c’è un cazzo, si sverna da qualche parte oppure in casa a fissare le pareti; comunque il mood adatto per arrivare a mercoledì belli pimpanti per i Godspeed You Black Emperor (il punto esclamativo mettetelo un po’ dove volete) all’Estragon (dalle 22). Certo, non è il Link e non sono gli anni novanta ma loro suonano tanto e suonano bene e questo è il periodo dell’anno adatto per lasciarsi andare a lancinanti nostalgie al suono delle loro nenie (sperando che facciano soltanto roba dai primi due dischi). Costa ventidue euro ma li vale tutti. Contemporaneamente, a un prezzo decisamente più popolare (zero euri, gratis, a scrocco, a ufo, ecc.), continua l’appuntamento con MeryXM all’XM24: libro, documentario, cena e concerto da paura con il micidiale progetto Double Mussell (due sax, due bassi, due batterie, due synth = delirio improv massimalista). Meraviglia.
Giovedì quello svitato di Above the Tree suona la chitarrina mascherato nell’ufficio della Unhip (non so l’orario); altrimenti glam/rock’n’roll in dosi da uccidere un elefante al Thunder Dome (via Zanardi 92/D) in compagnia di Hapax, Hollywood Killerz e gli onnipresenti Lester & the Landslide Ladies (dalle 22.30, prezzo non pervenuto, probabilmente c’è da sottoscrivere l’ennesima tessera che vale soltanto lì). Venerdì probabilmente salterà fuori qualcosa di meglio ma per ora a parte Il Pan del Diavolo al Covo e Donatella Rettore (…) all’Estragon non so di nient’altro in giro e la vedo grigia. In compenso sabato revival thrash metal brasileiro all’Atlantide con Whipstriker, Atomic Roar, Iron Fist e Kalashnikov (dalle 22.30, prezzi politici e ascella commossa) e dj set molesto dei Pendulum al Link (dalle 23, diciotto euro); altrimenti, per i madrigalisti moderni Ataraxia in versione piano e voce a Modena (tutte le info sul loro leggiadro e macromediesco sito) e per i cafoni gotici Combichrist e Mortiis al Velvet. Domenica X-Mary allo Scalo San Donato o se siete in vena di gite fuori porta il tenebroso Wooden Wand al Mattatoio a Carpi a orario aperitivo.

L’agendina dei concerti Bologna e dintorni – 6-12 dicembre

la mia mente dopo gli Swans

 
Ancora tramortiti dal punitivo concerto degli Swans (oltre due ore di dolore e sopraffazione in quel forno crematorio legalizzato che è il Locomotiv) iniziamo la settimana in pesante debito di ossigeno, di sali minerali e di voglia di vivere; la seguente sarà dunque un’agendina ad alto coefficiente di disfattismo.
Se riusciremo a schiodare il culo dalla poltrona su cui restiamo per ore spalmati a fissare le pareti, questa sera dalle 21 al Nuovo Lazzaretto si prepara una bella infornata di punk’n’roll degli incapaci in compagnia della provocante Texas Terri, dei madrileni Tokyo Sex Destruction più altra robaccia sconosciuta di cui mi fa fatica cercare i link. Cinque-sei euro e tanta simpatia da parte del vicinato. Martedì 7 se gli Swans non vi sono bastati e volete farvi un’altra pera di allegria ecco gli Elf Power in funeraria commemorazione pre-anniversario della morte di Vic Chesnutt, al Covo dalle 22 (il prezzo come al solito non è dato saperlo se non previa telefonate astiose alla direzione il giorno stesso del concerto); altrimenti, visto che poi il giorno dopo è festa e quindi bisogna divertirsi, al Ruvido c’è Rexanthony (per un amarcord peso di quando eravamo giovani, belli e felici e l’ecstasy che spacciavano fuori dal Cocoricò era di buona qualità), mentre per gli irriducibili del cucchiaino l’appuntamento da non mancare è con Paul Kalkbrenner al Link, ma solo per i più previdenti: le prevendite sono infatti già esaurite da quel po’, e senza non si entra. Ah, per i necrofili ci sono i Sonics a Cesena.
Mercoledì 8 per i rockettari che non si rassegnano a restare in casa a cercare di smaltire il down al Nuovo Lazzaretto arriva l’indomito Kevin K con la sua bella paccata di reducismo decadentista; ad accompagnarlo gli inossidabili Titbits. Altimenti, Assalti canta e non manda in letargo le menti al Bartleby (per ora non ne so niente, ve la vendo come l’ho comprata). Giovedì riposo, non c’è un cazzo di niente di decente in giro anche ad andare a scandagliare l’intera regione.
In compenso venerdì 10 è il delirio: all’Estragon dalle 21.30 Massimo Volume + Bachi da Pietra GRATIS, al Voodoo Club di Comacchio il sovrano assoluto del death-rap Necro (più alcune prescindibilissime e fiacchissime crew italiane che per senso della decenza evito di nominare, dalle 21.30, non so il prezzo), al Circolo Onirica a Parma i Saint Vitus freschi di trapasso del povero Armando Acosta + altri quattro gruppi ultradoom (nello specifico, Swallow the Sun, Mar de Grises, Solstafir e Graviators, per sapere quanto cazzo spaccano chiedete a Reje, sempre se riuscite a risvegliarlo dal suo sonno millenario), e al Teatro Rasi a Ravenna gli elitari e sulfurei Æthenor (dalle 21, abbastanza euri). Troppa roba, considerando poi che sabato è ad esclusivo appannaggio di highlanders della keta (Onur Ozer al Kindergarten, quindici euro) e saltimbanchi da avanspettacolo (Bloody Beetroots al Link, ventisette euro); in compenso domenica all’Estragon gli High On Fire suonano di spalla ai Fear Factory. L’unico problema è il prezzo del biglietto: trentadue euro.

MATTONI issue #11: LOCRIAN

 

 

I Locrian sono un duo (ora terzetto) di ambient-black metal dell’Illinois (Io li odio, gli ambient-black metal dell’Illinois!, verrebbe da dire). Nel giro di un lustro scarso hanno messo fuori circa una trentina tra vinili, split, EP, CD-R, musicassette, videocassette e looped tapes (ovvero cassette contenenti un loop per lato), il tutto ovviamente a tirature ultralimitate e con packaging strani e esclusivi che mandano in paranoia il collezionista. L’ultima looped tape, Land of Failure, è uscita in tredici copie. Immagino che chi ne sia entrato in possesso si senta un ometto davvero speciale. Gran parte del materiale è frutto di lunghe session live in studio semimprovvisate a base di feedback urticanti e praticamente ogni tipo di strumento tranne la batteria; il lato B di quasi tutte le loro cassette consiste nella stessa musica del lato A ma fatta girare al contrario, molte loro uscite sono intitolate ‘Land of‘ qualcosa, la loro etichetta personale si chiama ‘Land of Decay’, nel 2010 sono usciti con cinque dischi ma The Crystal World è solo il loro terzo album ‘ufficiale’ (gli altri sono Drenched Lands – 2009 – con una legnata di mezz’ora sinceramente maligna e inquietante, Greyfield Shrines (Version), finora il loro pezzo migliore, e Territories dello scorso inverno). È anche il loro lavoro più ambizioso, se non nei contenuti almeno nella forma: due CD per oltre un’ora e quaranta di durata, il secondo disco interamente occupato dalla sola Extinction, cinquantatré minuti e quaranta secondi di simpatia.
I primi sette minuti sono ambient dronata reboante e minacciosa, come trovarsi in qualche antro buio e tetro pieno di miasmi fumiganti; poi subentra un OOOOOOOOOOOOO molto cimiteriale sopra spirali di synth che si librano in aria come fuochi fatui: è il tappeto sonoro cupo e inquietante su cui si dipana un molesto shredding a metà strada tra un Mick Barr sotto sedativi e le prime masturbazioni di un ragazzetto norvegese rimasto folgorato dal black metal (quello marcio e cattivo e stupramadonne, quello dei dischi registrati in cantina con le copertine in bianco e nero e i testi in madrelingua che parlano di fiordi, foreste, Nietzsche e Satana). Altri 5-6 minuti e lo shredding si disfa in un vortice di scariche elettrostatiche gradualmente sovrastato da un intimidatorio pulsare analogico cui presto fa eco un suo omologo però più alto di tonalità condito da qualche scarichetta di feedback e altre sinusoidi elettrostatiche; ogni tanto fa capolino una terrificante tastiera stile In Slaughter Natives da balera. La cappa oppressiva montante viene quindi portata avanti, sfrigolio più sfrigolio meno (a un certo punto spunta pure un segnale acustico tipo il ‘bip’ del radar quando intercetta una nave), fino al minuto 30, quando compare a intervalli regolari una serie di lamenti effettati in una vocetta scartavetrata da spiritello con la raucedine; la musica smette, resta il susseguirsi oltretombale dei sussurri e i rantoli del folletto di cui sopra. Le evoluzioni laringee culminano in un’orgia di otto minuti di urlacci filtrati e ventate di rumore bianco, il tutto registrato a volumi altissimi Muslimgauze-style. Con le casse spappolate arriviamo al minuto 39 quando il maelstrom triturastereo si sgretola in un tripudio di fischi e smaterializzazione molecolare, di nuovo il radar ma con un segnale diverso (si vede che ha intercettato qualcos’altro, un elicottero forse), rumorini minacciosi, OOOOOOOOOOOOOOO, la sirena dell’attacco aereo, sfarfallio di scariche a random, BZZZZZZZZZZZZ BZZZZZZZZZZZZZZZZZ, macerie di suono, desolazione, buchi neri, oscillazioni, un’altra sirena però più forte, tipo quella di una nave da carico molto imponente, e il suono è triste, è il suono di una sirena che sembra stare morendo di noia, poi altri sfarfallii, il plin-plon di corde della chitarra pizzicate a caso, ancora un segnale acustico reiterato a intervalli regolari, tipo l’allarme di una centrale nucleare che sta per esplodere, il chitarrista torna a shreddare ma senza fretta, flemmatico, comunque apocalittico e foriero di oscuri presagi, folata di vento, quello sfrigolio di quando l’amplificatore settato al volume massimo butta fuori solo aria, ultimo sussulto del radar morente, fine.
Il fatto ironico è che il primo CD contiene invece le cose migliori finora incise dai Locrian dopo Greyfield Shrines (Version); sei tracce tesissime, concise (rispetto agli standard del gruppo) e ferali, autenticamente perturbanti e tenebrosamente imponenti. Sintomatico che il leak del primo disco sia immediatamente finito dritto sparato nei migliori rapidshare del pianeta, mentre di Extinction finora non vi è traccia; toccherà comprarlo. O fidarvi di noi.

MATTONI issue #7: Kevin Drumm

l'arma del delitto.

 
All’epoca possedevo un organo e mi piaceva suonarlo con un ampli Marshall, tenevo due o tre accordi per una mezzora, così tanto per divertirmi. Un giorno che lo suonavo c’era Jim O’Rourke da me e mi chiese se volevo registrare un disco così; naturalmente dissi di sì. Suonai due accordi per un’ora e poi stop. Poi un mucchio di gente iniziò a chiedermi di questa registrazione per organo che avevo fatto per Jim O’Rourke e che si supponeva fosse eccellente; tutti ascoltavano molto quel che Jim diceva all’epoca… Accadde tutto poco dopo che avevo preso il mio primo indirizzo e-mail e non riuscivo a credere a quanta gente mi stesse scrivendo su questa cosa… Uno mi disse che aveva sentito dire che si trattava di un nuovo capolavoro minimalista tipo Tony Conrad o Phill Niblock… E io: “Ma no, sono solo due accordi, nulla di interessante che abbia a che fare con ipertoni o che…” Un altro mi chiese di suonare l’organo nella sua band perché aveva sentito che avevo fatto questa grande registrazione ed ero una sorta di virtuoso dello strumento (ah ah ah…). Altri mi chiesero di pubblicarla senza neanche averla sentita… e per me non era stato che una specie di gioco.
(Kevin Drumm)

Questo è quanto il ritroso e geniale chitarrista chicagoano ha raccontato a Stefano I. Bianchi in un’intervista apparsa su Blow Up #124 a proposito del brano-fantasma più famoso della sua discografia. Registrato nel 1996 e intitolato, bisogna dire con assai scarso sforzo di fantasia, Organ (per l’appunto), è stato poi reinciso e incluso – separato in due tranches distinte, Organ e Organ Returns – all’interno del disco in assoluto più scostante e respingente a cui l’uomo abbia mai messo mano: l’enigmatico, semiautistico e noiosissimo Comedy (2000, probabilmente un j’accuse verso la scena elettrominimalista di quegli anni, purtroppo realizzato in modo rudimentale e motivato da un senso dell’umorismo comprensibile probabilmente al solo autore). Della versione originale, fino ad oggi, erano a conoscenza i soli Drumm & O’Rourke e forse pochissimi altri, uh, “fortunati”.
La recente emissione del box quintuplo Necro Acoustic per la Pica Disk di Lasse Marhaug (non nuova a mastodontiche pubblicazioni archivistiche del genere, si vedano i quadrupli di Government Alpha e dello stesso Marhaug, e soprattutto il mostruoso Box Is Stupid degli Incapacitants – dieci CD – di cui probabilmente parleremo in futuro), dove la ‘vera’ Organ occupa per intero il quinto CD, offre finalmente l’occasione per ascoltare con le proprie orecchie una composizione di cui, probabilmente, troppo si è favoleggiato e troppo si è scritto. Perché la descrizione di Drumm corrisponde a verità: due accordi, due variazioni tonali che somigliano rispettivamente al roteare delle pale di un elicottero in avaria e a una scoreggia amplificata da un microfono guasto, il tutto portato avanti per cinquantacinque minuti senza alcuna variazione (a parte qualche scarichetta elettronica praticamente inudibile di tanto in tanto, e un paio di crepitii in più sul finale, giusto per gradire). Organ è questo. Come sfottò minimalista ha anche un suo perché, ma subirlo per tutti e cinquantacinque minuti è tutt’altro paio di maniche. Perché non esiste qualcosa di peggiore al mondo di un interminabile drone noioso; a quel punto, tanto varrebbe spegnere lo stereo e limitarsi a fissare il soffitto nel silenzio, le probabilità di uscire da sé sarebbero in qualsiasi caso maggiori. In compenso, il resto del materiale contenuto in Necro Acoustic è bellissimo e vale fino all’ultimo dei cinquantadue dollari che costa (questo il prezzo del cofanetto, ordinabile direttamente dal sito della Pica Disk), con punte di eccellenza riscontrabili nel primo CD (tutto a base di microfrequenze spappolatimpani fastidiosissime) e nei trentaquattro minuti di No Edit 2, terminale tour de force kevindrummesco alla vecchia tra sibili, strappi, graffi, abrasioni e più o meno qualsiasi altro non-suono si possa ricavare da una chitarra elettrica collegata a un amplificatore, con in mezzo arbitrariamente una serie di pause improvvise che aumentano il clima di tensione. Potevamo mettere quest’ultimo come MATTONE, ma la verità è che ne volevamo uno stupido.

 

Notizie per svoltare la giornata: è uscito il nuovo album dei Peeesseye.

 
Lo annuncia direttamente il chitarrista-factotum Chris Forsyth in primo luogo tramite un dispaccio diramato dalla sua mailing list arrivatomi l’altroieri, poi sul sito dell’etichetta Evolving Ear con tanto di esaustiva sinossi. Due gli elementi che ci hanno più colpito: la doppia copertina (da una parte un allucinante disegnino macho-porno-mongoloid-frazettesco, opera dell’illustratore gay Ronaldo Wright, dall’altra il primo piano di un Baphomet arrostito – cito alla lettera – …), e il fatto che i testi siano stati ispirati da William Blake e la sceneggiatura di Freddy vs. Jason, oltre che dai ‘soliti’ Black Flag (autentico chiodo fisso del gruppo, già tributato trasversalmente a più riprese). La brutta notizia è che esce in sole 300 copie. Sarà un bel delirio, per chi riuscirà ad accaparrarselo.