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Recensioni alla vecchia: DOWN IV

Nei tempi in cui viviamo, se parliamo di fine artistica dei gruppi, a fare una prova non servono manco due indizi. I Down sono stati comunque abbastanza gentili da darceli, due indizi: un disco non-brutto come Down III e l’immancabile (bello) live celebrativo Diary of a Mad Band. La gente continua a tenerseli stretti con le unghie e i denti e a riascoltare con più piacere i primi due dischi della band, sperando di rivederseli prima o poi passare assieme a qualche altro gruppo in declino al Declination Fest presso la festa dell’unità di Bologna. Il declino dei gruppi è sistemico, è cronico ed è globale, ed è sempre un po’ triste quando riponi le tue aspettative su qualcuno che non si sa bene per quale motivo pensi immune all’invecchiamento delle cellule e alla sindrome di Bruce Springsteen (il paradosso divertente è che Bruce Springsteen tutto sommato non è affetto da sindrome di Bruce Springsteen). Io in realtà lo so perché i Down secondo me avrebbero dovuto esserne immuni: perché quando va grassa tirano fuori un disco ogni cinque anni. Ora cinque anni non sembrano più questo granchè, ma quando ne passarono sette tra NOLAe Down II ti capitava (con tutto che gli anni tra il ’95 e il 2002 erano stracarichi di stoner) di ascoltare il disco e pensare che venisse da un’altra epoca in cui tutti erano fighi, ciccioni, mentalmente disturbati e con una miniera di pezzi della madonna che sembrava inesauribile (Down II contiene quindici pezzi di cui NESSUN RIEMPITIVO, neanche le parentesi strumentali di un minuto e mezzo, tutta ciccia). E quindi insomma, sommando i dati che avevi in mano ti sembrava il più bel viaggio rock passatista di cui potessi disporre.

Down IV (cliccare per il preascolto, finché dura) sta a quei dischi poderosi più o meno come In The Arms Of God sta ai dischi precedenti dei COC, o come Reinventing The Steel sta ai Pantera degli anni novanta. Non è prooprio la testimonianza di un gruppo che si svende, ma è piuttosto evidente che la quasi totalità dei pezzi è messa insieme con un generatore automatico di pezzi dei Down settato in modalità Lifer (e tutto sommato i Down che abbiamo amato sono gli altri, quelli delle aperture melodiche-aggro-stonate delle Bury Me in Smoke o Learn from my Mistakes), lavorato con abbastanza professionalità da accontentare chiunque ed avaro di momenti emotivi brucianti come quelli di cui sopra. Con l’aggravante che per ascoltare nuovo materiale (e sappiamo per certo che canzoni come queste  i musicisti coinvolti nell’affare Down le sanno comporre in venticinque minuti cad.)  abbiamo comunque dovuto aspettare cinque anni. E senza contare la copertina con filtro instagram e la mossa di dividere il materiale in più EP, in modo da poter prendere i soldi tre volte dai fan hardcore essendo ormai impossibile prenderli una volta sola da fan hardcore e curiosi. Una volta queste cose avrebbero squalificato il gruppo di per sé, ora c’è la crisi e fa brodo tutto. Il prossimo EP, a quanto ho capito, sarà totalmente acustico. Rimane la speranza che si sian tenuti tutte le cartucce da sparare in quell’occasione, ma a questo punto è più lecito aspettarsi di ritrovarci qui tra un annetto a parlare degli ennesimi Skynyrd ubriachi e senza fotta.

Piccoli fans E gruppi con nomi stupidi: MY UNCLE THE WOLF

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My Uncle The Wolf è un gruppo di Brooklyn che suona più o meno a metà tra i Cathedral di Ethereal Mirror e il mistone più democratico del concetto di southern metal, con l’aggravante di avere Jimmy Bower a produrre il disco e suonarci il basso sopra. Se vogliamo aggiungere elementi a cazzo di cane magari conviene metterci dentro anche robe tipo Kyuss e Soundgarden, che di base significa soprattutto che il cantante Zac Hutton (che su Myspace chiamano Noddy, suppongo sia lo sfigato col bastone da passeggio della foto sopra) non si riesce a decidere se preferisce voler imitare Phil Anselmo o Chris Cornell. Solo che i Down sono i Down, i Soundgarden sono i Soundgarden e i My Uncle The Wolf sono i My Uncle The Wolf. Il loro principale pregio, in effetti, è che posso taggarli sia come piccoli fans che come gruppi dai nomi stupidi, e se pensate che sia poco ricredetevi. Comunque se sei di Brooklyn per me puoi solo coprirti di tatuaggi e suonare rap metal scemo con testi tipo Society, pushed him down and out / Soul provider what’s it all about Religion, faith can we do without / Social pressure we’re too strung out, altrimenti ti squalificano. Disco omonimo del 2008 su Cargo Records.