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DISCONE: Blanck Mass – s/t (Rock Action)

Benjamin John Power è metà Fuck Buttons, dei due quello non cinese. Blanck Mass è il nome sotto cui ha raccolto una serie di pezzi prodotti ed eseguiti in solitudine a casa sua tra l’estate e l’inverno scorsi, per citare le parole dell’autore una raccolta di brani vagamente incentrati sul tema dell’ipossia cerebrale e la splendida complessità del mondo della natura. Una gran puttanata new age per ipocondriaci? Bedroom-pop da cameretta dei più beceri e improponibili? Col cazzo: un disco che è un capolavoro straordinario di trascendenza e celebrazione dell’estasi, frontale e spirituale come negli ultimi anni soltanto Stigmata di Martin Rev, vibrante come la vita nei momenti importanti, immaginifico come il miglior trip da LSD ma più potente, viscerale come un pianto che nasce e cresce dalle più intime profondità dello stomaco. Un monumento all’analogico mastodontico, dirompente, una cattedrale la cui imponenza spaventa, ipnotizza e attrae come magneti. Nessuna meraviglia che il disco esca per l’etichetta dei Mogwai, del resto la materia è la stessa delle loro cose migliori: sangue, budella, lacrime, il groppo in gola che sale inesorabile. Il cuore oltre ogni ostacolo. In più c’è la visione, il misticismo totale, lo sguardo ascendente, jodorowskiano. Una droga.

FOTTA (al contrario): Daft Punk – Tron Legacy OST

belloni voi

Nei momenti migliori l’aspettativa era legata a una specie di versione fuori scala delle cose cinematografiche dei due francesi. Tron:Legacy come una sorta di oggetto mutante infilzato a viva forza nel cinema mainstream e costretto a nutrirsi di sguardi innocenti e fantastiliardi sborsati da Disney, in tutto nel più mastodontico 3D che l’uomo abbia mai affrontato. Sarebbe stato accompagnato da una colonna sonora che a tutti gli effetti poteva suonare come una nuova frontiera del pop, vale a dire come un nuovo disco dei Daft Punk. Il tutto più o meno in zona Interstella 5555, un’esperienza visiva/sonora pura ma destinata a un domani migliore per il mondo intero, che si sarebbe riversato nelle strade a fine visione per celebrare un rave infinito e gommoso. I Daft Punk non pubblicano un disco di inediti dai tempi di Human After All (2005, Anni Ruggenti Reloaded).

I Daft Punk sono il gruppo con le tette più grosse della storia del pop. Nel mutare delle stagioni e delle cose non hanno sbagliato sostanzialmente nulla, producendosi in spettacolari spin-off extramusicali (Electroma ancora vibra) mentre il mondo assisteva al progressivo sbriciolarsi della credibilità di tutto il giro mainstream-dance da cui avevano preso le mosse. A fine 2009 sono arrivati i primi pezzi -non ufficiali- dalla colonna sonora, dei bomboni bombastici con il cazzo sonico in tiro che facevano sperare persino in qualcosa di meglio di quello che sta nel capoverso sopra. Poi s’è iniziata a spargere la voce che fossero fake. Poi c’è stato il lancio del sito ufficiale con i giochini e le iscrizioni etcetera, poi alcuni sample della colonna sonora. Sembravano pezzi ambient-opera-OST piuttosto ordinari, ma era poco per giudicare. A un certo punto sono iniziati a girare i fake, uno dei quali recensito in quanto tale dal solerte Accento Svedese. Il 6 dicembre esce la colonna sonora, qualche giorno prima è un leak credibile. A metà mese il film è andato nelle sale americane. In Italia c’è arrivato poco prima di capodanno.

A un certo punto s’è rotto qualcosa -il mio cazzo, perlopiù. A un certo punto è diventato essenziale prendere in considerazione che Tron (quello del 1982) non è esattamente 2001 Odissea nello spazio, più che altro un videoclippone ingenuo scritto un po’ così e brutalizzato dalla tecnologia dell’epoca -e quindi una pessima base da cui partire. Trova un briciolo di senso nell’innocenza con cui lo potresti guardare in anni innocenti. Due stralci della colonna sonora bastavano a far scendere l’aspettativa a livello vaccata con il nome dei DP sbattuto in locandina per phregare qualche phesso, appellativo che mi comprende e chiama un coefficiente di rosicata troppo alto da poter essere ignorato. Poi no, poi sì, poi boh. La colonna sonora ascoltata fuori dal film sembra quasi un fake. A un certo punto tocca pensare che magari la colonna sonora di Tron non è il VERO nuovo disco dei Daft Punk nè niente di simile.

Non è il nuovo disco dei Daft Punk, in effetti. Molto più tristemente, è la colonna sonora di un film realizzata dai Daft Punk. Va detto che la colonna sonora è comunque l’unico punto d’interesse del film, una cosina penosa scritta ad cazzissimo che mischia videogame, tutine e zen come dentro l’incubo di un fanatico di Star Trek fatto di crack (in più il 3D è moscissimo, c’è tipo una sola sequenza con le moto matte e due terzi di film se ne vanno via in riflessioni culturali la più geniale delle quali è riassumibile in la perfezione formale fa schifo). Parte della delusione, naturalmente, viene dalla coscienza che a conti fatti Tron:Legacy è esattamente il film che ci si poteva aspettare. I  Daft Punk nel contesto fanno persino l’unica scelta possibile: profilo basso, musica al servizio delle immagini, niente scattoni da protagonisti. Viene fuori un reboot in salsa retrofuturista con dentro un sacco di elettronica vintage da film anni ottanta, Vangelis e simili (che peraltro è un’influenza che ci hanno sempre sbattuto in faccia: punto massimo probabilmente Viridis Quo, da Discovery). Il tutto mischiato con suggestioni classiciste o proprio classiche che avrebbero potuto esser composte uguale da qualunque compositore di settore con i coglioni, magari con un paio di pillole prima dei pasti. E ovviamente ad un paio di pezzi alla DP: uno si chiama Derezzed e sembra Aerodynamic col culo più stretto, l’altro è una cosa alla Da Funk chiamata End Of Line che suonava MOLTO meglio nei fake di fine 2009. I due pezzi musicano l’unica scena salvabile del film, quella in cui il protagonista entra in un locale di tendenza per incontrare un bossettino di quartiere interpretato da quello che faceva David Frost in Frost/Nixon (in tenuta Bowie). Guest starring dei Punks stessi nel ruolo dei diggei. Metacinema. Il disco non è brutto, tutt’altro (vorrei pure vedere): è che arriva dopo due anni di aspettative e suona esattamente come era logico supporre che suonasse, così come il film è esattamente quello che ci si aspetta in un modo così democristiano (o disneyano insomma) da far girare le palle. E alla fine del film la gente non si trova a ballare per strada. Al massimo scuotono la testa uscendo dalla sala, e manco per via del ritmo.