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Revisionisti Like Love (un pezzo sui Placebo)

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Vieni a sapere che esiste un disco nuovo dei Placebo e parte la madeleine, che quando inizia a essere sui cazzo di PLACEBO è di per sé indice di arsura culturale ma nondimeno ecco pezzi di recensioni positive di dischi dei Placebo sulle riviste di musica della seconda metà degli anni novanta, il ritorno al rock energico ma fragile, il ritorno del glam che per me è sempre glam metal ma evidentemente c’era pure altro, Velvet Goldmine che esce a pochi giorni di distanza dal secondo disco dei Placebo, i Placebo che cantano 20th Century Boy in Velvet Goldmine con Brian che si ciuccia un dito, what else could i say everyone is gay detto da Cobain un lustro prima e non c’entra, Pure Morning che diventa una super-hit delle serate alla discoteca rock, provare a limonare con le tipe ascoltando Pure Morning e sapendo dir loro il nome del gruppo che la canta quando ancora nessuno lo sa, ascoltare Pure Morning in casa alzando il volume come se fosse un pezzo (glam) metal, rimediare il disco dei Placebo di straforo, scoprire che i pezzi spaccano, sponsorizzare i Placebo in mezzo a giri di gente che ascolta gruppi di nicchia e trasversali ma paradossalmente mosci tipo Whale, Garbage e Dog Eat Dog, l’esistenza del concetto di gruppo di nicchia ma appunto moscio, i Placebo che diventano il gruppo di punta di certi giri di gente che ascolta gruppi di nicchia e trasversali ma paradossalmente mosci tipo Whale, Garbage e Dog Eat Dog, i Placebo che eseguono Special K ubriachi ma vestiti di pelle a Sanremo mostrando il medio e sfondando le chitarre, scioccando in zona Cesarini il pubblico festivaliero che aveva superato indenne (o stava per) la non-prevedibilmente democristianissima esibizione di Eminem sul palco dell’Ariston, Raffaella Carrà che redime Eminem e lo invita ad un’esibizione sobria e misurata con mezzi probabilmente coercitivi o sessuali, i Placebo che danno interviste sul fatto che si sono rotti il cazzo di suscitare scandalo per il fatto che giocano sull’identità di genere, Brian Molko che canta la parte di Jane Birkin in un duetto con Asia Argento su Je t’aime… Moi non Plus in non ricordo più che disco francese di merda, Brian Molko un po’ drogato e un po’ bisessuale ma non troppo e quindi tutto sommato già seguace di Silvio Berlusconi e/o invasore dell’Iraq, Brian Molko del quale un live report all’epoca forse di Black Market Music e forse su Rumore finiva dicendo “c’ha la chierica”. Brian Molko coi capelli corti quasi più brutto e vuoto di Ed Vedder coi capelli corti ai tempi del cabarettistico Sleeping with Ghosts, i Placebo che cantano see you at the bitter end nel singolo e gli stessi esagitati con sei anni in più sulla groppa la pogano in un locale di Cesenatico che si chiama oer l’occasione Stereo 8 e dopo qualche anno si ritroverà identico a fare la posta.  Giusto per non finire nel mare dei ricordi mi risuono i primi tre dischi da capo, e qui arrivo al senso del pezzo in questione.

Il nuovo disco dei Placebo si chiama Loud Like Love e fa vomitare. È triste da dire così perché in parte è sparare sulla croce rossa e in parte non è propriamente un’opinione originale sulla faccenda, da quand’è che i Placebo hanno perso qualsiasi dignità critica? Ai tempi di Meds? Di quello prima? Difficile a dirsi. Il punto, allora, non è se il nuovo disco dei Placebo fa vomitare o no. Il punto è da quanto tempo e a che titolo i dischi dei Placebo hanno smesso di essere delle raccolte di canzoni pop perlopiù carine e simpatiche e hanno iniziato a essere dei campionari della peggio merda brit-Virgin-emo-pop in circolazione. Quando è successo che Brian Molko perdesse la brocca e la favella? Ecco, la mia idea è che i dischi dei Placebo hanno SEMPRE fatto vomitare. Il primo disco aveva una produzione non-bombastica e metteva in risalto certi limiti di scrittura, il secondo disco era bomba stico e copriva i limiti di scrittura con questa produzione BZZZ allucinante che era già appunto post-britpop e comunque vuotissima e noiosissima. Il terzo disco era uguale al secondo senza il piacere di conoscere il nome del gruppo prima di chiunque altro nel tuo paesino di residenza, e poi l’affaire-Placebo ci ha fatto il sacrosanto piacere di mangiarsi dall’interno producendo dischi sempre più o meno uguali con giusto un po’ di scintilla in meno, ma alla fine della fiera l’opus magnum di Brian Molko e sodali si può ridurre a una manciata di singoli alcuni dei quali sostanzialmente BRUTTI e antipatici nonostante le chitarre alte. Naturalmente è solo la mia opinione sulla faccenda, ma da quanto tempo non vi ascoltate il loro miglior disco (Without You I’m Nothing, nessuna questione a riguardo) senza che vi venga l’abbiocco dalle parti della title-track? Nel caso, riprovateci. Magari mi sbaglio io ma scommetto venti centesimi che no. E naturalmente un sacco di voi li odiava dal giorno uno, ma che ci posso fare, siete dei geni, chissà che discografia meravigliosa sugli scaffali ben ordinati.