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Mudhoney @ Estragon, Bologna (23/10/2009)

Touch_Me_I%27m_Sick

Una cosa in comune i Mudhoney ce l’hanno coi gruppi garage rock alla Nuggets che da sempre hanno idolatrato: come loro, hanno scritto una sola canzone veramente memorabile. Perché è inutile menare il can per l’aia: a chiunque sia dotato di un paio di orecchie funzionanti Mudhoney ha smesso da almeno due decenni di riportare alla mente l’omonimo film di Russ Meyer. No: Mudhoney sono il riff di Touch me, I’m sick, al cospetto del quale tutto il resto – qualsiasi altra cosa abbiano mai composto – passa in secondo piano, per la semplice ragione che rispetto a Touch me, I’m sick in secondo piano passa tutto il resto della musica scritta nella storia dell’umanità, a parte i primi dieci secondi di Bastards of young, il giro di chitarra di Return of the rat, e pochissime altre cose. Solo che, a differenza dei gruppi garage rock da un singolo e via con cui condividono ben più che lo spirito e la strumentazione, dopo quel singolo i Mudhoney sono rimasti su piazza, pubblicando dischi anche ben più che dignitosi (i miei preferiti sono l’omonimo e Tomorrow Hit Today, ma come per ogni gruppo discograficamente attivo da più di una generazione ognuno ha i suoi), ma mai riuscendo a bissare l’assoluta perfezione di quei due minuti e trentacinque secondi che per sempre saranno il loro dono e la loro maledizione. A vederli di persona dimostrano almeno una decina di anni in meno, e nonostante siano passati attraverso tanta di quella droga da spedire al Creatore una mandria di bisonti sono ancora qui, e in una forma molto migliore di me che scrivo e voi che leggete messi assieme. Soprattutto the freewheelin’ Mark Arm, quarantasette anni di amplificatori disintegrati e non sentirli, un fisico da fotomodello frocio e una voce alla cartavetrata che è rimasta quella di un tempo, forse perfino migliore. Il che porta a due conclusioni: 1) L’eroina fa bene, e 2) Copiare gli Stooges allunga la vita. Probabilmente i Mudhoney sanno benissimo di incarnare oggi un’idea di musica che è quantomeno museale, unici depositari rimasti vivi e vegeti di un’epoca in cui le chitarre suonavano per davvero, la produzione di un disco poteva durare mesi, i CD costavano trentacinquemila lire e farsi in vena era considerato socialmente accettabile. Proprio loro che con l’ondata grunge avevano in comune solo due cose: la provenienza geografica e la chitarra al collo. Ma quella dei Mudhoney era anche un’epoca in cui i musicisti avevano rispetto per il proprio pubblico, per chi sborsava bei soldi per vederli all’opera dal vivo, ed è per questo che un concerto dei Mudhoney è un concerto: un’ora e quaranta tra set di base e (numerosi) bis, scaletta capillare che pesca un po’ dappertutto cercando di soddisfare tutte le aspettative, brani sparati a mitraglia uno dietro l’altro dritti senza pause, interazione col pubblico puntuale ma sobria e mai servile (Mark riesce chissà come a essere convincente anche quando ci assicura di essere stati absolutely a-ma-zing, unendo il pollice all’indice per creare una “O” con le dita). Ma non è abbastanza per chi cercava la scintilla, il fuoco sacro della passione totalizzante, il sudore vero, quello che va a pari passo con il sangue e le lacrime. Loro sono formalmente perfetti, giusto un pelo troppo statici ma l’esecuzione è chirurgica e i suoni incredibilmente nitidi nonostante il volume decisamente aggressivo e la distorsione perenne; a mancare è il combustibile, il crederci spinto alle estreme conseguenze, il parossismo, l’urgenza. Quel che mettono in scena somiglia piuttosto all’esibizione di una band da oratorio, precisa e impeccabile e tecnicamente ineccepibile ma appassionante quanto uno scaldabagno guasto. O, peggio ancora, a uno sterile karaoke accontenta-gonzi buono giusto a far esaltare i ragazzini scalmanati e qualche reduce con le ascelle sudate in mezzo al pogo. Perfino Touch me, I’m sick, piazzata lì a caso tra un brano e l’altro, sembra una canzone come tante. Soltanto verso la fine, con una When tomorrow hits di quasi dieci minuti, sembrano rianimarsi, scuotersi un minimo dal piattume normativo che li avvolge forse inconsapevolmente (mi è stato raccontato di un’esibizione dirompente a Roma la sera prima a cui a questo punto non so più se credere); ma è poco, troppo poco per smarcarsi da una performance di strettissima sufficienza, pura routine da prepensionamento al termine della quale s’insinua prepotentemente il sospetto che, a mettere su i loro dischi a casa pogando contro il muro mi sarei, probabilmente, divertito di più. Here comes boredom.

Dinosaur Jr. @ Estragon (Bologna, 10/9/2009)

Piccola premessa obbligatoria: J Mascis sono i Dinosaur Jr. Quella con Lou Barlow e Murph è solo una formazione, e nemmeno la migliore. Di solito chi pensa che Dinosaur Jr = J Lou e Murph sono le stesse teste di cazzo che ritengono “banali” dischi come Where You Been o Hand It Over (il vero capolavoro misconosciuto del marchio, uno di quei dischi di cui si può solo sperare di poter arrivare a comprenderne parte della grandezza), gli stessi microcefali che liquidavano con un’alzatina di spalle le uscite a nome J Mascis + The Fog atteggiandosi a chi è ormai avvezzo a tutto e annoiato a morte, gli stessi mongoloidi che ora si spellano le mani a furia di applausi e accorrono a frotte all’obbligatoria reunion accontenta-idioti di tempi recenti. Gente, in ogni caso, che sembra faccia un vanto della propria intrinseca coglionaggine nell’insistere a non voler capire che le sole differenze tra You’re Living All Over Me e Free So Free sono il nome sulla copertina e due canzoni brutte in meno. Che Dinosaur Jr significa J Mascis, gli altri sono solo braccia intercambiabili dietro allo strumento. Per questo, il fatto che un concerto potenzialmente perfetto sia stato in parte rovinato da due gregari del cazzo che per chissà quale motivo (che non so né voglio sapere) avevano poca voglia di suonare è qualcosa che, a posteriori, è capace di toglierti il sorriso per settimane. A posteriori, perché lì sul momento l’Estragon era talmente pieno che era già tanto se riuscivi a renderti conto di stare al mondo: la collocazione dell’evento all’interno dell’usuale “Summer Festival” (dieci concerti compresi in una tessera dal costo di dieci euro) ha reso la serata decisamente appetibile anche per via del prezzo ribassato (contando che le altre date viaggiavano a una media di diciotto euro – più prevendita – a botta), e l’entrata con tessera rende anche la sola ipotesi di un controllo degli ingressi pura utopia. Il locale è stipato da far spavento, la temperatura interna è tale da far sembrare il clima su Mercurio “temperato”, farsi strada tra la calca diventa più arduo di un decimo livello di Tetris; chiunque fosse dotato di un paio di orecchie funzionanti c’era. Se anche solo tre anni fa aveste detto a J Mascis che un giorno avrebbe visto l’Estragon così pieno, probabilmente lui stesso vi avrebbe dedicato uno dei suoi inquietanti risolini da autistico, prima di andarsene affanculo altrove; sta di fatto che il più carico di tutti è proprio lui. Alza il sopracciglio, addirittura sorride, a fine concerto bofonchia perfino “grazie” in italiano agitando la manina. Ma soprattutto sgrana assoli come fossero rosari in mano a una vedova siciliana; è incontenibile, inarrestabile, fosse per lui ogni brano si trasformerebbe in una jam senza fine. Ma evidentemente Barlow e Murph non sono della stessa idea, visto che su I don’t wanna go there e Thumb smettono di suonare mentre J è ancora in estasi mistica, perso nei suoi deliri chitarristici eterni; li perdoneresti pure se solo non troncassero sul finale perfino Freak scene, il pezzo con cui da sempre Mascis chiude i suoi live. Suona come un affronto, la rivolta degli schiavi. Mentre la folla placidamente si disperde, chi a guadagnare l’uscita chi ad attardarsi davanti all’esosissimo banchetto merchandising, il pensiero nella mia testa è uno solo: ridateci Mike Johnson, per Dio.