100 canzoni italiane #2: PITAGORA

CONTRATTO ALFA002

Ho sempre pensato che anthem significasse inno, per via dell’espressione national anthem. Oggi, consultando la wikipedia inglese, scopro che è anche a specific form of Anglican church music (in music theory and religious contexts). Forse non cambia niente. Non lo so. Diciamo che inno va bene. Se leggevi le recensioni dei dischi punks negli anni in cui le leggevo io, si parlava anthem una recensione su due. Una volta lessi anche innodico, voglio dire. Molti gruppi punk cercavano consapevolmente di fare musica che suonasse memorabile nell’immediato, ma non erano poi molti a cercare consapevolmente l’inno, la canzone da cantare a squarciagola quando sei ubriaco. L’inno stesso, inteso come idea nazionalista di unione solidale tra tutti i cittadini sotto il segno di una canzoncina, è più o meno l’esatto opposto di quello che i gruppi schierati predicavano, o almeno di quello che capivo io. Poco importa, nelle fanze li chiamavano comunque anthem: forse i primi a tirar fuori la parola volevano solo suonare un po’ più oi! di quello che erano in realtà. Poi era diventata una prassi fastidiosa.

Io comunque non sono mai stato un punk. Mi ci sono spesso definito, ma a conti fatti l’ho solo bazzicato un pochino da fuori, e so per certo che non fa per me. Ho visto concerti, comprato dischi e scritto per qualche fanza e questa più o meno è tutta la mia militanza: mai dato fuoco a un cazzo di niente, mai occupato uno stabile, mai preso una manganellata da un poliziotto in vita mia. Tutte le manifestazioni a cui ho partecipato erano grossomodo sponsorizzate da movimenti politici per i quali oggi ho nel migliore dei casi una blanda simpatia. Da un punto di vista puramente logico quello che facevo con quella musica mi identificava come una figura tra le più dannose di quel sistema: prendi un’auto, vai a sentire un gruppo in un posto occupato, paghi quel che c’è da pagare, torni a casa senza fare casino, e poi? L’accettazione di tutte le regole di base, ivi compresa la buona creanza, è il modo più onesto di tener spento il cervello mentre ti urlano in faccia di reagire. È complicato.

A un certo punto, per evitare questa cosa della gente che arrivava per godersi la musica senza cazzi, i cantanti di qualche gruppo iniziarono a tirare proclami dal palco, riflessioni stentate di stampo perlopiù anarchico/socialista. I proclami funzionarono abbastanza bene, fecero presa su qualcuno del pubblico che iniziò a farli col proprio gruppo. Così aumentarono di numero e frequenza, mossero le nostre coscienze e ci ispirarono a pensare con la nostra testa, cioè a scegliere a quale sottocultura dovessimo aderire. Come per le elezioni. Dopo un po’ a dire il vero era diventata una specie di barzelletta: finiva il pezzo e il cantante attaccava il pippone, che ne sapesse o no. Non so dove sia iniziata la cosa, ma a un certo punto qualcuno urlò per la prima volta la parola “SONA” dal pubblico. Si può ipotizzare che la gente a quel concerto sia morta dal ridere; qualche tempo dopo se qualcuno s’azzardava a dire due parole al microfono, qualcuno urlava SONA in romanesco. Era diventata una gag insopportabile a Bologna, non riesco nemmeno a immaginare quanto la menassero a Roma. Mi sto perdendo: tutta questa pippa è solo per dire che il punk può essere diviso in diverse epoche storiche sulla base della presenza di pipponi sul palco e della reazione di massima del pubblico agli stessi. Secondo questa categorizzazione ho vissuto tre periodi del punk italiano: 1 anthem, 2 anthem+pippone, 3 anthem+pippone+SONA+anthem. Ora ho smesso di andare nei posti occupati e non so a che punto siamo, anche se ho idea che il disfattismo post-tutto che ha seguito gli anni belli abbia ingravidato anche gli estremisti e ora si stia dentro ai posti occupati per le stesse due ragioni politiche per cui si sta da qualsiasi altra parte (intorto e self-branding). Di solito queste note finiscono con il conto dei vincitori e degli sconfitti, ma come detto mi limitavo a guardare dei gruppi.

Abbiamo avuto modo di storicizzare e in qualche modo mitizzare il “movimento” punk degli anni ottanta, per merito o colpa di gente come Philopat. Credo di aver capito anche come siano andate le cose, quali siano state le esperienze significative, quali semi siano stati gettati e perché tutto sommato questa roba è importante per la nostra cultura, ma se mi riascolto quei dischi non riesco a pensare che la musica fosse appena sufficiente. Non è che fosse proprio merda, ma la voglia di riascoltare dischi di Kina o Indigesti semplicemente non mi prende più. È musica che ascoltata la prima volta mi ha anche segnato, voglio dire, non l’ho scaricata da internet un pomeriggio e via andare; mi sono preso bene, ho inseguito i gruppi eccetera, ma è istituzionalizzata e mitizzata molto oltre i suoi meriti artistici. Non sempre e non solo: se mi prendessi il disturbo di riascoltare i CCM li troverei ugualmente buoni, ma in generale è passato un sacco di tempo e credo sia importante non sentirsi obbligati a portare rispetto a nessuno. Le storie di scontri botte okkupazioni collettivi e simili, dopo un po’, smettono semplicemente di appassionare; la musica che le accompagna dovrebbe reggersi in piedi da sola, ma il corollario sociale/estetico è stato per troppo tempo il centro di tutta la faccenda, e nessuno in fin dei conti s’è davvero smarcato dalle condizioni storiche in cui operava. Ci sono tante cose che non funzionano più per lo stesso motivo, almeno nella mia testa: gli Area, Andrea Pazienza, Skiantos, Gang, e un milione di altre cose. Raccontano epoche storiche necessariamente piene di contraddizioni a cui necessariamente non La volta che intervistai Marco Pecorari, anni fa, me la spiegò in un altro modo: “Viviamo in un paese dove i pochi stimoli culturali rimasti vengono sanzionati e stigmatizzati da una parte, e se non cadono nel box degli ultimi dogmi “sinistrorsi” rimasti vengono ugualmente sanzionati e stigmatizzati.” In qualche modo, il racconto di quelle “controculture” ha significato soprattutto un diverso tipo di adesione e per me quella roba suona tutta così. Di tanto in tanto mi metto su gli Affluente sul tubo perchè il cantante aveva la voce buffa.

Verso la fine degli anni novanta/inizio duemila il rock alternativo italiano esisteva in forma di istituzione. I gruppi grossi del ruock alternativo italiano venivano ancora raccontati/intervistati/recensiti sulla base della loro indipendenza e del loro non-allineamento, mentre firmavano contratti di prestigio. Stazionavano al primo maggio, sulla neonata MTV Italia e nei quotidiani generici; al Meeting delle etichette indipendenti si parlava di problemi legati a passaggi televisivi, finanziamento pubblico, quote radio, aliquote IVA (gli stessi problemi di cui s’è parlato al MEI di quest’anno, del resto). Recitate con costanza, iniziavano ad avere un loro senso perverso. I CSI erano andati primi in classifica, i Casino Royale avevano provato un tour dei palazzetti che li aveva ridotti in fin di vita. La misura del successo e dell’insuccesso di quella musica è dovuta al suo esistere o meno dentro il giro grosso, a certe condizioni, con tot gente davanti. Uno dei principali personaggi di quel periodo (Manuel Agnelli) la menava abbestia col rappresentare: mise insieme un festival di nuova musica alternativa italiana, una decina di anni dopo se ne andò a Sanremo per illuminare quel mondo lì, poi tirò fuori un altro festival, e via di questo passo. L’ossessione dei network per la musica sotterranea era splendidamente bilanciata da questo eccezionale bisogno di sicurezza.

La musica che si ascoltava nei posti punk, negli stessi anni, era incredibile. Le cose dogmatiche e inflessibili continuavano ad esistere, ma iniziavano a passare un po’ sullo sfondo mentre davanti si stavano imponendo decine di gruppi, tutti diversi uno dall’altro. Avevano ascoltato questi dischi strani che venivano dal sottobosco statunitense (31G, Ebullition, Gravity, Bob Weston, eccetera), suonavano un po’ storti un po’ Joy Division un po’ emo un po’ Beat Happening un po’ ultra-pop un po’ shoegaze un po’ cassa dritta. Se scavate di fino ci potete trovare un corrispondente in nuce di qualsiasi musica rock suonata di lì in poi, fatto prima e meglio: dischi di una bellezza sfiancante che sono passati quasi tutti sottogamba, o recuperati una decina d’anni dopo per il solo fatto che molti di quei gruppi hanno semplicemente continuato ad esistere. A volte penso che sarebbe bello fissare quel periodo sulla mappa, avventurarsi a scrivere un libro o girare un documentario su quell’epoca e darle un briciolo di giustizia, semplicemente perchè nessuno l’ha fatto. È che non saprei da dove cominciare: non ci sono mai stato dentro, non suonavo, non producevo, ho scritto qualche recensione, ho visto qualche concerto e basta; non è la mia cosa. Mi limito a registrare che tra Kina Sottopressione e With Love io scelgo duecento volte With Love, che i dischi di Anna Karina o To The Ansaphone me li sentirei ogni giorno, e credo che quindici anni dopo la cosa abbia un suo significato. Qualcuno si prenda la briga e la faccia, una monografia. E magari mi venga a fare domande. Nel caso, se mi chiedesse di prendere una canzone ed erigerla a manifesto o anthem di quel momento lì, credo non ci metterei più di dieci secondi a dire Pitagora.

Gli Altro sono il gruppo più alternative rock del DIY di quegli anni, o il più DIY dei gruppi alternative rock di quegli anni. Musicalmente parlando sono una soluzione di compromesso, una cosa fatta col cuore che sembra rock italiano. A livello di appartenenza, invece, erano un gruppo punk. Nel senso proprio letterale del termine, quel fiero processo di autocertificazione lì. Se chiedi agli Altro che musica suonano ti rispondono punk, se cerchi i loro dischi li cerchi in una distro a un concerto punk, e via di queste. Mentre usciva la loro prima roba il chitarrista aveva già un po’ di anni sulle spalle: disegnava locandine di concerti con ragazze o robottoni giapponesi, fotocopiava storie a fumetti e le spediva per posta. Il loro CD, che se non erro segue un solo 7”, esce nel 2001 su un’etichetta di nome Love Boat. Si chiama Candore e ha una copertina rosso fuoco con un cerchio nero in mezzo e il disegno del viso di una persona avvolta da ali d’angelo. Non so cosa significhi, ma la prima volta che lo vedi ti rimane impresso perché, diosanto, è completamente diverso da qualsiasi disco si trovi in una di quelle distro.

(oggi no)

Pitagora è registrata un po’ così. Inizia con una scarica di batteria e poi chitarre voci e basso assieme che fanno un gran baccano e si mandano un po’ in culo a vicenda. Il testo è fatto da un paio di domande e sfocia in un ritornello bestiale che è fatto apposta per essere urlato a squarciagola: io credevo che noi fossimo uno soltanto uno. Quattro note in tutto, la voce del chitarrista è aspra come quasi niente. Dura qualcosa come un minuto e mezzo, diviso in due parti di quarantacinque secondi identiche. Non credo che Pitagora sia stata concepita come un inno: era una canzoncina pop suonata fortissimo da tre persone che quando le vedevi sul palco sembravano in egual misura i Metallica e un agorafobico. Si può dire che sia un inno solo nella mia testa e nella testa di altre centocinquanta persone in giro per questo paese. Non ha meriti musicali particolari che non siano il rispondere all’unico canone rigido del rock’n’roll, di suonare più forte e slabbrato possibile (nelle recensioni anni novanta si diceva urgenza).

La Pitagora che sta sul disco ha sicuramente qualcosa di involontariamente innodico o anthemico, ma l’avreste dovuta sentire dal vivo. Io li ho beccati una manciata di volte, niente di eccessivo; la volta che ricordo con più piacere è un Musica nelle Valli di una decina e passa d’anni fa, dentro a un tendone da circo con la terra polverosa che si alzava e riempiva l’aria e ogni tanto dovevi uscire a scatarrare. C’era più o meno qualsiasi gruppo potesse venire in mente. Gli Altro suonavano la prima sera: fuori c’era il loro secondo disco, registrato da un mammasantissima dell’alternative grosso sotto contratto major (Bugo). Erano presi bene e spaccarono tutto. Poi li ho persi per anni: Baronciani è diventato Baronciani, la roba che disegna è roba sempre più buona. Gli Altro continuano ad esistere (a ritmi rilassati) e buttar fuori dischi e sette pollici.

Adesso è tutto diverso. Non leggo più le recensioni dei gruppi punk, i posti occupati che conoscevo per la maggior parte hanno chiuso. Qualche gruppo di quelli lì ha avuto un bel successo di pubblico; qualcun altro è rimasto al palo e s’è sciolto in mezzo alle cose da fare. Baronciani è diventato Baronciani: fa le stesse cose di allora, ma meglio. Il suo gruppo continua ad esistere a ritmi rilassati e buttar fuori dischi. L’unica volta che li rividi, un paio d’anni fa, Pitagora non la suonarono nemmeno. Ci rimasi malissimo.

Mai saputo perchè si chiamasse Pitagora.

Altro @Dylan, Pesaro (o Fano, boh) – 31/08/2012

L’ultima volta che ho visto gli Altro dal vivo è stato a un Musica nelle Valli nel quale i With Love suonavano ancora l’arcòr (più o meno), i FBYC cantavano in inglese, il bassista dei Disco Drive era Pomini e gli El Guapo non avevano ancora generato dieci gruppi diversi.” L’avevo scritto qui e non me lo rimangio, anche se potrei rimangiarmi il resto delle cose che ho scritto. La redazione, cioè sempre io, è tornata a vedere gli Altro dal vivo dopo otto anni di stecchetto in occasione della presentazione del nuovo settepollici che esce per i nostri personali eroi di ToLoseLaTrack e si chiama Primavera, da qualche parte sarà in streaming o in fridaunlò (citiamo IlBillLaimbeer che fu ospite di striscio da queste parti e che ci svela essere il fridaunlò uno stato della mente). La facciamo corta: gli Altro dal vivo sono una di quelle band, e se ce n’è una in italia sono loro, che li vedi e torni a casa e chiami due amici e metti su un gruppo.
Ora, io non ho mai avuto un gruppo. Le mie uniche esperienze di produzione di musica sono dei giochetti che facevo con i nastri e due macchinette a scrocco, delle cose coi drones di chitarra e basso che grazie a dio l’uomo non ha mai sentito, un gruppo inesistente di nome Energumen di cui parlavo nei forum per vedere se qualcuno millantava di averlo ascoltato e quattordici minuti con un tizio di qua vicino a cui dissi “c’è potenziale” e poi mi accolse con un muro di amplificatori allucinante mettendomi paura e facendomi appendere gli strumenti al chiodo per sempre, tanto manco ce l’avevo un basso mio. Nel corso degli anni tuttavia mi sono fatto abbastanza idee su cosa sarebbe giusto o sbagliato tra le varie cose che può fare un gruppo rock e mi sono fatto una specie di decalogo che NON sarà il nostro listone di questo martedì ma che, insomma, non avendo ambizione di suonare applico semplicemente come una sorta di codice etico sulla base del quale giudico gruppi e dischi nel mio tempo libero. PRIMA REGOLA il gruppo è fatto di tre o quattro persone al massimo; SECONDA REGOLA non è che stai lì a fare a gara su chi è il più violento e millenarista ma il gruppo suona fortissimo; TERZA REGOLA non hai un manager o un’agenzia di booking o diocristo qualsiasi altro mangiapane a tradimento stile quelli che ti curano l’immagine e le agenzie di stampa, a meno che tu non sia diciamo il Teatro degli Orrori e/o disponga di diecimila fan sfegatati a cui puoi dire di votare a destra e loro lo farebbero. QUARTA REGOLA il gruppo stampa in vinile e CD e altri formati fisici e regala gli mp3, perchè il fridaunlò è uno stato della mente e comprare le canzoni a un euro su iTunes è immorale sia per chi vende che per chi ascolta; QUINTA REGOLA il gruppo fa concerti ed esce per qualsiasi cifra a qualsiasi condizione e anche in prudente perdita, amministrandosi per quanto possibile, togliendosi di bocca il pane e il Galaxy Tab per suonare una data in più e diventare abbastanza decente dal vivo da non far rimpiangere i soldi che i tre sfigati accorsi pagano alla cassa; SESTA REGOLA il gruppo consta di almeno un ciccione; SETTIMA REGOLA il gruppo non partecipa a nessuna cosa che non sia fare dischi e concerti, eccezion fatte le cose che gli sembrano molto interessanti. OTTAVA REGOLA il gruppo suona e incide musica che abbia un motivo qualsiasi di essere suonata e incisa, evitando di metterla insieme ad altra musica che non ha motivo di; NONA REGOLA il gruppo non ama essere fotografato e scoraggia la pratica pur non facendone un’ossessione, DECIMA REGOLA il gruppo esiste per un arco di tempo limitato, a meno di non tenerselo come gruppo della domenica per il resto della vita ed evitare di fare a spallate col mondo della musica.
Niente di che, insomma. Sono regole che vengono applicate inconsapevolmente dalla maggior parte dei gruppi nella prima fase di vita, a parte la seconda (drammaticamente assente nel pop contemporaneo), e che al primo sussulto di popolarità chiunque si aspetta vengano disdette in nome di una paga che comunque arriva alla radice quadrata rispetto alle aspettative. Se qualcuno continuasse a seguire pedissequamente il codice, magari interpretandolo con la sua personalità e continuando ad ostinarsi a parlare solo quando c’è qualcosa da dire, nel giro di qualche tempo avremmo dei nuovi Altro da coccolare. Essendocene pochi o nessuno, mi tengo volentieri gli Altro vecchi e qualche infortunio di forma della band, li vado a trovare una volta ogni dieci anni e torno a casa riprogettando il mio gruppo da zero (aiuterebbe saper suonare uno strumento, ma finchè non avrò imparato non sorgeranno dubbi sul fatto che io sappia o meno tener fede alle mie aspettative su ciò che dovrebbe essere un gruppo) e stupendomi che Baronciani e soci non siano ancora coperti dalla legge Bacchelli. A fine concerto qualcuno dice una cosa tipo “gli Altro son davvero un gruppo punk”. Di solito a chi dice queste cose mi viene voglia di menarlo, stasera no. Voglio dire, si prendono pure il lusso di non fare Pitagora.

ANTIMTVDAY #10 (e tutto quello di cui potrebbe parlare un pezzo con questo titolo)

(Tuono Pettinato. Non so se sia mai stata disegnata una locandina più bella)

Per sapere cosa si è, bisogna aver chiaro cosa non si è.
(Laghetto, Uomo Pera)

Trent’anni fa, quasi esatti, iniziavano le trasmissioni di MTV Usa. Era una rete che trasmetteva video ed è finita per diventare la massima espressione televisiva della nostra generazione, intendendo per nostra qualsiasi generazione compresa tra –boh- i 15 e i 25 anni nel momento delle trasmissioni.

Nel ’97 nasce MTV Italia. L’anno successivo avviene la prima edizione dell’MTV Day, un festival gratuito in cui una serie di artisti alternativi italiani (pescati tra quelli che vendono più copie) si esibiscono al Parco Nord di Bologna. Nel 2000 il pubblico alternativo dell’MTV Day si cura di bottigliare i Lunapop (rei probabilmente di rubare la scena agli altri artisti che si avvicendano sul palco, gente tipo Elisa e Ligabue). Nel 2002, dopo un anno di buco, sul palco dell’MTV Day si alternano Afterhours, Piero Pelù e Meganoidi. A circa cinque chilometri di distanza, nello stesso momento, ha luogo un festival punk chiamato AntiMTVday: in cartellone Laghetto, Fine Before You Came, Settlefish, Anna Karina, Nativist e gente simile.

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Il download illegale della settimana – Loudpipes

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Nel 1995, in occasione dell’uscita del singolo S.N.T.F. dei Diabolos Rising, ennesimo parto della mente malata di Magus Wampyr Daoloth, i degni compari della Osmose varano la sublabel Kron-H, divisione inizialmente specializzata in “experimental and techno“. E effettivamente gli esordi tengono fede al proposito, con una tripletta da far tremare i polsi: al già citato S.N.T.F. seguono Blood, Vampirism & Sadism, temibile concept-album sadomaso dei Diabolos Rising (stampato in sciccosissimo vinile giallo e accompagnato da una VHS con l’intero album “sceneggiato”), l’indescrivibile Šlágry, sigillo conclusivo dei Master’s Hammer su cui è assai probabile ritorneremo, e l’EP The Very Best of Pain dei Raism, che altri non erano che i Diabolos Rising sotto mentite spoglie dediti a un industrial metal talmente basilare e deviato che al confronto Johnny Violent diventa un fine stilnovista. Il drastico cambio di direzione e intenti avviene appena due anni più tardi, nell’aprile 1997, quando viene pubblicato il micidiale On Speed dei Rocking Dildos, fun-band del boss della Osmose, Hervè Herbault, e degli Impaled Nazarene sotto mentite spoglie: il disco è una vigorosissima mazzata sui denti di crasso, ottuso, sessista e politicamente scorretto hardcore punk tra Motorhead, Exploited, Discharge e gli stessi Impaled Nazarene dell’allora recente Latex Cult. Il disco diventa immediatamente il vero (non dichiarato) manifesto stilistico della Kron-H, che da allora e nel giro di pochi mesi licenzia una serie di album (e di gruppi) uno più lercio, ignorante e manifestamente sgradevole dell’altro: a cominciare da Fuck The World dei Driller Killer, crust punk mongoloide con una delle copertine più ributtanti di sempre (un disegnino del pianeta Terra con un’enorme vagina in mezzo), e continuando con Everyday Slaughter degli inossidabili Disfear (attivi e in forma smagliante ancora oggi), Uglier and More Disgusting dei Dellamorte (il titolo valga come recensione), Horny Hit Parade, secondo e – finora – ultimo atto dei Rocking Dildos, e The Downhill Blues dei Loudpipes. Noti più che altro per avere in formazione il batterista di Unanimated e Face Down, Peter Stjärnvind, i Loudpipes potevano vantare all’attivo il solo mini Drunk Forever (come dire: nomen omen…!) del 1994, ristampa dell’omonimo demotape, oltre a un secondo demo del ’95 che però non è mai stato pubblicato (bisogna credergli sulla parola). The Downhill Blues è un assalto ininterrotto tra crust, hardcore, punk e speed metal da far spettinare anche il più lurido, alcolizzato e impresentabile degli squatter, un disco che avrebbe restituito il sorriso a Steve Ignorant come a ‘Cal’ Morris piuttosto che GG Allin (ma senza le delizie da grand gourmet dei coprofagi); mezzora scarsa di sangue sudore e vomito da abuso di superalcolici, musica di cuore che parla alla gente con un cuore. Di lì a poco Stjärnvind entrerà a far parte degli Entombed, e dei Loudpipes non si saprà più nulla. Bellissimo quanto misconosciuto, The Downhill Blues è solo una delle perle dimenticate della Kron-h, che tempo un altro paio di uscite (Violence Is a Girl’s Best Friend dei caramellosi punkettini The Unkinds, certo l’uscita più accessibile dell’intero catalogo, e i follow-up di Raism, Driller Killer e Dellamorte) e cesserà definitivamente le pubblicazioni (anche se il marchio ufficialmente esiste ancora). Erano gli anni d’oro della Osmose, un’altra epoca. Ma parte di questo tesoro non è andato perso: voi procuratevi illegalmente The Downhill Blues, e dopo il 14 agosto seguite questo link: potrete ordinare il cd direttamente all’etichetta al costo di un euro e mezzo.
 
 

 

Piccoli fans: LAGO MORTO


cartolina

Dal punto di vista strutturale, una SCENA in una città del nord Italia con poco meno di trentamila abitanti è una sega mentale. Immaginatevi la SCENA di Desenzano sul Garda o di Bra o di Lugo o di Mondovì. Non ti meriti manco la targa sulle macchine, figurati una scena punk. Nico Vascellari comunque dà l’idea di uno che se n’è sempre sbattuto i coglioni del punto di vista strutturale. In che senso, direte voi? Grazie per la domanda. Lago Morto è un progetto che coinvolge membri di bands del giro Vittorio Veneto (With Love, Superlucertulas, A Flower Kollapsed) ed esiste solo dentro Vittorio Veneto. Vittorio Veneto, se non frequentate, è una città in provincia di Treviso, e leggo su Wiki che è molto famosa per un contest di cori provenienti da tutta Italia. Alla salute. Nel mese di maggio esce allo scoperto Lago Morto, musicalmente un gruppo old school con Nico alla voce, e si organizza un tour di quindici date TUTTE DENTRO A VITTORIO VENETO. Geniale. Youtube trabocca di video che documentano tutto quanto: concerti tiratissimi con la gente che vola in lavanderie a gettone, pizzerie da asporto, osterie becerissime, negozi di chincaglieria e roba simile. Ora io lo so che tendenzialmente uno che ha una buona idea se la tiene e tanti saluti. E capisco anche che ci sia qualche implicazione, ehm, politica -tipo reagire a un certo indirizzo culturale dell’amministrazione cittadina, o che so… riconcettualizzare la musica escludendo a priori tutta la dimensione worldwide dando alle fiamme i myspace e lastfm del caso- ma Lago Morto è roba da copiare a man bassa in blocchi da cento/duecento città, punto e basta. M’immagino che vado a pagare la bolletta del telefono all’ufficio postale di Gambettola e mi volano addosso sei tipi anoressici con la barba incolta -e cristo, sarebbe una gran giornata da raccontare ai nipotini. Allego il link a un pezzo da scaricare nel sito di Codalunga e se ci riesco embeddo anche un video. Oddio, in realtà ora c’è una data pianificata a Graz, ma fanno il pullman da Vittorio Veneto.