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Maurizio Blatto

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Se scoppiasse la guerra dei giornalisti musicali, con da una parte i ragazzetti della critica (alcuni dei quali vanno verso i quaranta) infoiati giovani sparasentenze e flippati di web, e dall’altra i vecchi bacucchi (alcuni dei quali poco sopra i venti) ossessionati dalla professionalità e dal senso della misura, l’unico che potrebbe portare la pace sarebbe Maurizio Blatto. Di giorno lavora in un negozio di dischi (Backdoor) a Torino, di notte scrive di musica. Ha pubblicato un libro, s’intitola L’ultimo disco dei mohicani, che secondo me dovreste leggere. Lo intervisto oggi perchè domani è il Record Store Day.

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A quanto ricordo sei sempre stato piuttosto critico nei confronti del Record Store Day. L’anno scorso fu una cosa abbastanza comica, in effetti: ricordo per dire che l’evento ufficiale milanese fu tenuto inun teatro, il Dal Verme, con un banchetto dei negozianti che volevano aderire nell’anticamera. Ecco, suppongo che sia un po’ il punto da cui partire.

È vero. Non mi è mai piaciuto moltissimo il RSD. Ho sempre avuto la sensazione di essere il panda che si incazza con il WWF e dice “Ma ve l’ho chiesto io?”. Non è snobismo, malattia dalla quale sono tutt’altro che indenne, ma un’analisi dei fatti. Ne ho scritto con il consueto medio livore su Rumore di aprile, e ricapitolo velocemente. Chi ha un negozio di dischi, un certo tipo di atteggiamento ce l’ha sempre, ogni giorno. Altrimenti sarebbe già morto, con la serranda tirata giù, sul gozzo. Everyday is a record store day, credimi, per passione vera e sopravvivenza conseguente. Vale a dire che se hai un negozio di dischi e non condividi ed esprimi la tua comune malattia con i clienti, allora “non sei”. Poi le pubblicazioni “esclusive” per il Record Store Day, ecco qui c’è da ridere. La maggior parte sono schifezze e quelle intriganti (torno a dire, con buone eccezioni italiane, citofonare Audioglobe) e straniere vanno direttamente su Amazon e la Fnac. Quelli sono i cari e vecchi negozi di dischi che vogliamo preservare? Sì? I luoghi poco puliti in cui annusiamo i nostri simili? Sì? E se poi vogliamo festeggiare ugualmente, non sarò certo io ad andare a recitare i Vespri e a tirarmi indietro. Ma ecco, per dire, da Backdoor l’hanno scorso abbiamo pranzato dentro il negozio, con tanto di panche, sgabelli, gorgonzola, cotoletta in carpione (letale) e megamix selezionato di sottofondo. Questa mi pare una forma di appartenenza migliore di un 7” di qualche folksinger bollito con una versione alternativa sul lato b pubblicato, apparentemente, soltanto per il nostro godere. Io li amo quasi tutti i negozi di dischi, gli scatoloni ai mercati e i banchetti ai live. E faccio spesso un gesto apparentemente situazionista: ci compro qualcosa. Buffo? Non siamo lì per quello?

Giusto per tirare giù qualche numero: di quante persone è composta la clientela di un negozio di dischi come il tuo? Quanti di questi sono ultra-affezionati e quanti no? quanto incide il RSD rispetto al normale venduto?

Difficile stimare una clientela, ma lo zoccolo duro si aggira intorno a una cinquantina di persone, forse qualcosa di più. Poi, fortunatamente ci sono gli occasionali, i clienti per corrispondenza e gli “stagionali”, come i camerieri estivi, gente che viene e poi sparisce. Tra gli ultra affezionati c’è poi un manipolo di eroi con il quale condivido legami di amicizia strettissimi. Anche al di fuori del negozio. Il RSD non incide molto, francamente. Ci sono questi tipi, per me incomprensibili, che vedi soltanto in quell’occasione, ma tanto è gente che cerca edizioni che manco si trovano a Londra e New York. E loro pensano di pescarne venti copie da me, che nonostante tutto cerco di spiegargli la bellezza di tante stampe “ordinarie”. Così mi sono innervosito e l’anno scorso ho preparato una cinquantina di “fake”. Tarocchi del RSD. Ho preso delle schifezze di 7”, merda che non voleva nessuno nemmeno a 50 centesimi e ci ho incollato un’etichetta con scritto “esclusiva Backdoor Record Store Day 2013”. La gente non sapeva come comportarsi, ma comunque, nell’incertezza, li prendeva. Ne sono certo, diventeranno rari anche quelli, mi aspetto di trovarli su ebay fotografati da qualche gonzo.

Se uno lavora un po’ di testa su quello che dici viene naturale pensare che uno dei principali nemici del negozio di dischi sia quello che moltissimi dicono che lo salverà, vale a dire il mercato delle edizioni speciali e dei tripli vinili e insomma la roba per i collezionisti. che in realtà sottintende l’esatto contrario dello spirito con cui sono sempre entrato nei negozi -nel senso, l’edizione super-speciale e super-costosa presuppone acquirenti che sappiano già qualunque cosa del gruppo che stanno comprando, mentre in un negozio si entra per scoprire cose nuove, vedere una copertina ed essere stregati, eccetera… no?

Sì, io sono d’accordo con te. Anche perché come sempre, in quell’ambito si è esagerato. Ormai è tutto limitato, numerato, deluxe, handmade. Troppo. A me piace la cura dei dettagli, l’amore che traspare per l’oggetto, ma non apprezzo quelli che fanno dieci copie con dentro le fotografie, un filo d’erba del giardino, i capelli della fidanzata, che li esauriscono dopo due minuti e quando provi a ordinarli ti dicono “bastava muoversi in fretta”. Pregare ai convertiti o produrre per la tua bocciofila non mi entusiasma. Facciamo le cose nella speranza di diffonderle e che vengano apprezzate. Pagate il giusto, ma pagate. Sembra ormai che tutto debba essere esclusivo, che (l’apparente) normalità di un bel disco non interessi più. Distorsioni della pseudo modernità. Una volta ho visto la pubblicità di Eataly con un pompelmo in edizione limitata. Ecco, di fronte al pompelmo in edizione limitata, io preferisco la scatoletta di tonno.

E la questione vinile VS CD? Leggo settimanalmente di questa rinascita del mercato per merito del vinile. L’altro mese è uscita fuori una statistica secondo cui in gran bretagna si vendono tipo seicentomila vinili all’anno, per cui insomma, un po’ poco. Come stai messo tu in merito alla questione?

Io sono sempre stato un fan del vinile, ma non un talebano, nel senso che compro anche cd. Ma il vinile è e rimarrà per sempre il formato definitivo. Commercialmente per Backdoor è sempre stata una sicurezza, anche quando davvero non lo seguiva più nessuno. Indiscutibile che sia seducente anche per i giovanissimi, che magari lo comprano come feticcio di qualcosa che hanno scaricato. Ma, attenzione è qui il passaggio saliente, che hanno anche amato. E allora pagano una sorta di debito di riconoscenza glorificandolo con la sua rappresentazione migliore: il vinile. In termini di vendite da me è sempre stato preponderante, sempre. Pur in un mondo dove tutto è già disponibile, una buona mossa è stata mettere il codice per il download dentro alle confezioni. Hai i tuoi due formati, legali, e sai di aver supportato un artista e un’etichetta che stimi. Non è una cosa da poco. Risibile magari, ma per me è un bel sinonimo di “acquisto consapevole”. Dovendo dire, lamento un certo aumento di prezzo alla fonte, il rischio è di spremere questa magari piccola ma fedele fetta di mercato e appassionati. In ogni caso, vinile uber alles.

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Passo oltre. Maurizio Blatto, firma di Rumore e chissà che altro. Vecchia scuola, ma i suoi pezzi hanno un quoziente autobiografico quasi più elevato di quello dei blogger. come mai?

Parlare di musica ha ancora senso se riesce a essere narrativi e l’esperienza personale (giudizio, ma anche passione) traspare con evidenza. E allora, essere autobiografici aiuta. Banalmente sono da sempre immerso nella musica e scindere vita e ascolti, spesso ha poco senso.

Io sono anche un grande fan di chi mi racconta quasi sempre la stessa storia (i Fall, Woody Allen, Mark Kozelek, Lansdale…), temo sia un retaggio del mio essere torinese/piemontese, terra dove talvolta la noia e la ripetizione sono della armi di distruzione di massa. Ma sinceramente mi piace chi mi racconta (bene) il suo “ardore” personale, cosa lo entusiasma, perché, il locale elevato a “mondo”, le cazzate quotidiane da cui filtrano verità. Ho voluto che fosse la mia cifra. Stilisticamente poi, ti permette anche di andare avanti all’infinito, mettendoci dentro quasi tutto.

Io sono sinceramente curioso rispetto alle persone che incontro, ma per contraltare detesto facebook (dove non sarò mai), all’interno del quale molti reagiscono di pancia, immediatamente schierati, spesso violenti. Il mio secondo retaggio torinese è un rispetto quasi religioso per l’”educazione”, ammissione che farà di me un old old old school, ma pazienza. Sono saturo di cinghiali, persone che esprimono giudizi non ponderati, rancorosi. Il salto da fanzine a facebook è esattamente questo. Allora raccontavi i cazzi tuoi, ma dovevi stamparli e spedirli. La fatica del farlo implicava una misura e una ponderatezza che oggi sono spesso inesistenti. Il guaio è che non possiamo sempre e a qualsiasi ora dire cose interessanti o intelligenti. Chiaramente ho delirato e tracimato oltre i confini della domanda.

Una volta Pecorari mi rispose una cosa simile, parlando della differenza tra scrivere quello che si pensa e pensare a quello che si scrive. però quello di facebook credo che spesso sia fanatismo, nel senso di “fan” per così dire, cioè, hai a che fare con un amore ed un odio diverso. e le conversazioni noiose su Facebook sono DAVVERO noiose. non lo so. Riguardo al resto, credo che la tua roba funzioni perchè quando leggo un pezzo penso che avrei potuto scriverlo io ma peggio, cioè di essermi trovato in quella situazione esatta con quel gruppo esatto. E questo anche per uno che legge è impagabile, ma forse da un altro punto di vista è la morte della critica e l’inizio di una dimensione narrativa, un po’ alla Rolling Stone. no?

So che a risponderti che non conosco bene lo stile Rolling Stone faccio (again) la figura dello snob, ma è così. Quindi non saprei. Ma di sicuro, dipende dove e su che cosa stai scrivendo. Mytunes, la mia rubrica storica di Rumore (a maggio diventerà un libro), dove prendo una canzone e la uso come perimetro per narrativa e minima storia musicale, è la zona dove mi diverto di più e all’interno della quale sono sicuramente più libero. Se recensisco un disco, invece, allora limito l’autobiografia e giudico. Poi c’è da dire che la critica musicale su carta è ormai cosa ben diversa da quella sul web. Sei per forza di cose in ritardo e io, più che un limite, voglio percepirlo come un lusso. Permettermi una sorta di “ultima parola”, magari formalmente diversa. E quindi più narrativa. I tempi dilatati delle riviste dovrebbero essere un’occasione per una critica anche più netta, fatta tempo dopo. Se ti fai prendere dall’affanno dell’arrivare primo sulle cose, hai già perso in partenza.

Non scrivi mai per qualcuno sul web?

ho scritto, e con piacere, una cosa per il mixtape fanclub,  tanto per cambiare sugli Smiths. Da quando su Rumore non c’è più il privè, lo pubblico sul sito del mio negozio.  Non mi viene in mente altro. Non che mi rifiuti, ma un po’ non me lo chiedono e, soprattutto, non ho davvero tempo. Il lavoro, la famiglia, leggere, ascoltare dischi, i concerti, le mie partite di squash.  Tutto banale, mi rendo conto, ma non rimane molto tempo libero, quindi seleziono.

E poi mi piace anche essere pagato per quello che scrivo. Dopo tanti anni, ritengo sia doveroso (“Doveroso” è rivolto a me stesso; una forma di auto-rispetto per mio lavoro, anche se nessuno lo considera tale). Non che altrove abbondino, ma sul web quasi mai, purtroppo, ci sono risorse.

E leggerlo, invece, lo leggi?

Sì, più di una volta. Seleziono moltissimo anche qui, preferendo quelli che hanno un’idea di fondo. I pochi che sanno essere anche divertenti, lo humour latita drammaticamente nel mondo della scrittura musicale. Non mi piacciono i contenitori di recensioni,

quelli che scimmiottano la carta stampata, i rancorosi a costo zero.

Le riviste su carta mi seducono sempre. Per bellezza e abitudine. Ma anche per comodità. Tieni conto che io non posseggo smartphone o ipad, quindi una bella rivista in borsa o al cesso ha sempre il suo perché. Compro Rumore (non so attendere la mia copia) e Blow Up regolarmente. Talvolta Mojo e Wire.

Recentemente ho messo giù questa specie di teoria secondo cui lo humour fa male alla musica (e per conseguenza alla critica musicale), non so dire perchè esattamente, ma ha questa caratteristica (non tanto lo humour in sè, direi più l’ironia) di mettere tutto in prospettiva e far pensare che in fondo ci sono temi più grossi al mondo. ecco, un po’ quella seriosità tipo “scriviamo di questa cosa e fareste bene ad ascoltarla perchè è importantissima”, nel leggere riviste, mi manca molto. paradossalmente è più probabile trovarla in pezzi che recuperano roba di serie B, musica trash eccetera. 

Capisco quello che dici. E sono d’accordo sulla necessità assoluta di sbilanciarsi e quasi obbligare i lettori ad ascoltare ciò che riteniamo indispensabile. Io lo faccio e se conosco personalmente qualche gruppo (come capita inevitabilmente con gli italiani), ma ritengo siano fenomenali, lo dico espressamente e “spingo”. È più sull’idea generale che manca lo humour, sulla capacità di prendersi alla leggera, anche nelle proprie debolezze di ascoltatore e autore. Sulle manie, sull’approccio alla Calvino Italo (leggerezza “seria”) e non alla Calvino Giovanni (la serietà che divide, di qui i veri, di là i finti). Capisco che a vent’anni sia meno semplice, tendi a essere totalizzante, manicheo. Ma con il tempo sarebbe bene rilassarsi un po’. Anche perché certe verità “passano” persino più facilmente.

Però mi sembra abbastanza chiaro, almeno a me, che le pubblicazioni di musica siano in una fase interlocutoria. Svolta retromaniaca di blow up, in Gran Bretagna mi dicono questo mese la rivista più venduta sia Classic Rock… Non so se è il modo di progettare un futuro, no?

Il passato è sempre sicuro. C’è questa idea che il presente tocchi al web e la storicizzazione alla carta, ma non deve essere necessariamente così. È anche vero che il pubblico che compra le riviste non è un pubblico, per la maggior parte, giovane. Quindi, commercialmente parlando, immagini di dover offrire uno sguardo sul classic rock, più che uno sulla contemporaneità. Quando scopro che c’è ancora gente che vorrebbe un bell’articolo su Hendrix con discografia in chiusura, mi vengono i brividi, ma sono più di quanto si immagini a desiderarlo. Per questo dico che su quel tipo di musica puoi inserirti soltanto con un taglio narrativo. Possiamo ancora dire qualcosa noi, da qui, sui Joy Division? Quando Mojo ha intervistato magari anche il cartolaio dove Ian Curtis comprava le squadrette quando andava alle medie? Onestamente no. Allora l’unica possibilità è il filtro autobiografico, letterario. Che è difficile, perché l’autoreferenzialità può essere rischiosa, ma mi pare l’unica via. E’ vero che Blow Up è molto più retro di una volta, ma sinceramente mi pare che lo faccia sempre con uno sguardo interessante. Poi dipende sempre da chi scrive. Per esempio l’articolo sugli Squallor di Stefano Isidoro Bianchi era un capolavoro. Devo dire che Rumore mi pare un buon compromesso, si è aperto a temi e firme nuove. Io mi aspetto il racconto di qualcosa che non so o non ho “padroneggiato” bene da gente che ha la metà dei miei anni. Sempre che abbia la voglia di impegnarsi seriamente sulla qualità della scrittura. Ogni tanto mi arrivano delle cose scritte con i piedi, accenti a cazzo, nessun controllo ortografico. La sciatteria lessicale è intollerabile, divento una bestia. Nessuno ti ha obbligato a scrivere, non ci sono ritorni effettivi (soldi? promo? fama?), quindi deve per forza piacerti. Allora dimostralo, abbi cura di ciò che fai. A cominciare dal testo delle mail che mi mandi.

Da persona che sta dietro a un banco: il modo in cui un dato disco viene trattato su certe riviste fa ancora cambiare il numero di pezzi venduti?

Onestamente sì. Dipende molto dalla firma, ma si riconosce ancora un’autorevolezza alla recensione. Se sei uno apprezzato, il lettore (che spesso è anche un compratore) si fida. O quantomeno è curioso. La tipologia del cliente che arriva con la rivista con i titoli evidenziati o con la lista della “spesa” (fortunatamente) esiste ancora. Nonostante l’accessibilità immediata, sono in molti a richiedere una “guida” tra le mille uscite.

FAMMI UN ESEMPIO DAI, dimmi un caso in cui funziona così.

A costo di sembrare uno che si autoincensa (la recensione era mia), ti direi “Sparso” degli Altro. Tutti sapevamo che era una grande band e ne avevamo parlato spesso, ma farlo disco del mese su Rumore li ha portati “all’onor del mondo” e le vendite sono state nettamente superiori, perché hanno agganciato  un pubblico diverso. Anche Blow Up incide parecchio, soprattutto sui titoli più “oscuri” o quando aggancia bei dischi di pop laterale come “Descender” di Andrew Wyatt. King Krule disco dell’anno per Rumore l’ha fatto schizzare in alto negli acquisti.

Conosco comunque gente che, a priori, compra i titoli boxati di Rumore e Blow Up. Poi certo, io (come altri negozianti “indipendenti”) faccio la mia parte, ma quantomeno un classico “chi hanno fatto disco del mese?” non scappa mai.

Il Blatto negoziante consiglia dischi diversi dal Blatto giornalista? Io non vendo dischi ma credo che consiglierei dischi diversi. 

Sicuro. Anche perché non sempre recensisco dischi che mi piacciono, raramente richiedo qualcosa e quasi sempre mi vengono assegnati. Da negoziante poi, devi saper consigliare bene generi che magari non sono esattamente i tuoi. Per esempio la psichedelia è un settore rilevante per le vendite, io la conosco bene, ne seguo le uscite, ma ne compro una piccola parte per me. Ci sono poi dischi con i quali ti identifichi e diventa naturale proporre. Per esempio credo che, forse per compiacermi, quasi tutti qui abbiano comprato 1972 di Josh Rouse. In ogni caso io lo ammetto sinceramente “a me non ha fatto impazzire, ma credo potrebbe piacerti”, non c’è nulla di male.

PAGARE LA MUSICA #8 (tomella casuale sul consumo etico)

La cattiva notizia è che la sede tedesca di Amazon (secondo gli standard culturali odierni uno dei massimi liberatori della musica degli anni duemila) è stata accusata da un notiziario di sfruttare i lavoratori, pagarli meno di quanto promesso ed impiegare un servizio di sicurezza di simpatie neonazi. La buona notizia è che su Amazon.it al momento ci sono buoni sconti, tipo (come si può vedere dalla schermata sotto, che ho tirato giù all’inizio di questa settimana) è attivo un 3×2.

 

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Se qualcuno ha un briciolo di dimestichezza con le pezze che mi capita di attaccare qua dentro, avrà abbastanza presente che mi fa schifo parlare di punk perché tutti lo usano come scusa per qualsiasi cosa. L’altra settimana a Sanremo Fazio ha detto la parola punk mentre presentava l’esibizione di Antony. In questo contesto, comunque, viene tentati di usarla. Assieme alle altrettanto orribili parole “anni novanta”, ovviamente: l’idea è che ai vecchi tempi, diciamo così, il commercio dei dischi funzionava in un modo un po’ più etico. Alcuni artisti decidevano (anche) su basi morali/etiche attraverso quali canali far circolare la loro musica e attraverso quali canali NON farla circolare. Non era un periodo particolarmente florido per la mia collezione di dischi. Per ascoltare tutto quel che mi serviva di ascoltare dovevo accamparmi al negozio di dischi, sopportare le facce stirate del venditore a cui chiedevo di ascoltare sei CD in un pomeriggio, farmi qualche amico in giro e scambiare cassette. Niente di eccezionale, lo facevano tutti –beh, tutti quelli che avevano la botta. Alcuni andavano a studiare a Bologna e noleggiavano i CD che ancora lì si poteva (a Cesena aveva chiuso qualche anno prima). Nessuno rompeva le palle alle ragazze con la propria collezione di cassette, specie se aveva una calligrafia orribile tipo me e nessun problema a riempire il lato B di un disco dei Pennywise con mezzo disco dei Pantera (true story).

 

Il CD è uno dei pochissimi beni che dopo l’arrivo dell’euro sono crollati di prezzo. Era possibilissimo andare a comprare dischi nel 1993 e prenderne ad un prezzo che anche oggi al netto di VENT’ANNI DI INFLAZIONE SELVAGGIA viene chiamato “furto” (20 euro). I negozianti che facevano quei prezzi assurdi vent’anni fa, perlopiù, non compravano una BMW nuova ogni tre anni. Vendere dischi è sempre stato un lavoro da gente senza aspirazioni: le distro chiudevano baracca e burattini anche nei momenti di “boom” della discografia, le etichette indipendenti hanno sempre fatto fatica a tirarci fuori due spicci, la maggior parte dei gruppi ha sempre alternato dischi e tour ad un lavoro “vero” per sbarcare il lunario. Quello che è drasticamente cambiato negli ultimi vent’anni, non solo grazie ad internet, è la nostra concezione della musica e del consumo di musica. Oggi i problemi iniziano ad essere altri, chiudono le FNAC, chiudono le HMV e persino i siti dei quotidiani di tanto in tanto ne parlano.

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Qualcuno di noi, nel senso di tutti noi, scarica musica (se usate internet per leggere Bastonate ma non per scaricarvi i dischi avete un GROSSO problema e vi consiglio di farvi visitare quanto prima). Qualcuno di noi giustifica il suo scaricare con qualche terribile paradosso cognitivo di merda tipo “compro tutta la musica che posso” e “non è facile per me trovare dischi in questa città”. Non sono ragionamenti “all’italiana”, sono ragionamenti global di gente che avendo l’occasione di ottenere gratis tutta la musica di cui ha bisogno considera d’improvviso inadeguato o peggio ancora immorale spendere venti euro per un CD o andarselo a cercare in un’altra città. Probabilmente ha ragione, e d’altra parte questo pezzo non parla di tutte ‘ste robe perché vi ci abbiamo già fatto due maroni grossi così.

 

Si dà per scontato, tra appassionati di dischi, che l’obiettivo di un ascoltatore deve essere quello di possedere ogni disco interessante in commercio. Questa cosa ha un senso, naturalmente, perché è stata concepita in una società come la nostra e fa affidamento su una logica incrementale di base secondo cui è possibile mettere in fila ogni argomento dello scibile. In realtà il nostro obiettivo non dovrebbe essere una poderosa collezione di dischi, ma una collezione di dischi soddisfacente. E la musica che ascoltiamo, in linea di principio, dovrebbe avere un valore economico che ne rispetti il valore artistico.

 

Una cosa paradossale a cui ho avuto la fortuna di assistere a un certo punto della mia vita era la vendita al supermercato di uno scatolone che comprendeva un lettore DVD e una sessantina di film (probabilmente in custodie di cartoncino o cose simili) con cui poter riempire diciamo il primo mese di dipendenza da homevideo. Ovviamente erano quasi tutti action/commedie di merda di quelle che non puoi metterle su uno scaffale ed aspettarti che vendano, ma qualche buon titolo c’era. Il prezzo totale dava una buona visione d’insieme del pacchetto: metti che di questi ci sia un solo 20% di film che mi riguarderò (più un altro 15% diviso equamente tra ripescaggi critici futuri e so bad it’s good), già così potremmo dire che è stato un buon affare. Immaginatevi un equivalente discografico spinto di questo scenario: un successone. CENTO dischi ruocke, inappellabilmente da possedere, in bustina di cartone dentro un cofanetto: Electric Ladyland, Pet Sounds, il primo dei Joy Division, Never Mind the Bollocks, Nevermind, Blonde on Blonde, Pornography, Rock for Light, qualche cagata di Marvin Gaye, Ride The Lightning eccetera, totale 300 euro per roba che ha definito la vita di centinaia di milioni di persone. Quattro-cinque cofanetti su questo andazzo, in joint-venture tra una mezza dozzina di etichette discografiche, e per poco più di uno stipendio siete in possesso della discografia dei sogni di Gino Castaldo. Tutti ci hanno guadagnato. (copyright Bastonate, nel caso a qualcuno gli venisse il prurito di fare davvero una minchiata del genere)

 

Il paradosso di cui sopra presuppone l’esistenza di un disturbo compulsivo simile alla bulimia per gli ascoltatori di dischi. La passione per la musica ci si è attaccata addosso a furia di minchiate ascoltate a destra e a manca e di straforo e doppiandosi nastri già rovinati a sufficienza, e questa cosa ci è rimasta dentro come una specie di precipitato filosofico che unisce in malo modo modalità del passato e tecnologia del presente (più o meno allo stesso modo nel quale in linea di principio la gente della mia generazione non riesce ancora a sbattersene i coglioni e si sveglia la domenica per andare a votare un partito, nonostante di partito nella scheda elettorale ne fosse rimasto UNO e non sia riuscito a smacchiare il giaguaro demmerda nemmeno a questo giro che sembrava fatta). Da qualche parte, in fondo alla coscienza, siamo pienamente consapevoli che c’è un motivo per cui i dischi ora costano la metà di quando avevamo diciott’anni, che questa cosa dipende almeno in parte dal fatto che qualcuno in giro per il mondo viene sistematicamente sfruttato o inculato (magari costretto a spedirci pacchetti con opzione max 72 ore in un continuo stato di minaccia, pagato meno di quel che dovrebbe e via di queste, con noi che postiamo la foto su instagram dicendo WOOOW, L’AVEVO ORDINATO NON PIU’ DI DUE GIORNI FAAAA). Decenni di sfruttamento e produzione in paesi sottosviluppati e ancora siamo qua a berci il mito delle economie di scala, e ancora il prezzo di qualsiasi cosa è la discriminante.

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A maggior ragione oggi che i dischi si possono ascoltare in streaming (spotify è arrivato in italia giusto la settimana scorsa) o scaricare illegalmente a botte di cento al giorno, possiamo tranquillamente permetterci di comprare tre-quattro dischi fighissimi al mese pagandoli un prezzo che non mette in mutande qualcuno in giro per la filiera, ritrovarci alla fine dell’anno con cinquanta dischi buoni invece che duecento tra cui trenta buoni e risparmiare soldi sul totale. Non esistono veri e propri effetti collaterali: la collezione di dischi sta diventando sempre più una bega da affrontare quando fai le pulizie e i traslochi, e via di queste. A volte mi scarico un disco da internet perché non ho voglia di cercarmi l’originale nello scaffale, a volte lo scarico per non prendermi la briga di ALZARMI. Vabbè. Sono assolutamente consapevole del fatto che un assunto secondo cui bisogna possedere meno dischi per avere una discografia più buona possa sembrare una stronzata senza senso –del resto sono anche convinto che a fare la spesa al negozietto sotto casa si risparmia un sacco di soldi rispetto al supermercato. In un caso o nell’altro si va incontro a un bivio cognitivo piuttosto noioso: pensare che il salumiere e il venditore di dischi siano roba anacronistica VS pensare che l’anacronismo sia un valore morale appioppato a cazzo a certe cose da qualcun altro. Esiste comunque un modo etico di andare a comprarsi i dischi risparmiando e senza doversi recare per forza al negozio: il sito dell’etichetta, il banchetto ai concerti, la homepage del gruppo eccetera. Puoi donare soldi al gruppo via crowdfunding o via bandcamp, anche se questa cosa del name your price per me è sospetta (quanto si beccano loro? A fronte di cosa?).

 

Non è la prima volta che su questo blog demmerda magazine ci lamentiamo del sensibile peggioramento della qualità globale della musica. Tra le cose che sono più peggiorate, in ogni caso, c’è la fibra morale degli ascoltatori. Vent’anni fa non avremmo perdonato a un gruppo (manco agli AC/DC, credo) di mettere il proprio nome su una bottiglia di birra o su un videogame, di presentarsi a un qualche evento mondano, di vendere dischi su iTunes (vedere anche il post precedente) o peggio ancora di donare la propria musica a uno spot di pannolini o a una serie TV merdosa. Oggi se succede di sentire i Girls nella colonna sonora di Girls ci sembra un grandioso traguardo del gruppo. Non lo è, naturalmente, e dovremmo iniziare a riconsiderare l’idea che la musica di un artista dovrebbe bastare a se stessa, ma siamo disposti a sobbarcarci il costo economico dell’ennesimo cambio di valori?

 

Quando s’è saputo della storia di Amazon, che comunque non ho approfondito più di tanto, ho anche letto pareri tipo “ma sai, son le regole della concorrenza”. Siamo abbastanza bravi a rimuovere la nostra parte di responsabilità in questi moti di sdegno, a piangiucchiare per le ragazze pagate un cazzo nei call center mentre cerchiamo un operatore che ci dia due mesi di chiamate gratis; non è l’unico fattore in gioco, ma è un fattore in gioco. Sono abbastanza convinto che un passo verso la ricostruzione di un briciolo di interesse nella musica che ascoltiamo debba essere necessariamente un passo indietro. Non necessariamente barricarsi dentro un negozio di dischi finchè non sarà passata una tempesta che non passerà (d’altra parte il negoziante che carica 12 euro a titolo è parte del problema, non della soluzione), ma almeno non affidarsi ciecamente a servizi che ti fanno risparmiare per l’evidente ragione che si risparmia e iniziare a

 

  • Chiederci che musica vogliamo ascoltare
  • Comprarla
  • Pagarla quello che vale
  • Pagarla a chi crediamo meriti i soldi
  • Non pagarla a chi crediamo non li meriti nonostante ce ne chieda di meno

 

E boh, in generale iniziare ad assumerci qualche responsabilità.

Una terza per il Record Store Day // Way of the Dark Stores

Questo è il mio contributo autoreferenziale e di nessun interesse al fatto che domani, pioggia o vento o caldo torrido che sia, andrò a spendere una marea di soldi dai ragazzi di Radiation Records in onore della Festa dell’Invendibile.

Quello che per m.c. è stato Nannucci e per kekko il negozio di Cesena (e per tutti voi altri è stato l’equivalente a Milano, Genova, Londra o Terracina), per me è stato Rinascita a Via delle Botteghe Oscure, a Roma, al piano terra di quello che era il palazzo dei Comunisti e poi fu dei post-comunisti e poi di niente, nei locali dove ora ha preso indegnamente sede Il Riformista (ed ecco il più pregnante motivo del mio essere diventato di destra).

Rinascita è stato Il Posto, il mio e l’unico; Rinascita sono per sempre le due di pomeriggio dopo scuola, Rinascita è per sempre i suoi scaffali messi prima perpendicolari all’ingresso (con questa conformazione comprai ad esempio Fun House degli Stooges e Rimmel di De Gregori, quest’ultimo perché andavo al Visconti) e poi paralleli (e lì i dischi non si contano) e il suo commesso giovane, che ho incontrato per caso non più giovane proprio da Radiation e gli volevo bene e mi mancava anche se non ho mai saputo il suo nome, e in ogni caso eravamo di nuovo lì in una Roma di un assurdo 2011 senza più dischi, ma sempre tra gli scaffali di un negozio di dischi (If you need me / I can always be found)

Tutto ciò che ho scritto è, mi rendo conto, drammaticamente e limitatamente solo mio; ma, d’altra parte, non è solo nostra la musica, nella particolare accezione del personalissimo filo rosso che lega le nostre storie portandole, che ne so, da un disco dei Red Hot Chili Peppers (Blood Sugar Sex Magic, era il 1992) alla morte di Cobain, a Psychocandy comprato solo perché me lo ritrovavo tutte le volte mentre cercavo tra gli scaffali e ormai mi sentivo in dovere a Kid A, agli Afterhours, a E’ uscito il nuovo disco degli Smashing Pumpkins?, che era Adore, e un mio amico scappò da scuola a ricreazione per comprarlo nel giorno dell’uscita e tornò con Adore e io morii di FOTTA fino alle cazzo di tredici; ho tante storie da raccontare su Rinascita e su quello che ha significato eppure non ho le parole per dirlo e ho anche un po’ di pudore, pur sapendo, in fondo, che voialtri reietti come me potete capirmi, e potete capire (perché anche per voi è così) che tutti i vostri ricordi degli anni importanti (quegli anni importanti) potreste perfettamente collocarli all’interno di un calendario scandito dai dischi comprati.

Io ricordo:
– Che comprai Mellon Collie and the Infinite Sadness la sera in cui uscì, ma tardi, verso le 18 che era già buio, e piovigginava e poco prima di Rinascita c’era all’angolo una ragazza in lacrime, e quando poi uscii dal negozio lei era lì tutta consolata, abbracciata dal fidanzato, e questa è o non è la cosa più Smashing Pumpkins mai successa? E dove sono loro adesso, sono ancora insieme? Ascoltavano gli Smashing Pumpkins, o si ricordano di quel giorno, in ogni caso? Si ricorda lei di un ragazzino che mentre lei faceva pace con, boh, Piero, passò con la busta di Rinascita un giorno di, boh, ottobre del 1995?
– Che una volta al banco c’era Walter Veltroni che si comprava uno shitload di dischi, tutti jazz e bossanova e cazzivari e io pensai, Che cacata, spendere duecentomilalire e comprarsi solo musica da vecchi (ci sarei finito anch’io). E quei dischi dove sono oggi, ancora a casa di Veltroni? Sono ancora ascoltati, o dimenticati, come i miei? E se i dischi di Veltroni incontrassero i miei oggi si riconoscerebbero, si vorrebbero ancora bene, Oh cazzo, ma tu non eri nel banco Rock Alternativo?, Sì, perch… Oh ma cazzo, tu eri nel banco musica da vecchi vicino a Fela Kuti, come stai, quanto tempo?
– Che comprai la colonna sonora di Boys Don’t Cry il giorno dello scudetto della Lazio, così per ingannare il tempo mentre aspettavo un mio amico per fare i caroselli

Ricordo purtroppo anche le avvisaglie di chiusura, quando la Discoteca Rinascita venne relegata da negozio autonomo a stanzino secondario dentro la libreria, e rimpiango di non aver mai comprato una raccolta di Wadada Leo Smith prima che chiudesse; ricordo la marea di dischi comprati lì, e a pensarci una marea nella marea potevo risparmiarmela, eppure no, sono contento che sia andata così e oggi sarei disposto a spendere cinquecento euro in indie-rock italiano se questo mi desse la possibilità di tornare da Rinascita.

Niente di ciò che è stato sarà ancora, il tempo passa e le cose cambiano e i negozi di dischi chiudono, e domani festeggiamo contro l’ineluttabile, una cosa come l’ultimo ballo sul Titanic o Eco che scrive di quanto sono meglio i libri di carta (anche se noi siamo più simpatici di Eco), e l’unica cosa certa è che i nostri scaffali e i nostri commessi fanno parte di noi, come le chitarre elettriche il basso la batteria e la voce, i concerti,l’attesa dell’uscita, l’odore del booklet – l’adolescenza e il rock, che esistevano ancora.

Signori, è finita, ma è stato un onore servire per voi.

Un’altra per il Record Store Day

immagine presa dal primo link qui sotto

 
Nannucci ha chiuso esattamente due anni fa. Dal 1992 fino a tutto il 2000 ho passato lì dentro più ore della mia vita di quanto fosse ragionevolmente lecito ipotizzare. È stato lì che ho ricevuto il mio battesimo del fuoco, davanti al bancone del reparto musicassette, un pomeriggio dei primi di giugno del ’92; la scuola stava per finire e per festeggiare avevo il permesso di comprarmi una cassetta originale. I miei mi avevano dato venti carte ma io non ero ancora del tutto sicuro su come investirle: Hanno Ucciso l’Uomo Ragno, primo album degli 883 che già mi era stato somministrato più volte via etere courtesy of una programmazione su Radio Deejay da esperimento nazista sul sistema nervoso (da settimane andavano avanti a trasmettere qualsiasi pezzo del disco praticamente ad ogni ora del giorno e della notte), oppure Fear of the Dark, ennesimo album degli Iron Maiden preannunciato da un singolo apripista veramente arrogante, Be Quick or Be Dead, intercettato sempre su Radio Deejay grazie a Nikki, titolare dell’unico programma rock dell’emittente (programma che peraltro andava in onda subito dopo il Deejay Time e quindi ascoltarlo era praticamente automatico)? Il commesso dall’altra parte del banco, un ciccione pelato a cui sarò debitore per il resto dei miei giorni, non aveva dubbi: “prendi questo, è doppio, dura di più”. Mezzo secondo più tardi stavo già trotterellando verso le casse felice come una pasqua, a pagare un album che addirittura era doppio. E in effetti Fear of the Dark durava uno sproposito, ci avrei messo mesi a metabolizzarlo. All’inizio mi piacevano soltanto i primi due pezzi, Be Quick or Be Dead e From Here to Eternity, e il brano in assoluto più demenziale e bamboccesco mai scritto dal gruppo (ma allora non lo sapevo), Weekend Warrior, una porcata sugli hooligans che neanche la più scalcinata delle cover band dei Poison, l’ideale per infiammare i miei basici entusiasmi di bimbo; poi cominciarono a piacermene anche altri di pezzi, tipo The Fugitive, bella ignorante, o Chains of Misery, e perfino la ballatona strappamutande Wasting Love, fomentato dal video su Videomusic che mi era subito sembrato la cosa più blasfema della Terra (e quindi da amare senza riserve). Ma la vera chiave di volta è stata Afraid to Shoot Strangers, una spettacolare cavalcata epica che, chissà come mai, all’inizio non mi diceva un cazzo; quando finalmente mi entrò nel sangue e mi fece drizzare i peletti sulle braccia dall’emozione ero ormai definitivamente preso. Ne volevo ancora. Dovevo prenderne ancora. (Continua a leggere)

Parlando di Record Store Day.

Mia madre mi ha invitato a pranzo a casa sua, le ho detto che sarei arrivato lungo con il lavoro. Non è vero. Esco dall’ufficio alle undici e mezzo e mi metto in auto verso la città. Parcheggio in viale Carducci a Cesena, un paio di vecchie mi stanno guardando da una panchina, sembra abbiano visto Bin Laden. Mi accorgo di avere il disco dei Crash of Rhinos a volume ottanta su cento e i finestrini abbassati. Non capita più così spesso. Scendo dall’auto, le vecchie mi dicono qualcosa sul rumore, metto le cuffie e faccio partire un disco di Malika Ayane sul lettore mp3.

Entro al negozio di dischi sei minuti dopo. Di fronte al negozio c’è un calzolaio, decido di farmi fare un buco aggiuntivo alla cintura. Non mi chiede soldi, io nel frattempo cerco d’immaginarmi come faccia un calzolaio a sopravvivere in centro a Cesena nel 2011. Sarà che le scarpe non te le puoi scaricare. Al negozio ci sono tre persone: uno sta questionando il negoziante, il cui nome non è affatto Fabio, in merito a certi singoli/rarità di Vasco Rossi. Un altro è un amico che fa contovendita in una libreria a una trentina di km da qui. Un altro sta spulciando gli scaffali alla voce sixties/garage/etc. Il negozio di fabio è uno stanzone piuttosto grande, la disposizione dei CD e dei vinili cambia più o meno mensilmente e c’è sempre sa il cazzo quale offerta, tipo il 3×2 sugli usati quasi fisso -spesso anche sui nuovi, etc.

Il negozio di Fabio osserva la rigida regola della socialità temperata autoimposta che i negozianti ed i clienti di questo ambiente non vedono l’ora di mettere in piedi. Per certi versi le regole sono simili a quelle del barbiere di Gran Torino. Entri, insulti il negoziante, il negoziante insulta te. Cesena non è una città cosmopolita, per cui gli insulti a sfondo razziale non hanno senso di esistere, ma tutto il resto è permesso. Sono quasi convinto che prima o poi Fabio estrarrà un fucile a pompa e me lo punterà in faccia per il LOAL.

Quando uno come me entra in un negozio di dischi ha quasi sempre un piano, qualcosa a cui dare la precedenza rispetto a qualcos’altro. Il piano di solito prevede di cercare qualcosa di simpatico, popposo, giovane, divertente e fresco che mi tolga dal fango e mi prepari all’estate. Il piano di solito viene disatteso non appena mi capita sottomano un disco Touch&Go o AmRep o Sub Pop. Il negozio fa il 3×2 sull’usato. C’è la discografia della Blues Explosion, qualche disco dubstep, l’ultimo Third Eye Foundation, un live di Bonnie Prince Billy di cui non so nulla, dischi di indie italiano, certe cose che comprai appena uscite e che vedo a quel banco da quando sono andato. Per un momento considero l’idea di comprare OK Computer e Dig Your Own Hole, poi ci ripenso. Il tizio è passato da Vasco Rossi a certe cose prog anni settanta. Ci si inchiacchiera un po’ tra gli uni e gli altri, piove qualche offesa gratuita e bonaria. Come nei negozi di dischi veri. Non entro qui molto spesso: un paio di volte al mese quando va bene, mediamente una volta al mese e basta. Compro sempre qualcosa. Sto cazzeggiando per giustificare il viaggio di 15 minuti che ho fatto per arrivare a Cesena, giro per gli scaffali e mi ritrovo con dodici dischi in mano. Ho pochi soldi, decido di scremare e scelgo una lista di dischi non-usati che possano fare da prima scelta e tenermi buono per almeno un altro paio di settimane. Il live di Bonnie Prince Billy. La reissue di Goat dei Jesus Lizard e quella del secondo Meat Puppets. Wrung dei Mule perchè non ho resistito e uno degli Arab On Radar (Yahweh Or the Highway). Vado alla cassa e mi faccio fare il conto: Fabio decide che in totale gli devo quaranta euro. Saluto, esco dal negozio e metto le cuffie. C’è ancora Malika Ayane. Nascondo la segreta speranza di incontrare qualche amichetta di tendenza che ha appena comprato un paio di jeans da centotrenta euro e mi sfotte per quello che ascolto. Non incontro nessuno. Salgo in macchina, metto i Meat Puppets, torno a casa.

Se avessi comprato dischi da casa in un mailorder avrei dovuto cercarli su qualche portale, spulciare tra le offerte, mettere le cose nel carrello, fare tutto secondo un ragionamento logico e ferreo e postare qualche insulto a caso su un forum non collegato, e se fosse andata GRASSISSIMA avrei risparmiato qualcosa come cinque euro sugli stessi titoli, che mi sarebbero stati recapitati la settimana successiva. Non che il problema si ponga: su amazon.it tre dischi su cinque non sono disponibili. Gli altri due costano trenta euro in totale.

Sabato pomeriggio è il Record Store Day, giornata deputata all’acquistare dischi nei posti dove si comprano i dischi.

(nota: questo che avete letto fa parte di una serie di “cosi” che noialtri ed alcuni amici stiamo facendo uscire in questa settimana. Li trovate tutti qui.)