Crea sito

Melvins @ Estragon, Bologna (1/12/2009)

(foto di Kekko)

La ragione per cui i Melvins sono ancora qui mentre tutti i loro compagni di strada prima o poi hanno mollato è che la loro visione è più forte di tutto. Più forte del tempo, che passa per tutti ma evidentemente non per la loro musica, sempre sgradevole e sbilenca e opprimente, sempre meravigliosamente ottundente e pervicacemente uguale a sé stessa. Più forte della vita, con tutti i suoi scomodi ostacoli che vanno dalla fame agli stenti alle bollette da pagare alla droga ai mille bassisti che vanno e vengono all’invecchiamento precoce al bisogno intrinseco di trovarsi un lavoro dignitoso. Più forte perfino dei Melvins stessi, che pure ci hanno provato a domarla, ad addomesticarla a uso e consumo di major, network tv e platee avide di marionette cenciose da spremere fino all’ultimo brandello di umanità nei favolosi anni novanta: dischi per Atlantic, videoclip e improvvise manie di grandezza dello scriteriato Joe Preston (d’un tratto convintosi di essere diventato una rockstar) non hanno intaccato l’inossidabile attitudine respingente, molesta e anti-umana che da sempre è il motore del gruppo. Brutti come la fame, pesanti come un macigno da dieci tonnellate rivestito di cemento armato, lenti e implacabili come la morte in un ospizio, i Melvins hanno attraversato indenni oltre un quarto di secolo di storia della musica pesante, creando scene, lambendone di striscio altre, comunque tracciando un segno indelebile in discipline tra le più diverse e disparate tra cui (almeno) metal, noise, doom, ambient, stoner, sludge e ovviamente “grunge”. Continuano a incidere dischi di cui non frega un cazzo a nessuno (a parte il solito nugolo di irriducibili più dissociati di loro) e a portare i loro grugni inguardabili e i loro temibili ventri da birra a spasso per il mondo a una media di un disco-tour all’anno, inarrestabili come un carrarmato pilotato da un mongoloide. Probabilmente soltanto la morte li fermerà. Quella di stasera è soltanto l’ennesima tappa del viaggio. Sul palco iniziano in due; sembra di vedere (e sentire) due spastici al saggio di fine anno. King Buzzo è bruttissimo. Voglio dire, più del solito. Chiunque ha accostato fino alla nausea la sua improponibile zazzera a due modelli: Robert Smith e Telespalla Bob, ma la verità è che lui somiglia piuttosto a una gattara totalmente andata di cervello, una di quelle vecchie svalvolate senza denti che vedi aggirarsi nei rioni blaterando cazzate a caso. Indossa una vestaglia nera con un grosso pentacolo cucito all’altezza delle gambe e probabilmente nella sua mente questa è una trovata simpatica. Il colpo d’occhio provoca il vomito. Dale Crover, da par suo, tracima tessuto adiposo da ogni piega di una maglietta troppo stretta, sbuffa e ansima e sfoggia con strafottenza un quadruplo mento da camionista baffuto da far sembrare marmoreo un budino créme caramel dentro la lavatrice. Ma è quando si aggiungono i nuovi innesti, il bassista-cantante Jared Warren e il secondo batterista Coady Willis, che la serata entra nel vivo. Lo show è diviso in due set dalla durata quasi identica (entrambi attorno ai tre quarti d’ora), il primo incentrato sulle cose più recenti, il secondo sui vecchi classici; i volumi sono impressionanti, il suono di chitarra qualcosa di difficile da immaginare, figuriamoci da sentire: magmatico, ribollente, schiumante, il suono di una fossa di liquami tossici dotati di vita propria. L’incedere delle batterie un meccanismo infernale che ridefinisce il concetto stesso di “metronomico”. L’aria si fa pesante, il pavimento trema: è come se il terreno si preparasse da un momento all’altro a spalancarsi in una voragine senza fondo né scopo. Sembra di assistere a un rituale pagano di cui soltanto gli officianti conoscono le regole; la sensazione, incancellabile, è di qualcosa di pericoloso, tenebrosamente imponente, malsano, qualcosa di profondamente sbagliato che si insinua inesorabile fin dentro alle ossa, a cui è del tutto inutile opporre resistenza. Come rimanere, ammaliati, immobilizzati, a contemplare l’abisso. Quando l’ultima nota si dissolve nell’aria è come se una mano invisibile avesse allentato la stretta alla nostra gola. Concerto dell’anno, se non fossimo sul pianeta Terra ma in qualche universo parallelo lovecraftiano, agghiacciante a partire dal nome, tipo R’lyeh. Terminale.

P.S.: l’inizio del concerto tre quarti d’ora prima dell’orario indicato ci ha impedito di assistere alla performance dei Porn. Bestemmie a iosa.

(foto di Kekko)

Tanto se ribeccamo: Count Raven

booklet_12_1

Da sempre, dire Count Raven equivale a evocare un culto sotterraneo, quasi dimenticato dai più quanto, al contrario, sempre vivo e presente nei cuori degli iniziati; di quel minuscolo fuoco ardente che fu la scena doom dei primi anni novanta i Count Raven erano la fiamma che bruciava con più convinzione nelle retrovie, lontani dagli onori giustamente tributati ai colossi Saint Vitus e Obsessed quanto dalla (comunque spesso apprezzabilissima) manovalanza di meteore quali Unhorthodox, Wretched o Year Zero. Fieramente detentori di un suono ultraclassico, immediatamente catalogabile eppure allo stesso tempo personalissimo e inimitato, riuscirono a isolare la componente più ancestrale, sulfurea e perversamente esoterica dell’heavy rock sintetizzato dai Black Sabbath nei primi cinque dischi amplificandone a dismisura l’effetto straniante e la portata angosciosa, grazie anche alla voce (dal secondo disco in poi) del leader, chitarrista e compositore unico del 99% del materiale, Dan “Fodde” Fondelius, che dell’Ozzy più sguaiato, smodato e intemperante era qualcosa come il clone maligno e spietato. Quattro album emessi tra il 1990 e il 1996 sono le pietre angolari del culto, a svettare tra essi High On Infinity (1993), che porta in sé le stimmate del capolavoro: in una spirale senza fondo di angosciose visioni e fantasie malsane, il gruppo forza la mano a una serie di suggestioni morbose dell’animo rendendole realizzabili (e realizzate), ridefinendo in toto il concetto stesso di “ossianico”. Nel 1996 l’ultimo atto Messiah of Confusion, penalizzato da una copertina francamente rivoltante (una foto virata in rosso di un teschio umano intasato di vermi e sterpaglie, accanto al titolo un’immagine di Charles Manson ripetuta tre volte in diverse tonalità), comunque efficace nel riproporre una nuova galleria degli orrori con efficacia e persuasione del tutto intatte, tra invocazioni ad allucinanti divinità addormentate e deliranti profezie da fine del mondo imminente. Poi più nulla, a seguito del tracollo di Hellhound, la storica etichetta berlinese che in quegli anni fu un vero e proprio faro catalizzatore dell’intero movimento, e di cui i Count Raven erano finiti per diventare le “teste di serie” più importanti subito dopo Saint Vitus e Obsessed. Lo stesso doom sound oscuro e irrimediabilmente “fuori dal tempo” di cui quelle band erano state portabandieta per più di un lustro quasi sparisce dalla circolazione, sorpassato a destra dallo sludge di scuola americana e a sinistra dall’allora nascente ma già virulenta scena stoner; sembra siano passati secoli. Nel 2003 la macchina torna a funzionare grazie a un’inaspettata reunion per una brevissima serie di date live. Si direbbe poco meno di un estemporaneo revival, senonchè Fondelius rientra in possesso dei master originali e, tra il 2005 e il 2006, ristampa l’intera discografia (cambiando il solo artwork di Messiah of Confusion, sostituendo l’immagine di copertina con una più canonica panoramica cimiteriale), nel frattempo totalmente scomparsa dalla circolazione; iniziano a circolare voci riguardanti un nuovo album sotto la sigla Count Raven (Fondelius aveva nel frattempo formato una nuova band, Doomsday Gouvernment, di cui fisicamente esistono giusto un paio di tracce incluse su compilation letteralmente introvabili), ma il marchio scompare di nuovo a metà 2006, e il silenzio sembra questa volta definitivo. È recente la pubblicazione per I Hate Records di Mammons War, inatteso e in un certo senso imprevisto ritorno con un lavoro di inediti, il quinto, proprio quando ricorre il ventennale della band – che ormai è un’esclusiva del solo Fondelius, unico superstite della formazione originale. Il disco è BELLO, di quella bellezza che deriva dalla ripetizione di un canovaccio la cui comprovata efficacia non teme lo scorrere del tempo; nuovamente capace di trasportare l’ascoltatore in una dimensione parallela, onirica e misticheggiante, punteggiata delle solite farneticanti divinazioni (Seven days, The poltergeist), allucinanti visioni (la sconvolgente title-track, To kill a child, che pure torna sul luogo del delitto, dove in Children’s holocaust – da High on Infinity – si parlava di “sodomizzare i propri figli“…) e sgangherate dichiarazioni d’amore a entità non si sa quanto evanescenti (Nashira, uno dei momenti più belli dell’intero album), Mammons War nel suo incedere poderoso e meravigliosamente prevedibile perpetua in sé l’incrollabile tenacia e tutta la fiera austerità dei culti minori.

Inizia oggi una nuova rubrica di Bastonate, si chiama Tanto se ribeccamo e parla di reunion strampalate, rabberciate, inattese.