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Maurizio Blatto

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Se scoppiasse la guerra dei giornalisti musicali, con da una parte i ragazzetti della critica (alcuni dei quali vanno verso i quaranta) infoiati giovani sparasentenze e flippati di web, e dall’altra i vecchi bacucchi (alcuni dei quali poco sopra i venti) ossessionati dalla professionalità e dal senso della misura, l’unico che potrebbe portare la pace sarebbe Maurizio Blatto. Di giorno lavora in un negozio di dischi (Backdoor) a Torino, di notte scrive di musica. Ha pubblicato un libro, s’intitola L’ultimo disco dei mohicani, che secondo me dovreste leggere. Lo intervisto oggi perchè domani è il Record Store Day.

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A quanto ricordo sei sempre stato piuttosto critico nei confronti del Record Store Day. L’anno scorso fu una cosa abbastanza comica, in effetti: ricordo per dire che l’evento ufficiale milanese fu tenuto inun teatro, il Dal Verme, con un banchetto dei negozianti che volevano aderire nell’anticamera. Ecco, suppongo che sia un po’ il punto da cui partire.

È vero. Non mi è mai piaciuto moltissimo il RSD. Ho sempre avuto la sensazione di essere il panda che si incazza con il WWF e dice “Ma ve l’ho chiesto io?”. Non è snobismo, malattia dalla quale sono tutt’altro che indenne, ma un’analisi dei fatti. Ne ho scritto con il consueto medio livore su Rumore di aprile, e ricapitolo velocemente. Chi ha un negozio di dischi, un certo tipo di atteggiamento ce l’ha sempre, ogni giorno. Altrimenti sarebbe già morto, con la serranda tirata giù, sul gozzo. Everyday is a record store day, credimi, per passione vera e sopravvivenza conseguente. Vale a dire che se hai un negozio di dischi e non condividi ed esprimi la tua comune malattia con i clienti, allora “non sei”. Poi le pubblicazioni “esclusive” per il Record Store Day, ecco qui c’è da ridere. La maggior parte sono schifezze e quelle intriganti (torno a dire, con buone eccezioni italiane, citofonare Audioglobe) e straniere vanno direttamente su Amazon e la Fnac. Quelli sono i cari e vecchi negozi di dischi che vogliamo preservare? Sì? I luoghi poco puliti in cui annusiamo i nostri simili? Sì? E se poi vogliamo festeggiare ugualmente, non sarò certo io ad andare a recitare i Vespri e a tirarmi indietro. Ma ecco, per dire, da Backdoor l’hanno scorso abbiamo pranzato dentro il negozio, con tanto di panche, sgabelli, gorgonzola, cotoletta in carpione (letale) e megamix selezionato di sottofondo. Questa mi pare una forma di appartenenza migliore di un 7” di qualche folksinger bollito con una versione alternativa sul lato b pubblicato, apparentemente, soltanto per il nostro godere. Io li amo quasi tutti i negozi di dischi, gli scatoloni ai mercati e i banchetti ai live. E faccio spesso un gesto apparentemente situazionista: ci compro qualcosa. Buffo? Non siamo lì per quello?

Giusto per tirare giù qualche numero: di quante persone è composta la clientela di un negozio di dischi come il tuo? Quanti di questi sono ultra-affezionati e quanti no? quanto incide il RSD rispetto al normale venduto?

Difficile stimare una clientela, ma lo zoccolo duro si aggira intorno a una cinquantina di persone, forse qualcosa di più. Poi, fortunatamente ci sono gli occasionali, i clienti per corrispondenza e gli “stagionali”, come i camerieri estivi, gente che viene e poi sparisce. Tra gli ultra affezionati c’è poi un manipolo di eroi con il quale condivido legami di amicizia strettissimi. Anche al di fuori del negozio. Il RSD non incide molto, francamente. Ci sono questi tipi, per me incomprensibili, che vedi soltanto in quell’occasione, ma tanto è gente che cerca edizioni che manco si trovano a Londra e New York. E loro pensano di pescarne venti copie da me, che nonostante tutto cerco di spiegargli la bellezza di tante stampe “ordinarie”. Così mi sono innervosito e l’anno scorso ho preparato una cinquantina di “fake”. Tarocchi del RSD. Ho preso delle schifezze di 7”, merda che non voleva nessuno nemmeno a 50 centesimi e ci ho incollato un’etichetta con scritto “esclusiva Backdoor Record Store Day 2013”. La gente non sapeva come comportarsi, ma comunque, nell’incertezza, li prendeva. Ne sono certo, diventeranno rari anche quelli, mi aspetto di trovarli su ebay fotografati da qualche gonzo.

Se uno lavora un po’ di testa su quello che dici viene naturale pensare che uno dei principali nemici del negozio di dischi sia quello che moltissimi dicono che lo salverà, vale a dire il mercato delle edizioni speciali e dei tripli vinili e insomma la roba per i collezionisti. che in realtà sottintende l’esatto contrario dello spirito con cui sono sempre entrato nei negozi -nel senso, l’edizione super-speciale e super-costosa presuppone acquirenti che sappiano già qualunque cosa del gruppo che stanno comprando, mentre in un negozio si entra per scoprire cose nuove, vedere una copertina ed essere stregati, eccetera… no?

Sì, io sono d’accordo con te. Anche perché come sempre, in quell’ambito si è esagerato. Ormai è tutto limitato, numerato, deluxe, handmade. Troppo. A me piace la cura dei dettagli, l’amore che traspare per l’oggetto, ma non apprezzo quelli che fanno dieci copie con dentro le fotografie, un filo d’erba del giardino, i capelli della fidanzata, che li esauriscono dopo due minuti e quando provi a ordinarli ti dicono “bastava muoversi in fretta”. Pregare ai convertiti o produrre per la tua bocciofila non mi entusiasma. Facciamo le cose nella speranza di diffonderle e che vengano apprezzate. Pagate il giusto, ma pagate. Sembra ormai che tutto debba essere esclusivo, che (l’apparente) normalità di un bel disco non interessi più. Distorsioni della pseudo modernità. Una volta ho visto la pubblicità di Eataly con un pompelmo in edizione limitata. Ecco, di fronte al pompelmo in edizione limitata, io preferisco la scatoletta di tonno.

E la questione vinile VS CD? Leggo settimanalmente di questa rinascita del mercato per merito del vinile. L’altro mese è uscita fuori una statistica secondo cui in gran bretagna si vendono tipo seicentomila vinili all’anno, per cui insomma, un po’ poco. Come stai messo tu in merito alla questione?

Io sono sempre stato un fan del vinile, ma non un talebano, nel senso che compro anche cd. Ma il vinile è e rimarrà per sempre il formato definitivo. Commercialmente per Backdoor è sempre stata una sicurezza, anche quando davvero non lo seguiva più nessuno. Indiscutibile che sia seducente anche per i giovanissimi, che magari lo comprano come feticcio di qualcosa che hanno scaricato. Ma, attenzione è qui il passaggio saliente, che hanno anche amato. E allora pagano una sorta di debito di riconoscenza glorificandolo con la sua rappresentazione migliore: il vinile. In termini di vendite da me è sempre stato preponderante, sempre. Pur in un mondo dove tutto è già disponibile, una buona mossa è stata mettere il codice per il download dentro alle confezioni. Hai i tuoi due formati, legali, e sai di aver supportato un artista e un’etichetta che stimi. Non è una cosa da poco. Risibile magari, ma per me è un bel sinonimo di “acquisto consapevole”. Dovendo dire, lamento un certo aumento di prezzo alla fonte, il rischio è di spremere questa magari piccola ma fedele fetta di mercato e appassionati. In ogni caso, vinile uber alles.

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Passo oltre. Maurizio Blatto, firma di Rumore e chissà che altro. Vecchia scuola, ma i suoi pezzi hanno un quoziente autobiografico quasi più elevato di quello dei blogger. come mai?

Parlare di musica ha ancora senso se riesce a essere narrativi e l’esperienza personale (giudizio, ma anche passione) traspare con evidenza. E allora, essere autobiografici aiuta. Banalmente sono da sempre immerso nella musica e scindere vita e ascolti, spesso ha poco senso.

Io sono anche un grande fan di chi mi racconta quasi sempre la stessa storia (i Fall, Woody Allen, Mark Kozelek, Lansdale…), temo sia un retaggio del mio essere torinese/piemontese, terra dove talvolta la noia e la ripetizione sono della armi di distruzione di massa. Ma sinceramente mi piace chi mi racconta (bene) il suo “ardore” personale, cosa lo entusiasma, perché, il locale elevato a “mondo”, le cazzate quotidiane da cui filtrano verità. Ho voluto che fosse la mia cifra. Stilisticamente poi, ti permette anche di andare avanti all’infinito, mettendoci dentro quasi tutto.

Io sono sinceramente curioso rispetto alle persone che incontro, ma per contraltare detesto facebook (dove non sarò mai), all’interno del quale molti reagiscono di pancia, immediatamente schierati, spesso violenti. Il mio secondo retaggio torinese è un rispetto quasi religioso per l’”educazione”, ammissione che farà di me un old old old school, ma pazienza. Sono saturo di cinghiali, persone che esprimono giudizi non ponderati, rancorosi. Il salto da fanzine a facebook è esattamente questo. Allora raccontavi i cazzi tuoi, ma dovevi stamparli e spedirli. La fatica del farlo implicava una misura e una ponderatezza che oggi sono spesso inesistenti. Il guaio è che non possiamo sempre e a qualsiasi ora dire cose interessanti o intelligenti. Chiaramente ho delirato e tracimato oltre i confini della domanda.

Una volta Pecorari mi rispose una cosa simile, parlando della differenza tra scrivere quello che si pensa e pensare a quello che si scrive. però quello di facebook credo che spesso sia fanatismo, nel senso di “fan” per così dire, cioè, hai a che fare con un amore ed un odio diverso. e le conversazioni noiose su Facebook sono DAVVERO noiose. non lo so. Riguardo al resto, credo che la tua roba funzioni perchè quando leggo un pezzo penso che avrei potuto scriverlo io ma peggio, cioè di essermi trovato in quella situazione esatta con quel gruppo esatto. E questo anche per uno che legge è impagabile, ma forse da un altro punto di vista è la morte della critica e l’inizio di una dimensione narrativa, un po’ alla Rolling Stone. no?

So che a risponderti che non conosco bene lo stile Rolling Stone faccio (again) la figura dello snob, ma è così. Quindi non saprei. Ma di sicuro, dipende dove e su che cosa stai scrivendo. Mytunes, la mia rubrica storica di Rumore (a maggio diventerà un libro), dove prendo una canzone e la uso come perimetro per narrativa e minima storia musicale, è la zona dove mi diverto di più e all’interno della quale sono sicuramente più libero. Se recensisco un disco, invece, allora limito l’autobiografia e giudico. Poi c’è da dire che la critica musicale su carta è ormai cosa ben diversa da quella sul web. Sei per forza di cose in ritardo e io, più che un limite, voglio percepirlo come un lusso. Permettermi una sorta di “ultima parola”, magari formalmente diversa. E quindi più narrativa. I tempi dilatati delle riviste dovrebbero essere un’occasione per una critica anche più netta, fatta tempo dopo. Se ti fai prendere dall’affanno dell’arrivare primo sulle cose, hai già perso in partenza.

Non scrivi mai per qualcuno sul web?

ho scritto, e con piacere, una cosa per il mixtape fanclub,  tanto per cambiare sugli Smiths. Da quando su Rumore non c’è più il privè, lo pubblico sul sito del mio negozio.  Non mi viene in mente altro. Non che mi rifiuti, ma un po’ non me lo chiedono e, soprattutto, non ho davvero tempo. Il lavoro, la famiglia, leggere, ascoltare dischi, i concerti, le mie partite di squash.  Tutto banale, mi rendo conto, ma non rimane molto tempo libero, quindi seleziono.

E poi mi piace anche essere pagato per quello che scrivo. Dopo tanti anni, ritengo sia doveroso (“Doveroso” è rivolto a me stesso; una forma di auto-rispetto per mio lavoro, anche se nessuno lo considera tale). Non che altrove abbondino, ma sul web quasi mai, purtroppo, ci sono risorse.

E leggerlo, invece, lo leggi?

Sì, più di una volta. Seleziono moltissimo anche qui, preferendo quelli che hanno un’idea di fondo. I pochi che sanno essere anche divertenti, lo humour latita drammaticamente nel mondo della scrittura musicale. Non mi piacciono i contenitori di recensioni,

quelli che scimmiottano la carta stampata, i rancorosi a costo zero.

Le riviste su carta mi seducono sempre. Per bellezza e abitudine. Ma anche per comodità. Tieni conto che io non posseggo smartphone o ipad, quindi una bella rivista in borsa o al cesso ha sempre il suo perché. Compro Rumore (non so attendere la mia copia) e Blow Up regolarmente. Talvolta Mojo e Wire.

Recentemente ho messo giù questa specie di teoria secondo cui lo humour fa male alla musica (e per conseguenza alla critica musicale), non so dire perchè esattamente, ma ha questa caratteristica (non tanto lo humour in sè, direi più l’ironia) di mettere tutto in prospettiva e far pensare che in fondo ci sono temi più grossi al mondo. ecco, un po’ quella seriosità tipo “scriviamo di questa cosa e fareste bene ad ascoltarla perchè è importantissima”, nel leggere riviste, mi manca molto. paradossalmente è più probabile trovarla in pezzi che recuperano roba di serie B, musica trash eccetera. 

Capisco quello che dici. E sono d’accordo sulla necessità assoluta di sbilanciarsi e quasi obbligare i lettori ad ascoltare ciò che riteniamo indispensabile. Io lo faccio e se conosco personalmente qualche gruppo (come capita inevitabilmente con gli italiani), ma ritengo siano fenomenali, lo dico espressamente e “spingo”. È più sull’idea generale che manca lo humour, sulla capacità di prendersi alla leggera, anche nelle proprie debolezze di ascoltatore e autore. Sulle manie, sull’approccio alla Calvino Italo (leggerezza “seria”) e non alla Calvino Giovanni (la serietà che divide, di qui i veri, di là i finti). Capisco che a vent’anni sia meno semplice, tendi a essere totalizzante, manicheo. Ma con il tempo sarebbe bene rilassarsi un po’. Anche perché certe verità “passano” persino più facilmente.

Però mi sembra abbastanza chiaro, almeno a me, che le pubblicazioni di musica siano in una fase interlocutoria. Svolta retromaniaca di blow up, in Gran Bretagna mi dicono questo mese la rivista più venduta sia Classic Rock… Non so se è il modo di progettare un futuro, no?

Il passato è sempre sicuro. C’è questa idea che il presente tocchi al web e la storicizzazione alla carta, ma non deve essere necessariamente così. È anche vero che il pubblico che compra le riviste non è un pubblico, per la maggior parte, giovane. Quindi, commercialmente parlando, immagini di dover offrire uno sguardo sul classic rock, più che uno sulla contemporaneità. Quando scopro che c’è ancora gente che vorrebbe un bell’articolo su Hendrix con discografia in chiusura, mi vengono i brividi, ma sono più di quanto si immagini a desiderarlo. Per questo dico che su quel tipo di musica puoi inserirti soltanto con un taglio narrativo. Possiamo ancora dire qualcosa noi, da qui, sui Joy Division? Quando Mojo ha intervistato magari anche il cartolaio dove Ian Curtis comprava le squadrette quando andava alle medie? Onestamente no. Allora l’unica possibilità è il filtro autobiografico, letterario. Che è difficile, perché l’autoreferenzialità può essere rischiosa, ma mi pare l’unica via. E’ vero che Blow Up è molto più retro di una volta, ma sinceramente mi pare che lo faccia sempre con uno sguardo interessante. Poi dipende sempre da chi scrive. Per esempio l’articolo sugli Squallor di Stefano Isidoro Bianchi era un capolavoro. Devo dire che Rumore mi pare un buon compromesso, si è aperto a temi e firme nuove. Io mi aspetto il racconto di qualcosa che non so o non ho “padroneggiato” bene da gente che ha la metà dei miei anni. Sempre che abbia la voglia di impegnarsi seriamente sulla qualità della scrittura. Ogni tanto mi arrivano delle cose scritte con i piedi, accenti a cazzo, nessun controllo ortografico. La sciatteria lessicale è intollerabile, divento una bestia. Nessuno ti ha obbligato a scrivere, non ci sono ritorni effettivi (soldi? promo? fama?), quindi deve per forza piacerti. Allora dimostralo, abbi cura di ciò che fai. A cominciare dal testo delle mail che mi mandi.

Da persona che sta dietro a un banco: il modo in cui un dato disco viene trattato su certe riviste fa ancora cambiare il numero di pezzi venduti?

Onestamente sì. Dipende molto dalla firma, ma si riconosce ancora un’autorevolezza alla recensione. Se sei uno apprezzato, il lettore (che spesso è anche un compratore) si fida. O quantomeno è curioso. La tipologia del cliente che arriva con la rivista con i titoli evidenziati o con la lista della “spesa” (fortunatamente) esiste ancora. Nonostante l’accessibilità immediata, sono in molti a richiedere una “guida” tra le mille uscite.

FAMMI UN ESEMPIO DAI, dimmi un caso in cui funziona così.

A costo di sembrare uno che si autoincensa (la recensione era mia), ti direi “Sparso” degli Altro. Tutti sapevamo che era una grande band e ne avevamo parlato spesso, ma farlo disco del mese su Rumore li ha portati “all’onor del mondo” e le vendite sono state nettamente superiori, perché hanno agganciato  un pubblico diverso. Anche Blow Up incide parecchio, soprattutto sui titoli più “oscuri” o quando aggancia bei dischi di pop laterale come “Descender” di Andrew Wyatt. King Krule disco dell’anno per Rumore l’ha fatto schizzare in alto negli acquisti.

Conosco comunque gente che, a priori, compra i titoli boxati di Rumore e Blow Up. Poi certo, io (come altri negozianti “indipendenti”) faccio la mia parte, ma quantomeno un classico “chi hanno fatto disco del mese?” non scappa mai.

Il Blatto negoziante consiglia dischi diversi dal Blatto giornalista? Io non vendo dischi ma credo che consiglierei dischi diversi. 

Sicuro. Anche perché non sempre recensisco dischi che mi piacciono, raramente richiedo qualcosa e quasi sempre mi vengono assegnati. Da negoziante poi, devi saper consigliare bene generi che magari non sono esattamente i tuoi. Per esempio la psichedelia è un settore rilevante per le vendite, io la conosco bene, ne seguo le uscite, ma ne compro una piccola parte per me. Ci sono poi dischi con i quali ti identifichi e diventa naturale proporre. Per esempio credo che, forse per compiacermi, quasi tutti qui abbiano comprato 1972 di Josh Rouse. In ogni caso io lo ammetto sinceramente “a me non ha fatto impazzire, ma credo potrebbe piacerti”, non c’è nulla di male.

Cronistoria del LOAL

il giorno 31 gennaio sul forum del Mucchio (ci scrivo da quand’ero giovane, sul forum, non sulla rivista) qualcuno posta una gif animata:

Passo il successivo minuto e mezzo in modalità facepalm rendendomi conto che questo mese il Mucchio e Rumore avranno la stessa artista in copertina con la stessa cosa. Più due ore e mezzo a farmi mesmerizzare dalla gif, che a quanto ne so è stata realizzata dall’amico Copons.  Il tempo di uscire dallo stato catatonico e febbraio è iniziato già da mo’, con le accuse e le vicendevoli coltellate che scaldano gli animi e imbarbagliano la situazione.

L’intervista esclusiva era stata assegnata a Rumore, questa cosa la si viene a sapere da subito: Rumore aveva anche scatti in esclusiva, ma non erano buoni quanto l’immagine poi finita in copertina. La quale, essendo disponibile a tutti, è stata messa in copertina anche dall’altra rivista. Non sono in molti a risparmiare critiche al Mucchio, che già per conto suo non è che stia vincendo il Premio Simpatia (sta andando avanti da due anni una guerricciola su tre fronti che si sputano addosso a vicenda). Veder volare gli stracci tra direttori, ex direttori, redattori ed ex redattori è diventato un brutto spettacolo da diverso tempo. Il comunicato di Rumore è di lunedì mattina. Rossano Lo Mele non vola bassissimo:

 Ho amici e colleghi che lavorano lì. Li rispetto e li leggo. Non ho rispetto invece per chi ci ha preso in giro. Noi lavoriamo in modo corretto e scrupoloso, senza pestare i calli a nessuno. Che situazione è quella in cui ci troviamo addirittura costretti a chiedere scusa di aver rispettato le regole?

Lunga storia. Il giorno successivo esce il comunicato del Mucchio, il quale cerca di buttare acqua sul fuoco.

Di sicuro tutto ha preso una piega brutta, al limite del tragicomico, una volta visto che sia Rumore sia Il Mucchio uscivano in edicola con la stessa, identica foto. Ma il nostro ragionamento era stato “All’altro giornale, oltre all’intervista dedicata, avranno dato anche degli scatti dedicati, non useranno certo per la copertina quello a disposizione di tutti”. Non era voluto.

Negli stessi giorni inizia a montare una polemica sul fatto che stanno togliendo la storia dell’arte dalle scuole, cosa che per parte non è vera (o non è esatta) e per parte mi scalda un po’ l’anima pensando a certa gente che si beccava degli otto e mezzo e dei nove in disegno e storia dell’arte e ora fa il commercialista e gli apericena in piazza Aldrovandi (io avevo la media del cinque e giustamente faccio il sementiero, ma sto comunque continuando a fare i disegnini col pennarello nelle pause pranzo e ne so a pacchi di gente tipo , BRAVO FRANCI, STIMATI). Saltiamo la polemica, passiamo oltre.

(Fun fact: il comunicato di Rumore e quello del Mucchio sulla vicenda hanno LO STESSO TITOLO. Che è più o meno lo stesso titolo anche di un pezzo di Marina Pierri su Wired a commento)

In giro si inizia a creare il classico clima da controriforma, tipo questo post dell’amico Colasanti (datato ieri) in cui viene lanciata qualche sacrosanta bombetta:

Sarebbe bello, e forse anche giusto, cominciare davvero a entrare nel merito delle cose, e analizzare una volta per tutte cos’è che sta uccidendo un mestiere nato quasi già morto.
Discutere del perché le riviste hanno perso parte del loro appeal, e del perché non ci siano alle orizzonte grossi cambiamenti.

Opinione condivisa dall’amico Ceccain questo sfogo del giornio prima su Facebook.

Basta le stesse copertine, sì!, ma anche basta con le recensioni del cavolo, con articoli di aria fritta, basta con la poca attenzione data alla musica dal vivo e basta all’omologazione! La verità è che siete tutte diventate illeggibili.

Il problema potrebbe diventare serio da qui in poi: nei commenti al pezzo viene dato sfogo a qualche opinione sui contenuti, sul fatto che le riviste siano troppo modaiole, seguano poco i gruppi, abbiano recensioni del cavolo appunto, e via di queste. A un certo punto interviene l’ex direttore del Mucchio Max Stefani, che attualmente dirige la rivista Outsider di cui mi ero già occupato in passato. La mette giù pesa:

il problema è che in edicola ci sono tre riviste uguali: Mucchio, Rumore, Blow Up. Forse ne basterebbe una sola?

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Ma il direttore di Mucchio ne ha fatte molto peggio purtroppo…

E via di queste. La più pesante, comunque, è sulla bacheca FB di Gabriele Barone, nella quale Stefani interviene con

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E poi si passa ad altro. Il direttore di Outsider inizia a promuovere il nuovo Outsider, che in copertina in effetti non ha St. Vincent.

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Manco brutta, cioè, a me piace abbastanza questa cosa del monocromo giallone sul bianco e nero, immagino ci sia anche un modo tecnico di chiamare questa cosa. L’affare-St.Vincent diventa una specie di meme, escono immagini di copertine fake di riviste (la prima è Rolling Stone, qualcuno ci crede) che mi portano, buon ultimo e per nulla divertente, a cambiare il logo di Bastonate, così per menare il torrone un altro po’. E poi tutto si spegne e immagino che questa cosa sia servita di lezione un po’ a tutti.

 

 

E poi esce il numero di Febbraio del Buscadero, e Carlo Bordone scatta una foto alla copertina. che è

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Marco Pecorari

Marco Pecorari (o Il Pecora o Peco o Pec o direttamente P  però inserendo Er davanti) viene da una cittadina in provincia di Ferrara, io sono un razzista e posso dire che queste cose non aiutano il carattere. Marco Pecorari scrive di musica e figura come metà del blog più bello e peggio tenuto dell’internet italiano, che si chiama Spadrillas in da Mist ed è ricomparso qui dentro giusto ieri dopo un congelamento piuttosto lungo. Se lo conoscete sapete che con il Pecora non si sta mai parlando  di una sola cosa, quindi si inizia un mesetto fa chiedendogli che musica sta ascoltando e si incrociano le dita. Avviso: siamo intorno alle cinquantamila battute e quindi non ho inserito link o altro. Vado a capo, poi il grassetto è mio e il non grassetto è suo.

Che musica stai ascoltando?

Dici in questo momento? italiana: Ooze da trieste, sludge. Sonic Jesus da non so. Roba mi dicono alla BJM e Dead Skeletons, gruppi che non ho mai ascoltato. Mi piaciono.

Straniera: Exuma, un personaggio assurdo della Florida ma originario delle Bahamas che parla di robe strane, che ovviamente è già morto.

Ti riporto una recensione di una tipa su amazon, della Florida. Come tutte le persone ignoranti ignora che il tipo abitava nel suo stato e non in Africa:

Please know what you are ordering here and try and ignore the “avant-garde, trendy, b.s.” spewed about the wonders of this music. I have been listening to music from many countries in a quest to learn more about the spirit and sounds of countries I have yet to visit, Africa being one of them. And in actuality, the music I have heard from many, many African artists is amazing!!! My absolute favorite country for beautiful, loving and soulful music.

This is NOT that. Not in any way, shape or form. Make no mistake….

Based on the previous reviews for Exuma I and II, I bought both Exuma I and II. I cannot get through either one of them. The music is pure evil. It speaks repeatedly of Satan, hell, fire, death, demons, devils, zombies, even including satan’s reincarnation in the birth of a child. This is disgusting. I am no prude, believe me. But, I could write a book about what’s wrong with this music. Is this some sort of devil worshiping crowd pleaser? Otherwise, I cannot imagine any sane person listening to it.

Please know I would describe this music as repulsive, repugnant and offensive.

I am returning both CD’s and should probably have my car blessed with holy water.

Cathy S., Gainesville, FL.

Oh, I WAS FORCED to give this nightmare “music” one star in order to submit this review. Honestly, if ever there was a call for it – this could be rated on a negative scale.

Per il resto ti dico: è un periodo che vedo molto più che ascoltare, molti film italiani del periodo anni ’70, serie americane non trasmesse in italia o trasmesse col contagocce. Ieri ho visto un documentario bellissimo, me lo sono sognato di notte. E’ una storia tipo L’Amico Ritrovato, solo che i protagonisti sono il serbo Vlade Divac e il croato Drazen Petrovic. Non penso ci sia bisogno di aggiungere altro, chi non sa di cosa stiamo parlando o si informi o non è degno. Ah, il titolo è Once brothers. (altro…)

Rozzemilia issue #7: INDCH LIBERTINE

 

Indch Libertine durante una tranquilla giornata di lavoro

 


Indch Libertine
è un teppista ultrasonico di Bologna che traffica con pedali e pedaliere allo scopo di ottenere il muro di rumore più molesto e impenetrabile mai percepito da orecchio umano. Il suo modus operandi è semplice: volume a 12, tutti gli effetti settati a livelli di distorsione & saturazione intollerabili e via a registrare finché non finisce il nastro o la memoria nell’hard drive. I suoi pezzi possono durare tre minuti come tre ore, l’annichilimento è garantito in ogni caso, e comunque basta poco per smarrire la cognizione del tempo mentre si subisce un suo disco. Il corredo estetico-operativo è quello che potete immaginarvi: dischi dedicati a Richard Speck, ai coniugi Brady o a film malsani e perversi, pubblicati a getto continuo su etichette minuscole in tirature risibili, il più delle volte in formati inusuali (cassetta) o in CD-R. La differenza tra un’uscita e l’altra è che un pezzo fa SCHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH, un altro CCCCCCCHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH, un altro KKRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR, un altro FFFFSSHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH, e via assordando. È roba per chi si rilassa con l’opera omnia degli Incapacitants, legge Peter Sotos per conciliare il sonno e si diletta con cineforum a base di Buttgereit, Nacho Cerdà e The Act of Seeing with One’s Own Eyes di Brakhage. Fino a un paio di anni fa Indch Libertine era più famoso negli States e nella perfida Albione che da noi; amico personale di Richard Ramirez, aveva suonato a Leeds e a Glasgow ma mai in Italia. Una data a Vittorio Veneto lo scorso inverno ha spezzato il tabù; da allora sono seguite esibizioni a Massa e all’HNW Fest di Venezia, oltre alla consueta pioggia di uscite che non accenna a fermarsi.
Il misfatto più recente è Bodil Jørgensen Lover, 33 copie su Toxic Industries, un’unica tirata di quarantasei minuti e rotti dedicata all’omonima attrice danese (pare sia stata la Greta Garbo del porno con animali – o qualcosa del genere) sdoganata dal perspicace Lars von Trier che la volle nel suo Idioti; è forse la sua uscita più fastidiosa di tutte (sicuramente lo è tra quelle che ho ascoltato), un’impenetrabile muraglia di caos analogico insostenibile, amorale, inalterato (a parte un paio di salti di volume sul finale), che inizia e termina bruscamente come un cazzotto sul grugno sferrato a tradimento, roba da far sembrare Metal Machine Music una cazzatella da educande. Arrivare alla fine del disco con timpani, nervi e impianto stereo intatti è solo un’eventualità.
Indch Libertine è anche attivo come produttore speedcore con l’alias Ralph Brown. Qui e Qui si possono scaricare gratis alcune compilation a cui ha partecipato.

DISCONE – Skullflower – Strange Keys to Untune God’s Firmament

 

Raramente un disco di rumore è stato altrettanto emozionante. Raramente un’ora e cinquanta minuti di rumore mi sono scivolati via come sabbia fra le dita. Difficilissimo stabilire una graduatoria nella sterminata produzione di Matthew Bower (e variabili soci) a nome Skullflower, ma se questo non è il suo disco migliore gli si avvicina comunque moltissimo. C’è qualcosa di profondamente estatico nel muro di (fra)s(t)uono innalzato in Strange Keys to Untune God’s Firmament: un senso di rapimento totale, di elevazione, di ebbrezza, che ricollega idealmente il disco ai momenti migliori dei Popol Vuh, magari accompagnati a un bel film di Herzog. Ma senza strumenti strani e senza l’allure da fricchettoni col baffo e le camicie sgargianti prese alla Caritas, piuttosto con una chitarra e un mucchio di pedali collegati a un treno di amplificatori settati a volumi allucinanti. Un disco che è Kosmische Musik più e meglio del krautrock stesso. Ma anche, al contempo, un disco al cui confronto Metal Machine Music si svela per la cazzatella naïf da turista mongoloide dei bassifondi quale probabilmente è sempre stata. La Neurot azzecca il suo secondo monumentale doppio, dopo che con il primo (il fondamentale Final 3, passato scandalosamente sotto silenzio nel 2006) aveva dato alle stampe una delle pagine più esaltanti di minimalismo elettronico di tutti i tempi. Ah, qualche mentecatto (non è da escludersi sia stato Bower stesso) parlando del disco ha tirato in ballo Wagner, non ricordo nemmeno perché né a che titolo (probabilmente per via della presenza di pezzi che si intitolano Nibelungen o Rheingold); inutile dire che Strange Keys to Untune God’s Firmament c’entra con l’amichetto preferito di Nietzsche quanto Rocco Siffredi con la catechesi pastorale.