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La rubrica pop di Bastonate che oggi è intitolata REDENZIONI e schiaccia play insieme a Sasha Grey

Timo Kotipelto
Timo Kotipelto

In questi giorni Sasha Grey farà tre dj-set in giro per l’Italia. Non conosco Sasha Grey come dj, vale a dire che non sono riuscito a trovare una playlist di roba che ha suonato su google -questo depone a suo favore, nel senso che probabilmente qualcuno è sicuramente andato a un sui djset per raccontare di averla voluta vedere in azione e poi non se n’è tornato a casa dicendo MA CHE CAFONA AUTECHRE E JEFF MILLS NEGLI STESSI 15 MINUTI, quindi è del tutto possibile che abbia droppato tracce di rumore bianco inascoltabile per tutto il tempo e magari qualche pezzo di Foetus qua e là. Non che io sia uno di quelli che prendono e se ne vanno a vedere i dj, diciamo così (è già molto di questi tempi se mi vado a vedere i Maserati venerdì sera sotto casa), ma le tre serate rischiano di essere comunque l’evento mondano dell’anno per i fanatici dell’esserci. Personalmente non so nulla di Sasha Grey prima della svolta, diciamo così. cioè, so che era un’attrice porno e ho visto dei video. Un mio amico (ok, io) ha questa teoria secondo cui il porno è snobbato culturalmente perché il down emotivo che segue l’orgasmo ti impedisce di rimanere a guardare un video di gente che fa sesso anale, altrimenti inizi a convincerti di stare sprecando la tua vita. Più in generale, lo snobismo culturale viene praticato per definizione da dei repressi, i quali comunque ammontano alla quasi totalità della popolazione mondiale. Il più grande equivoco sul porno, alimentato da qualche nome che ha cercato perlopiù invano di “ripulire” la propria carriera, è che non basti a se stesso. Nel caso in cui tu sia una pornostar o una ex-pornostar in cerca di riconoscimento culturale di massa, devi ricostruire chirurgicamente la tua popolarità ex-novo accettando di mostrarti in modi molto più umilianti che piegato/a con un uccello su per il culo –domande per capire se sei dotato di un qualsiasi grado di intelligenza, ospitate in giro per programmi TV del cazzo in cui ti vien chiesto di parlare di amore/matrimonio/fede in dio, pubblicità di patatine e via discorrendo. Finisce quasi sempre in merda, cioè con una pornostar che non riesce ad essere centrale nel non-porno quanto lo era nel porno e/o diventa una metafora del degrado che colpisce chi decise di soggiacere in tempi passati al piacere della carne (è una cosa che va sempre di moda) o più in generale è possibile che ti capiti di venire buttata sul carro del freakshow televisivo di ispirazione Mediaset assieme ad ex-veline, ex-tronisti, ex-fidanzati ed ex-esseri umani, nessuno dei quali al loro livello (voglio dire, una ex-pornostar è riuscita in almeno una cosa nella vita).

Timo Kotipelto
Timo Kotipelto

Sasha Grey è l’esatto contrario di questa cosa. Si ritira dal porno e inizia a lavorare sul resto, diventando nel giro di venti minuti un’icona pop contemporanea; partecipa a dischi brutti di gente che fu figa prima che Sasha Grey nascesse, servizi di Kern, servizi di altri, film di gente tipo Soderbergh e tutto il resto di cui avete sicuramente sentito parlare più di me. Questo pezzo su Studio dà conto di un punto di vista interessante, ma si fonda su un’idea di giustificazione per opere di Sasha Grey, concentrandosi sul valore complessivo degli achievement pre- e post-porno, lasciando scientemente perdere appunto il valore iconografico. Sasha Grey invece è figa perché è la prima vera ex-pornostar che agisce senza nessuna giustificazione. È affascinante nel momento in cui non racconta nessuna storia: te la immagini come le donne separate negli anni quaranta, entra in una caffetteria e ordina un cappuccino nonostante tutti conoscano IL SUO PASSATO (maiuscolo nel senso di peccato originale), ma nessuno ha le palle di dirle niente e di additarla. Lei sta lì, beve il suo cappuccino guardando negli occhi commessi e clienti ed esce composta dalla caffetteria sussurrando “fighette”. Sasha Grey funziona perché la sua carriera post-porno non è volta alla redenzione di Sasha quanto del suo pubblico. Diventa commovente, quindi, che tre date del suo dj-set in Italia siano diventate un argomento spinoso e/o appunto l’evento hip della primavera 2013.

Timo Kotipelto
Timo Kotipelto

A me personalmente piace un altro aspetto della faccenda. A un certo punto quel cialtrone di Brian Eno (non lo penso davvero) disse che la musica del futuro sarebbe stata in mano ai non-musicisti. Essendo successa questa cosa già nei secondi anni novanta (ed essendo andata questa cosa di merda, costringendo i giovani musicisti a vendersi le chitarre e comprarsi i giradischi per poi doverseli rivendere e comprare altre chitarre, ennesima citazione di Losing my Edge) abbiamo bisogno di una botta in più, così gli anni dieci hanno iniziato a viaggiare a gonfie vele verso la non-musica. Fino a pochi anni fa era comunemente accettato che la musica più eccitante e degna di nota venisse realizzata e fatta uscire da artisti indipendenti, a prescindere dal fatto che la loro condizione d’indipendenza fosse  transitoria o permanente; e che questa musica venisse diciamo accettata e spinta all’interno di una comunità e poi diventasse in certi casi roba da grandi numeri e/o innovazione del pop. Oggi i canali musicali sono invasi militarmente da gente a cui non riconosciamo nemmeno alcuni skill basilari, tipo aver realizzato un disco. Sasha Grey ne è un esempio (riformulo la domanda sopra: qualcuno di voi ha idea di che musica metta Sasha ai suoi dj-set?) ma gli input sono infiniti: tutte le Rebecca Black di questo mondo, i freak di Youtube, quelli che rallentano i pezzi di Justin Bieber, quelli che mandano i pezzi in loop per dieci ore, trenta rapper italiani di successo con pezzi di cui si sarebbero vergognati pure i peggiori Gemelli Diversi, i rapper italiani scrausi, Trucebaldazzi, gente dello spettacolo che infila un disco e via di queste. La stessa cosa succede ai canali di diffusione: Kanye West al Pitchfork Festival suona giusto e naturale più o meno quanto i Deerhunter da Letterman o i Roots che fanno la canzoncina di natale con Mariah Carey e Jimmy Fallon, il tutto diretto grossomodo allo stesso pubblico (in Italia è uguale: Repubblica o il Corriere o chi per loro mettono in streaming esclusivo, un concetto tra l’altro ridicolo, i nuovi video di artisti da duemila copie a disco e nessuno ha un cazzo da ridire). Dal punto di vista culturale l’attuale idea di internet è la migliore possibile (per esempio, è la prima volta da quando sono nati i blog in cui i blog vengono letti senza tener conto che sì ma tanto è un blog), ma è accompagnata da questa orizzontalissima incapacità di comprendere il Proprio Tempo (presenti inclusi) nella quale tutti sparano concetti e streaming a cazzo. Nel disperato tentativo, immagino, di accumulare endorsement a sufficienza da non farsi cogliere impreparati quando tra cinque anni sarà chiaro finalmente quale musica è buona, cattiva o anche solo esistente e non farci la figura di quelli che nel ’91 avevano stroncato Loveless. Non ho dati ufficiali, ma il numero di Rumore con Sasha Grey in copertina è stato il primo numero di Rumore che ho cercato in edicola e NON trovato al primo tentativo, da una dozzina d’anni almeno. Stessa cosa, il dj-set di Sasha è l’evento musicale più chiacchierato nella mia timeline di Twitter esclusi i talent show e Sanremo, ormai ridotto a fiera musicale del fatto che con Sanremo la musica non c’entra più un cazzo. Voglio dire, non mi stupirebbe se tra i personaggi presenti ai superchiacchierati dj-set di Sasha Grey, considerato anche il fatto che la possibilità di copulare con la DJ mi sembra abbastanza remota, si trovassero a fine serata diversi giornalisti pro attualmente impiegati nella colonnina di destra del sito di Repubblica o del Corriere (senza dubbio, al giorno d’oggi, i peggiori luoghi al mondo), tutti a girarsi i pollici e a fare spallucce l’un l’altro chiedendosi dove cazzo siamo finiti e sapendo in cuor loro che la risposta non è pianeta terra. Spero apprezzerete che in questo pezzo non è stato scritto nemmeno una volta Lotta Continua.

POSTILLA

mentre pubblicavo il pezzo Sasha Grey arrivava a Milano (tipo a un meet&greet di Deejay TV), e la stampa musicale italiana specializzata (cioè io) assisteva ad un drastico downgrade della dimensione culturale del fenomeno. Qualcuno ha iniziato a postare immagini, il popolo italiano ha concluso che, parole loro, “è cozza” ed ora i djset di Sasha Grey sono molto meno attesi. Bastonate, la casa delle sovrinterpretazioni.

QUATTRO MINUTI/STREAMO/DISCONE – Ensemble Pearl – S/T

COVER_Ensemble-Pearl

VIA

E’ abbastanza una brutta giornata quando scopri che la preannunciata nuova ballotta-progettone-vaffanculoprimavera di Stephen O’Malley, Atsuo dei Boris, Michio Kurihara (il sesto uomo che parte dalla panchina tipo Jamal Crawford ad Atlanta, ma nei Boris, quando c’è da far paniere e mettere giù i pezzi sobri senza botta) e Bill Herzog stà in streaming su PITCHFORK con una slide fotografica abbastanza patinata da sembrare quelle foto scrause che ti mandano nei comunicati via mail quando c’è da pubblicizzare un gruppo crust da Portomaggiore. E’ così: si scarta il pacchetto e almeno dentro non c’è un mattone dipinto con la scritta “ciao, questo è l’ennesimo supergruppo di merda, hai sempre diffidato da ste cose ma a sto giro hai letto O’Malley e ti abbiamo fottuto” perchè sarebbe stato decisamente da stare male per un po’.
Messa giù come l’ha messa giù Pitchfork mi sembra come quella volta che alla NASA, per commercializzare l’immagine del primo Shuttle, ci hanno fatto salire una maestra. Per far vedere che anche tu con la tua giacca con le toppe sui gomiti puoi stare nello spazio. Grazie ‘murica.
Allo stesso modo anche tu mentre ti cerchi l’ultima sensazione moroso-morosa che suonano il laptop e l’ukulele puoi goderti la nebbia di sugna malata che stà dentro le sei tracce del disco, che non ha un titolo ma un’identità almeno scolpita.
Ed è proprio questa tutto sommato percepibile uniformità la cosa eclatante, perchè non ti aspetti dai soggetti in causa -gente che vive di tourettismi creativi: con i tipi dei Boris non c’è nemmeno da spiegare il perchè, O’Malley ha probabilmente più gruppi che dischi all’attivo, Kurihara faceva (fa?) sigle per gli anime, Herzog è il menhir che fa da altare per tutto- un muro di ambient orchestrale, quasi cinematografico e lontano dalla fisicità scioglibudella di SunnO))) o Khanate e soprattutto dalla pacchianità delle ultime cose fatte dai giapponesi (non mi riferisco all’ultimissimo Boris, Praparat, quello è figo, bensì ai due concept usciti in contemporanea che per me rimangono il peggio del peggio di una carriera geniale).
Fila via liscio e ha dei droni facili, non è che sia sempre un pregio ma a sto giro va bene tutto.
STOP

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