quattro minuti: BLACK BREATH – SENTENCED TO LIFE (Southern Lord)

VIA

Stando alla cosa dei corsi e ricorsi della musica popolare e/o prendendo esempio dagli anni ottanta, è lecito aspettarsi che l’attuale ingentilimento del RUOCK in forme para-dance o para-indie o para-campanellini o para-produzioni pro-tools di merda applicate al metalcore sia destinata a generare una nuova epoca di brutalità ottusa e un nuovo heavy metal crasso stupido e barbarico e innovativo e preso benissimo in cui tutti vorranno succhiare il cazzo a Lucifero solo per il gusto di farlo. Aspettando che questo succeda (su questo punto gli artisti stanno un po’ tergiversando, diciamocelo), è bene continuare a sollazzarsi con gente tipo Black Breath, la destra musicale più reazionaria ed insensibile al cambiamento, gente che se non fosse stata presa sotto l’ala di Greg Anderson l’avrebbero cagata in duecento persone in giro per il mondo (noi probabilmente esclusi) ma che nondimeno, dietro l’impianto Disfear/crust/Haunted/Logicalnonsense più canonico di questo pianeta, hanno un’idea o due che bastano e

STOP

Bastonate Heavy Rocks

attendiamo post di indiepassere.

L’uscita di Absolutego, nel ’96, mi fece uscire di testa e mi costrinse a buttar via ogni disco che avevo in casa. Naturalmente non è vero: conobbi i Boris, come tutti gli altri qua in giro, quando i loro primi due dischi vennero ristampati e messi sul mercato da Southern Lord. Nondimeno, Absolutego è ancora oggi un disco MOLTO bello e una passeggiata per niente facile nell’hard rock cafone degli anni in cui esce: un’unica traccia di un’ora e passa pesantemente influenzata da Sleep e Melvins, forse ancora più opaca e granitica. Ancor più bello è il successivo Amplifier Worship, uno dei più bestiali dischi drone-metal mai realizzati: le ristampe sciccose e la caratura della band fecero il resto, creando uno zoccolo duro di fan che raccoglieva gente ossessionata dall’asse Swans/Neurosis, ex-hardcorers che scappavano a gambe levate dalla new school e fanatici di stoner marcio che passavano ogni pomeriggio libero a scandagliare i cassetti dei negozi di dischi alla voce Rise Above o Man’s Ruin o –appunto- Southern Lord. Si è scoperto parecchi anni dopo che la ristampa dei due dischi in realtà era parte di un piano quinquennale ordito da gente che aveva fiutato l’aria, deciso di imporre un nuovo modo di suonare metal estremo e lasciare che il contesto ideologico fosse creato in modo del tutto naturale ad opera di operatori del mercato straconvinti che pesare e pensare potessero diventare sinonimi senza cambiare di una virgola la musica che stava dentro ai dischi. Cosa che –tra l’altro- nel caso di Stephen O’Malley e Greg Anderson è verissima, ma quanta malafede nell’averli eletti nostri personali supereroi. Discorso noioso.

Paradossalmente, i Boris avevano smesso da anni di essere quelli di Absolutego. Due dischi del genere ti definiscono al punto di svuotarti, d’altra parte: è quasi impossibile uscirne vivi, tantomeno rilanciare su un piatto come quello di Amplifier Worship –a meno di non cadere nel trabocchetto del noise fine a se stesso, che per i giapponesi è una tentazione scontatissima; i Boris scelgono un’altra strada, un po’ più simile a quella di Yamataka Eye, per cui da ora in poi mi sembra giusto chiamarli Vooris per distinguerli da quelli precedenti (mi fa fatica usare il simbolo dell’infinito): fare uscire dischi uno diverso dall’altro allegando un  implicito spiegone che li faccia sembrare più complessi di come suonano.  Nel 2000 esce Flood, per molti il loro capolavoro: è una specie di versione ambient-psichedelica di Amplifier Worship e poco altro –un disco dignitosissimo, in ogni caso. Dopodichè la band molla tutto e inizia una carriera ancora in corso, fatta di rivisitazioni sistematiche di quasi tutti i clichè del pop che prevedano una chitarra, sezionati e risputati fuori quasi identici in dischi che all’inizio sembrano divertissement anni settanta (Vooris Heavy Rocks) e/o teoremi di postrock verista, in molti dei quali il grottesco diventa quantomeno una cifra espressiva. Ci sono persino ritorni al passato tipo Dronevil, ma sembrano quasi più una parodia/abiura che la prosecuzione di un discorso. Ancor più paradossale, la critica colta (The Wire e colleghi) non ha mai mollato i Vooris. Ogni nuovo passo della band è percepito come una maggiore presa di coscienza dei Vooris nei confronti del mondo del rock e del mondo del rock nei confronti di se stesso. Il fatto che la band ormai pubblichi un paio di dischi all’anno non rende la cosa facilissima da accettare: ce ne siamo fatti una ragione, li abbiamo mollati una mezza dozzina di dischi fa e siamo passati ad altro senza troppi rimorsi (ma m.c. ha ascoltato il disco col cantante dei Cult e ci ha dato un fedele resoconto in quattro minuti). Mi hanno segnalato tuttavia che su NPR, oggi, si possono ascoltare entrambi gli album in imminente uscita: uno si chiama ancora Heavy Rocks e ha la stessa copertina di quello uscito una decina d’anni fa (con un colore diverso); l’altro è intitolato Attention Please e dalla copertina potrebbe essere un disco dei Ladytron. L’ho ascoltato in streaming per via della copertina e (a parte concludere che con un po’ di fantasia potrebbe essere un disco dei Ladytron anche musicalmente) non ho voglia di farmi una vera e propria opinione in merito, nè tantomeno di ascoltare l’altro. Magari qualcuno che li ha ascoltati mi faccia sapere.

Piccoli fans: BLACK BREATH

Il mio amico Gilberto (non ho amici di nome Gilberto, ovviamente) mi chiama esaltato e mi dice che deve TROPPO farmi sentire un gruppo. Gilberto è un fighetto impenitente che ha ascoltato death metal fino all’anno prima, poi ha scoperto il rock anni sessanta/settanta e infine è caduto dentro al postrock, abbandonando in toto le cose che ascoltava in precedenza. Mi ha chiamato perchè gli hanno passato il primo disco degli Haunted e sta pensando di tornare al metal. Siamo nel ’98. La mia trippa non è ancora così terribilmente debordante. Ho una vita sessuale regolare per la prima volta da quando sono nato. Li ascolto e penso di tornarci pure io, al metal, anche se non credo di essermene mai andato.

La cosa va avanti per una mezz’oretta, poi il metal torna dove stava. Gli Haunted continuano ad essere un buon gruppo, ma non sono gli At The Gates, e probabilmente non sono mai riusciti a superare il problema fondamentale dei loro dischi -cioè che nessuno dei pezzi venuti dopo la traccia 1 del primo disco (Hate Song) riesce a superare la perfezione della traccia 1 del primo disco.

Black Breath è la nuova novità nuova di casa Southern Lord. La musica di casa Southern Lord sta smettendo le proprie inclinazioni avant e cercando una propria innocenza di secondo grado, declinandosi in recuperi vintage di rara bellezza ed in nuove band con un tasso di aggro che quasi quasi a Greg Anderson non glielo sospettavi più (con tutto che cercare di ricostruire chirurgicamente il filo della cappella è davvero qualcosa di molto andersoniano). Da questo punto di vista Black Breath è davvero un acquistone, e piazzare il loro primo disco sul lettore ci porta in territori che la maggior parte della gente che ci siamo auto-venduti come importante se li può giusto immaginare mentre se le tira. Non che Black Breath lo sia, importante: piuttosto è un buon modo per ripescare certi dischi che hai lasciato nello scaffale dei non li ascolto più, non si sa bene su quale base, tipo la seconda fase degli Entombed o -appunto- Haunted et similia. Che diocristo scusa se è poco, e aggiungeteci pure che sono di Seattle e che come prima influenza su myspace citano i Poison Idea. E parimenti, ovvio, si abbeverano a quel genere di immaginario del cazzo da cafoni che ultimamente sta tornando in auge -stile 3 Inches Of Blood o Valient Thorr, per capirci: fate conto che il primo pezzo si chiama Black Sin (roba da quarta elementare) ed è sottotitolato Spit On The Cross (roba da terza media). Sono talmente dritti e dozzinali che a metà del disco viene voglia di rileggere Musil per compensare. Probabilmente nemmeno loro andranno mai oltre la traccia 1 di Heavy Breathing -o quantomeno la prima metà della traccia 1, dopo diventa pure un po’ palloso- ma visto quanto vi costa scaricarvi i dischi ultimamente vi conviene dargli una possibilità. Probabilmente il primo disco di Black Breath è DAVVERO la cosa che state cercando di questi tempi per far tornare al metal il vostro amico Gilberto per un paio d’ore. No scranno no party.

E comunque il miglior gruppo Black-qualcosa su Southern Lord continua ad essere Black Cobra. Sai che notizia.

Piccoli fans: EAGLE TWIN

eagletwinBeh nulla, immaginati che arrivi un gruppo per cui sia lecito pensare che tutta la derivazione postcore à la Converge/Botch eccetera eccetera non sia materiale sprecato in imitazioni pedisseque ma una sorta di base di partenza per recuperare tutto il buono che c’è stato negli ultimi vent’anni di musica negativa e depressa e rimontarlo in un formato quanto più dinamico possibile. Ok, vi piacerebbe. Comunque anche se non è questo il caso, in qualche modo ci stiamo avvicinando. Gentry Densley, il boss degli Iceburn (un gruppo di quelli che per noi si dovrebbero beccare un giorno nel calendario al posto dei santi), era già entrato nel giro Sunn (o)))/Southern Lord ai lontani tempi degli Ascend, cioè sei mesi fa. Oggi gli Ascend sembrano una prova generale per l’arrivo di Eagle Twin, gruppo messo su assieme a tale Tyler Smith alla batteria, una roba pesantissima divisa tra derivazioni di doom metal stupido e interminabile alla Teeth Of Lions Rule The Divine, un impianto che sembra una versione per analfabeti dell’ultima parte della carriera dell’Iceburn Collective e un paio di scappate prog stile Storm&Stress in botta sludge. Sostanzialmente riffoni ribassati, e giusto un po’ per romperci i coglioni c’è anche un assaggino di linee vocali maligne e viziose che sembrano entrarci come il crodino a colazione. Un assaggino sta qui, il resto arriva in un 12″ prodotto da Randall Dunn e licenziato dal solito Greg Anderson. E in questi giorni se ne stanno pure andando in giro di spalla ai Sunn (o))).