L’agendina dei concerti Bologna e dintorni – 21-27 febbraio 2011

sapere cose.

Comunque stasera a parte Gianluca Grignani che sbasa al Teatro delle Celebrazioni e tali All Time Low all’Estragon (dalle 21, venti euro) in giro non c’è niente e si può restare in casa a guardare la pioggia cadere. Mercoledì MeryXM prosegue in grande stile con un omaggio a William Burroughs con annesso concerto sviaggioso (gratis, dalle 20); contemporaneamente, al Sant’Andrea degli amplificatori Luciano Maggiore e Francesco ‘Fuzz’ Brasini srotolano le loro distese di drones per la gioia del nostro telencefalo (o di quel che ne resta). Dalle 21.30. Giovedì Father Murphy in jam confidenziale a orario aperitivo, luogo ancora da verificare (ulteriori dettagli nei commenti appena scopro qualcosa); poi per ora niente. In compenso venerdì ce n’è per tutti i gusti: i reduci della vecchia guardia saranno tutti al Sottotetto a vedere i Crying Steel (cinque euro più altri cinque di tessera), mentre per gli amanti del metallaccio ridondante imperdibili i Rhapsody (che dopo i buffi con Joey DeMaio – con annessi strascichi mafiosi che per ora non è dato conoscere – si fanno chiamare Rhapsody of Fire) all’Estragon (meno imperdibile il prezzo: trenta euro); per mods e skins rissaioli la prima serata dello Skull & Bones Festival al Crash!, ma l’appuntamento da non mancare è con quel monumento alla TECHNO con la T la E la C la H la N e la O maiuscole che si chiama Jeff Mills, al Kindergarten con il suo arsenale di giradischi e 909 in fiamme (e, pare, un sound system nuovo di zecca per l’occasione) in una serata che se siete vivi ha tutti i crismi dell’evento. Il prezzo per vedere la leggenda in azione è di venti euro; i venti euro meglio spesi da… boh, non trovo nemmeno le parole per tentare un paragone comunque eufemistico. Devozione.
Non bastasse, sabato altra badilata di roba: Scott Kelly al Nuovo Lazzaretto (la colonna sonora ideale se avete deciso di farla finita ma vi manca il coraggio per l’ultimo step; è la terza volta in un anno che me lo sparo e non ne avrei mai abbastanza), centesimo concerto dei Crazy Crazy World of Mr. Rubik al Locomotiv (dalle 21.30, cinque euro più tessera AICS, gli acidi non sono necessari basta il caldo soffocante), seconda serata dello Skull & Bones al Crash! (particolarmente interessante per la presenza degli inossidabili Last Resort), Morkobot al TPO e mega-jam del futuro all’XM24. Domenica credo che avrò un leggero mal di testa.

Anniversari: Melma & Merda – Merda & Melma (1999)

Molti ieri hanno ricodato John Lennon, molti altri Diamond Darrell, i più antagonisti il marchettaro irrequieto Darby Crash. Io, ho ricordato Melma & Merda.
Nessun morto in questa occasione, perlomeno in senso fisico (e mentre scrivo mi sto grattando furiosamente i coglioni); a venire celebrata è piuttosto la morte di un intero genere. Merda & Melma è l’ultimo disco di hip hop italiano. L’ultimo spasmo di vita di una scena che da allora in poi diventerà regno incontrastato del fiaccume più bieco, proscenio esclusivo di smiroldi e giaccaloni da offesa alla dignità umana, quegli stessi smiroldi e giaccaloni che fino ad allora erano obbligati a tenere bassa la crestina perché il microfono stava in mano a chi sapeva confrontarsi con la musica e con la vita senza malafede.  E non è una questione di sterile piagnisteo nostalgia canaglia-pilotato totalmente fine a sé stesso, non è un tristo esercizio di memoria per vecchi dentro che rimpiangono aprioristicamente il passato per il solo fatto che è passato. No: è un atto dovuto e un riconoscimento di superiorità totale a prescindere dal fatto che quello che stiamo vivendo ora è probabilmente il momento più nero della storia dell’hip hop nazionale, e la nottata non accenna a passare.
La storia la conoscete: Deda Kaos e Sean in jam molesta assemblano il disco in pochi giorni coinvolgendo giusto qualche amico (tra cui un Neffa in fiamme che parallelamente stava consumando il suo addio all’hip hop nell’irripetibile Chicopisco). L’album esce l’8 dicembre 1999; in un sussulto di bastardaggine decidono di tirare soltanto venticinque esemplari dell’edizione in vinile, che diventa immediatamente una sorta di sacro Graal 2.0 per b-boys fieri e collezionisti ossessionati al punto da assumere in tempi recenti i contorni dell’urban legend come manco il disco dei Devil Doll stampato in una copia o il CD di Merzbow saldato nell’automobile. Un peccato veniale tutto sommato concesso a un disco che resta assolutamente mostruoso ora come allora, tanto cupo e opprimente nelle sonorità quanto battagliero e assassino nelle liriche; mai si era sentito un Kaos così lanciato a bomba contro il mondo, armato “solo di fotta, il resto non serve a molto“, mentre il flow malmostoso di Sean demolisce suckers come fossero biscotti friabili. I più intellettuali negli anni si sono fissati sulla lunga Trilogia del Tatami nella pretesa di estrapolare un solo brano “rappresentativo” del lavoro, ma la realtà è che tutto il disco è ugualmente potente e terminale e definitivo, frutto di tre autorità incontestabili ognuno allo stesso modo in orbita, animato da un senso del disastro e portatore e generatore di un clima di fine incombente che attrae magneticamente piuttosto che spaventare, come restare a lungo ad occhi spalancati a scrutare dentro l’abisso.
Seguirà un breve tour, fondamentale allo stesso modo del disco, che documenta l’assoluto stato di grazia del collettivo; poi la dissoluzione, mai ufficialmente annunciata, sparire in silenzio fagocitati dallo scorrere implacabile del tempo. Kaos è riemerso nel 2007 con l’ottimo Karma, un disco di cuore che parla alla gente che ha un cuore; ogni tanto torna a fare concerti, più spesso dj set in mood nostalgico, tra i pochi depositari rimasti in giro della memoria di un’era che non ritornerà più. Deda si è reinventato dj funky con la ragione sociale Katzuma; Sean non ho la minima idea di che fine abbia fatto. Dopo di loro soltanto macerie.

DISCONE: Alan Vega & Marc Hurtado – Sniper (Le Son du Marquis)

 
Le collaborazioni di Alan Vega non è che differiscano poi tanto dai suoi dischi solisti o in coppia con Martin Rev: qualcuno gli fa le basi (in senso musicale), possibilmente sferraglianti, ripetitive, alienanti, cibernetiche e acuminate, e lui ci delira sopra cose a caso esattamente come ha sempre fatto in tutta la sua vita. È il flow a fare la differenza: non esiste voce umana al mondo capace di competere con Alan Vega e i suoi streams of consciousness irraccontabili, in cui è racchiusa tutta la paranoia e la forza e la fede e il delirio e la fame di vita del mondo. Una volta che l’hai sentito “cantare” non lo scordi più. A volte il suo flow è appannato (i dischi solisti dal ’90 al ’95 e Why Be Blue), altre volte sono le basi che non vanno (l’agghiacciante Just a Million Dreams dell’85 e il mediocrissimo progetto Revolutionary Corps of Teenage Jesus, dove però Vega era in gran forma), ma la sua visione e la potenza del suo sguardo rimangono indistruttibili e necessarie ora come quaranta anni fa, quando assieme a Martin Rev e al suo Farfisa scassato dipanava i primi farneticamenti in un sottoscala putrido infestato di artisti barboni.
Sniper non si discosta (e come potrebbe?) dalle esperienze precedenti. Ai controlli questa volta c’è Marc Hurtado, metà degli inossidabili terroristi multimediali Étant Donnés (con cui Alan aveva già collaborato nel tonitruante Re-Up del ’99), che garantisce ai suoni un grado di ferocia e obliqua devianza di poco inferiori a Station, capolavoro dell’ultima fase del Vega solista che questo disco non riesce a superare. Da par suo, Alan è in flow assassino come nelle migliori occasioni, vaticinante, velenoso, febbrile, incarognito, mugghiante, ossessionato, digrignante, profetico,  impossessato da demoni invisibili e portatore e generatore di allucinanti visioni e accecanti squarci di luce. Impossibile segnalare qualche brano a discapito di altri in quello che è ancora una volta un unico ininterrotto flusso di coscienza paranoide e dissennato, mi limito a dire che per ora le mie preferenze vanno all’esagitata Juke Bone Done, in cui un Alan in speaker’s corner fattanza sentenzia che “heroes are always cowboys” con la carogna addosso. C’è anche una nuova versione – la terza – di Saturn Drive, con una base che è stata usata anche dai ‘nostri’ Post Contemporary Corporation (il pezzo era Onnagata). Lydia Lunch rantola depravata e arrancante nell’ultimo pezzo, Prison Sacrifice, un raggelante numero da Lee Hazlewood & Nancy Sinatra dei sociopatici. Se già lo amavate continuerete a farlo con ulteriore convinzione, altrimenti continuerà a sembrarvi un povero mentecatto un po’ partito di cervello; anche questo fa parte del gioco.
Per ora l’album sta su Deezer, ma bisogna vedere chi ce l’ha messo e se gli autori approvano; nel frattempo fatevi sotto.

STREAMO: Bachi da Pietra – Quarzo (Wallace)

 
Parte con Pietra della Gogna, che non è Servo ma è un pezzo della madonna lo stesso, cronometrico stomp bluesy e crescendo di un lirismo e un’arroganza tipicamente metal, un incrocio tra March of the Pigs di Reznor memoria e un brano sludge a caso di uno di quei gruppi catramosi e laterali dispersi negli anni novanta della suburra americana più alienata e alienante, nomi tipo Mindrot, Luca Brasi o It Is I, nomi in ogni caso che Bruno Dorella, che è una testa metal vera, dovrebbe conoscere bene, e si chiude con l’arrancante e codeinico (nel senso del gruppo) incedere di Fine Pena, sorta di inconsapevole reboot lessicale di Insetti dei Massimo Volume virato Madrigali Magri nella narcosi e nella sonnolenza e nella nausea che trasmette. Il primo e l’ultimo sono i due pezzi migliori del disco, il cui unico vero problema sta nel fatto di venire (quasi) direttamente dopo Tarlo Terzo (nel mezzo c’è stato un live registrato con macchinari antidiluviani), ovvero il più importante radicale e brutalmente politico album italiano degli ultimi dieci anni (e di quelli prima, e di quelli dopo), un disco impossibile da replicare per chiunque, di questo devono essersene accorti i Bachi da Pietra stessi che infatti prima temporeggiano con stile (il live di cui sopra) poi la buttano sul disimpegno. Quarzo è l’album easy listening dei Bachi da Pietra. Waitsiano, verrebbe da dire, ma del Waits post-nozze con Kathleen Brennan: melodie a più ampio respiro, la voce perfino comprensibile rispetto all’inesausto biascicare dei dischi prima, arrangiamenti curati, perfino un pianoforte che spunta di tanto in tanto. Il rischio – ed è la prima volta – è che il rigore diventi maniera di rigore (che è una bella differenza), soprattutto nella parte centrale dove la tensione si respira a momenti alterni (Zuppa di Pietre, Notte delle Blatte, Pietra per Pane), cedendo spesso il terreno a un autocitazionismo rassicurante nella sua solida funzionalità che però proprio per questo appassiona un po’ meno rispetto allo stato d’assedio totale fino ad ora permanente. Comunque loro rimangono dei giganti e il rispetto, infinito, resta inalterato.

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