Mentre andava il ventennale della morte di Kurt Cobain ero a vedere Caso dal vivo.

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Non sono bravo a fare i live report perché il live report è uno sport un po’ così. Questo è il live report di un concerto acustico tenutosi a Fusignano un paio di sere fa. Quattro righe se ne andranno via in preliminari e descrizioni. Il Brainstorm è un circolo Arci, direi ex-casa del popolo propriamente detta, e ha le forme di una balera al primo piano di uno stabile nella piazza del paese o della città che dir si voglia; probabilmente ha conosciuto tempi migliori, serate di tutto esaurito cariche di folkster romagnoli -di quei periodi rimane un mural PAZZESCO alle pareti, una roba surrealista sulla società (cit). Per arrivare a Fusignano si fa l’Adriatica/Reale fino al rotondone prima di Alfonsine e poi si prende la Rossetta, che è sia una strada che un paese attraversato dalla strada. A Rossetta c’è un pub molto carino che si chiama Mataluna, ci sono andato sei o sette volte da quando frequento Ravenna compreso un caffè di passaggio nella serata di cui sto parlando. E poi c’è una piscina gigantesca e un distributore di metano. mi hanno detto che la piscina l’hanno costruita a Rossetta, in mezzo al NULLA, perchè è equidistante da tre comuni distinti (Bagnacavallo Fusignano e non so che altro) che non avevano i soldi per farsi tre piscine separate. La serata organizzata dal Brainstorm prevede l’esibizione di tre artisti: il primo è un tizio che (a quanto pare) suona nei Girless and the Orphan e di suo si chiama Goldaline My Dear, poi ci sono i Cosmetic in acustico e poi c’è Caso. Io sono qua per vedere Caso. L’ultimo disco di Caso mi è scoppiato in faccia un annetto fa. Racconto la storia dall’inizio che il blog è mio e mica mi taglio i pezzi.

Anzi no, la storia l’ho raccontata poco tempo fa in un altro blog che ho aperto. Il blog si chiama MEZZA PINTA e parla di birra, andateci e leggetevi la storia di me che ascolto il disco di Caso. Manca la critica artistica, che a questo punto non riuscirò mai più a fare perché su queste pagine me la sono bruciata in fretta e insomma, tante cose. La cosa bella di Caso sono i testi, la musica, il modo in cui si incrociano la musica e i testi e la sua voce e anche l’accento nordista con cui li canta (ok, lo ammetto, sono un po’ in fissa). La cosa bella della serata è che non suona nessun brutto gruppo: Goldaline My Dear canta in inglese e ha pezzi emo dolci ma non stronzi, non so se avete presente quando i gruppi emo andavano così di moda da generare una sottocultura di solisti-emo-in-acustico alla Dashboard Confessional (suppongo di sì). OK, Goldaline My Dear sarebbe il prodotto di quella roba lì se poi non fosse andato tutto a puttane. Bart Cosmetic è il principe dei cazzari: roba tardoadolescenziale fragilissima cantata con un filo di voce per cui è quasi impossibile non tifare. E poi c’è Caso, e Caso è il motivo per cui sono qui e il motivo per cui scrivo il pezzo. Inizia poco prima di mezzanotte, e a mezzanotte saranno vent’anni tondi che Kurt Cobain s’è sparato in testa. Un paio di volte, mentre Caso sta suonando, penso a Kurt Cobain.

Il ricordo più intenso che ho di quando si è sparato Kurt Cobain è in realtà un ricordo del primo anniversario della morte. C’era una bacheca al liceo scientifico, una roba per annunci e messaggini d’amore, e un mio compagno di classe (non) di nome Fabio, di cui ho raccontato un’altra storia qui, era incazzatissimo per via del fatto che “Kurt” era stato “dimenticato da tutti”. così il giorno dopo attaccò alla bacheca uno striscione che diceva qualcosa tipo “NON MOLLEREMO MAI”, e il giorno dopo qualcuno ci aveva scritto sotto “WSB”. Magari se siete di fuori o poco appassionati di pallone ve la spiego, ma di fatto la morte di Kurt Cobain non mi ha mai detto molto. So di qualcuno che ha pianto tre settimane per la morte di Kurt Cobain (so anche di qualcuno che ha pianto tre settimane quando è morto Layne Staley, e anche di qualcuno che ha smesso di mangiare per giorni dopo che Robbie Williams ha splittato con i Take That), ma se ci penso a mente fredda la morte di Kurt Cobain è stata, oltre che una tragedia, il regalo più grande che ci sia mai stato fatto. Vedete, prima o poi Kurt Cobain avrebbe fatto qualcosa di brutto o sbagliato o gliel’avrebbe data su e sarebbe tornato dieci anni dopo con un disco del cazzo, o un disco che molti avrebbero reputato del cazzo. Probabilmente avrebbe curato l’ulcera e fatto pace con i suoi demoni e sarebbe stato un altro Trent Reznor o peggio. Io quelli che lo chiamano “Kurt” e basta li odio. A volte viene da pensare che questi artisti qua siano i nostri migliori amici, ma quello che vogliamo da loro sono DISCHI BELLI e CONCERTI BELLI. Se non avessero fatto quei dischi meravigliosi nessuno di noi li avrebbe cacati di striscio –e le ragazze men che meno. Stasera di ragazze ce ne sono pochine e credo siano le fidanzate di qualcun altro dei presenti. L’età media è più bassa della mia, l’afflusso sta intorno alle trentacinque persone compresi i musicisti e quelli che stanno al bar e fanno i suoni, che per una serata a due euro vuol dire un budget da dividere che copre manco la benzina. Il palco c’è ma in realtà stasera si suona su un tappeto in mezzo alla sala con degli addobbi fatti di luci di natale dentro vasi di vetro. Ho visto qualche musicista preso bene in vita mia, ma Caso è una classe a parte: suona i pezzi con e senza microfono, con e senza amplificazione, si butta in mezzo al pubblico, la gente canta le canzoni del disco vecchio. Lui le sue canzoni le spiega tutte, ti dice che poi ha trovato i fucili di suo nonno cacciatore, racconta tutte le storie di un posto che è lontano da qui ma sostanzialmente identico, forse ci sono i campi attorno e i matrimoni col buffet che tu ci scrivi una canzone e poi siete tutti troppo ubriachi e la canzone lui la suona stasera, e metà del testo forse lo capirà solo lo sposo ma lo capisci che è la più bella canzone che sia mai stata scritta per un matrimonio e che in questo momento stai sentendo il concerto di un tizio con la chitarrina ma stai anche un po’ guardando Un mercoledì da leoni.

Credo di capire perché a un pacco di gente che conosco (e a cui ho rotto pesantemente i coglioni in merito) la musica di Caso non sembra niente di che: è molto indulgente, ha dei riferimenti precisi, quel vago sapore letterario da poeta/cantautore maledetto che va contro i mulini a vento con una chitarrina del cazzo e l’armonica a bocca, metà delle canzoni parlano del fatto che le sta cantando e insomma, io stesso se non fosse uscito per To Lose La Track non l’avrei cagato manco di striscio. E poi si chiama Caso perché di cognome fa Casali, che è come quei tizi che facevano i fighi allo scientifico e si limonavano le tipe che mi piacevano e scrivevano WSB sugli striscioni in bacheca, voglio dire, io un po’ mi vergognerei a farmi chiamare FARO (e calcola che per anni non mi sono vergognato a farmi chiamare KEKKO con tre cappe). Però la musica a volte lavora anche contro i miei pregiudizi e spesso sono quelli i casi in cui la musica ti spacca il culo, e a me la musica di Caso mi spacca il culo. Lui finisce il set con Aranciata Amara, canta “le poche righe stronze di un mensile musicale”, mi guarda con la coda dell’occhio e sorride. O è solo suggestione.

Andrea Girolami

Andrea Girolami è una specie di piccola internet. La sua bio sta qui. Parto da un punto ovvio:

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diceva l’amico Technoiglesias (è l’ottantesima volta che lo cito), ai tempi gloriosi dell’esplosione witch house, che il monitor è il nuovo packaging. Nel video di Oneohtrix Point Never si dice che As you look to the screen, it is possible to believe you are gazing into eternity.

d’altra parte il pezzo/video stesso si chiama Still Life. Ti va di dire qualcosa prima che io ti faccia una domanda?

Ho letto tre volte la domanda e sarà che a questa ora sono un po’ bollito ma sono quasi certo sia una supercazzola. Siccome però mi pare brutto rispondere subito con un “no” mi sforzo di dire qualcosa d’intelligente. Pensa al concetto di videoclip, una parola che puzza di vecchio, di MTV degli anni 80-90 e invece siamo ancora qua a parlarne, anzi oggi più che mai. YouTube ha giocato lo scherzetto e la musica di oggi su internet è più che mai dipendente da questo mezzo promozionale, perché in fondo di questo si tratta. Insomma è sparito il supporto, pure quei pochi servizi fotografici nei giornali di musica cartecei ma l’immaginario attorno i gruppi bisogna pur crearlo in qualche modo. Ecco che il video che diventa allora valvola di sfogo assoluto di questi anni per raccontarci le storie di tutti, da Lady Gaga ai Club Dogo ma pure a quelli indie più sfigati di cui si parla qua su Bastonate. “Il monitor è il nuovo packaging” è un po’ approssimativo, gli esperimenti promozionali che coinvolgono l’interattività del computer mi sembrano ancora un po’ complicate e poco efficaci, invenzioni degli Arcade Fire comprese. Più semplicemente titolerei “Il ritorno del videoclip, vendetta a sorpresa

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Adesso ti metto io una foto, quella di Jake La Furia da giovane (o se non è lui gli somiglia una cifra). Primo perché fa ridere (e tenerezza). Poi perché credo che il primo motivo per cui la musica in Italia va peggio che altrove è perché i media/le case discografie/l’industria in generale non è capace di creare la mitologia necessaria attorno l’artista, quella che ci porta a comprare i dischi dei Daft Punk come degli Slint. La solita storia che in Inghilterra un gruppo va sulla cover di NME pure al secondo singolo e tra le tante scommesse molte se ne vincono pure, se uno invece non gioca mai o gioca male….

Il secondo motivo per cui non si riesce a campare di questo è invece per quello che dice Jake in Musica commerciale: “Se la gente non viene ai concerti, se i cd non li vuole pagare / non è che l’Italia è un paese di merda, siete voi che fate cagare”. Purtroppo negli vedo pochissimi gruppi italiani capaci di parlare davvero non dico ad un grande pubblico ma a qualcuno che non sia quello del proprio giardino. Per fortuna ci sono stati I Cani, Le Luci Della Centrale Elettrica e anche se non mi piacciono Lo Stato Sociale a raccogliere un po’ di consenso, ma insomma un panorama così asfittico in termini artistici (opinabile) e di numeri (dischi, gente ai concerti, voglia di fare) e di discorso non è normale. Tu che dici?

Boh ci sono cose su cui non sono d’accordo, e la domanda si compone di due cose. Per prima cosa il fatto che il monitor sia il nuovo packaging in senso stretto non vuol dire che qualcuno lo possa usare come veicolo promozionale, anzi, per certi versi il monitor è anche la liberazione dal concetto di promozione. mentre stai lì a guardare il videoclip dei Dogo arriva qualcuno da dietro e dice che questa cosa che stai guardando non va bene e devi fare altro. Magari tua sorella su gtalk o sedici citazioni su twitter in un minuto che ti obbligano a spostarti sul telefonino, poi ti rimetti a guardare il video ma c’è già una cesura, qualcosa che entra a far parte di un processo dinamico. Un processo nel quale il videoclip diventa una cosa che da una parte conta come numero puro (tipo nel rap sono ossessionati da quanti hit fa un dato video rispetto a un altro) e dall’altra è supposto NON essere guardato necessariamente da cima a fondo. Questa cosa per me nel pop è visibilissima: un video di Lady Gaga, che è comunque uno dei pionieri IMHO di questa comunicazione, è scomponibile. Tipo Applause consta di una ripetizione modulare degli stessi quindici secondi di video in cui Gaga è vestita come la morte o come una bomboniera e balla in un’ambientazione piuttosto che un’altra, e questi quindici secondi vengono ripetuti ad oltranza in un modo anche molto militare -alla fine ne hai la piena. Anche Occhio per occhio di Anna Tatangelo segue la stessa impostazione. E tra l’altro per me è una cosa molto diversa guardare il video di Anna e basta o guardare il video di Anna con tre persone che nel frattempo su talk ti chiedono come stai. Un’altra ancora è guardare il video di Anna, mandare il link a qualcuno che lo guarderà con un delay di un minuto e commentarci la cosa a vicenda, poi lui magari si mette a fare degli screenshot e va su 4chan o cose simili e diventa una questione di secondo grado (ancora il video di 0PN). Vado a capo senza ragione, l’immagine qui logicamente è la copertina del nuovo di Gaga, che potrebbe tranquillamente essere la copertina di un disco di Ferraro

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Ci sono numerosi casi in cui la presa per il culo, i video tarocchi su Vine e tutte quelle cose diventano il nodo centrale della campagna promozionale -tipo gli ultimi due mesi di Miley Cyrus ma anche boh, quella cosa del Winner Taco che immagino tu abbia tenuto sott’occhio- ma questa cosa non dà origine a una vera e propria tassonomia, serve solo a buttarti in mare -e da lì in poi se nuoti o non nuoti è un problema tuo, ecco. Tanto vale imparare a nuotare prima, credo: fare dischi e suonare. Da questo punto di vista io l’indie italiano non lo seguo moltissimo, ma il fatto che sia italiano, di per sé, lo squalifica. Gli Slint sono gli Slint anche perché qualcuno a un certo punto se n’è fatto carico dentro o fuori dagli USA e ne ha iniziato a parlare. Fosse dovuto dipendere dall’Italia, il loro successo artistico non sarebbe esistito. I Daft Punk sono un gruppo che qualcuno, anche qualcuno che scrive di musica (mi viene in mente un certo Pipitone sul blog del Fatto), dalle nostre parti considera un patetico gruppo da due singoli che ha incontrato un’onda critica favorevole. Tra l’altro l’attuale spostamento del canone critico su questa sorta di flusso, diciamo così, tende a fare perdere peso alla narrativa musicale, e questo alla fine è il principale motivo secondo cui il mito del rock (l’artista tormentato o il Liam Gallagher, non fa molta differenza) è molto più in crisi del mercato del rock.

Tu comunque sei uno dei maggiori responsabili di questo spostamento dell’asse cognitivo del pubblico (italiano) verso una dimensione della musica indie più concreta e da vita di tutti i giorni, per via di Pronti al Peggio. Cioè vedere Capovilla che fa il cameriere tende a stamparti in testa una dimensione “umana” del personaggio che o non fitta, con la dimensione istituzionale/artistica che lo stesso Capovilla vuole dare dalla sua apparizione a Pronti al Peggio in poi. Per dire. Per certi versi è lo stesso formato a diventare un tramite, un gestore di status. Non so, vedo Malika Ayane che risponde a un blind test e penso “ecco, lei fa parte dei regaz”, non che io sappia cosa si intenda per regaz. Mi sbaglio? Ti ci senti? Non ci sarà una s03 di Pronti al Peggio?

Hai detto un sacco di cose ma io prendo quello che mi interessa e butto il resto, che poi è quello che si fa oggi online ed il succo del discorso che stiamo facendo.

1) Il fatto di non vedere i video da cima a fondo è una cosa che è passata ormai da un po’, secondo un momento epocale è stato il video dei Canada per El Guincho, loro non so come in qualche modo han capito che l’unico modo di raccontare storie oggi era quello di raccontarne 1000 tutte assieme e lasciare lo spettatore col cerino in mano a dover capire come unire i puntini. Che se poi il regista è bravo un filo rosso per quanto sottile c’è sempre. Da lì li han seguiti tutti e oggi quello dell’accumulo caotico in video è quasi uno standard, guardati anche gli ultimi di David Guetta – Play Hard che tra l’altro è fatto da Andreas Nilsson che è un regista del cristo.

2) La storia del Winner Taco non so di cosa parli ma ho visto che han “ristampato” pure il Cono Palla, siamo alla retromania pure qua, butta così

3) Il fatto che il flusso di cose (immagini, canzoni, porno, articoli) in cui siamo immersi faccia perdere la narrativa che dici tu è una cosa da vecchi. Quella che abbiamo oggi è una nuova narrativa, come dicevo a proposito dei video qui sopra. Ultimamente ho letto questo illuminante saggio Athletic Aesthetics  che spiega perfettamente come sia passati da un’economia della scarsità (io sono l’artista e faccio un disco ogni 2 anni o più) a una dell’abbondanza (io faccio cose in continuazioni perché non mi costano nulla e ho più possibilità di farmi notare e beccare quella giusta). Potrei dilungarmi ancora 5356 mila battute ma dico solo una cosa: Se una notte d’inverno un viaggiatore, andatevelo a rileggere, lì dentro c’è già tutto.

4) co sta cosa di Pronti Al Peggio basta dai, sono anni che è fermo ed è incredibile come la gente ancora mi continui a scrivere per questa cosa anche se oggi con i video che produco per Wired raggiunto tipo 135mila volte più persone e spesso sono anche più professionali sotto molti aspetti. Con i documentari su i musicisti-lavoratori al tempo non volevamo rendere tutto più concreto ma invece cercare di rifondare una mitologia della musica italiana che spesso era basata su una disinformazione bestiale per cui spesso incontravo gente online che pensava che gli Offlaga Disco Pax e i Giardini di Mirò girassero in Ferrari solo perché avevano i video su MTV.

Invece secondo me la vera figata era nella tensione del musicista vicinissimo (quando lavora, quando ha le sbatte come tutti noi, quando lo becchi su i social) e lontanissimo (quando è sul palco, quando è in tv, sulle copertine). Una logica che oggi credo sia passata ovunque, che ritrovo anche nelle foto di Miley Cyrus sbollata in albergo con flash sparato in faccia subito dopo il red carpet mondiale. In Italia però siamo ancora troppo provinciali e non è mai passato questo discorso infatti Pronti Al Peggio non è mai andato in TV dove il trucco e parrucco sono d’obbligo. La colpa credo sia anche di chi vede X Factor e passa le serate a twittarci sopra. Volevo accusare te di intransigenza ma finisco con l’esserlo io: credo quello sia il male del nostro paese. A differenza dell’Inghilterra, dove  è ok perché c’è spazio per gli show tv di questo tipo ma anche per la musica da suonare nei locali, da noi quella roba ha finito per essere sinonimo di musica tout court cannibalizzando il resto (per poco che fosse) e riportandoci indietro di qualche decennio sotto tanti punti di vista di immaginario.

5) Pronti Al Peggio 3 non lo faremo mai perché non c’è il tempo, ci siamo finiti i gruppi italiani da spolpare e soprattutto non ci sono i soldi. Dici che col crowdfunding tiriamo su 40K per fare le cose per bene? Ne dubito. Ma va bene così sono format che hanno fatto il loro tempo, ora c’è bisogno di altro ancora e senza limitarsi alla musica che, se c’è una cosa che Internet e balle varie ci hanno insegnato, è un collante universale, un blob che amiamo ma che serve soprattutto a tenere assieme una serie di argomenti, riferimenti e mondi diversi e anche distanti tra loro (tecnologia e musica, moda e musica, lifestyle e musica etc etc).

Secondo me abbiamo già blaterato pure troppo, ti lascio solo con una delle immagini più forti, belle e vitali che racconta questi ultimi anni e quello di cui secondo me abbiamo parlato. Ci vediamo tutti su Tumblr che è il posto dove discutere di queste cose non certo questo blog da vecchi babbioni come noi.

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STRATEGIA DELLA TENSIONE EVOLUTIVA #3 – Amadeus imita Jovanotti a Tale e Quale Show (con gli ovvi richiami ad Amedeo Minghi)

(pezzo a quattro mani, Franci + Accento Svedese)

Francesco F Senti scusa, mi hai girato un video di Amadeus che canta Ragazzo fortunato di Jovanotti al Tale e Quale show e ora sarò di cattivo umore per tutto il giorno nonostante qui abbia potuto vederlo soltanto senza audio. La prima cosa a cui ho pensato è che diocristo con quella barbina e quei capelli lì Amadeus è davvero la  copia un po’ sciapa di Costantino della Gherardesca, il che tutto sommato implica che uno dei massimi intellettuali italiani della nostra epoca è fisicamente il mashup tra Amadeus e Lorenzo Cherubini con la vergogna che basta a non vestirsi come uno dei due. C’è altro? Dimmi dell’audio, ti prego. Dimmi perchè. Dimmi perchè Gabriele Cirilli che parrucca PSY e Gangnam Style non è -evidentemente- un punto d’arrivo. 
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Accento Svedese Pensa se avessi sentito l’audio. Amadeus è stonatissimo ed in sovrappiù per imitare Jovanotti fa la zeppola, con l’unico risultato di somigliare più a Max Tortora che imita Silvio Muccino che imita Amadeus che imita Jovanotti – una cosa psichedelicissima e pericolosa, insomma – che a Jovanotti stesso.
Poi canta Ragazzo fortunato, il cui testo, se applicato alla triste figura di Amadeus, si trasforma all’istante in un delizioso ossimoro. Amadeus, che ormai è talmente alla frutta da ridursi a partecipare a quel fantasmagorico carrello dei bolliti che risponde al nome di Tale e Quale Show (a proposito, ci sono anche Fabrizio Frizzi, Riccardo Fogli e financo Gabriele Cirilli, che l’ultima volta ha imitato Wanda Osiris ma quando dalla regia hanno fatto partire Gangnam Style ha iniziato a ballare come PSY – meglio dei barbiturici con l’alcool, insomma) perchè artisticamente parlando non si è mai più ripreso dal suo jumping the shark, il litigio con Pedro all’Eredità, che istantaneamente ha trasformato Pedro in una celebrità sotterranea ed ha rappresentato l’imbocco del viale del tramonto per il buon Amadeus.
Amadeus, che a Deejay Television quando ero piccolo veniva sfottuto da tutti (Fiorello compreso – ricordo una puntata estiva all’Aquafan in cui Fiorello canzonava Amadeus perché si era ustionato naso e faccia) e che continuo a chiedermi come abbia fatto ad arrivare così in alto, in quell’imitazione ha stonato tantissimo, si è rotolato per terra, ha baciato Loretta Goggi, ha entusiasmato la sua compagna Giovanna Civitillo, ha imbarazzato perfino quel gran maestro di classe & stile che risponde al nome di Claudio Lippi ma ci ha fatto assistere a quella che nel suo complesso è stata una delle scene televisive più tristi ed imbarazzanti di sempre, e questo basta. Quell’imitazione di venerdì sera in prima serata – che più che un’imitazione è un autentico rip-off – sta lì a certificare che Jovanotti è diventato uno dei più grandi intellettuali pop italiani senza nemmeno rendersene conto, anche se spiegare bene il perché è molto difficile.

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La rubrica pop di bastonate che oggi s’intitola RISPETTIAMOLI IL RAP o ANCH’ESSA È UNA CULTURA

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“Il pubblico del club è cambiato: adesso, vi sono più punk e rockettari, più negri, meno gente di Wall Street, più ragazze ricche e annoiate che vagolano qua e là. Anche la musica è cambiata: non più Belinda Carlisle che canta I Feel Free, bensì un negro che latra, se odo correttamente, una roba intitolata Her Shit on His Dick.” Avete mai ascoltato i dischi di Neffa dopo il rap? Io sì, i motivi sono due. Il primo motivo è che Neffa fino a Chicopisco ha dato semplicemente troppo alla musica pop italiana: potremmo fare una sommaria stima e concludere che, eccezion fatta per le chitarre e la gente che ha collaborato con lui fino al 2000, la somma del valore artistico di ogni artista italiano in attività non arriva al valore artistico della discografia di Neffa. Più o meno. Il secondo motivo è che lessi qualche recensione di Arrivi e partenze all’uscita del disco e sembravano tutte abbastanza d’accordo sul fatto che si trattasse del disco più cool che fosse  dato ascoltare al momento tra quelli cantati in italiano. La discografia anni duemila di Neffa non è una gran cosa, comunque: Arrivi e partenze è un disco decente ma nulla di più in cui qualche buon momento affoga in mezzo a mezza dozzina di figure arenbì all’italiana, costruite su skill inesistenti e alle spalle di una fanbase che forse non si meritava tanto odio. Il successivo I molteplici mondi di Giovanni forse l’unico momento in cui Neffa dice qualcosa di interessante, anche se non abbastanza da diventare una pietra miliare: bei singoli, bella tenuta d’insieme, una bella sensazione di lungo periodo che assegna ad Arrivi e partenze un meritatissimo sentore di disco-prova. Alla fine della notte è pura accademia e pane per i denti di qualcun altro, possibile macchina da singoli e motore per una carriera ad inerzia. Parliamo già di qualcosa come sette anni fa: da lì in poi Neffa esiste come una specie di dogma a cui non prestiamo troppa attenzione per non incazzarci, cosa francamente inevitabile ai tempi dello scivolone Due Di Picche; tra l’altro va anche messo agli atti il nostro, nel senso di mio, dissociarsi dall’attuale rivalutazione critica di J-Ax e degli Articolo 31 in generale (rivalutati dopo quindici anni di giustissimi sfottò perché avevano una mezza dozzina di pezzi hardcore sparsi in giro per diversi dischi e/o avevano anticipato l’andazzo attuale, come se questa non sia la peggior colpa degli Articolo 31 e come se J-Ax abbia realizzato qualcosa di rilevante dallo split a oggi). L’unica volta che ho visto Neffa dal vivo è stato in piazza a Ravenna nel 2007: cantò solo pezzi da Arrivi e Partenze in poi, più Aspettando il Sole nel bis ma senza la parte rappata.

Non dico che sia bello quando una storia come quella tra Neffa e il rap si chiude, ma è difficile negare il fascino malato di un artista affermato che ricomincia da zero e parte per una guerra non sua, senza manco assicurarsi di avere le armi. È stato difficile, insomma, non tifare per l’artista Neffa anche dopo Arrivi e Partenze.  Il che non toglie che a nessuno verrà mai in mente un contributo di Neffa alla musica pop italiana che non sia quello di aver preso il rap da piccolo e averlo fatto diventare grande. Non proprio da solo ma quasi: assieme a lui una legione di sociopatici di cui ai tempi del primo disco solista diventò alfiere, più qualche gruppo sparso in giro per l’Italia.

Poi non lo sapevamo cosa sarebbe successo al rap in Italia dopo quella storia, e uno ha pure il diritto di dissociarsi. L’avevo letto, o più probabilmente scritto, da qualche parte: negli anni ottanta l’immagine era diventata immaginario. Il rap in italia gli anni ottanta se li è persi quasi in blocco, quindi si è dato una conformazione anni novanta. Negli anni novanta è l’immaginario a diventare immagine, così si viveva in un periodo in cui tutto era street e sdrucito e oversize e il rap ha avuto modo/tempo di essere hardcore prima che tutto andasse in vacca. Poi l’hip hop ha questa sua natura omnicomprensiva che si mangia tutto e diventa altro rimanendo se stesso e bla bla bla, in sostanza qualsiasi cosa preveda o abbia previsto hip hop diventa hip hop. Più quello che l’hip hop si mangia per conto suo. Tra i risultati più evidenti c’è pure il fatto che uno può fare rap, vincere un reality show ed avere i featuring di Clementino e Fibra nel disco. Non è nemmeno chiaro, a questo punto, se Moreno sia un bene o un male per l’hip hop italiano (voglio dire, in ogni caso a questo punto il pubblico s’è mangiato talmente tanta merda che il prossimo disco di Guè Pequeno potrebbe essere scritto da Morandi e nessuno noterebbe le differenze). A capo senza motivo.

Un altro risultato evidente è che per quanto mi riguarda, e non credo di essere l’unico, Neffa in qualche modo non ha mai smesso di essere un artista hip hop. In qualche modo, quindi, non ho nulla da dire sul fatto che la bonus-track a fine corsa nel suo ultimo CD sia un pezzo di due minuti che contiene il primo rap di Neffa dalla fine di Chicopisco ad oggi. Piuttosto divertente, tra l’altro, che la cosa non sia stata pubblicizzata più di tanto, della serie che la traccia è presente solo sul disco fisico e quindi se n’è avuta notizia solo due/tre giorni dopo l’uscita (per i tempi di internet è un’era geologica). La gente è semplicemente uscita di testa e si è divisa abbastanza equamente tra colpevolisti e innocentisti. I primi lamentano la tempistica e il principio: in fin dei conti Chicopisco è stato venduto come addio al rap, l’ha detto lui, mica io, e proprio ora che il rap è diventato LA COSA, insomma è quantomeno sospetto. I secondi sono dei cazzoni nostalgici che hanno ascoltato due volte e deciso che Jeff Pellino è ancora un guaglione e la manda, o anche più o meno testualmente “dà ancora la merda a chiunque”. È ovvio che un minuto e mezzo di (quel) rap in fondo a un disco non-rap è un argomento invalido sia per chi accusa l’Uomo di essersi svenduto (non si sa a cosa, e come se poi fosse la prima volta) sia per chi si precipita a confrontarlo con i nuovi e con le nuove incarnazioni dei vecchi;  quel che non è ovvio è se dobbiamo augurarci o meno altro rap di Neffa, un EP o qualcosa del genere, che ci dia modo di schierarci pro o contro.

Personalmente, in ogni caso, il mio tuffo al cuore l’ho avuto. Il disco intero si chiama Molto Calmo, non l’ho ancora ascoltato ma qualcuno di cui mi fido mi ha detto che non è malaccio.

il listone del martedì: UNA DECINA DI COVER DEI BLACK SABBATH

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Uno dei modi più efficaci di comprendere la musica pesa degli ultimi anni è di ripercorrere la carriera dei canadesi Cancer Bats. Il problema è che non ha moltissimo senso farlo perché i Cancer Bats sono un gruppo noiosissimo. Cioè i dischi per due o tre pezzi tengono pure botta, sono roba diciamo così cattiva, ma non rimangono in testa e non hanno quel che si dice una personalità debordante, con tutto che qualcuno ne parla come del più grandioso gruppo live che possa capitare di vedere di questi tempi. E questa è abbastanza una parabola, intendo: non è così necessario spingersi oltre e cercare di diventare i Pantera (o almeno i Turmoil) della propria epoca. A maggior ragione se quello che cerchi di diventare è musicalmente (grossomodo) identico a te. Così i Cancer Bats sono una specie di enciclopedia della musica estrema che dovrebbe piacermi e invece no, cioè questo non-meglio-precisato incrocio tra Soilent Green e cloni dei Discharge a caso, del quale non si può dire male perché vuoi sputare sopra a qualcuno che mena. Le solite paturnie del vecchietto che ai suoi tempi la musica era migliore: fossero usciti su qualche etichetta metal di seconda levatura verso il ’97 li avrebbero tutti tacciati di scarsa personalità e relegati ad un angolino sperduto della mente completamente precluso ai posteri (il fatto che questa cosa continui a succedere 15 anni dopo con la musica sostanzialmente identica e con i gruppi un po’ più in primo piano non depone molto a favore del metal, diciamo così).

La domanda naturalmente è: visto che tutto sommato è la stessa storia di gruppo qualunque e già al primo giro era così poco interessante, insomma, a che pro tirar fuori un pezzo sui Cancer Bats? Buona domanda. Comunque nel 2011 il gruppo si è imbarcato in una delle imprese più brutalmente dannose della storia, vale a dire un tour in cui giravano sotto il nome Bat Sabbath con una scaletta di sole cover del gruppo di Tony Iommi. Ancora una volta: a che pro? Ancora una volta: buona domanda. Sull’onda di quella entusiasmante esperienza oggi esce un EP di cover che mima la copertina del terzo disco dei Sabbath e snocciola versioni che avremmo a malapena accettato da un gruppo di amici nostri in terza liceo, giusto un pelo più prodotte. Avremmo simpaticamente stroncato il gruppo concedendogli il silenzio e l’ignore che merita (la cosiddetta manovra Polaroid), ma ci dà tutto il diritto di piazzare l’ennesimo mattone sulle cover: quali sono le vostre cover preferite dei Sabbath? Bella domanda, ancora una volta. Ancora una volta, delle vostre preferite in realtà non mi frega assolutamente un cazzo. Eccovi quindi le OTTO cover dei Black Sabbath più belle di sempre secondo il sottoscritto, includendo solo quelle che mi vengono in mente in questo momento.

THE REPLACEMENTS – IRON MAN

Indiscutibilmente la più bella cover di sempre, a dispetto di quello che potrei aver scritto di qualsiasi altra cover. La trovate spulciando la sezione bootleg del vostro client per scaricare musica illegale preferito: i Mats si presentano al CBGB’s ubriachi fradici e suonano un set di cover tra cui appunto Iron Man: il riffone di Iommi più o meno uguale all’originale e via di armonica a bocca e urla sguaiate senza senso. Tra i pezzi più malati (spiace usare questo termine ma è quello esatto: malati, cancerosi, infetti) della storia della musica.

PANTERA – ELECTRIC FUNERAL

I Pantera sono tendenzialmente l’unico gruppo metal che può permettersi una cover dei Sabbath senza svaccarla: hanno diverse versione tutte bellissime, menzione speciale per la Planet Caravan in coda a Far Beyond Driven, ma il colpo di genio è una versione calligrafica di Electric Funeral uscita nel secondo volume di Nativity in Black. Nativity in Black è il cover album dei Sabbath per antonomasia: l’intellighenzia dell’heavy metal di metà anni novanta (primo volume) e dei primissimi anni duemila (secondo) si impegna in versioni creative di pezzi del gruppo. Naturalmente nella maggior parte dei casi si tratta di vere e proprie atrocità, dovute anche al bisogno di includere gruppi crossover a bizzeffe sull’onda dell’Ozzfest. Nondimeno, la versione dei Pantera sceglie la fedeltà assoluta e mette Phil Anselmo a duellare (e se non fosse una bestemmia mi verrebbe da dire stravincere) con Ozzy Osbourne in casa di quest’ultimo. Che poi la più grande cover band dei Sabbath mai esistita sono i Down, quindi insomma.

TODAY IS THE DAY – SABBATH BLOODY SABBATH

Piazzata a tradimento in fondo a Temple of the Morning Star ed assolutamente in tono con il resto del programma del disco. Vi ricordate quando Steve Austin era un figo?

BRUTAL TRUTH – CORNUCOPIA

CONVERGE – SNOWBLIND

Roviniamoci: il miglior cover album dei Black Sabbath è uno split Brutal Truth – Converge uscito su HydraHead nei primissimi anni duemila –non ho voglia di controllare. Svetta la versione di Cornucopia dei Brutal Truth, ovviamente, inclusa anche nel live di addio Goodbye Cruel World.

PEARL JAM – IRON MAN

Scherzo. Però nel live a Seattle che conclude il tour di Binaural, qualche mese dopo il disastro di Roskilde, Eddie Vedder sale da solo sul palco per un bis e suona (scazzando, tra l’altro) il riff di Iron Man. Momenti di musica assoluta.

KYUSS – INTO THE VOID

Già che li citavano tutti come influenza principale, i Kyuss fanno uscire una cover di Into the Void quando già come gruppo non esistono più (il finto split Kyuss/Queens of the Stone Age uscito su Man’s Ruin quando Josh Homme ancora non aveva capito bene cosa volesse fare da grande), e fissano un nuovo livello di eccellenza e personalità nell’affrontare la materia. Quanto sono noioso quando non ho niente da dire.

WILLIAM SHATNER – IRON MAN

Non avrei mai cagato il suo Seeking Major Tom se non fosse per la recensione apparsa qui, ma è comunque uno dei flussi di coscienza più brutalmente gratuiti ed insensati della storia del rock. La cover di Iron Man è puro Trucebaldazzi antelitteram: base identica all’originale e l’Uomo a berciare in primo piano. Roba che i Fuckemos ci fanno la figura dei Pink Floyd.