Il listone del martedì: DIECI COSE CHE CREDETE VERE IN MERITO ALL’INDIE ROCK E INVECE

Questo listone ha padri putativi nobili, si fa per dire. Non vogliamo (non è vero, vogliamo) reintervenire nel dibattito su cosa s’intende per indie oggigiorno, non vogliamo cagare ulteriormente il cazzo alLo Stato Sociale e quando parliamo al plurale in realtà intendiamo io, che mi chiamo Francesco e ho idee bizzarre e stupide sulla faccenda. Questo listone si basa su un paio di assunti teorici:

1)      la parola INDIE non identifica più un genere musicale trasversale e di supermoda fatto di gente vestita in modo pittoresco che passa il tempo a fotografare il proprio duckface ma –come da senso originario- musicisti che suonano generi musicali imparentati con il rock e non operano nel mercato discografico emerso, lasciando a quelli di cui sopra l’altrettanto improprio appellativo di hipster.
2)      Questa cosa è comunemente accettata.
3)      Niente, solo le prime due.

Il dibattito sta impazzando furioso, cioè nell’ultima settimana ho letto più di un post in merito, nella fattispecie un tirone di Hamilton Santià e Simone Dotto rilanciato da Enzo Polaroid e messo in pari a un articolo di Birsa su Vice. Riassunto: nel mondo dell’indie attuale tira aria nuova, ma l’aria nuova è la stessa aria nuova che tirava prima che tirasse aria nuova e ha lo stesso identico odore dell’aria che hai mollato per cambiare aria. C’è stato un ricambio generazionale e non è contato un cazzo. Oggi i gruppi si riuniscono un po’ e nel farlo vendono (svendono) l’integrità di essersi suicidati prima che andasse tutto a puttane in cambio di non essere più morosi con le rate dell’appartamento a Providence. Le risposte che si possono dare sono diverse, dalla polaroidesca bisogna senz’altro considerare l’idea che probabilmente abbiamo sempre voluto tutti quanti la stessa cosa, o quantomeno ora è così alla birsesca VAFFANCULO. Noi, sempre inteso io, non abbiamo le idee chiarissime in merito, ma è innegabile che siamo di fronte al primo periodo interessante nella storia della musica dai tempi in cui si sussurrava fosse in corso un’asta tra le major per mettersi in scuderia gli Earth Crisis. La battaglia da combattere non è più contro un sistema ben identificabile come mainstream, ma contro una serie di accettabilissime soluzioni di compromesso che stanno svuotando di significato la musica che ascoltiamo senza che nessuno (a partire dai giornalisti/blogger musicali, il più ridicolo branco di mentecatti di cui abbiamo mai fatto parte a parte forse i boyscout e il Club degli Editori) abbia sviluppato un sistema immunitario che faccia suonare un campanello d’allarme. La seguente lista di false credenze in merito all’indie rock vorrebbe essere uno spunto di riflessione, esauritosi peraltro nella nostra riflessione da qui a quando abbiamo chiuso il pezzo, e tralascia volutamente (non è vero) le declinazioni etiche del discorso. Il fatto che sia giusto o sbagliato rendere del proprio mestiere un mestiere o quanto ti renda una persona migliore scopare di più, cioè saper suonare un basso, non è una cosa che c’interessa. Nè tantomeno se condurre una vita/carriera da musicista indie sia in qualche modo una cosa auspicabile. Ci teniamo volutamente a distanza di questo genere di cose per rivendicare orgogliosamente il nostro ruolo di ascoltatori puri e di indierockers impuri, non siamo parti in causa del discorso, abbiamo pochissimo da perdere e quel poco che abbiam da perdere non sono soldi. E nel caso qualcuno se lo chiedesse, indie è un modo puccioso di dire indipendente. Continua a leggere

quattro minuti: MISSION OF BURMA – UNSOUND

VIA

Rispetto alla massa di reunion di gruppi storici più o meno bolliti, più o meno compromessi e più o meno abbiam giurato di non parlarci mai più i Mission Of Burma hanno almeno avuto la decenza di rimettersi insieme in tempi non sospetti, senza grossissimi traumi alle spalle e –soprattutto- ripresentandosi al pubblico con una discografia che dire di tutto rispetto è un insulto al gruppo e all’intelligenza critica di un ascoltatore anche un briciolo attento. Unsound si infila dritto dritto nella tradizione dei Mission of Burma riformati, che poi sono più o meno i Mission Of Burma che ricordiamo: un disco di suoni storti che sicuramente abbiamo digerito e considerato “di genere” da tempo immemore ma che ce li riconsegna ai livelli di gruppi tipo Nomeansno o The Ex o qualunque altra band attiva da una trentina d’anni e lontana da tutti i canali che (non) contano, che non ha mai perso un briciolo d’entusiasmo e t’infiamma alla terza o alla quarta nota. E questa cosa è una delle pochissime che continuano a farci andare avanti e a farci sentire dei fan di musica autentici. Nei giorni in cui

STOP

 

(oggi doveva esserci un Listone ma siamo ancora un po’ in ferie. Better luck next week)

I dieci pezzi più belli degli anni duemila (a complemento di quell’altra, non so se hai presente)

Stesse regole dell’altra volta: dieci pezzi, niente piagnistei, niente storie tipo “Martina mi ha lasciato e da un bar usciva forte questo pezzo di Tiga”. Che tega che era Tiga, ve lo ricordate?

UNSANE – EAST BROADWAY (da VISQUEEN, Ipecac2007)
East Brodway non è altro che la registrazione dei rumori che si sentono nel mio quartiere. Mi legavo un microfono al polso e passeggiavo per il quartiere con un registratore.
(Chris Spencer intervistato su Metal Shock)

DAFT PUNK – ONE MORE TIME (da DISCOVERY, Virgin 2001)
Il problema più grande legato allo scegliere dieci pezzi è che in qualche modo bisogna lasciare fuori delle fette intere di roba che magari hai ascoltato finchè non ti sono usciti i coglioni dal palato. Per quanto mi riguarda vuol dire soprattutto sbattersene di tutto quello che è uscito e riguarda IL SUONO, vale a dire una serie di cose elettroacustiche (o anche peggio) uscite per etichette tipo Touch o Mego o Leaf ma anche per certi versi la versione più brutale e classicona e popposa tipo Sightings et similia. Per fare un doppio sgarbo a questo terribile (e tutto sommato ancora in atto) periodo della mia esistenza, un tributo al disco pop che più di tutti ha dato un volto al pop della nostra epoca e forse di tutte le epoche e quindi in qualche modo (visto dal punto di vista della futuribilità passata) l’unico vero disco anni duemila uscito negli anni duemila a parte i soliti noti (cioè gruppi/artisti che al momento non ricordo ma che sicuramente hanno fatto un disco anni duemila negli anni duemila: van tutti bene a parte i Radiohead) e/o la canzone con le tette più grosse del pianeta. Da questo punto di vista l’unica alternativa che mi verrebbe in mente è Time to Pretend, ma mi sentirei di fare uno sgarbo agli MGMT di Congratulations.

WOLF EYES – BLACK VOMIT (da BURNED MIND, Sub Pop 2004)
Questa canzone cambia radicalmente valore assoluto nel momento in cui qualcuno carica un video su Youtube fatto di esorcismi e negritudine in salsa porno amatoriale lynchiano che sembra tipo il video ufficiale della canzone e la riporta alla ribalta come uno dei pochissimi tentativi riusciti di fare musica industriale non-vintage. Nel senso che i Wolf Eyes ci hanno davvero PROVATO, nella manifesta incapacità di provare qualsiasi altra cosa nel momento di massima esposizione (disco Sub Pop etc). Ce l’hanno fatta. E tutto sommato il loro periodo alla luce del sole è stato il più divertente. Per puro piacere personale avrei usato probabilmente Stabbed in the Face, ma Black Vomit ha appunto questo video amatoriale E un legame col disco assieme a Braxton.

TEETH OF LIONS RULE THE DIVINE – HE WHO ACCEPTS ALL THAT IS OFFERED (FEEL BLACK HIT OF THE WINTER) (da RAMPTON, Rise Above 2002)
La voce di Lee Dorrian, trasfigurata, deforme, immane, esplode sguaiata al decimo minuto, contemporaneamente all’eruzione di chitarra e basso, un’orgia di bassissime frequenze ad accompagnare un rantolo che non conserva più nulla di umano. Di quel che latra non si capisce niente, e probabilmente è un bene: le farneticazioni sono minuziosamente riportate parola per parola, con certosina pazienza, in un libretto allucinante dove confluiscono stile liberty, stampe del ‘500 e outsider art della più perturbante mai concepita, ma i testi scritti a mano in sghembi e diseguali caratteri gotici rendono la decifrazione un’autentica tortura per gli occhi. Ne parlò a suo tempo m.c., io sono abbastanza d’accordo. L’unico serio candidato a sostituirla, parlando di postrock, è My Wall, traccia-mastodonte confezionata dai Sunn (o))) con Julian Cope in quello che in prospettiva è tutto sommato il loro miglior disco (White 1). Ma i Sunn (o))) hanno fatto, relativamente parlando, una fine peggiore rispetto al side-project Teeth of Lions.

RIHANNA – UMBRELLA (da GOOD GIRL GONE BAD, Def Jam 2007)
C’è questo beat grassissimo e comunque molto scarno che fa un sacco old school (il disco tra l’altro esce per quello che è rimasto di Def Jam). Il testo è una canzone d’amore standard che è tuttavia è facilissimo interpretare (soprattutto accanendosi sulla biografia della Rihanna da Rated R in poi) come una possibile storia d’amore che nasce dietro a un singolone rap che parli di macchine e troie. Solo, dal punto di vista della troia. Che in realtà è una ragazza-coraggio

ONEIDA – SHEETS OF EASTER (da EACH ONE TEACH ONE, Jagjaguwar 2002)
You’ve got to look into the LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT LIGHT per duecentomila volte, la prima volta che l’ho sentita mi ha cambiato l’esistenza, continua a cambiarmela ogni volta che ripassa per lo stereo, è una cosa molto grassa e antipatica e respingente e sì, insomma, ogni volta che suonano dal vivo sembra più divertente della volta precedente e questo in un ambiente come il nostro ha quel che da gruppo vissuto che a noi piace molto. Ma qui si dà un voto alle canzoni in sè, e Sheets of Easter sta a rappresentare al meglio tutto il giro noise-wave newyorkese che a un certo punto è diventato il nuovo pop e ha cercato disperatamente di non sputtanarsi una volta incontrato il pubblico delle grandi occasioni, trovandosi a tavola con gente che s’aspettava i nuovi PIL ed è saggiamente scappata via a gambe levate prima che arrivasse il conto. Each One Teach One rimane comunque uno dei dischi più belli di quel periodo.

FUGAZI – CASHOUT (da THE ARGUMENT, Dischord 2001)
Il 2001 è l’anno in cui torna a galla il rock’n’roll come segno puro e musica per gente bene con un conto in banca non più in rosso e un curriculum di scopate del tutto rispettabile. Gli Strokes esordiscono verso fine anno, nel frattempo qualcuno ha già piantato i primi semi per il ripescaggio di ogni forma postpunk di cui si erano (grazie al cielo, ora possiam dirlo) perse le tracce nel decennio precedente. Il postrock, vagamente ricalcolato dai Fugazi dei due meravigliosi dischi di fine anni ’90 (End Hits e la colonna sonora di Instrument), è già da diverso tempo un genere musicale piuttosto codificato intorno a una direttrice orchestrale di stampo Mogwai. The Argument suona diverso da tutto quel che esce in quell’anno. L’amarissima Cashout, cantata da Ian MacKaye, proclama con orgoglio che io lo so cosa sta succedendo e fate pur finta di no. Ancora oggi, quando la suono, mi sento la ramanzina di Ian nelle orecchie.

LAGHETTO – UOMO PERA (da SONATE IN BU MINORE PER QUATTROCENTO SCIMMIETTE URLANTI, Donnabavosa et al. 2003)
Per sapere cosa si è bisogna avere chiaro cosa non si è. Fossero esistiti né prima né dopo questo disco, probabilmente li avremmo relegati al dimenticatoio. L’eco di quella voce brutta e sgraziata non s’è ancora spento. A proposito: c’è un libro sull’ultimo AntiMTVday.

AUDIOSLAVE – WIDE AWAKE (da REVELATIONS, Epic 2006)
Non ho ben chiaro quale sia il mio disco preferito negli anni duemila. Non ho dubbi, invece, che il miglior film sia Miami Vice. E chiunque abbia questa opinione non può avere che un’opinione trasfigurata di quella che nasce come inno anti-Bush in seguito all’uragano Katrina e che diventa l’apice lirico degli anni duemila come scheggia impazzita e deforme di certi ottanta troppo frettolosamente scopati sotto il tappeto. Gli stessi autori (frettolosamente e forse giustamente liquidato come un patetico supergruppo di rock cafone anni settanta nato in provetta e senza benzina) avevano musicato la scena del lupo in Collateral. Difficile scindere Michael Mann e gli Audioslave al secondo centro consecutivo.

DINOSAUR JR – OVER IT (da FARM, Jagjaguwar 2009)
Per quelli che le reunion e per quelli che erano d’accordo sul pezzo dei Fugazi. Il video con i tre Dinosaur Jr che fanno trick in skateboard/bmx in qualche sobborgo. L’incedere maestoso di tutto Farm, ad oggi l’ultimo disco dei Dinosaur Jr (e non è detto non sia un bene che rimanga tale). Voglio dire, ho cercato di usare la testa ma non vuol dire che non sappia dove batte il cuore. Ecco.

(se pubblicate le vostre liste mandatemele al solito indirizzo email, che sta nella pagina contatti)

Tanto se ribeccamo: KYUSS

A parte aver influenzato il rock americano come pochissimi altri prima e dopo di loro e/o aver generato un genere musicale pressoché dal nulla, i Kyuss hanno resistito all’usura del tempo. Non è una cosa scontata per tutti i gruppi, ad esempio i di poco posteriori Korn avevano (grossomodo) la stessa visione, la stessa influenza e lo stesso impatto fondante ma riascoltare anche solo i primi due dischi ti fa sentire un babbione. Con i Kyuss non è successo: in parte è per via del fatto che lo stoner rock è passato di moda in fretta, non ha invaso le TV se non in un paio di casi ed è diventato appannaggio di una manica di mezzi barboni con un problema di igiene personale che stanno continuando a riproporre da vent’anni lo stesso riff, peraltro copiato da qualche altro gruppo; in parte è per via del fatto che un disco come Sky Valley ha ancora –grossomodo- lo stesso effetto che ebbe la prima volta che l’abbiam messo nello stereo, nonostante tutto quello che il gruppo ha fatto dopo per rovinarlo.

Non era nemmeno iniziata male. L’ultimo disco prima dello scioglimento si chiamava And the Circus Leaves Town ed era pienamente al livello dei due precedenti. L’ultima uscita a nome del gruppo è una bizzarra compilation Man’s Ruin con una cover (bellissima) di Into the Void e qualche altro spizzico, passa per uno split Kyuss/Queens of the Stone Age che mette insieme i primi vagiti del gruppo. La band a questo punto è già sciolta da tempo, John Garcia e Josh Homme non si parlano, emerge qualche problema legato alle royalty. Nick Olivieri torna con Josh Homme e Alfredo Hernandez, John Garcia fonda gli Slo-Burn e poi gli Unida (a un certo punto in formazione salta fuori anche Scott Reeder). Brant Bjork entra nei Fu Manchu e inizia a far uscire dischi solisti. I QOTSA esplodono all’inizio degli anni 2000 con la svolta pop-rock del secondo disco, nel 2000 esce anche un best of Kyuss. I QOTSA iniziano a fare schifo con Songs for the Deaf, che molti appassionati del settore (a cui le canzoni sono dedicate, peraltro) considerano ancora il loro miglior disco. Nello stesso periodo gli Unida muoiono strozzati da un contratto major che blocca un disco già registrato (il leak su internet parla comunque di materiale molto inferiore a Coping with the Urban Coyote). Nick Olivieri esce dai QOTSA all’apice del successo, lasciando a Josh Homme l’ingrato compito di mettere la firma e la faccia su dischi di merda tipo Lullabies to Paralyze ed Era Vulgaris. Nessuno parla ancora di Kyuss, ma il progetto Hermano è il primo gruppo di sempre con John Garcia alla voce a non aver prodotto dischi di livello, gli altri vivacchiano tra luce e ombra, qualcuno rilascia interviste stile “tolto Josh Homme, la reunion dei Kyuss è pronta”. Josh Homme di reunion non vuole nemmeno sentir parlare.

I primi concerti John Garcia plays Kyuss risalgono all’estate del 2010, Brant Bjork e Nick Olivieri non sono ancora della partita ma salgono saltuariamente sul palco a suonare un pezzo o due. A fine anno viene ufficializzata la messa in opera del progetto Kyuss Lives!, cioè in sostanza la reunion dei Kyuss senza Josh Homme. I concerti vanno bene, il gruppo annuncia di aver programmato la release di un album nel 2012. Homme si mette di traverso: a marzo esce fuori la notizia di una causa intentata dal chitarrista a John Garcia e Brant Bjork. Il paradosso è che alla causa, dalla parte di Homme, si unisce anche Scott Reeder, il quale con Kyuss Lives ha persino suonato qualche data in sostituzione di Nick Olivieri. È di qualche giorno fa un’intervista a Brant Bjork e John Garcia su Rolling Stone nella qualem a parte le disdicevoli rivelazioni in merito a certi aspetti della causa (Homme li cita tra le altre cose per truffa ai danni dei consumatori, cioè a dire che la gente va a vedere Kyuss Lives immaginando che sia la reunion dei Kyuss e invece no), vengono gettate luci inquietanti sul periodo d’oro della band: l’uscita di Brant Bjork e il successivo scioglimento della band sono dovuti (nelle parole di quest’ultimo) al fatto che Josh Homme si sia mosso fin dal principio per figurare come l’unico autore della musica dei Kyuss e quindi unico destinatario delle royalties; il che tra l’altro mette in prospettiva cose assurde tipo l’assenza del pezzo più famoso della band dalla scaletta del greatest hits della band. Dall’altra parte abbiamo due tizi che –nel dubbio- hanno riformato i Kyuss senza riconoscere un euro al chitarrista e principale autore della musica del gruppo.

Se ce l’avessero chiesto dieci anni fa, avremmo raccontato la storia dei Kyuss come quella della più clamorosa fucina di creatività del rock’n’roll alla fine del secolo: tre dischi spettacolari, i primi QOTSA, le Desert Sessions, Slo-Burn, Unida, i Fu Manchu epoca The Action is Go, Mondo Generator, il primissimo Bjork solista. Ripercorriamo gli anni duemila e ci troviamo gli Hermano, il disco fantasma degli Unida, tre dischi orribili dei QOTSA, merdate inqualificabili tipo Eagles of Death Metal e Them Crooked Vultures, la reunion farlocca dei Kyuss e un nuovo disco dei QOTSA annunciato da quattro anni. E adesso pure un bel dubbio sui Kyuss stessi. Bella merda, a conti fatti preferisco davvero i Korn.

(l’immagine è rubata a man bassa a SoloMacello, il massimo blog di christian metal italiano, il quale peraltro ha messo la lista dei dieci pezzi degli anni novanta ad oggi più condivisibile, a parte la mia)

MATTONI issue #21: EPIC SAX GUY 10 HOURS

Nel 2010 si presenta sul palco dell’Eurofestival della canzone un gruppo chiamato SunStroke Project (in rappresentanza della Moldavia). È una specie di versione millelire di qualcosa a metà tra Moloko e italo-dance anni novanta becera, a tutti gli effetti il prodotto di un’eccessiva dose di minchiate stile America’s Got Talent. Presentano un pezzo a cassa dritta intitolato Run Away, con un sax piazzato in primo piano a fine ritornello, suonato da un sandrone improponibile con capelli ossigenati, occhiali da sole e gilet senza niente sotto, che agita il bacino come se in serata stesse per finire il mondo. Si chiama Sergei Stepanov. La linea di sassofono viene pigliata da un tizio che carica video su Youtube a nome TehN1ppe e sbattuta online in un filmato di dieci ore che monta le immagini della danza dell’uomo col sax in mano in un loop infinito, ribattezzandolo laconicamente Epic Sax Guy 10 Hours e lasciandolo diventare un meme come tanti.

Epic Sax Guy 10 Hours è un’esperienza radicale. Il video sul tubo ha quasi diciassette milioni di visite e settantamila commenti. L’esperienza di Epic Sax Guy 10 Hours non è un’esperienza umana, nella misura in cui nessun essere umano è capace di guardare il video per dieci ore senza fare null’altro che questo, e quindi in qualche modo l’effetto reale della traccia sul cervello umano è solo intuibile. Qualcuno la usa come sottofondo mentre lavora o fa jogging, poco altro. Epic Sax Guy 10 Hours è uno dei massimi capolavori della ripetizione di ogni tempo: un pattern che potremmo (erronamente) ricondurre a certo pop becero anni ottanta con un sax fasullo ed un’estetica discutibile diventa la celebrazione di un momento infinito e sospeso nel tempo: osservare le movenze reiterate della cantante sullo sfondo la rende una celebrazione orgiastica, in qualche modo un inno alla vita che cerca disperatamente di allungarsi all’infinito per diventare una prova di fede.

Epic Sax Guy 10 Hours non è stato concepito da un teorico o da un artista di fama internazionale. La canzone e il video da cui è tratto il campione sono sostanzialmente inascoltabili/inguardabili; gli altri video caricati dall’utente TehN1ppe sono nel migliore dei casi cagatine prive di senso o spoof poco divertenti ributtati all’infinito senza un progetto di secondo grado alle spalle (quindi in qualche modo una menata da irresponsabili pieni di boria che buttano via l’unica cosa buona che hanno fatto nella loro vita per pura incoscienza). Quello che funziona non è la sua visibilità e nemmeno il meme. Non è neppure il successo di pubblico del video a rendere Epic Sax Guy 10 Hours un’opera magnificente. È l’incrocio tra la (assenza di) volontà di un videomaker scrauso da youtube e di un sassofonista sotto metanfetamine, il modo in cui riesce ad incunearsi in uno scenario musicale barbarico e diventare cento volte più grande di quello che era.

La cosa più disturbante di Epic Sax Guy 10 Hours, e il motivo per cui una persona tende a non venir presa sul serio se ne parla, è che non si adatta facilmente ai canoni critici della musica pop contemporanea. Siamo circondati da esempi di musichette ad opera di non-professionisti che hanno cambiato il corso delle nostre vite, ma abbiamo ancora la pretesa di bollare come geni quasi tutti quelli che le producono. Il pop ha vissuto per anni di questo genere di equivoci, messi in piedi in modo anche violento da un sistema promozionale che ha sempre operato per confondere la mancanza di talento col genio (citiamo Bloody Kisses); voglio dire, il disco italiano più importante della storia, secondo il sondaggio di Rolling Stone, risulta essere Bollicine. Il punto è che quasi tutti gli strumenti di divulgazione del pop sono in mano a dei babbioni o a gente che vuole fare il culo ai babbioni parlando la loro stessa lingua, disperatamente alla ricerca di qualcuno che ti faccia rivivere la sensazione di stordimento assoluto provata a quel concerto di Hendrix o dei Meshuggah o di Caribou come se dal 1970 ad oggi i bisogni primari dell’individuo fossero rimasti gli stessi. Il fatto che oggigiorno un orecchio tutto sommato esperto riesca ad entrare in maggior sintonia con un pezzo di Justin Bieber rallentato dell’800% o una partita dei mondiali con l’audio devastato dal baccano delle vuvuzela piuttosto che con un’installazione di quattrocento chitarre a Montmartre diretta da Rhys Chatham o un concerto dei Sunn (o))) (ancora il bisogno di un nome di richiamo, dio cristo) è ancora impietosamente bollata dagli stessi ascoltatori come guilty pleasure o giretto nei bassifondi. Non è così, naturalmente. L’idea stessa che questa musica venga spogliata di tutto una volta messa fuori dal contesto in cui ha preso origine basta e avanza per creare l’unico reale barlume di comunità/esclusività che tiene in piedi l’universo musicale. Tutti possono ascoltare le vuvuzelas, alcuni possono capirne il senso a prescindere dalle partite; al contempo il suono delle vuvuzelas non ha un’attinenza critica, non ha questioni di copyright insite in esso e tutto il resto. Justin Bieber rallentato non può uscire su CD se non al prezzo di una causa legale tra chi ha realizzato U Smile rallentata e il team legale alle spalle di JB (il quale peraltro, o chi per lui, è l’unico vero autore della canzone in oggetto: è solo la percezione a cambiare). Il disperato inseguimento dei possibili nuovi Radiohead sta distraendoci da una delle più eccitanti battaglie in seno alla musica che animano la nostra epoca. Una ipotetica Epic Sax Guy 7 Minutes avrebbe bisogno di un minuscolo sistema promozionale, o di un nome di richiamo (pensate se solo fosse il primo singolo dei riformati PIL) per diventare una delle più significative hit della nostra epoca.

Ascoltando Epic Sax Guy 10 Hours viene da pensare che la cultura del campionamento ad ogni costo ha dato il suo meglio quando il mestiere è stato tolto di mano ai professionisti ed è stato affidato a produttori scrausi senza fantasia e gente con dei pomeriggi da perdere. La via che ha portato al risultato più fruttuoso non è stata nè quella della decontestualizzazione nè tantomeno quella della ricontestualizzazione: Epic Sax Guy 10 Hours è invece il trionfo del SEGNO, di un riposizionamento brutale ed ingrato di una scheggia impazzita di musica popolare in un mondo a cui non è adatta e a cui non vuole adattarsi. Sono il mondo e la mente e la nostra cultura a ripiegarsi intorno ad Epic Sax Guy 10 Hours. Non è difficilissimo iniziare a far viaggiare la mente ed elaborare teorie a nastro che legano Epic Sax Guy 10 Hours a certe tendenze musicali di massa odierne, a conti fatti. Sembra evidente, per dire, che ci sia un legame (non necessariamente un legame di causa ed effetto, più che altro un linguaggio in comune) tra le implicazioni industriali di Epic Sax Guy 10 Hours, inteso come messa in mostra di una certa povertà culturale modulare, ed il fatto che tantissimo del female-pop che sta inflazionando il nostro stereo negli ultimi tempi sia il risultato di pratiche minimal rimescolate in situazioni produttive maximal (tipo che so, la Madonna di Gang Bang, non a caso una delle poche cose salvabili del disco di merda che da poco tempo ha invaso militarmente i negozi e gli spazi dedicati nei megastore; o se preferite l’estasi mistica un po’ decotta della Rihanna di We Found Love). Epic Sax Guy 10 Hours è droga e metadone di se stesso. Nella disperata ricerca di supereroi e geni del pop che sta invadendo la nostra epoca, nel mondo delle popstar presenzialiste senza controllo che sognano di essere Lady Gaga, così come nelle infinite declinazioni attinenti al pretestuoso universo raccolto da Reynolds in Retromania (sostanzialmente un libretto un po’ del cazzo, l’ho letto e mi posso togliere il sassolino), così come in un universo produttivo major/indie senza direzione ed autodisciplina, una delle risposte più illuminanti e complete viene da un tamarro moldavo in gilet che continua ad agitare il proprio bacino e a non-suonare la stessa linea di sax. Al minuto quaranta inizia ad essere chiaro che lo sta facendo per salvarci tutti, e che con ogni probabilità ci riuscirà.