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MATTONI issue #15: MAX ESSA

 
Probabilmente Panorama Suite è la feel good song definitiva. Di sicuro è una di quelle che durano di più: venti minuti e ventiquattro secondi di pura beatitudine, non un calo di tensione, tutto a dir poco celestiale, e quando spegni lo stereo il ricordo di tanta magnificenza continua a cullarti per ore e ore (giorni). Lo stesso effetto dell’eroina, ma senza strascichi spiacevoli tipo perdita di peso, connotati alterati o essere costretto a scippare le vecchie sull’autobus per rimediare la prossima dose: stai bene e basta. La sua struttura circolare è ideale per innescare loop ripetuti e potenzialmente infiniti, e il bello è che non annoia mai.
Presente Jamie Foxx in Collateral, la scena della cartolina? Io vado sempre in vacanza. Decine di volte al giorno. Nel mio posto preferito: un’isola delle Maldive. È il mio piccolo luogo di fuga privato: nei momenti pesanti mi prendo 5 minuti di svago… e vado lì. Mi aiuta a non pensare a nient’altro. Ecco, Panorama Suite è quell’isola. Qualunque sia la vostra musica preferita, qualunque sia la vostra concezione di “stare bene”, Panorama Suite la incarna e la sublima dando vita a un estatico e irraccontabile luogo della mente da dove si vorrebbe non uscire mai più. Oltre alla versione fisica in 12″ per Is It Balearic? per ora sta anche sul soundcloud di Max Essa (polistrumentista autodidatta, dj e produttore con trascorsi di tutto rispetto nella scena inglese della stagione d’oro dei rave molesti Castlemorton-style, a sentire quel che fa ora non lo diresti mai) di modo che tutti possano goderne ancora e ancora. Che gli dei benedicano quest’uomo.

[soundcloud width=”100%” height=”81″ params=”” url=”http://api.soundcloud.com/tracks/4688462″] Panorama Suite by Max Essa

piccoli fans: THE CORIN TUCKER BAND

Amo la donna qui sopra. Lo so che è un clichè parlare di una cantante rock e iniziare con “amo”, peraltro non è nemmeno vero. Amo solo i dischi che ha fatto, la sua voce, le sue canzoni e il fatto che sebbene uscita fuori da tutto il giro Olympia/riot grrrls/KRS sia riuscita, assieme al suo gruppo, a destreggiarsi in giro per l’indie rock più classicheggiante senza strafare nè alzare la testa manco per un secondo, tenendosi a galla per abbastanza tempo da riuscire ad imporsi come una delle -boh- band più importanti del nostro tempo.

La corsa delle Sleater Kinney è stata emozionante e stracarica di musica meravigliosa. Si è interrotta nel 2006, un annetto dopo l’uscita del loro capolavoro di studio (The Woods, prodotto da un Dave Fridmann in stato di grazia). Lo split delle Sleater Kinney ci ha lasciato con le braghe calate e un vuoto etico/estetico che nessuna rock band di donne ha avuto modo, capacità o voglia di andare a colmare, in ottemperanza al bisogno di inutilità e assenza di mordente nell’indie odierno. Verso l’inizio di quest’anno c’è stato anche un po’ di chiacchiericcio intorno a una possibile reunion, qualcuno che parlava di discorsi che qualcun altro aveva fatto su una possibile intesa nel lungo periodo. Non ho idea di che cosa stesse alla base dello split, mi piace pensare che la band si sia semplicemente sentita incapace di fare meglio e non abbia voluto cedere al giochetto della routine ad ogni costo. Che dopo sette dischi è un bel dire.

La donna sopra si chiama Corin Tucker. è la cantante/chitarrista delle Sleater Kinney, ha un passato da riot-grrrl lesbica di stretta osservanza e una decina d’anni di carriera da moglie/madre. Scrive canzoni di qualità superlativa. Tra un paio di mesi uscirà su Kill Rock Stars il primo disco della Corin Tucker Band. Assieme a lei suonano un ex Golden Bears e Sara Lund degli altrettanto seminali Unwound. Il disco è descritto come il prodotto di una mamma di mezza età. A giudicare dal primo pezzo messo in download nel sito di KRS, sarà un grande disco di artigianato indierock a volume alto. Probabilmente no. Ma io intanto mi sento talmente bene che manco m’avessero detto che si riformano i Quicksand.