MATTONI issue #12: JANDEK

 

 

I don’t care if I die
I don’t even care if I’m in a wheelchair
Or in a bed
Unable to move
For all I know
It’s better than what I did today
(I Need Your Life)

Ho scoperto Jandek grazie a Kurt Cobain. È uno dei tanti motivi per cui gli sarò debitore a vita (un altro sono i Wipers). Non che fossi un grandissimo fan dei Nirvana, però – e chi è cresciuto nell’era del post-Nevermind può capirmi bene – ai tempi Cobain te lo infilavano a viva forza anche su per il culo ogni giorno della settimana, e insomma sapevi TUTTO di Cobain anche se di lui e del suo gruppo non te ne poteva fregare di meno. Sopra ogni cosa, ancora più del suo talento musicale, Cobain è stato un grandissimo ascoltatore, con un acume, un gusto e una sensibilità impareggiabili; mi verrebbe da dire il più grande ma farei torto a qualcun altro (John Peel, Steve Albini, Alessandro Calovolo, Reje…), e comunque sto divagando. Cobain girava spesso con una maglietta con scritto sopra ‘Jandek’ a pennarello; quando è uscito Nevermind, Jandek era al ventesimo LP (tutti pubblicati e venduti direttamente tramite la sua etichetta Corwood Industries). Ad oggi la sua discografia conta quasi sessanta album tra studio e live. Prima di iniziare a esibirsi dal vivo (nel 2004) con una certa schizofrenica regolarità, Jandek aveva rilasciato una sola intervista; non esistono sue foto ufficiali a parte le scrause copertine dei dischi e fino a pochissimi anni fa si ignorava (almeno, io ignoravo) quale fosse il suo vero nome (pare si chiami Sterling Smith). (Continua a leggere)

Il juke-box del suicidio

L’altro giorno Reje mi ha scritto che era uscito il nuovo dei Canaan. È una specie di rituale: Canaan e Colloquio sono i nostri Beatles e Rolling Stones, e la data esatta di uscita del nuovo disco è un evento da segnare sul calendario. In questo, Reje è sempre stato sul pezzo molto più di me, controllando quotidianamente il sito della Eibon – unica fonte per notizie di tal genere – e guai a sgarrare, con la perseveranza e la devozione che solo chi è stato un fan maniacale può conoscere. Quando è uscito l’ultimo dei Colloquio mi ha addirittura telefonato. Io, onestamente era da un po’ che avevo mollato il colpo, anche solo per una banale questione di autoconservazione: avessi continuato a sottoporre la mia mente e il mio fisico all’ascolto reiterato di quei dischi, a quest’ora non sarei qui a scrivere ma sotto un cipresso a farmi divorare anzitempo dai vermi. La ragione è che i Canaan (e i Colloquio, e i Neronoia, che è un progetto in cui confluiscono Canaan e Colloquio, il che è come dire morte più morte) avevano (hanno) il potere di amplificare ben oltre il limite dell’umanamente tollerabile una gamma di sfumature della tristezza virtualmente inesauribile.
Chi non ha mai sentito una canzone dei Canaan finora si è perso una delle colonne sonore migliori per i momenti (o giorni, o mesi, o anni, o vita) di disperazione più nera e dolore mentale più puro, senza filtri né barriere di sorta. Il leader e compositore principale del gruppo, Mauro Berchi, è un professionista della depressione; la sonda, la misura, la abita probabilmente da sempre, l’ha analizzata e vivisezionata instancabilmente, per anni, in lunghe interviste che somigliano piuttosto a esaurienti trattati di psicanalisi, l’ha plasmata a proprio piacimento (si fa per dire) lungo canzoni e dischi che sono la voce di chi la speranza l’ha già persa da un pezzo ma che comunque, per ragioni che ignoro, non riesce a farla finita, l’ha incanalata, attraverso una serie cruciale di uscite-chiave, in una piccola etichetta discografica che è stata un autentico faro nella notte senza fine degli afflitti, i deboli e gli umiliati (ma solo quelli con gusti musicali tendenti al dark più tetro, all’ambient più opprimente e al power electronics più molesto). Dopo aver subito un disco dei Canaan anche aver vinto alla lotteria sembrerà una disgrazia insormontabile. È roba pericolosa, roba che avvelena l’anima, che entra dentro la carne come una coltellata, ed è roba a cui – vai tu a sapere per quali masochistici motivi – non riusciamo a fare a meno.
Credevo di essermi liberato dell’allucinante cappa oppressiva dei Canaan dopo The Unsaid Words, disco che stranamente sentivo ‘distante’, che non mi rispecchiava al 300% come gli altri, e allora avevo lasciato perdere, avevo cercato altrove, ero perfino arrivato a dimenticarmi della loro esistenza dopo il secondo Neronoia; per alcuni mesi sono sicuro di non avere mai, nemmeno per un istante, pensato ai Canaan. Ma è impossibile cambiare quel che siamo, ecco perché non appena Reje mi ha scritto che sul sito della Eibon erano stati caricati due samples del nuovo album dei Canaan mi ci sono precipitato, e poi ho ritirato fuori l’intera discografia e me la sono sucata tutta dall’inizio alla fine, da Blue Fire a The Unsaid Words (che peraltro mi ha dilaniato come mai prima), un tour de force assolutamente scriteriato nelle pieghe dello stare male gratis, l’ultima idea che dovrebbe venire a un essere umano anche solo parzialmente sano di mente se non come anticamera del suicidio. Il prossimo step si intitola Contro.Luce, ed è una tortura a cui non vediamo l’ora di sottoporci. Non lo consiglio soltanto perché non vorrei cadaveri sulla coscienza, però insomma, sapete cosa fare.