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MATTONI issue #7: Kevin Drumm

l'arma del delitto.

 
All’epoca possedevo un organo e mi piaceva suonarlo con un ampli Marshall, tenevo due o tre accordi per una mezzora, così tanto per divertirmi. Un giorno che lo suonavo c’era Jim O’Rourke da me e mi chiese se volevo registrare un disco così; naturalmente dissi di sì. Suonai due accordi per un’ora e poi stop. Poi un mucchio di gente iniziò a chiedermi di questa registrazione per organo che avevo fatto per Jim O’Rourke e che si supponeva fosse eccellente; tutti ascoltavano molto quel che Jim diceva all’epoca… Accadde tutto poco dopo che avevo preso il mio primo indirizzo e-mail e non riuscivo a credere a quanta gente mi stesse scrivendo su questa cosa… Uno mi disse che aveva sentito dire che si trattava di un nuovo capolavoro minimalista tipo Tony Conrad o Phill Niblock… E io: “Ma no, sono solo due accordi, nulla di interessante che abbia a che fare con ipertoni o che…” Un altro mi chiese di suonare l’organo nella sua band perché aveva sentito che avevo fatto questa grande registrazione ed ero una sorta di virtuoso dello strumento (ah ah ah…). Altri mi chiesero di pubblicarla senza neanche averla sentita… e per me non era stato che una specie di gioco.
(Kevin Drumm)

Questo è quanto il ritroso e geniale chitarrista chicagoano ha raccontato a Stefano I. Bianchi in un’intervista apparsa su Blow Up #124 a proposito del brano-fantasma più famoso della sua discografia. Registrato nel 1996 e intitolato, bisogna dire con assai scarso sforzo di fantasia, Organ (per l’appunto), è stato poi reinciso e incluso – separato in due tranches distinte, Organ e Organ Returns – all’interno del disco in assoluto più scostante e respingente a cui l’uomo abbia mai messo mano: l’enigmatico, semiautistico e noiosissimo Comedy (2000, probabilmente un j’accuse verso la scena elettrominimalista di quegli anni, purtroppo realizzato in modo rudimentale e motivato da un senso dell’umorismo comprensibile probabilmente al solo autore). Della versione originale, fino ad oggi, erano a conoscenza i soli Drumm & O’Rourke e forse pochissimi altri, uh, “fortunati”.
La recente emissione del box quintuplo Necro Acoustic per la Pica Disk di Lasse Marhaug (non nuova a mastodontiche pubblicazioni archivistiche del genere, si vedano i quadrupli di Government Alpha e dello stesso Marhaug, e soprattutto il mostruoso Box Is Stupid degli Incapacitants – dieci CD – di cui probabilmente parleremo in futuro), dove la ‘vera’ Organ occupa per intero il quinto CD, offre finalmente l’occasione per ascoltare con le proprie orecchie una composizione di cui, probabilmente, troppo si è favoleggiato e troppo si è scritto. Perché la descrizione di Drumm corrisponde a verità: due accordi, due variazioni tonali che somigliano rispettivamente al roteare delle pale di un elicottero in avaria e a una scoreggia amplificata da un microfono guasto, il tutto portato avanti per cinquantacinque minuti senza alcuna variazione (a parte qualche scarichetta elettronica praticamente inudibile di tanto in tanto, e un paio di crepitii in più sul finale, giusto per gradire). Organ è questo. Come sfottò minimalista ha anche un suo perché, ma subirlo per tutti e cinquantacinque minuti è tutt’altro paio di maniche. Perché non esiste qualcosa di peggiore al mondo di un interminabile drone noioso; a quel punto, tanto varrebbe spegnere lo stereo e limitarsi a fissare il soffitto nel silenzio, le probabilità di uscire da sé sarebbero in qualsiasi caso maggiori. In compenso, il resto del materiale contenuto in Necro Acoustic è bellissimo e vale fino all’ultimo dei cinquantadue dollari che costa (questo il prezzo del cofanetto, ordinabile direttamente dal sito della Pica Disk), con punte di eccellenza riscontrabili nel primo CD (tutto a base di microfrequenze spappolatimpani fastidiosissime) e nei trentaquattro minuti di No Edit 2, terminale tour de force kevindrummesco alla vecchia tra sibili, strappi, graffi, abrasioni e più o meno qualsiasi altro non-suono si possa ricavare da una chitarra elettrica collegata a un amplificatore, con in mezzo arbitrariamente una serie di pause improvvise che aumentano il clima di tensione. Potevamo mettere quest’ultimo come MATTONE, ma la verità è che ne volevamo uno stupido.

 

la gigantesca scritta LOAL: il concerto nei cerchi nel grano dei KORN

Neanche noi.

 
Tanto per alimentare l’insensatezza generale che ammanta tutto quel che riguarda l’uscita del nuovo Korn III, qualche executive pieno di cocaina fino alle orecchie qualche settimana fa se ne è uscito con l’idea geniale: perchè non tempestiamo la Rete di una serie di video “virali” in cui si vedono tanti tanti cerchi nel grano realizzati appositamente? Così, per sport: a quanto pare oggi le cazzate sui marziani sono tornate di moda. E poi tanto, peggio di Untitled non può andare, giusto? Detto, fatto: viene ingaggiato un plotone di “esperti” a deturpare una serie di incolpevoli campi di cereali. Il disco esce, ed è a quel punto che qualche altro executive farcito di amfe fin sopra la punta dei capelli deve aver partorito l’idea geniale: facciamoceli suonare dentro uno dei cerchi. Scommetto che Shyamalan non ci avrebbe mai pensato. Questo è il risultato: un’ora e venti di concerto dei Korn dentro un cerchio nel grano. Per aggiungere componenti ritualistiche a random il concerto è stato registrato durante il solstizio d’estate. A vedersi è anche divertente: con tutti quegli elicotteri in volo radente, pare un reboot di Apocalypse Now. Mancano giusto la Cavalcata delle Valchirie e Robert Duvall che dice stronzate sul surf. A un certo punto Jonathan Davis piange. Se poi nei prossimi giorni arrivano gli alieni e cominciano a distruggere tutto il mondo (a partire dalla Casa Bianca) a sparaflashate di raggi laser, perlomeno sapremo con chi prendercela. Nel frattempo, ecco il concerto:

KORN LIVE: THE ENCOUNTER Video di Korn – Video MySpace.

MATTONI issue #3 e Dischi stupidi: Radu Malfatti

 

Beinhaltung (due pezzi rispettivamente di ventinove e venticinque minuti) e Dach (un unico pezzo di cinquantasei minuti suddiviso per assurde ragioni di praticità sul CD in quattro tranche distinte) catturano tre diverse esibizioni del trio composto da Phil Durrant (violino), Thomas Lehn (sintetizzatore analogico) e Radu Malfatti (trombone) rispettivamente a Graz (Beinhaltung 1), Bremen (Beinhaltung 2) e Ulrichsberg (Dach) tra il 1996 e il 1999. Il problema è che, nei suddetti CD, non è inciso praticamente niente: un sibilo, uno sbuffo quasi impercettibile, uno scricchiolio probabilmente ottenuto dallo sfregamento infinitesimale dell’archetto su una corda a caso, una scarichetta di onde radio praticamente inudibile (a questo dunque servivano i sintetizzatori analogici), il tutto intervallato da lunghissimi minuti di silenzio assoluto. “Dach” in tedesco significa tetto, infatti il CD si apre con la registrazione della pioggia che batte – per l’appunto – su un tetto. Ma è questione di attimi, e di nuovo si torna al silenzio quasi totale (in effetti a un certo momento qualcuno tra il pubblico tossisce, qualcun altro – forse alzandosi – fa scricchiolare la sedia) tra un soffietto, uno sfrigolio, ogni tanto un fruscio. (Leggi tutto)

Dischi stupidi: Graveyard Classics

Perché non ci sono soltanto gruppi con nomi stupidi, esistono anche dischi stupidi, e come! Un buon esempio sono i cover album, categoria profondamente e irredimibilmente stupida già in sé e per sé – a parte rarissime e circostanziate eccezioni. E quale modo migliore per inaugurare una rubrica che parla di dischi stupidi se non presentando un gruppo che di cover album nella propria carriera ne ha incisi addirittura tre? Autori di tali misfatti sono i nefandi Six Feet Under, vecchia e blasonata conoscenza dei più coriacei death metallers di lungo corso; soltanto questi ultimi infatti sapranno ricordare che il gruppo inizialmente nasce come progettino-passatempo di due tra i più fieri e rispettabili esponenti del genere, ovvero Allen West, chitarrista e mente principale dietro agli Obituary, e Chris Barnes, mugghiante vocalist dei Cannibal Corpse – inventore di uno dei gurgling più bestiali e impareggiabili che si siano mai sentiti. La formazione era completata dal bassista Terry Butler (per cinque minuti nei Death, poi nei Massacre americani), e da tale Greg Gall alla batteria. Iniziano nei primi anni novanta esibendosi nei pub, tra una tournèe e l’altra dei rispettivi gruppi principali; il loro repertorio è composto esclusivamente da cover. Improvvisamente la faccenda si fa seria: con gli Obituary momentaneamente congelati e un allettante contratto per Metal Blade che si profila all’orizzonte, scrivono e registrano in poche settimane il debutto Haunted, un’autentica gemma di puro american death metal alla vecchia, prodotto a regola d’arte da Scott Burns e uscito quasi in sordina in un momento in cui la scena statunitense era ancora prodiga di capolavori (era il 1995, dello stesso periodo – per citarne soltanto alcuni – Domination dei Morbid Angel, Once Upon The Cross dei Deicide e Symbolic dei Death…); il disco, molto obituariano nel songwriting (quasi tutte le idee migliori erano farina del sacco dell’introverso West), oltrepassa in breve tempo la cifra folle – persino per i tempi – delle 80.000 unità vendute. È lo scisma: Barnes molla i Cannibal Corpse nel bel mezzo della lavorazione di un album che si sarebbe dovuto intitolare Created To Kill – poi abortito (parte delle sessions di registrazione si potranno udire, con un paio di lustri di ritardo, nel mastodontico cofanetto celebrativo 15 Year Killing Spree) – per concentrarsi esclusivamente sui Six Feet Under; ma non ha fatto i conti con il volitivo carattere dello spelacchiato West, che progressivamente perde interesse nel progetto e, tempo un inutile EP mezzo studio mezzo live (Alive and Dead, con la cover di Grinder dei Judas Priest) e il fiacchissimo e vagamente spinelloso successore Warpath (1997, con il simpatico inno alla marijuana 4:20), lascia il gruppo per tornare a pieno regime negli Obituary (e poi quasi scioglierli, ma questa è un’altra storia). Con un nuovo chitarrista privo di nerbo e le redini della band in mano al solo Barnes (che nel frattempo deturpa il suo invidiabile look da fotomodello rustico adulterando la sua folta e lucida chioma in un incoerente ammasso di dread stopposi e bisunti, da zecca da centro sociale), i Six Feet Under scivolano lentamente ma inarrestabilmente in una mediocrità da gruppuscolo infimo fatta di dischi tutti uguali, sempre stantii e sempre (più o meno) demotivati e indistinguibili. Con una particolarità: tra un dischetto inciso svogliatamente e frettolosamente dimenticato e l’altro, ogni tanto rispolverano la loro antica vocazione e, in maniera assolutamente randomica, infilano una raccolta di cover di brani hard rock, punk e/o heavy metal old school rivisitati con i chitarroni ipercompressi e il vocione gorgogliante, per tutto il resto esattamente identici agli originali. La serie (perché arrivati al terzo capitolo è di serie che diventa giusto parlare), dal tutt’altro che benaugurante nome di Graveyard Classics (lett. “i classici del cimitero”), viene inaugurata da un primo volume pubblicato nell’autunno 2000 dalla solita Metal Blade. La scaletta pare uscita dagli incubi peggiori di un lettore di Mojo uniti alle fantasie sfrenate di una testa metal impazzita nel mezzo degli anni ottanta: brani di Angel Witch, Deep Purple, Scorpions, Black Sabbath, Savatage, Venom, Accept e perfino Jimi Hendrix e i Monkees, con i Dead Kennedys in mezzo a fare da manicomiale trait d’union. Nell’edizione limitata rincarano la dose con brani di Kiss, Thin Lizzy e una traumatizzante rilettura di Wrathchild degli Iron Maiden. Tutti i pezzi, è bene ribadirlo, differiscono dagli originali unicamente per la compressione delle chitarre e un atonale gorgoglìo stile sciacquone del cesso (guasto) al posto della voce. Ma il meglio, concettualmente parlando, i Six Feet Under lo tengono in serbo per il secondo capitolo, in occasione del quale imbastiscono con straordinario coraggio e donchisciottesco sprezzo del ridicolo un’operazione che supera di diverse lunghezze l’inutilità assoluta, decidendo di riproporre nientemeno che l’intero Back In Black degli AC/DC canzone per canzone, nota per nota. Siamo ben oltre il raffinato giochino situazionista residentsiano, e il gesto potrebbe risultare ben più complesso e teorico di quanto sembri se solo non si conoscesse l’estrazione e il raggio d’azione del gruppo. Resta comunque una delle riflessioni più radicali (e assai probabilmente involontarie) sul concetto stesso di cover album; nemmeno i Laibach sono mai arrivati a tanto, e se soltanto i Negativland avessero avuto la stessa idea oggi forse la SST esisterebbe ancora.
Il terzo – e finora ultimo – volume di Graveyard Classics è di recentissima emissione (è uscito il 14 gennaio), e torna a presentare una scaletta variegata come nel primo; si tornano a coverizzare brani a random dunque, e il trattamento questa volta tocca, tra gli altri, a Mercyful Fate, Exciter, Metallica, Slayer e Anvil (una commovente Metal on metal) come a Van Halen, Ramones e Bachman Turner Overdrive (…). In chiusura l’inaspettato omaggio ai Prong (una delle band in assoluto più sottovalutate di sempre) con la loro Snap your fingers, snap your neck.
Se qualcuno si è mai chiesto come potesse suonare una cover band death metal, ebbene i Graveyard Classics forniscono la più eloquente delle risposte; resta il fatto che mi piacerebbe conoscere la faccia di chi compra questi dischi (oltre alla mia).