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To Be Kind

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Un buon modo per iniziare questa storia è di mettere in chiaro quanto e come gli Swans abbiano importato per chi scrive, vale a dire per me (in questo genere di cose è meglio usare chi scrive, credo). Nel senso, potrei snocciolare un curriculum vitae che in mancanza di competenze specifiche può sempre fare affidamento sul fatto che tutto sommato scrivevo pezzi in cui citavo gli Swans come pietra di paragone di certi gruppi arcòr nel 1998, e suppongo che sia l’ultima cosa che una persona vorrebbe leggere sulla propria lapide. E poi, voglio dire, non ho nessun sospeso reale con la discografia degli Swans. Continuo a riascoltare con regolarità tre dischi, quasi tutti gli altri occasionalmente, e mi fa piacere che Michael Gira abbia mantenuto/incrementato la sua reputazione. Non mi disturba che gli Swans si siano riformati, anche se l’hanno fatto in un periodo in cui tutto sommato la reunion era già uno sport per dementi, perché con o senza Norman Westberg in formazione è difficile pensare il progetto Swans al di là del primo nome a cui viene associato. E voglio dire, Michael Gira con la roba sua ci può fare quello che preferisce. Un po’ però infastidisce la dinamica alla base del tutto, ad ogni modo, e sto iniziando a detestare gli ultimi dischi. Per spiegarlo provo a buttar giù una specie di cronologia dell’uomo.

Per prima cosa gli Swans si sciolgono nella seconda metà degli anni novanta. Gli ultimi dischi del gruppo sono i primi che (pur con un riscontro in generale ultra-positivo) non sono baciati da un consenso unanime ai limiti del fanatismo. L’ultimo Soundtracks for the Blind in effetti testimonia una deriva pericolosissima, post-qualcosa apocalittico ambientale e scazzato al punto che per un terzo degli episodi il gruppo manco sembra esserci. Di lì in poi Michael Gira si muove con un bagaglio più leggero: inizia a far uscire roba a suo nome ed avvia il progetto Angels of Light, cercando di agganciare una deriva vagamente più acustica, in prospettiva (suppongo) dovuta al bisogno di diventare appannaggio dei fan di musica senza limitarsi ai soli fan di musica disperata e apocalittica. In quegli stessi anni, paradossalmente, la musica estrema inizia a scoprire la lentezza e a prendere a modello gli Swans come pietra miliare. Il primo disco degli Angels of Light è una cosa abbastanza di transizione ma comunque molto fascinosa; How I Loved You (la madre di Gira in copertina) forse è il loro miglior disco. Dopodichè l’attività di Gira diventa soprattutto quella di discografico e talent-scout: alla fine degli anni novanta Young God inizia a pubblicare materiale di gruppi non legati al giro Swans, e lungo gli anni duemila Michael Gira mette insieme qualche centro mica male. Il più importante è Devendra Banhart, un mezzo barbone che registra canzoncine free-folk alla bell’e meglio. Michael Gira lo scopre e pubblica il suo primo disco raccogliendo queste registrazioni: roba che in una qualunque realtà alternativa avrebbe ispirato sedici stronzi in giro per il mondo, e dietro la quale Devendra Banhart mette insieme una carriera fortunatissima e crea (o ripesca, insomma, poco importante) un genere musicale che terrà banco nel giro alternativo per circa due anni.

Dello stesso periodo dell’esordio, o un pelo precedente, quello che credo sia il miglior disco mai registrato da Michael Gira fuori dalla sigla Swans. Si chiama What We Did ed è stato registrato assieme all’ex-Windsor for the Derby Dan Matz (che nel disco pesa più di Gira, peraltro), frutto di una serie di session di registrazione che si stendono lungo qualche tempo. Un altro bel colpo è quello di Akron/Family, oggi un’istituzione del pop psichedelico (piuttosto impressionante se vi piace il genere, un po’ meno se siete gente che s’aspetta solo di venir dilaniata) di cui Young God pubblica l’esordio, uno split con gli Angels of Light e un secondo disco. Gli Angels of Light, in questo periodo, sono sostanzialmente Michael Gira con gli Akron/Family ad accompagnarlo. Con questa formazione il gruppo fa uscire altro materiale: perlopiù dischi di folk non propriamente a fuoco, roba a cui manca sempre qualcosina, una visione o cose così. La loro miglior cosa è probabilmente l’ultimo album del gruppo, intiotolato We Are Him (siamo nel 2007) e squassato nel perenne conflitto tra proclami da fine del mondo e possibili standard dell’indiefolk: soprattutto i secondi iniziano a pesare sull’economia del progetto, lasciando intravedere la possibilità di un futuro quasi-pacificato e fatto di canzoni che probabilmente sarebbe stato carino ascoltare.

Non lo sapremo mai. Nel momento in cui la macchina comincia a carburare, Michael Gira decide di compiere un altro passo: un paio d’anni dopo ripesca la sigla Swans e rimette in pista la formazione. Per essere esatti mette in pista una formazione composta dagli Angels of Light pre-Akron Family più Norman Westberg (il quale, mi piace ricordarlo, nei quindici anni di break ha continuato a suonare, finendo persino negli Heroine Sheiks), il che fa pensare ad una sorta di rivoluzione a costo zero. Gira in ogni caso si sbraccia per smentire chi parla di svendersi: prima con dichiarazioni avvelenate, poi con la musica. Di tutto quello che si può dir loro, in effetti, i dischi degli Swans post-reunion non somigliano affatto ai dischi pre-scioglimento. Più paragoni possono essere trovati con la roba più interlocutoria della prima fase degli Angels of Light, ma dopata di risentimento e rumori fino a sembrare irriconoscibile. My Father Will Guide me up a Rope to the Sky, lungo meno di un’ora, suona ancora piuttosto ok. Mi serve di fare un inciso.

La cosa migliore della musica metal è la musica. La cosa peggiore della musica metal è il mercato, e l’atteggiamento dei consumatori. Se il metal avesse un mercato simile quello del rock indipendente negli anni novanta, probabilmente sarebbe ancora l’unica musica che abbia senso ascoltare. Sta di fatto che la maggior parte dei consumatori di metal estremo da vent’anni a questa parte si è imbarcata nel percorso per assumere un atteggiamento distaccato ed omnicomprensivo che lasciasse respirare la musica estrema e far sì che si rinnovasse. Essendo molto simili a me e a voi, quello che ci hanno tirato fuori è quasi niente. In quindici anni si riescono a trovare abbastanza agevolmente cinque o sei nomi che hanno influenzato quasi tutto quello che è stato poi cagato dalle riviste. L’ala più spericolata di questo moto di stasi, in certo metal estremo, è estrema debitrice degli Swans. Spesso lo è indirettamente (si limitavano a copiare i Neurosis, o peggio ancora gli Isis, ma insomma); a volte per filiazione diretta. Volendo semplificare il tutto in una forma narrativa pura, esistenzialismo/pessimismo con sbrocchi sonori a volumi irragionevoli, e la musica che sta su cose tipo Children of God  è diventata una specie di classico al negativo, troppe volte citato e quasi mai ripetuto. Non è colpa di Michael Gira, ovviamente, ma a un certo punto nelle mie orecchie la musica degli Swans ha iniziato a diventare sinonimo di roba precotta. Per certi versi la soluzione “tradizionalista” dei suoni di My Father etc etc è una scelta fin troppo coraggiosa, che impone comunque di considerare il disco al di là del distratto ascoltino nostalgico che viene riservato alle reunion nell’ultimo lustro.

Fine inciso, che serve solo a spiegare quanto si riesca comunque a comprendere l’evoluzione di Gira, una persona che tutto sommato continua ancora a registrare e suonare musica interessante, in questa forma di folk elettrico salmodiante ipercompresso. I concerti ne diventano la controparte teatrale, due ore e passa di musica in locali stipati con il condizionatore staccato, per far sembrare tutto un’esperienza ai limiti dell’umano. Il primo giro per il mondo è un successo assoluto. Da qui in poi Michael Gira si sente probabilmente obbligato a diventare un cliché umano, una cosa che in precedenza ha sempre mostrato di odiare: l’esperienza dell’inaffrontabile come una sorta di mestiere della musica in sé. The Seer viene concepito e realizzato in pieno pilota automatico: due ore di musica, pezzi di trenta e passa minuti, pattern ripetuti allo sfinimento, sfoghi assassini e un pugno di melodie amare sullo sfondo. Tutto estremamente professionale e tutto al suo posto, una specie di esperienza-limite per turisti dell’estremo. Ed è fin troppo scontato che un disco come The Seer vada a finire in cima alle playlist di fine anno delle riviste specializzate: si ascolta volentieri, nessuno può dirne male.

To Be Kind è la stessa identica cosa: gli Swans come ennesima carovana del post-tutto a contendersi di anno in anno con i loro corrispettivi la palma di esperienza-limite del rock indipendente, costantemente in bilico tra pezzi-fiume che avrebbero potuto comporre il classico Disco Dell’Anno (nel 1997) (ma anche no) e momenti riempitivi un po’ per stemperare un po’ per far salire la tensione. Ci sarà probabilmente una visione d’insieme dietro a tutto, ma andando avanti con gli anni ho più che altro il sospetto che Gira abbia semplicemente perso il dono della sintesi e Swans si stia limitando a ripetere allo sfinimento qualsiasi cosa esca dalle session di registrazione. Devo anche accettare che, con ogni probabilità, gli anni si iniziano a fare tanti anche per me e che ascoltare musica così logorante e in modo così voluto impone una scelta politica che mi sembra stupida o non ho più l’età per considerare intelligente. Rimane il fatto che la musica degli Swans nel 2014 è la cosa più verbosa e meno eccitante in commercio, e se To Be Kind fosse durato la metà avremmo in mano un dato statistico senz’altro meno impressionante ma un disco con molte meno menate e più vicino al punto, qualunque esso sia.

Stick your knife in me: SWANS @ Circolo degli Artisti, 22 marzo 2013

Il vecchio coi capelli sudici
Il vecchio coi capelli sudici

Non mi aizzavo così a un concerto dai tempi in cui vidi qualcosa di ugualmente pesante e sudicio e lungo, direi forse i Royal Trux, qualcosa come quindici anni fa. Uno di quei concerti che, in pratica, dura una cosa come due ore e mezza e te la fa prendere bene perché quando alla fine sei lì che muori, e non ne puoi più di vedere il vecchio che saltella, alla fine uno dei saltelli – ci sono stati ventisei saltelli e su ogni saltello tutta la band faceva SBRANG nel momento in cui lui toccava terra, e per ognuno dei ventisei ti sei detto FORZA, questo sarà l’ultimo e non lo era mai e così hai mollato e hai perso il conto e la tua mente è andata altrove (io per esempio pensavo alla città di Pereta dove sono capitato per sbaglio tempo fa), e poi all’improvviso uno dei saltelli si trasforma davvero nell’ULTIMO SALTELLO e tu torni in te tutto di un botto – tipo quando sei in motorino e ti fai i cazzi tuoi e a un certo punto uno non si ferma allo stop e sta per travolgerti, uccidendoti, e d’un tratto sei di nuovo quello che eri sempre stato, ragazzo, un falco nel cielo, un lupo in caccia con tutti i cinque sensi (tatto sudore puzza vista dito) svegli e pronti a farti scattare, dicevo? Ah sì, c’è questo saltello finale e tu all’improvviso RISORGI come un CRISTO TRIONFANTE IN GLORIA, la stanchezza ti passa di botto, sei lì che applaudi e dici a uno lì dietro, oh, è stato GRANDE e nel tuo GRANDE c’è già una promessa di letto, di RIPOSO, la maison de mon reve, amici miei, e sei talmente felice di avercela fatta che addirittura sciali questa adrenalina gratuita in cui non credevi più e ti trattieni in cortile a salutare tutti prima di andare (tutti? Tutti chi? “Tutti” cioè “nessuno”, due tre bruciati che hai incontrato lì per sbaglio quando sei arrivato SOLO alle ventuno e trenta, SOLO come SOLO nascesti e vivesti, fratello, eri SOLO, ti ricordi, a chiamare PAPà e lui non c’era). Insomma, questo è stato il concerto degli Swans, l’altra sera a Roma, un concerto glorioso per i motivi che ho detto, e spero di avervi trasmesso almeno in parte le sensazioni di amore e vittoria che ho provato, per una volta, davanti a un palco. Che alla fine, a che servono le recensioni dei concerti? A un cazzo di niente: io, quando ero piccolo (cioè avevo sui 28 anni), rosicavo a bestia per i concerti a cui non ero stato e c’era la recensione beffarda e quindi non la leggevo, al massimo buttavo lì un’occhiata scanner per vedere se riuscivo a cogliere che era stata una cacata, e naturalmente la prima e unica riga che beccavo era è STATA UNA FICATA MADONNA JEEZ NON SARò MAI Più LO STESSO;  succedeva questo, oppure c’era il caso che al concerto c’ero stato e non mi fregava poi molto di leggere le banalità di un altro, o c’era infine il caso del concerto di cui non mi fregava nulla e perciò mi fregava ancor meno di leggere la recensione.                 Quindi, non pretendo che a qualcuno freghi di leggere questa peraltro tardiva recensione di uno show che alla fine per lui/lei ha significato poco (questa frase non finiva così nel progetto mentale che faccio di ogni frase sette millidecimi prima di scriverla: però a volte mi va in merda il cervello e non riesco a concludere le frasi come avevo progettato, semplicemente perché mi dimentico in tempo reale ciò che voglio dire. In casi come questo, uso delle conclusioni di frase del tutto generiche e banali. Di norma la gente mi fa i complimenti proprio per queste frasi: MI CI SONO RISPECCHIATO UN SACCO IN QUELLO CHE HAI SCRITTO QUANDO HAI SCRITTO CHE GLI SWANS NON HANNO SIGNIFICATO UN CAZZO PER NESSUNO). Comunque, il concerto era iniziato male, c’era il tizio degli Xiu Xiu tutto solo che si lagnava, ma la cosa più devastante era che indossava un completo del tutto uncool, cioè era vestito come un impiegato povero o come un deputato grillino, quella eleganza STAZZONATA, capite. “Stazzonato” non so che vuol dire ma l’ho  letto in un libro di Ellroy dove “Stazzonato” era una parola su cinque (le altre quattro erano: “si scrollò le spalle”. No, davvero lo trovate fico, Ellroy?). Insomma, era cominciata male ma è finita bene. Sì, avete indovinato, questa era un’altra di quelle frasi che dicevo. Ma in linea di massima, sono abbastanza soddisfatto di me stesso, e se siete arrivati a leggere fin qui, GRAZIE: questo è davvero l’ultimo saltello.

il listone del martedì: OTTO COVER NON DISPREZZABILI DEI JOY DIVISION

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Tra i prossimi listoni ci sarà qualche episodio sulle cover. Siamo partiti qualche tempo fa descrivendo le cover più brutte della storia come deterrente per realizzarle, e nel caso concreto parlavamo del fatto che (a parte Woven Hand e gli Swans) uno dei modi più sicuri di sbagliare è di coverizzare appunto un pezzo dei JD a caso tratto dalla nutrita discografia di inediti del gruppo -la quale per molti si riduce alla sola Love Will Tear Us Apart, ma in un caso o nell’altro stiamo parlando comunque di uno sport del cazzo. A parziale (totale) smentita di quel discorso, siamo a mettere in fila otto esempi di cover dei Joy Division ed affini i quali ci fanno stare bene nonostante lo sport in sè continui a essere ignobile. Per lamentele e cose così abbiamo una sezione commenti apposita, è obbligatorio l’indirizzo email ma potete metterne uno falso.

GIRLS AGAINST BOYS – SHE’S LOST CONTROL

“Nei concettuali anni ’90, i concetti più anni ’90 della storia umana erano non tanto i Girls Against Boys (gruppo dal design del tutto inconcepibile oggi, che all’epoca incredibilmente sembrava nuovo e fico e proibito e misterioso come, immagino, i ragazzi oggi percepiscano gentaglia come Health o Japandroids, che conosco di sfuggita e che abbino solo perché li vidi insieme sulla locandina di un concerto a cui non andai), quanto gli album di tributo. Negli anni ’90, chiunque ebbe un album di tributo, persino i Nomadi, i canti partigiani e i Joy Division. A Means to an End, che in realtà comprai perché conteneva un pezzo degli Smashing Pumpkins sotto falso nome (una risibile cover di Isolation), includeva almeno due grosse verità: l’unico buon pezzo della carriera di Moby (New Dawn Fades), e questa She’s Lost Control, entrambe heavy e anninovantissime, e ben superiori agli originali, cosa che torno oggi a dire senza vergogna nonostante io abbia passato gli ultimi diciassette anni a fingere di preferire una pacchiana voce baritonale su di uno scarno rullante a delle grasse, grosse chitarre distorte ed effettate. Negli anni ’90 si pagava tributo a chiunque, eppure non esisterà mai un posto meno asservito dove vivere.” (Ashared Apil-Ekur, che la mette in questa lista)

SWANS – LOVE WILL TEAR US APART

Di tutti quelli che ci han provato, la maggior parte ci ha provato con il pezzo più difficile da coverizzare, vale a dire Love Will Tear Us Apart, la canzone dei Joy Division che piace di più ai non-fan dei Joy Division –e quindi per contrappasso quella che piace di meno ai fan, i quali si tengono volentierissimo lo Ian Curtis pacificato delle varie Atrocity Exhibition e continuano ad ascoltare black metal con l’altra mano ed inalare il fetore delle carogne di animali per essere sicuri di farsi il viaggio al centouno per cento. Gli Swans, per la sola ragione di essere gli Swans E in segno di spregio, ne hanno fatte non una ma DUE versioni migliori dell’originale, una cantata da un annoiatissimo Michael Gira e l’altra da un’altrettanto annoiata Jarboe. Nessuna delle due la ascolto da anni, ma mi fido della memoria perché altrimenti arrivare a farne una decina è una pena.

SIXTEEN HORSEPOWER – HEART AND SOUL

Esistono diversi modi di sputtanare il tuo gruppo, uno dei quali è pubblicare una cover moscia e tremenda di Day of the Lords nel tuo disco dal vivo (un altro bel fail del disco dal vivo dei 16 Horsepower era che c’era allegato un biglietto con la VERA tracklist del disco perché quella stampata dietro era sbagliata, credo l’unico caso in cui questa cosa era successa). Soprattutto se da anni stai girando per i palchi di tutto il mondo con una paurosissima et spiritatissima cover di Heart and Soul nella quale a metà pezza sia tu che il tuo pubblico vi ritrovate a parlare coi fantasmini e a perdere la fidanzata (quello solo il tuo pubblico, in tuo favore). Ancora oggi che ha cambiato nome in Woven Hand (senza prendersi il disturbo, tra le altre cose, di cambiare membri del gruppo) porta in giro la cover di Heart&Soul per mandare fuori gli astanti e farsi fare i commenti dalle tipe, cosa che –per dire- con Ian Curtis non sarebbe successo o sarebbe successo solo in un contesto anni settanta/ottanta; le tipe hip lo avrebbero schifato in quanto sciatto e privo di una consapevole estetica anni settanta/ottanta.

CODEINE – ATMOSPHERE

Questa viene sempre dal tributo di metà anni novanta, appena dopo Transmission rifatta dai Low per mettere in chiaro qual è la differenza che passa tra i Codeine e qualsiasi altro gruppo slowcore. Tra l’altro in occasione del disco tributo si viene a scoprire che Atmosphere è una canzone dei Codeine scippata in malo modo dai Barney Sumner e compagni, velocizzata senza nessun diritto di farlo e buttata fuori a coprire l’evidente lacuna nel repertorio JD di un pezzo alla Codeine velocizzato. Forse sto esagerando perché stamattina mi è finita nell’autoradio mentre venivo al lavoro con una nebbia del cristo, rendendomi il più bolso e meteopatico ascoltatore di postrock sulla faccia della terra.

NINE INCH NAILS – DEAD SOULS

Per la colonna sonora del Corvo sono stati compiuti ben due miracoli, la parola miracoli intesa come sinonimo di cover metal di pezzi wave che non mandano tutto in vacca. Nella fattispecie Ghost Rider dei Bauhaus rifatta dalla Rollins Band e Dead Souls, sempre dei Bauhaus, rifatta da Trent Reznor basandosi sull’idea geniale che se tieni un ritmo dritto tanto vale tenerlo appunto dritto, mandargli dietro una chitarra e mettere un effettino sulla voce. Su quest’ultima cosa non gli va benissimo e comunque soccombe sull’originale, ma la scena di Brandon Lee che corre sotto la pioggia e sopra ai tetti con sotto la cover di Dead Souls fatta dai Nine Inch Nails ha un suo sporchissimo perché. Molto meglio del pezzo dei Cure, per dire, forse perché i Cure mi son sempre stati molto sui coioni (tra le cover dei Cure migliori degli originali, per dire, c’è Close To Me rifatta dagli Zero Assoluto con il titolo Per Dimenticare).

OFFLAGA DISCO PAX – VENTI MINUTI

Non è una cover in senso stretto ma è comunque il miglior pezzo di sempre degli Offlaga Disco Pax, quello più bastardo a livello emotivo e quello più nudo e sensato partendo dall’ottica del gruppo (prima o poi ammetterò a me stesso che odio gli emiliani per ovvi motivi ma degli Offlaga Disco Pax non penso poi così male). Quando nella seconda parte arriva la citazione di She’s Lost Control, come disse da qualche parte il redattore m.c., è effettivamente difficile tenere a freno la lacrimella.

THE GET UP KIDS – REGRET

Quando registrarono Republic, nei primi anni novanta, i New Order avevano cambiato pelle una decina di volte e battuto ogni strada battibile negli anni ottanta, devastati di acid test e crollati a picco in una spirale di rock emotivo del quale Regret è lo specchio più grandioso. Oltre a questo, Regret è un po’ la negazione ultima di essere mai stati i Joy Division, il che rende la cosa abbastanza squillante da ammazzarci definitivamente quando la stessa Regret viene ripresa dai Get Up Kids e coverizzata come se fosse una outtake di Something To Write Home About. Stiamo andando un cicinino fuori tema, magari.

SWING KIDS – WARSAW

La cover più sconvolta dei Joy Division mai messa in piedi è in realtà una cover di Warsaw, suonata dagli Warsaw appunto e risuonata dagli Swing Kids in una tiratissima versione alla Swing Kids. Se vogliamo farci delle seghe mentali è pure una versione piuttosto importante dal punto di vista storico, nel senso che è da qui –tra le altre cose- che parte tutto un movimento accacì pesantemente influenzato dal postpunk che sfocerà in un decennio di musica a cassa dritta risuonata senza vergogna uguale identica agli originali (fui piuttosto scioccato quando mi dissero che il padrone di Level Plane era il batterista degli Interpol, oggi non lo sarei più). È tutto un magna magna.

THE SEER (reprise)

Gli Swans che ricordo io sono un gruppo molto molto furioso e depresso o un gruppo molto molto molto depresso. Il massimo esempio del primo caso è Filth, il massimo esempio del secondo caso è White Light eccetera eccetera. La musica degli Swans ha marchiato una fase del mio sviluppo legandosi a un certo tipo di sofferenza molto romanzesca e senza reali motivi (voglio dire, sono nato e cresciuto nel posto più tranquillo della terra), con la quale ho dovuto comunque fare i conti e a cui ho legato indissolubilmente la musica degli Swans.

In giro per i posti trovate recensioni della madonna del nuovo disco degli Swans perché musicalmente, al nuovo disco degli Swans, non puoi dirgli niente. È una specie di versione per adulti del disco post-reunion (My Father will Guide Me up a Rope to the Sky, o qualcosa di simile) con un po’ meno Angels of Light, contiene un mattone di trentatré minuti che è tipo il buzzkill DEFINITIVO e ha un sacco di roba intrigante nel menu tipo le ospitate di gente che c’entra, che non c’entra, che desideravamo come nient’altro al mondo e di cui potevamo davvero fare a meno. Il nuovo disco degli Swans è una cosa ossessiva e monolitica che si sviluppa –paradossalmente- su un canovaccio molto vario di impostazione folk ma molto elettrico, di quelle cose che ascoltare in giro per il resto della musica non è dato e a cui è quasi impossibile, anche con un orecchio un briciolo esperto, reagire con freddeza o sufficienza. Per la maggior parte dei gruppi basta e avanza, e probabilmente basta e avanza anche nel caso del nuovo disco degli Swans. Non amarlo in parte significa non capirlo e non capirlo in parte significa aver dato via una parte di te che insomma, magari era meglio che se ne stesse lì a macerare assieme al resto e a pesare tutto quello che facevi nella vita da allora in poi. Ma per quanto mi riguarda anche i momenti meno significativi degli Swans contenevano comunque una Alcohol The Seed con la quale potevo star tranquillo un anno e bere come un pazzo nella certezza che qualcuno capisse il motivo per cui lo facevo anche se io no. E insomma quando iniziano le fasi di coscienza probabilmente anche gli Swans devono soccombere, così come in qualche modo con tutte le pelli che si sono indossate gli Swans forse la pelle di The Seer sembra comunque una cosa un po’ irriconoscibile e meno respingente del solito, e ci sono ancora diverse inflessioni che vengono dagli Angels of Light e che rendono per parte meno emozionante l’esperienza e per parte incomprensibile perché Michael Gira non abbia continuato a fare uscire cose sotto quel nome, paghetta a parte. E già che siamo dietro a parlare di cose incomprensibili, la così sospirata con Jarboe si doveva PER FORZA risolvere in una serie di mugolii su due pezzi? E a che pro far cantare a Karen O (una che si è sbracciata per tutto il tempo dall’uscita del primo disco degli Yeah Yeah Yeahs a oggi per cercare disperatamente di dimostrare al mondo quanto vale realmente, cioè quasi zero) un pezzo palesemente scritto sulle corde di Michael Gira, avendo a disposizione il Michael Gira originale?

la posta del cuore di Bastonate: MICHAEL GIRA @ ROADBURN 2011

riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Ciao Bastonate punto it,

sono un tuo fedele lettore, ti volevo scrivere perché ieri sera ho visto qualcosa che non avrei mai voluto vedere, ma magari l’ho visto solo perché in fondo ci speravo perversamente, ed ho solo cercato simboli nella casualità. Da quando è uscito l’ultimo degli Swans, che io credevo fossero morti veramente (perché ci sono pochissimi modi di chiudere una carriera VERAMENTE, uno è morire senza mogli o eredi, l’altro è chiamare un live SWANS ARE DEAD), mi era presa lievemente malissimo l’idea di ascoltarli, anche se in fondo il disco non era bruttissimo – erano nuovi pezzi degli Angels of Light con delle chitarre poco più affilate, mi pare. Non lo ricordo troppo bene.

Il problema è che i Sentenced hanno fatto The Funeral Album e poi hanno cominciato a morire suicidi per davvero in giro per la Finlandia, mentre appunto, volevo dirti, che Gira io l’ho visto in piedi, zompettare e schitarrare da headliner sul palco, e pareva fin troppo su di giri. Gira che ti rigira, comunque, Mika Tenkula s’è ucciso, mentre Michael si prende generosi soldi per suonare alla fine di 3 giorni di Roadburn, due ore di Swans nella sala principale, e quest due ore diventano due e mezza abbondanti, perché lui se n’è girate troppe, di canne, ma siamo in Olanda daiiii. Dopo dieci minuti in cui m’ero convinto che questa reunion quasi s’avesse da fare, dato l’attacco violentissimo e coeso, è successo il fatto che volevo raccontarti. Il problema è che pure io mi ero drogato, e soffrivo di quel distacco parossistico in cui quando vivi una situazione sconfortante ti chiedi se la stai immaginando tutta o se sei l’unico a vederla. Michael Gira ha attaccato Sex, God, Sex, e dopo pochissimo s’è messo le mani in faccia come preso da una disperazione primigenia, ha iniziato ad agitarsi ad occhi chiusi, per poi voltarsi e inveire contro i compagni di sventura, urlando e gesticolando di non sentire il basso – cosa abbastanza impossibile, dato che c’era gente in posizione fetale con le mani schiacciate sulle orecchie, sotto al palco. Con molta probabilità, era solo la botta di erba devastante che gli era arrivata al cervello.

Da quel momento la performance si è inabissata dal devastante all’angosciante, e l’angoscia proseguiva su due livelli – quello effettivo del provare vergogna per un anziano visibilmente alterato chimicamente che non si ricorda i testi dei suoi pezzi pur avendoli sul leggio a venti centimetri, e quella più subdola del fatto che in effetti tu dalla reunion degli Swans non vorresti il compitino fatto bene, i pezzi vecchi riarrangiati e i bei tempi di gloria riproposti con l’occhietto nostalgico – vorresti il marciume, la melma, la merda e il vomito nero, i denti, boh. E a tratti, Michael Gira che ondeggia perso in trip acidi mentre il resto dei musicisti continuano a suonare lo stesso giro per quindici minuti, aspettando che lui si decida a cantare, lanciandosi occhiate inviperite, presi dal panico, costretti a improvvisare variazioni mentre parte del pubblico boccheggia confuso, a pensarci bene, è una cosa abbastanza forte, decisamente marcia. E quando inizia a urlare fuori tempo, a biascicare versi ripetendoli fino a impazzirci sopra, preso dal gusto di fare casino per il loal, con i soldi in tasca e un’amplificazione che manco i Sunn o))) sono riusciti a spremere al massimo, ti domandi – ed è questo che io volevo domandarti, caro Bastonate punto it: Michael Gira strafatto che non accenna a voler smettere di suonare medley infiniti di scampoli di sue canzoni che gli tornano brevemente in mente, mentre la band scazzatissima si dissocia dalle sue azioni con sguardi che chiedono pietà al pubblico, è o non è la morte (ennesima) del rock, o qualcosa di simile ad essa? Perché io ho avuto dei dubbi. Soprattutto quando, dopo venti minuti in cui continuava a mugugnare cose a caso nel microfono, con la chitarra penzoloni sotto la panza, si è infilato una mano nelle mutande in pieno arrapamento da trip, per poi tirarla fuori bagnata e pulirsela sui pantaloni con nonchalance. Avendo buona parte del pubblico fumato e bevuto più di lui, la schitarrata a casaccio sui loop di basso e batteria reiterati alla Orthrelm (finché Gira non si ricordava di attaccare la strofa) funzionava perfettamente come catalizzatore random da dare in pasto all’audience in cerca del RUOCK ipnotico da reunion culto, ed infatti io ancora non ho letto nessun commento che dicesse “maddai era svongolato dalla droga e del whiskey, che live di merda”, anzi. Buona parte del pubblico commentava positivamente all’uscita, nonostante Gira sia rimasto per mezz’ora in più sul palco a suonare cose casuali mentre il buon Norman Westberg se ne stava immobile a ciancicare una gomma da masticare infinita e forse immaginaria, e Christoph Marq (con questa faccia) manifestava uno scazzo di proporzioni cosmiche scoccando occhiate di fuoco a Michael perso nell’estasi dell’ascoltare i propri mugugni amplificati da dodicimila watt, il microfono incastrato in bocca, le palpebre pesantissime, le mani appese, per finire caracollando fuori dal palco sbattendosi una mano sulle chiappe, in scherno al pubblico che lo aveva persino applaudito. Io credo che tutto questo sia stato molto rock – solo che a questo punto il rock è una merda.

PS: Per una fenomenologia del live che presenti un esempio inverso di PAZZO SPACCACULI, posseduto dal fuoco di Gesù Cristo e dei capi indiani morti di raffreddore si veda David Eugene Edwards et al. (2011), EA!

salutoni a tutta la redazione
Carmine