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Tanto se ribeccamo: THE JON SPENCER BLUES EXPLOSION

Il modo più logico di partire con questa storia è quello più scontato, e quello da cui sono partiti tutti. Nel 1986 un gruppo di Washington chiamato Pussy Galore, fresco di trasferimento a New York, pubblica una cassetta in edizione limitata contenente una reinterpretazione integrale di Exile on Main St. dei Rolling Stones, una specie di punto d’arrivo del rock anni sessanta uscito una quindicina d’anni prima. Il disco non è propriamente un disco “punk”, viene più che altro suonato come l’avrebbe fatto certi bluesmen da cui gli Stones hanno dichiaratamente preso tutto; ma suona abbastanza sporco, dissonante, sanguigno e fuori asse da rendere praticamente impossibile riascoltare l’originale dopo averne sentito la copia. La formazione che l’ha inciso è composta da dei perfetti sconosciuti alle prime esperienze nel rock underground (ad eccezione del batterista Bob Bert che aveva militato nei Sonic Youth pre-Confusion Is Sex), andrà avanti per circa un lustro con un sacco di rimaneggiamenti e metterà mano ad almeno un disco epocale chiamato Dial M for Motherfucker. Jon Spencer nel frattempo ha fondato i Boss Hog insieme alla compagna Cristina Martinez ed è transitato per un altro gruppo rock’n’roll newyorkese chiamato Honeymoon Killers. Da quella formazione passano anche il chitarrista Judah Bauer e il batterista Russell Simins, con cui Spencer metterà in piedi la prima e unica formazione di un gruppo che si dà un nome alla vecchia (the Jon Spencer Blues Explosion) e si mette a registrare cose, alcune delle quali nello studio dell’amico Steve Albini (c’è un bellissimo video in cui Albini SUI TRAMPOLI racconta le specifiche tecniche di un pedalino che si era fatto costruire per darlo in regalo a tutti e tre i chitarristi dei Pussy Galore). Dalle sessions esce fuori il materiale (punk di ispirazione blues o blues suonato come fosse punk) che andrà a comporre i dischi della band fino all’unico album su Caroline, omonimo.

La stabilità definitiva della band arriva nel 1993, con la firma di un contratto Matador e la pubblicazione di Extra Width. La musica del gruppo, da qui in poi nella sua veste più conosciuta, diventa la versione pop della musica dei Pussy Galore. Negli stessi anni Neil Hagerty e i Royal Trux mettono mano all’eredità definitiva del lato avant della cosa realizzando Twin Infinitives in uno stato di coscienza ridotto al lumicino. Jon Spencer inizia a macinare successi. Il successivo Orangediventa un superclassico del rock anni novanta, una specie di rinascita silenziosa dell’integrità garage negli anni in cui i Nirvana vanno incontro a uno scioglimento forzato e il punk melodico inizia a tirare a sé milionate di fan. Paradossalmente, ad ogni disco della JSBX viene affiancato un gemello di versioni remixate, voglio dire, sembra da subito che il gruppo abbia una visione molto più estesa ed omnicomprensiva di qualunque fan o giornalista che si occupi della faccenda (gli uni e gli altri sembrano volere rilegare la Blues Explosion a cose tipo Bellbottoms, vale a dire un mix equilibrato tra immobilismo vintage e ricerca ossessiva della qualità).

Io questa roba la scopro tutta in seguito. La mia esperienza col gruppo inizia leggendo una recensione del successivo Now I Got Worry, che riesco a farmi registrare in cassetta da un negozio di dischi compiacente. Non ricordo dove stava la recensione, ma il disco era venduto come l’unico modo possibile di concepire il punk rock nell’anno 1996. Naturalmente non è vero, anzi è proprio Now I Got Worry, anche in prospettiva, a stabilire la distanza ideologica tra il successo della Blues Explosion e tutto il movimento assieme a cui si è sviluppata, la rete di gruppi garage-blues che facevano capo alle varie Crypt/In The Red/Sympathy. Il lato A inizia con un urlo strozzato ed alzato artificialmente al mixer, uno degli attacchi più sgradevoli della storia della musica. Poco dopo il disco diventa uno dei massimi esempi di scrittura di quell’epoca, e tutt’altro che un disco di rock’n’roll codificato. Now I Got Worry è un album pesantemente anni novanta, figlio di una concreta necessità di contaminarsi con qualsiasi musica sia disponibile, ma contrariamente al crossover del periodo la musica della JSBX non ha la minima intenzione di usare le divagazioni come piatto forte e mantiene un’identità rock’n’roll quasi ossessiva. Quello che cambia è più che altro la situazione produttiva in cui il gruppo lavora, preso in ostaggio dalle guest stars (usati quasi sempre con cognizione di causa), da tecniche/strumenti ripescati a viva forza dal passato remoto e riutilizzati fuori contesto e dall’ossessione per un suono slabbrato ed informe che rende quasi impossibile riconoscere il lavoro dei musicisti.

Now I Got Worry rimane l’apice di violenza della band, che in forza dei risultati del disco diventa ancora più calda che ai tempi di Orange. È un periodo di canonizzazione: nel 1995 i Boss Hog sono usciti su Geffen, lo stesso anno i Royal Trux esordiscono su Virgin con l’ignobile Thank You. Da diverso tempo i concerti della band sono leggendari: venti-trenta pezzi sparati uno dietro l’altro senza una pausa, gente in visibilio sotto al palco e tutto il resto. Jon Spencer, magro e dinoccolato e fasciato di vinile nero dalla testa ai piedi, diventa l’uomo-immagine di un genere musicale che si spara le pose in nome di un bene più alto e importante. Il paradosso è che a ben guardare i geni sono gli altri due. La cosa diverrà abbastanza chiara in occasione del disco successivo del gruppo.

Quando Acme è pronto, nel ’98, vado a comprarmelo il giorno dell’uscita. Il negoziante prende una copia da una pila di trenta, a CESENA, mica ar pigneto voio dì. Torno a casa e non mi ascolto altro per circa un mese. L’inizio è affidato al vocione di Spencer che declama This is blues power, ma Acme tira dalla parte del soul e di Russel Simins: ideologicamente il disco prosegue il discorso dei Butter 08 (un side-project messo insieme dal batterista assieme alle Cibo Matto) molto più che qualsiasi altro lavoro della JSBX. Lo stile dell’uomo è una serie di rimbombi e di cambi di tempo, vagamente math rock se vogliamo, e viene esaltato a mille dalla chitarra scarna di Judah Bauer persa nel trip folk-elettrico che lo porta a formare il progetto 20 Miles insieme al fratello. Acme è registrato in diversi studi di registrazione e da diverse persone (spiccano il solito Steve Albini, Dan Nakamura, Calvin Johnson e diversi altri), e i pezzi tirano tutti da una parte diversa,  ma la tenuta dell’insieme è spaventosa (fa eccezione lo sbraco finale di Attack, che essendo a cura di Alec Empire è una roba di pessimo gusto).

Acme è una roba abbastanza grossa da diventare IL disco della Blues Explosion, a livello che qualche anno dopo ti capita di girare canale e beccare uno stacchetto di MTV con la musica di Calvin. Da qui in poi qualcosa si rompe. Fino a questo momento Jon Spencer ha gestito gli affari del gruppo in maniera più o meno DIY, lavorando al management e al booking in prima persona e spillando contratti di distribuzione divisi tra Matador negli USA e Mute in Europa. La musica di Acme è la cosa più hip della fine degli anni novanta, riassume più o meno tutto e quel che è peggio sopravvive a tutte le mode. Non possiamo dire lo stesso di qualsiasi cosa che sia venuto dopo: il botto degli Strokes segue di tre anni e da lì in poi è una gara a chi è più cool. L’anno successivo esce Plastic Fang: a quattro anni di distanza dal disco precedente e in un mondo INFETTATO da gente che copia cose che loro facevano nell’89, i tre decidono di non rilanciare sulla posta e fare uscire una copia carbone di Orange otto anni dopo. A voler guardare il pelo, la musica di Plastic Fang è ancora abbastanza ispirata per almeno metà del minutaggio, ma la sensazione che tutto stia dentro il livello di guardia è semplicemente eccessiva, specie per chi è fan da più di un lustro e continua a far girare Now I Got Worry. Un paio d’anni dopo esce Damage, a firma The Blues Explosion e licenziato da Sanctuary (la casa dei pensionati del rock per eccellenza, o poco ci manca): la qualità globale fa rimpiangere i tempi di Plastic Fang, e di lì a poco il gruppo si scioglie.


Qualche anno dopo la band si rimette assieme. L’esperienza più significativa nel frattempo sono stati gli Heavy Trash di Jon Spencer, qualitativamente non troppo diversi da quello che suggerisce il moniker, e poi iniziano le celebrazioni in forma di box-set e cose simili. Il primo disco nuovo uscirà tra una decina di giorni e si chiama Meat+Bone. L’anticipazione nel sito del gruppo ci dice che non sarà niente di diverso dagli ultimi due album E che il contributo del gruppo al mondo può limitarsi senza troppe paturnie a Now I Got Worry ed Acme, ma non ci aspettiamo niente di meno e Jon Spencer, con venticinque anni di attività frenetica sulla groppa, si contorce ancora sulla sua chitarra in pantaloni di pelle nera e camicia madida di sudore. Rispetto ai tempi belli ha preso al massimo tre chili, il gruppo suona che è una meraviglia, gli ultimi giri italiani raccontano ancora che anche per il più speranzoso ed arrabbiato giovane bluesman in circolazione non c’è semplicemente partita.