OFFERTA DI LAVORO – collaboratore freelance per il sito bastonate.com

Massimo mi ha fatto leggere questo annuncio. Sta girando parecchio per i posti, in realtà. In pratica si tratta di un sito, molto famoso, che cerca un collaboratore esterno che sia disposto a (non) farsi assumere a cottimo, 25 euro lordi per un articolo di 10mila battute, editato su WP ed ottimizzato per SEO, e senza manco poterlo firmare -cioè manco ti paga la differenza in “visibilità”, per così dire. Questo stando al bando pubblicato sul sito. Fa un po’ male perchè insomma, sì, ecco, fa male in generale sapere che queste cose vengano chieste, a prescindere da chi le chieda. Ma stando a questa intervista il sito di cui sopra produce al giorno in media “nove articoli, che aggiorniamo o scriviamo ex novo“. Ponendo che questa sia la media aritmetica di 365 giorni l’anno, vuol dire 3285 articoli, che se fossero scritti tutti dallo stesso volonterosissimo collaboratore esterno (90mila battute al giorno) costerebbero al committente un totale di 82125 euro. Sui quali il più che volenteroso collaboratore dovrebbe ovviamente pagare le tasse e tutto quanto (82mila euro non è che te li puoi intascare con una ritenuta d’acconto), ma vista così non è manco una brutta cifra, a parte che il ritmo produttivo è tipo un Ulisse di Joyce ogni due settimane. I due problemi sono che A il sito di cui sopra, per quanto ne so, è un sito che fa solo questa cosa qui, e B stando all’intervista linkata più in alto il sito di cui sopra nel 2016 ha un fatturato che nel 2016 “sfiora i 2 milioni”. Vale a dire che col contratto di cui al bando, il costo di produzione dei contenuti del sito è pari al 4% del fatturato totale.

(immagino che ci sia altra gente impiegata nella società e una struttura commerciale e tutto il resto, mica voglio fare il puro, magari me la prendo un po’ troppo, ma il sito sta dichiarando più o meno di essere intenzionato a spendere per la propria esistenza fisica un venticinquesimo di quel che incassa ) 

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Superata l’obbligatoria fase di rodimento iniziale, comunque, l’annuncio mi ha fatto riflettere. In fondo, boh, non sappiamo per certo com’è stata costruita la piramide di Cheope, no? Magari era nato tutto con un bando per collaborazione esterna, con ritenuta d’acconto e manleva, in un papiro affisso fuori dalle città -il geroglifico non era chiarissimo, non c’erano così tanti lettori, le note in basso magari erano scritte troppo in piccolo e il geroglifico dell’occhio lo si scambiava facilmente per una cassa mortuaria rituale. Lì per lì qualcuno magari s’era sentito, diciamo, non adeguatamente ricompensato, ma voglio dire, non è pazzesco aver preso parte a una cosa così enorme, il cui indiscutibile fascino storico ed artistico si estende per quasi 5000 anni? Ecco: utilizzare le condizioni strutturali della new economy, magari allo scopo di portare a termine una visione di portata inconcepibile. In altre parole, Bastonate cerca nuovi collaboratori a contratto, secondo le condizioni che seguono. 

  • La collaborazione con il sito bastonate.com è a titolo provvigionale ed è quantificata nel 90% dell’incassato netto del collaboratore. Cerco di spiegare come funziona: vi tenete mezza mattina libera, dalle 9 alle 11 circa, e in quel tempo scrivete il pezzo che andrà su Bastonate. Dopo averlo inviato a me, a mo’ di cauzione, vi potrete recare presso un supermercato a scelta nella vostra città (lo staff di bastonate.com, in cambio della provvigione, potrà fornirvi una consulenza per individuare le strutture con il maggior potenziale economico, tramite un algoritmo autogenerato di cui non ci sentiamo liberi in questa sede di specificare le caratteristiche), e inziare attività di coin scouting.
  • L’attività di coin scouting consiste nell’appostarsi appena fuori dalle casse, aiutare la clientela a portare il carrello della spesa in macchina e riportare il carrello nell’apposita rastrelliera, in cambio di un compenso pari alla moneta inserita nel carrello stesso. Ad esempio, se una persona riesce a portare a posto 8 carrelli all’ora, a una media di 0,90 euro a carrello, l’incasso lordo sarà 7,20 euro l’ora -che dalle 11 alle 21, potenzialmente, possono significare 72 euro di incasso giornaliero, cioè (in una settimana lavorativa di 6 giorni) circa 1728 euro al mese. La parte bella? ESENTASSE. Magari buttate un occhio di tanto in tanto, se vedete poliziotti in zona prendetevi un paio d’ore di pausa.
  • Alla fine del turno di coin scouting il collaboratore comunicherà il ricavato giornaliero al suo referente nel sito bastonate.com. A quel punto la redazione potrà programmare l’uscita del pezzo. La struttura organizzativa del sito tratterrà il 10% della cifra incassata al supermercato dal redattore, a titolo di consulenza (sia per l’attività di redazione che per quella di coin scouting). Il 10% è sul fatturato lordo per disincentivare gli sprechi produttivi (EG va bene se di tanto in tanto vi fermate e prendete un caffè, ma non voglio essere io a pagarveli)
  • Si richiede collaborazione continuativa nel tempo, e a tutela della collaborazione stessa il sito bastonate.com potrebbe impegnarsi a minacciare il collaboratore, ogni qualvolta il suo fatturato nell’attività di coin scouting risulti sotto-budget.
  • Il compenso non è legato alla quantità di articoli prodotti, in effetti esiste un meccanismo di incentivi alla non-produzione di cose scritte, in favore di un incremento dell’indotto legato all’attività di coin scouting.
  • Gli articoli pubblicati su bastonate.com non presentano elevatissimi requisiti dal punto di vista editoriale. In effetti, ad essere sinceri, il comitato di redazione ha un certo debole per le supercazzole. La proprietà intellettuale e la responsabilità legale degli articoli rimangono al collaboratore esterno, che per prassi interne alla redazione viene identificato dallo pseudonimo “uomo piramide” unito al numero ordinale di sottoscrizione del contratto.
  • I pagamenti al sito bastonate.com verranno effettuati con rimessa diretta a vista, due volte l’anno, presso un casello autostradale la cui ubicazione è concordata al momento della stipula. 

Se questo vi interessa, potete inviare la candidatura all’indirizzo mail piramidi@bastonate.com. (se la mail vi torna indietro magari provate a insistere)

(nota a margine: sembra che il contratto con il nostro illustratore, uomo piramide 4, si stia risolvendo. è probabile quindi che per un po’ gli articoli di Bastonate siano addobbati con foto del mio gatto) 

La rubrica pop di Bastonate: la recensione degli H-Blockx AKA considera che l’aragosta ha le sue ragioni perché ha avuto un caciucco incident dopo aver ascoltato ‘sto disco

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Chiariamo subito una cosa (prima che io perda inesorabilmente il filo del discorso): nel 2012 un nuovo disco degli H-Blockx è come Biagio Antonacci col tamburello in mano che viene pagato dalla regione Puglia di Nichi Vendola per girare un video in Salento d’estate dopo essere stato ricoverato a Forlì con un salame nel culo a capodanno. Anzi no, è come Giorgio Panariello che, ospite a Che Tempo Che Fa di Fabio Valium Fazio, sfodera una spilla con falce e martello al bavero della giacca dopo aver lavorato a Mediaset di Berlusconi appena l’inverno prima (tra l’altro Giorgio Panariello son quindici anni che non fa più ridere, più o meno come gli H-Blockx – che almeno si erano sciolti o ben più probabilmente erano spariti in Italia pur continuando come se nulla fosse in Germania, ma questo è un discorso che approfondirò i seguito o forse non approfondirò mai perché di Panariello me ne frega poco o nulla). Un tentativo di rifarsi una qualsivoglia verginità, sfruttando successo avuto anni prima contando sul fatto che il pubblico nel frattempo abbia dimenticato o magari per via del cosiddetto ricambio generazionale ci sia un pubblico nuovo che non sia a conoscenza di cosa sei stato e da dove sei venuto. Ah, la tauromachia! Ah, gli anni novanta che quindici/vent’anni dopo ritornano a galla come una pietanza digerita male (magari un risotto al curry dell’indiano take-away)!

Ma (dico io, che nel frattempo ho già perso il filo del discorso e sto scrivendo col pilota automatico come Otto in L’aereo più pazzo del mondo)(tra l’altro in quel film faceva una comparsata pure Flea dei Red Hot Chili Peppers, dunque si torna inevitabilmente agli anni novanta che ritornano a galla come una pietanza digerita male – magari un Chinese Take Away come cantava Mao post-sbornia da successo feat. Andrea Pezzi, praticamente anni novanta digeriti male come se piovesse), che senso hanno oggi gli H-Blockx? Avevano un senso allora? Ma, soprattutto, erano così famosi allora da giustificare una loro reunion oggi, considerando che in realtà non si sono mai sciolti ed hanno continuato a fare cose nel disinteresse generale? Un disco che in Italia ha avuto un buon successo nel 94/95 trainato da una copertina con uno squalo (ci arriverò) e da un singolo come Risin’ High con un video che neanche i Green Jelly, ospitate a Videomusic in programmi pomeridiani condotti da Paola Gennaro Maugeri con i capelli blu e dal Kaimano e null’altro (tra l’altro a quel programma si presentarono senza cantante perché si era fatto malissimo dopo aver fatto stage diving, altra cosa veramente so 90’s). Dunque, non erano così famosi e non hanno fatto nulla di così memorabile da giustificare una reunion/riapparizione in un’epoca in cui si riuniscono Smashing Pumpins e Soundgarden in nome del botto commerciale avuto con due dischi usciti più o meno contemporaneamente a quello degli H-Blockx (del quale tra l’altro non ricordo il nome, ma non perdo nemmeno tempo a fare ricerche su Wikipedia perché di Panariello me ne frega poco o nulla – per la cronaca si chiamava Time To Move ed era un disco minore se visto in prospettiva e confrontato con ciò che girava all’epoca, però ci piaceva assai). Magari in Germania erano così famosi e lo sono stati pure dopo Rising High, ma in Germania è riuscito ad entrare in classifica pure un mio compagno di università con un pezzo techno-hardcore (con tanto di imbarazzanti ospitate nei programmi dance di Viva, of course), dunque il mercato tedesco non fa poi così tanto testo e quasi quasi ha ragione Berlusconi quando dice che la Germania dovrebbe uscire dall’euro perché la Merkel è una culona inchiavabile e gli H-Blockx sono stati nient’altro che una one hit wonder figlia di anni in cui ci siamo bevuti di tutto, perfino Biohazard, Dog Eat Dog e Giorgio Panariello (che erano ben altra cosa rispetto ai nostri), senza renderci conto che guardando le cose in prospettiva ci avremmo riso su (mi ripeto tanto per incasinare le cose e far saltare definitivamente i nervi all’eventuale lettore: tra l’altro Giorgio Panariello son quindici anni che non fa più ridere, più o meno come gli H-Blockx – che almeno si erano sciolti o ben più probabilmente erano spariti in Italia pur continuando come se nulla fosse in Germania, ma questo è un discorso che approfondirò i seguito o forse non approfondirò mai perché di Panariello me ne frega poco o nulla).

Torniamo a bomba al disco e smettiamo di farci seghe mentali: come suona HBLX? Suona come se una cover band da birreria – una di quelle tristissime che fanno cover dei Led Zeppelin tra una birra ed un panino, per intenderci – decidesse di svoltare iniziando a cercare di suonare disperatamente anni novanta, con tutti i cliché del caso: chitarre aggressive ma non troppo, pezzi strofa-ritornello-strofa, rappato alla terza traccia, basso che pompa, sei alla sesta traccia ti sei già scordato delle precedenti, alla ottava vorresti spegnere ma devi pur finire la recensione, il disco finisce ma ci riprovi, inizi da capo ma dopo il rappato della terza traccia esci e vai a fare spesa, ascoltando tra l’altro cose completamente diverse durante il tragitto in auto. Zero originalità, tutto è ai limiti del plagio dei Red Hot Chili Peppers (ed in misura minore e/o estemporanea anche Rage Against The Machine, Faith No More, Sugar Ray e –  la butto lì – Ugly Kid Joe) ed i suoni sono proprio quelli di una cover band dei Led Zeppelin (e dunque più vicini a Biagio Antonacci che alla storica band inglese), il che rappresenta un’aggravante dato che i Led Zeppelin hanno utilizzato uno squaletto appena pescato per sollazzare una groupie dopo un concerto mentre Biagio Antonacci l’hanno ricoverato a Forlì quella sera anche se la gente comune non ci crede; il fatto che gli H-Blockx avessero guarda caso messo uno squalo sulla copertina di Time To Move forse non significa nulla ma almeno serve a chiudere il ragionamento che avevo aperto due capoversi (o capiverso) fa e ciò mi rende estremamente felice (tra l’altro l’episodio del ricovero a Forlì con un salame nel culo è un po’ il jumping the shark della carriera di Biagio Antonacci, ma a questo punto mi fermo perché mi gira la testa – qualunque cosa possa voler dire l’espressione “jumping the shark” nel 2012, qualunque cosa possa voler dire il fatto che gli Extrema erano la backing band di Biagio Antonacci 1998 circa ma non l’hanno mai dichiarato a Metal Shock o a Metal Hammer perché il fatto di essere stati la backing band di Biagio Antonacci è un po’ il loro jumping the shark).

Chissà se sono felici anche gli H-Blockx. Chissà se ci credono o se stanno semplicemente cercando di rimanere a galla (potrebbe tornare minaccioso il discorso dello squalo e del salame nel culo, ma cerco di soprassedere perché il tempo a disposizione sta scadendo). Chissà se si rendono conto che nel 2012 se ne sono usciti con un disco che probabilmente non vale manco la pena di scaricare, perché se lo scarichi poi lo cestini senza manco scaricarlo o ben più probabilmente lo conservi in nome di un (tuo, ma anche della band) passato che purtroppo mai più ritornerà – figuriamoci acquistarlo. Poi, per carità, ognuno faccia ciò che vuole, ma vedendo come si trascinano band come gli H-Blockx a distanza di quindici anni dal botto vien quasi da pensare che all’epoca avesse molto più senso seguire il Deejay Time di Albertino con tanto di sparajingle piaac – cosa che tra l’altro io facevo con gran gusto nel caldo rifugio della mia cameretta, negandolo però in pubblico per non avere ripercussioni sul mio grado di prestigio socio-politico. Il fatto che dopo Time To Move gli H-Blockx se ne siano usciti addirittura con una cover di The Power degli Snap (con relativo, prestigiosissimo featuring di Turbo B in carne e minchia) sta giusto lì a confermarlo implicitamente, anche se mi dicono dalla regia che all’epoca gli H-Blockx stavano agli Sugar Ray come i Blur stavano agli Oasis ed io devo per forza essermi perso qualcosa.

(Ill Bill Laimbeer takes the m/f keyboard, surgela e vi vende il pezzo di Accento Svedese a tranci al mercato ittico di Natale, come fosse una cernia pescata da una paranza di Torre Lucia Annunziata o come il colonello Nunziatella Cacarello di Spaceballs)

Chiariamo subito una cosa: ogni pezzo deve iniziare che io riprendo quello di Accento Svedese e non c’è vià di scampo, è una scelta di campo che ritorna scelta di campo, o scelta di campus alla mela verde, anzi ancora una scelta di scampo che è quella di parlare di salami e voglio essere come Biagio Antonacci che si è giustificato dicendo che voleva omaggiare il salame di Jacovitti ma non ci crede nessuno, se lo ha detto yahoo answer! Deve essere per forza così che stanno le cose.

Il disco nuovo degli H-Blockx non l’ho ascoltato, avevo quelli vecchi nel freezeer da dieci anni e li ho scongelati perchè mi son reso conto che la chiave per capire certi fenomeni kulturali (con la k come Kossiga o meglio Klu-Klux Cozza, il mitilo razzista che è una sopresa kinder della serie delle cozze che è stata ritirata dal mercato e ora su ebray si trova a tantissimo: e io mi chiedo, perchè non hanno ritirato dal mercato Kozza Nostra, il mitilo mafioso?). Ho capito che la chiave di tutti i dischi pop come quello post-reunion dei Litifiba e questo degli H-black box (inteso come il gruppo italiano dei black box ride on time) sono o i pesci o i crostacei, lo disse Kurt Cobain e lo ribadisce Paola Maugeri che potete vedere nella foto che è ok mangiare il pesce e i crostacei anche se sei vegetariano e il salame ti piace gustarlo come Biagio Antonacci (che era assieme alla figlia di Gianni Morandi e si son lasciati in seguito ad una diatriba se sia meglio il caviale alla Morandi o il salame o i crostacei) godendo così della stima dei miei simili e per quanto sia nostalgico non sono stato mai da Paolo Limiti I limiti che ho li riconosco, sono cappuccetto rosso perso in questi sottoboschi artistici: perchè lo so mi vuole bene questo pubblico di nicchia, ma io mi sento piccolo come una lenticchia.

Insomma dicevamo: per parlare anzi scrivere dell’ultimo degli Eis Skank Block Bologna basta scongelare i dischi usciti fra il ’94 e il ’98 e sei già apposto, basta vedere il video di Risin High dove c’è (e ancora una volta qui torniamo) una aragosta che fa turntablism e gli scratch su un riff di chitarra per capire tutto non solo del disco nuovo e per cogliere al volo l’occasione manco fossimo ai grandi magazzini. Che poi non è solo questione di crostacei ma anche di pesci (o erano mammiferi) come delfini, tonni e sopratutto squali: gli h-blockx se li ricordano tutti per la copertina con lo squalo e allora non è un caso se sono stati copiati, anzi non copiati ma omaggiati, citati, plagiati ma situazionisticamente parlando da Elio e Le Storie tese e appunto dai Litfiba che non a caso hanno dichiarato di “essere lo Squalo” nel loro grandioso ritorno dell’anno scorso (e noi di Spadrillas torniamo solo quando si tratta di tornare col botto, anzi di tornare con la salma in salmì di Gianni Budget Bozzo, che ovviamente surgeleremo dopo averlo scongelato per venderlo a tranci al mercato di Natale, anzi al mercato Pasquale inteso come Pasquale Bruno detto ‘o animale: vaglia postale, fistola anale etc etc). E’ non è un caso che l’album dei Litifbia sia uscito in versione deluxe per le edizioni Lo Squalo. E visto che ci siamo è chiaro che c’entra la poderosa influenza dei film italiani di Enzo G. Castellari e di Sergio Martino e pure di Bruno Mattei: parliamo di film come Il fiume del grande Kaimano (poi ripreso appunto da Claudio Kaiamano Cingoli e pure da Nanni Moretti che però non ha accreditato questa influenza culturale pop): c’entra perchè non si può non rimanere influenzati da Franco Nero che con una parrucca bionda si getta da un elicottero per ammazzare un fake squalo (e infatti come si chiama il leader dei Pixies? Frank Black…), infatti ecco il perchè degli squali in copertina, ecco il perchè ora le uscite musicali più nnuove e rivoluzionarie si ispirano a film fatti come se il produttore del disco fosse Bruno Mattei con la supervisione di Claudio Fragasso: perchè quella è la chiave non solo delle reunion in campo musicale ma è l’essenza della musica vista come diffusore di cultura pop. Perchè soprattutto il caciucco è una specialità toscana e tutto torna: Giorgio Panariello e i comici toscani che non hanno mai fatto ridere tutti riuniti in quel programma là, Vernice Fresca dove c’erano Leonardo Pieraccioni che comunque aveva già fatto delle gags a Deejay Television e Giorgio Ariani indimenticato fake Pierino e Cecchierin. Ecco, l’essenda dei dischi pop è come il caciucco: piatto, realizzato con gli “scarti”, ovvero con ipesci meno pregiati preparato nelle galere cinquecentesche per sfamare i vogatori alla catene. In Toscana, il cacciucco, era inizialmente il pasto dei poveri e il termine ha assunto il significato di “mescolanza”: ecco insomma il perchè stiamo parlando di un disco che non ho ascoltato ma che è la quintaessenza (o anche i quintorigo, inteso come raglia ma non l’asino che raglia, la raglia quella che sembra talco ma non è e serve a darti l’allegria) del pop.

Ecco perchè per parlare di questo disco bisogna non parlarne ma parlare attraverso di esso facnedolo diventare come il caciucco pezzo talmente pop che è pirotecnico essendo piromane (perchè ricordiamolo: petomani si muore, ricordiamo anche il film il Petomane): è un salto con l’astice fatto usando come asta l’astio che abbiamo verso quella vacca di Paola Maugeri e il suo accento mangia cock(ney) reject e verso la sua vita a impatto zero. Il nostro invece è un impatto sottozero, come il film di Jerry Calà del 1987 e come Subzero di Mortal Kombat che c’aveva la meglio fatality secondo me, perchè bene rappresentava l’essenza del pop e anche quella del minculpop, di Pol Pot, di Pot Op (inteso come potere operaio) e delle purpette di mmerda di Diego Abbattantuono che ha fatto successo plagiando e copiando Giorgio Porcaro indimenticata star di SI RINGRAZIA LA REGIONE PUGLIA PER AVERCI FORNITO I MILANESI). Diego poi è noto che fa sesso coi pesci come Troy McLure dei Simpson però la fine di Troy McLure l’ha fatta fare a Giorgio Porcaro

E tutto torna al fatto che dopo Time To Move gli H-Blockx se ne siano usciti addirittura con una cover di The Power degli Snap (con relativo, prestigiosissimo featuring di Turbo B in carne e minchia) sta giusto lì a confermarlo implicitamente, anche se mi dicono dalla regia che all’epoca gli H-Blockx stavano agli Sugar Ray come i Litfiba stavano ai Diaframma ed io devo per forza essermi perso qualcosa ma giassapete che ho dovuto scrivere questa cosa perchè ogni pezzo pop inizia e termina con quello che è già stato scritto.

Bon, vado a mangiare che sono le 12.13, il pezzo è finito e poi devo andare a un mercatino dell’usato. E non è un caso che la pubblicità del caciucco Buitoni la faceva Abatantuono e la Buitoni era lo sponsor del Napoli di Maradona. Sono le 12.36 e vado davvero a mangiare, stavolta il pezzo è finito qui davvero, non ci penso nemmeno a rileggerlo e a editarlo.

http://spadrillasindamist.blogspot.com

Tanto se ribeccamo: MORBID ANGEL

Quanto è brutto l’ultimo dei Morbid Angel? Talmente brutto da ridefinire fin dalle fondamenta il concetto stesso di brutto, talmente brutto da mandare in paranoia il sistema nervoso centrale. È così brutto che tentare di descriverlo sarebbe una sfida persa in partenza anche se questa fosse una recensione in odorama regolata su Napoli in una giornata particolarmente arrogante. Nemmeno a mettercisi d’impegno, nemmeno a radunare i cervelli più sopraffini del pianeta e chiuderli in una stanza tutti insieme tutti uniti nell’obiettivo di realizzare scientemente il disco più brutto della storia si sarebbe arrivati ai risultati strabilianti raggiunti in Illud Divinum Insanus, ineffabile fin dal titolo, parole a caso in un latino da bocciatura immediata al CEPU senza passare dal via. Una bruttezza talmente radicata e irredimibile da ipnotizzare; si rimane rapiti da Illud Divinum Insanus, incapaci di distogliere lo sguardo come davanti all’abisso, come di fronte all’opera d’arte più atroce e degradante mai concepita da intelletto umano. I film di Cavallone? Roba da mammolette. I dischi di Vagina Dentata Organ (o di Michael Bolton, o dei Backstreet Boys)? Cazzatelle da turisti dell’abbruttimento. Il programma di Sgarbi? Alta televisione da mandare in sollucchero il Bernabei degli anni d’oro. E così via: qualunque picco di aberrazione, devianza mentale e puro e semplice orrore possiate immaginare, i Morbid Angel l’hanno sfondato e oltrepassato di diverse lunghezze. È un delirio hughesiano Illud Divinum Insanus, volontà di potenza però sbagliata allo stato puro, schemi elementari reiterati con coazione a ripetere snervante, jeffreydahmeriana, da mandare via di testa il più duro e puro dei minimalisti della vecchia, ma anche insensate architetture mezzo Sant’Elia mezzo barbone pazzo mezzo diekrupps mezzo gorilla lobotomizzato calate in una wasteland lovecraftiana a dir poco agghiacciante, la macchina da guerra più letale e distruttiva del mondo con un troglodita ai comandi, colpi a vuoto, i suoni che potreste sentire lanciati in mezzo alla pista vuota nella parte più recondita della vostra testa nel pieno di una giornata inaffrontabile, figure death metal di cartapesta da sagra paesana, una produzione che al confronto i primi scazzi con GarageBand diventano roba da Phil Spector, e poi Vincent e Azagthoth liftati e freschi di permanente grondante black #1, il torso glabro, l’ombelico volitivo e due ragazzini (tra cui un mezzo cinese androgino bruttissimo) che fissano l’obiettivo in cagnesco con occhi cisposi… Non ci sono parole, non c’è altro da dire. Il rispetto, già di per sé infinito, aumenta esponenzialmente.

Anniversari: Melma & Merda – Merda & Melma (1999)

Molti ieri hanno ricodato John Lennon, molti altri Diamond Darrell, i più antagonisti il marchettaro irrequieto Darby Crash. Io, ho ricordato Melma & Merda.
Nessun morto in questa occasione, perlomeno in senso fisico (e mentre scrivo mi sto grattando furiosamente i coglioni); a venire celebrata è piuttosto la morte di un intero genere. Merda & Melma è l’ultimo disco di hip hop italiano. L’ultimo spasmo di vita di una scena che da allora in poi diventerà regno incontrastato del fiaccume più bieco, proscenio esclusivo di smiroldi e giaccaloni da offesa alla dignità umana, quegli stessi smiroldi e giaccaloni che fino ad allora erano obbligati a tenere bassa la crestina perché il microfono stava in mano a chi sapeva confrontarsi con la musica e con la vita senza malafede.  E non è una questione di sterile piagnisteo nostalgia canaglia-pilotato totalmente fine a sé stesso, non è un tristo esercizio di memoria per vecchi dentro che rimpiangono aprioristicamente il passato per il solo fatto che è passato. No: è un atto dovuto e un riconoscimento di superiorità totale a prescindere dal fatto che quello che stiamo vivendo ora è probabilmente il momento più nero della storia dell’hip hop nazionale, e la nottata non accenna a passare.
La storia la conoscete: Deda Kaos e Sean in jam molesta assemblano il disco in pochi giorni coinvolgendo giusto qualche amico (tra cui un Neffa in fiamme che parallelamente stava consumando il suo addio all’hip hop nell’irripetibile Chicopisco). L’album esce l’8 dicembre 1999; in un sussulto di bastardaggine decidono di tirare soltanto venticinque esemplari dell’edizione in vinile, che diventa immediatamente una sorta di sacro Graal 2.0 per b-boys fieri e collezionisti ossessionati al punto da assumere in tempi recenti i contorni dell’urban legend come manco il disco dei Devil Doll stampato in una copia o il CD di Merzbow saldato nell’automobile. Un peccato veniale tutto sommato concesso a un disco che resta assolutamente mostruoso ora come allora, tanto cupo e opprimente nelle sonorità quanto battagliero e assassino nelle liriche; mai si era sentito un Kaos così lanciato a bomba contro il mondo, armato “solo di fotta, il resto non serve a molto“, mentre il flow malmostoso di Sean demolisce suckers come fossero biscotti friabili. I più intellettuali negli anni si sono fissati sulla lunga Trilogia del Tatami nella pretesa di estrapolare un solo brano “rappresentativo” del lavoro, ma la realtà è che tutto il disco è ugualmente potente e terminale e definitivo, frutto di tre autorità incontestabili ognuno allo stesso modo in orbita, animato da un senso del disastro e portatore e generatore di un clima di fine incombente che attrae magneticamente piuttosto che spaventare, come restare a lungo ad occhi spalancati a scrutare dentro l’abisso.
Seguirà un breve tour, fondamentale allo stesso modo del disco, che documenta l’assoluto stato di grazia del collettivo; poi la dissoluzione, mai ufficialmente annunciata, sparire in silenzio fagocitati dallo scorrere implacabile del tempo. Kaos è riemerso nel 2007 con l’ottimo Karma, un disco di cuore che parla alla gente che ha un cuore; ogni tanto torna a fare concerti, più spesso dj set in mood nostalgico, tra i pochi depositari rimasti in giro della memoria di un’era che non ritornerà più. Deda si è reinventato dj funky con la ragione sociale Katzuma; Sean non ho la minima idea di che fine abbia fatto. Dopo di loro soltanto macerie.

R.I.P.

Dennis Hopper (1936 – 2010)

Un cancro alla prostata si è mangiato questa mattina l’uomo che, dopo William Burroughs, più di ogni altro è passato attraverso tanta di quella droga da mandare al Creatore legioni di elefanti rimanendo (relativamente) lucido. Grandissimo attore quale che fosse il film in cui era coinvolto, diseguale come regista, capace al tempo stesso di capolavori assoluti (The Hot Spot, probabilmente il noir americano più sottovalutato di sempre), deliri allucinanti da mandare a casa piangendo il Roger Corman del periodo “acido” (Fuga da Hollywood) e sciocchezzuole da offesa alla dignità umana (Una bionda sotto scorta). Negli ultimi anni aveva continuato a passeggiare con kinskiana nonchalance tra la B più bieca (10th & Wolf, con un cast tra l’incredibile e l’improbabile che pare assemblato tirando i dadi), special guests caricaturali (La terra dei morti viventi) e il vecchio cinema d’Autore (il pazzesco Palermo Shooting, dove tra l’altro ha riallacciato i contatti con il vecchio amico Wim Wenders), finendo anche invischiato – probabilmente per ragioni puramente alimentari – in qualche telefilm del cazzo di ultima generazione. Celeberrima la sua battuta, ai tempi del secondo mandato di George W. Bush: “Ho votato per lui, ma non ditelo troppo in giro. Non è un buon momento per essere americani, questo“. Una litrata di whisky pregiato e un paio di piste di colombiana lunghe quanto un braccio sono il modo migliore, forse l’unico, per celebrare questo grandissimo UOMO.