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Il disco più bello di sempre.

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Il sistema economico in cui viviamo è basato sul desiderio. I bambini sognano la loro vita in termini di soldi o carriera, e questo è l’imprinting. Sognare di diventare veterinario o calciatore, possedere una porsche e i capelli lunghetti e un vestito elegante. Alcuni inseguono i loro sogni, i più ci vengono a patti e si trovano un lavoro qualunque che permetta loro di vivere decorosamente, metter su famiglia e pagarsi qualche svago. Alcuni svaghi ci salvano la vita. La musica, ad esempio, o gli sport: forse ci sono stati inculcati da un’industria multimilionaria, ma qualunque maschio italiano ha sognato prima o poi di giocare in attacco ai mondiali con la maglia azzurra; qualcuno ha anche fatto un provino per qualche squadra medio-grossa, a un certo punto. Altri hanno smesso di giocare appena hanno scoperto che tutto l’allenamento di questa terra non li avrebbe fatti diventare come Roberto Mancini. Poi ci sono quelli che scelgono la terza via. Giocano a pallone tutti i sabati pomeriggio, organizzandosi in squadre scalcinate che competono in tornei amatoriali, perché vogliono giocare a pallone. Si sbracciano per tenere in piedi un’economia delle briciole, fatta di sponsor che ti usano come sgravio fiscale e ti passano poche decine di euro l’anno con i quali eviti di metter mano alle tasche per pagare l’affitto di un campo in cui dieci anni fa cresceva ancora l’erba. Hanno le caviglie malmesse e la pelata dietro la testa, nessuno a vedere le partite e tutta la cattiveria di questo mondo. Quando scendi in campo e hai la maglietta della tua squadra, o giochi seriamente o vaffanculo.

A un certo punto pensavo che avrei fatto qualcosa di diverso nella mia vita. Mi ero laureato, avevo fatto un paio di contratti a progetto in una biblioteca ed ero tornato nella ditta in cui lavoravo da magazziniere per pagarmi l’università. Sei o sette mesi qui dentro, pensavo, metto insieme un gruzzoletto per starmene qualche mese a lavorare all’estero. Il capo in ditta era tale Sergio, ai tempi trentasettenne: mi convocò una sera nel suo ufficio dopo il lavoro e mi disse che gli serviva una persona, che aveva pensato a me perché conoscevo il magazzino ed ero esperto di computer. Mi disse che non gli andava di insegnare il mestiere a uno che stava per scappar via, e se avessi accettato sarei dovuto rimanere per almeno tre anni.

(nel 2004 venivi impiegato in ditte medio-piccole che ti supplicavano in ginocchio, a te senza competenze specifiche di alcun tipo, di mantenere il posto di lavoro per tre anni) (la fama di esperto di computer me l’ero fatto spegnendo e riaccendendo una macchina che stampava le etichette)

Steve Albini inizia a fare musica nei primissimi anni ottanta. è un fanatico di quelle cose che escono fuori dal punk e si stanno spostando verso qualcos’altro. Inizia a registrare cose in cameretta con una drum machine a nome Big Black: qualche tempo dopo riesce a trovare dei musicisti che suonino la sua roba dal vivo ed inizia una carriera nell’underground. Ha una rubrica sulla fanzine Matter nella quale parla (perlopiù male) di musica indipendente. Conosce Corey Rusk, il padrone di Touch&Go, mentre i Big Black si stanno avviando alla fine della loro esistenza. Fanno uscire Headache e Songs About Fucking. Lo scioglimento darà i natali a un gruppo di nome Rapeman, un’esperienza di un paio d’anni che riesce a fare uscire un buon disco. Dalla seconda metà degli anni ottanta Albini inizia a mettere le sue conoscenze tecniche da ingegnere del suono (che ha dovuto acquisire per registrare i dischi dei Big Black) al servizio di altri gruppi, registrando diversi dischi che diventeranno classici della musica rock. Bob Weston cresce in una cittadina del Massachussets con esperienze da trombettista in bande importanti (nel senso proprio delle bande, quelle che suonano alle parate). Si laurea in ingegneria e inizia a suonare il basso nei Volcano Suns, un gruppo fondato dal batterista dei Mission of Burma dopo lo scioglimento della band. Accetta un’offerta di Steve Albini, si sposta a Chicago e diventa suo assistente ingegnere del suono. Todd Trainer suona la batteria in gruppi tra Chicago e Minneapolis negli anni ottanta, ha un progetto solista chiamato Brick Layer Cake in cui canta e suona la chitarra. Si mettono a suonare assieme e tirano su un gruppo, niente di eccezionale.

La letteratura musicale, e credo anche quella sportiva (non la conosco bene), non sono strutturate per  poter celebrare a sufficienza l’aspetto amatoriale. L’industria della musica è sostenuta da un impianto faraonico fatto di royalty, contratti milionari e fanatici esaltati che si presentano allo stadio alle undici del mattino per avere i braccialetti del parterre; Fender vende chitarre a un sacco di persone che coltivano il sogno di calcare quei palchi, ma non sono in tanti a coronarlo. La musica, nella maggior parte dei casi, è costretta a trovare il modo di auto-sostenersi. Ci riesce perché chi la suona ha imparato a ripensarla in piccolo, si organizza per suonare in contesti brutali di fronte a quattro stronzi e riesce a tirarci fuori qualcosa di soddisfacente. Una volta registrar canzoni e farle ascoltare alle persone costava molti più soldi, oggi si riesce a fare con una certa dose di studio e usando internet. Negli anni novanta, quando un gruppo veniva firmato da una grossa etichetta, nelle interviste diceva di averlo fatto per riuscire a fare ascoltare a più persone possibile la propria musica. Ian MacKaye si chiedeva: perchè dovremmo fare ascoltare la musica a più persone possibile? Steve Albini continua a dichiarare che l’epoca in cui viviamo, per i musicisti, è eccezionale.

Sergio giocava a calcio e andava in bicicletta, l’intensificarsi della vita professionale l’aveva costretto a mollare il pallone e concentrarsi sulla bici. In Romagna è una cosa comunissima: prendi una bicicletta da corsa e inizi a salire su per la ciocca. Costa fatica fisica ma pochi soldi. I ciclisti passano la vita a tornire il fisico per affrontare salite devastanti senza avere in effetti il bisogno di affrontarle; alcuni sognano di diventare Marco Pantani, altri lo fanno perchè fa bene alla salute, i più lo fanno per via della bici. D’estate il lavoro della ditta scemava, Sergio sorrideva, diceva “vado via che ho un impegno”, usciva alle cinque del pomeriggio e mezz’ora dopo era lanciato su un dirupo. Un buon ciclista: gambe corte, dicevano che in salita gli stavano dietro in pochissimi. Se eri suo amico e rimanevi indietro, ti sfotteva. Se ti si rompeva l’auto, ti sfotteva. Se perdevi un affare s’incazzava e due ore dopo ti sfotteva. Certi giorni il sarcasmo che usava poteva essere pesante; bilanciava con l’autoironia e un comportamento che nessuno poteva dire scorretto. Se ti staccava in salita diceva che l’altro sabato andavi lento che potevi contare le margherite.

Nel 1993 Steve Albini pubblica un articolo per The Baffler intitolato The Problem with Music. È un conto economico a grandi linee di cosa succede ad un gruppo indie che viene firmato da una major: vendi 250mila copie, hai riempito le tasche dell’etichetta e ti ritrovi comunque in debito. L’articolo diventa un testo sacro della musica indipendente, negli anni di massima esplosione dell’alternative. Nello stesso anno esce il disco più famoso (e uno dei migliori) tra quelli da lui registrati. A questo punto della carriera ha già definito le coordinate morali del suo lavoro: registra in analogico, in presa diretta, non ama i mixaggi aggiuntivi, non si fa accreditare come produttore, rifiuta di essere pagato con percentuali di vendita del disco. L’anno successivo esce il primo disco degli Shellac.

La definizione di “musica indipendente” a cavallo della metà degli anni novanta è un tipo ideale che si definisce da caso a caso sulla base delle soglie di compromesso. I gruppi s’erano tirati in piedi con le loro gambe e avevano trovato un mare di attenzioni in più rispetto a quelle che ricevevano tre anni prima; la maggior parte dei gruppi indipendenti degli anni ottanta era tale per pura e semplice mancanza di alternative, alcuni lo erano per vocazione, altri per via di una mentalità fascista. Qualcuno lo era per ragioni economiche o artistiche. I modelli economici davvero funzionanti legati al rock indipendente non sono poi tanti, e quasi tutti hanno dovuto scegliere dove tracciare la linea della loro moralità. Gli Shellac, più semplicemente, hanno deciso scientemente di non far parte di quel mondo. La loro musica viene registrata in analogico e stampata preferibilmente su vinile; il gruppo la distribuisce tramite i negozi, non si porta il merchandising ai banchetti, non vende musica nelle piattaforme di streaming. Non usano un management o un ufficio stampa, organizzano personalmente tour in contesti a loro confortevoli (macroscopico l’esempio europeo di ATP e Primavera Sound). I tour non sono legati ai dischi, contengono pezzi in scaletta che non sono mai stati registrati. Non sono scelte difficili, se li senti parlare: servono per stare bene. È un gruppo così lontano dai riflettori che in condizioni normali la loro presenza sarebbe sostanzialmente invisibile. I fattori che la rendono evidente e chiassosa sono fondamentalmente due: la presenza del chitarrista e il fatto che i dischi del gruppo siano così buoni. Un effetto collaterale della politica degli Shellac è che il gruppo non fornisce ai membri abbastanza soldi da tirare avanti la baracca. Steve Albini dice che è irragionevole pensare che la gente sia disposta a pagare per vederti sciare.

Sergio diceva che il segreto è trovare piacere nel tuo lavoro. Aveva passato anni a seguire tutta la filiera per filo e per segno, poi la ditta s’era ingrandita e lui aveva iniziato a delegare e fidarsi dei suoi sottoposti senza controllarli. Tenere un clima rilassato e di fiducia all’interno dell’ufficio gli costava emotivamente quanto tenere tutti sotto scacco, tanto valeva farlo diventare un posto piacevole. Diventare grandi è dura, aveva smesso di giocare a calcio, una partitina ogni tanto per gradire, ma quando passava il freddo della stagione spolverava la bici e partiva. Mangiava regolato, beveva poco, fumava poco. Quando uno passa la vita tra scrivanie e autostrade a gestire le cose e usare gentilezza con clienti fornitori dipendenti e consiglio d’amministrazione, lanciarsi a bomba da solo su qualche salita deserta può essere un’ancora di salvezza. Quando uno di lavoro registra dischi agli altri gruppi, ti aspetti che di tanto in tanto abbia voglia di suonare quello che gli va, alle proprie condizioni, di fronte a un pubblico interessato.

Quando dico “il disco più bello di sempre” intendo quello che dico, ma “il disco più bello di sempre” in realtà è più di uno. Le ragioni sono tre: la prima è che mi permette di distinguere tra “il disco più bello di sempre” (In Utero) e “uno dei miei dischi preferiti” (0+2=1); la seconda è che mi permette di non dover scegliere tra In Utero e End Hits; la terza è che le ragioni sono sempre tre. Le cose che vengono rimproverate più spesso ai fan di musica indipendente sono integralismo, oscurantismo e malcelato rosico. Una marea di cazzate. Non conosco nessun fan di indie rock che si sia mai lamentato delle copie vendute dai Fugazi o dagli Shellac, o chi per loro. Alla maggioranza dei fan di rock indipendente non frega assolutamente un cazzo di chi si venda a cosa in cambio di cos’altro; quello che vogliono è musica che suoni vera e diversa dall’altra. Statisticamente, certa musica è rimasta migliore quando ha conservato la sua dose di umiltà.

Certo, non è una rivoluzione. Il punk e l’accacì e il rock indipendente scalcinato sono misure di allineamento e appartenenza alla stessa cultura che ti propina i Jim Morrison e le Avril Lavigne, non definiscono una classe di illuminati che riesce ad estraniarsi dalle cose del mondo. Li dovessi suonare ad un abitante di un villaggio in amazzonia, non saprebbe distinguere le differenze. Per chi ascolta è una questione di coscienza: la musica può esserci inculcata addosso, o può essere scelta da noi. Farla e ascoltarla costa soldi impegno e fatica, bisogna coltivare un giro di amicizie, una rete in cui tutti quanti a un certo punto sono tenuti a fare la loro parte. Non è un atteggiamento molto in voga, ultimamente: la possibilità di star chiusi in camera a scaricare musica e atteggiarsi a conoscitori (di non si sa cosa) ha dato un bel colpo alla musica indipendente.

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At Action Park è un disco di dieci tracce che sono dieci calci in faccia, trentacinque minuti totali, una sorsata. Architetture scarne in tempi dispari su cui gli strumenti s’aggrovigliano l’uno all’altro e le voci sgraziate di Steve Albini grattano via testi impossibili e bellissimi. (Steve Albini non ha mai ricevuto il giusto credito come autore di testi. La parola che ricorre più spesso è “grottesco”, ma descrive solo una parte della sua poetica). Batterie secche, basso arrogante, nessuno suona una nota di troppo. È un monumento ad una mentalità democratica della musica che vuole portare tutto ai minimi termini per renderlo sostenibile. La bellezza del disco ha reso impossibile ignorarlo.

I dischi i libri i fumetti e le persone ci hanno cambiato la vita. Certi dischi sono semplicemente belli, altri sono solo importanti, alcuni sono belli e importanti, e la vita non te la cambiano comunque. At Action Park è il disco più bello di sempre. Non è arrivato con l’intenzione di rompere degli equilibri: erano solo il gruppo della domenica di alcuni personaggi che stavano incidentalmente definendo un suono, ha rilanciato sulla posta, ha influenzato delle persone.

A un certo punto pensavo che nella vita avrei fatto qualcosa di completamente diverso, poi la vita e le persone e le cose hanno scelto per me. Quando leggi queste cose sui giornali ascolti i racconti di gente che ha ascoltato Back In Black ed è rimasta fulminata. Con At Action Park non succede. A un disco come At Action Park ci arrivi da introdotto, hai già scelto cosa ti piace e quanto sei disposto a pagarlo. Gli Shellac, agli occhi di un fan di metal pesante, avevano un suono che sembrava povero e incompleto. Poi sono semplicemente rimasti lì, ho sempre avuto voglia di ascoltarli. L’incantesimo di quella musica funziona ancora come dieci o quindici anni fa. Tra i massimi privilegi del mio ascoltare musica c’è quello, banalissimo, di averli potuti conoscere e aver avuto l’occasione di invecchiare con loro.

Gli Shellac esistono ancora e fanno sempre le stesse cose. Un mesetto è uscito il loro ultimo disco, un album formidabile intitolato Dude Incredible. Pezzi che suonano da anni ai concerti. Fanno un disco ogni sette anni, più o meno, senza legarci un tour. Steve Albini continua a registrare a tariffe abbordabili, ha costruito uno studio suo a Chicago, continua a lavorarci. Risponde regolarmente alla gente sul suo forum, gioca a poker e ha un blog di cucina. Bob Weston lavora anche in proprio, nel corso degli anni il suo nome è diventato la garanzia di un suono tra i miei preferiti e sta in calce ad alcuni tra i migliori dischi della storia (Rachel’s, June of 44, Get Up Kids, Low…). Todd Trainer sbarca il lunario a Minneapolis. Ai concerti si presentano con tute da lavoro e pantaloni sbragati. Ai concerti si fermano un attimo e rispondono alle domande del pubblico. Come si fa a tenere in piedi un gruppo per vent’anni, senza farlo diventare il proprio impiego? Servono due cose, come nel testo di Il Porno Star. Come ad andare in bicicletta. Sergio aveva ricominciato, appena finito l’inverno; a una salita cattiva gli era venuto il fiatone e non riusciva a farlo passare. Il giorno dopo ha iniziato a fare controlli. Se n’è andato nel novembre del 2011. La chiesa era piena di gente, sembrava il funerale di Pantani, erano venuti da tutta Italia, son dovuto rimanere fuori schiacciato contro il fondo del piazzale. Il corporate rock misura il successo degli artisti contando quanta gente sta sotto al palco.

Lavoro nella stessa ditta, con tutti gli altri ragazzi. Tra di noi non abbiamo mai litigato. At Action Park sta sempre in macchina, lo riascolto sempre, non mi stanca mai. Stando a Wiki è uscito il 24 ottobre del ’94. Vent’anni tondi oggi.