Black Heart Procession @ Estragon, Bologna (5/12/2009)

Seguire i Black Heart Procession fin dall’inizio significa essere testimoni di una delle più implacabili, scientifiche e inesorabili mutazioni dall’oro zecchino alla merda purissima avvenute nella storia del rock recente. Partiti come entità tra le più temibili e impietose nello scrutare nella tristezza umana più silenziosa e macerante attraverso tre album che sono altrettanti capolavori di disperazione incisa nella carne, letteralmente commoventi per ispirazione e rigore, precipitano in un micidiale guazzabuglio di ritmi spagnoleggianti, figure di plastica da karaoke di Tom Waits dei mentecatti, seghe (nel senso dell’utensile) pizzicate modello busker incapace e americana rassicurante e addomesticata da Marlboro Country nello sconvolgente Amore Del Tropico; il misfatto prosegue nel non meno sconcertante The Spell, con il recente Six che tenta maldestramente fin dal titolo di riparare tornando a battere antiche strade. Il problema è che il repertorio live del gruppo insiste nel tralasciare quasi completamente i primi tre dischi, il che – con tutto il rispetto e tutti i distinguo del caso – per noi equivale ad andare ad andare a un concerto di Neil Young sperando di sentire roba da Everybody Knows This Is Nowhere (o, al limite, da Harvest) e trovarsi Landing On Water riproposto interamente dalla prima all’ultima nota. Loro comunque se ne fregano: Pall Jenkins cerca con successo assai scarso di accendere una candela che si trova ai suoi piedi, in una serie di mossette e ragionamenti mugugnati a mezza voce che sono la ridefinizione del concetto di “autismo”. Toby Nathaniel, da par suo, sorseggia qualcosa da una tazzona gigante, di quelle che ci trovi sopra le scritte spiritose, con la verve di uno che sta facendo colazione la domenica mattina a casa della nonna in pigiama e ciabatte. C’è anche un ciccione che pare la copia subnormale di Will Oldham a suonare una lastra di metallo; la formazione è completata da due negri, il più scuro sta al basso e sembra un incrocio tra Mick Collins e Corey Glover come è adesso, il più chiaro è alla batteria e ha l’aria di uno scagnozzo strafatto di crack che sta per combinare uno scherzo terribile.
Per i primi due-tre pezzi la cosa funziona: sembra effettivamente di essere stati catapultati in qualche buco di culo di paesino rurale della provincia americana più infima, dove ubriacarsi all’unico bar della zona è l’unico sport praticato e il sesso tra consanguinei una pratica ordinaria, perfino banale. Poi però lo scenario stanca presto, dal momento che a mancare sono le canzoni (riescono perfino a massacrare Blue Tears stravolgendola fino a renderla irriconoscibile), e la band – negri esclusi – pare convinta di starci facendo un favore a stare lì a sfracellarci i coglioni inanellando un pezzo brutto dopo l’altro. Ma la maglietta del nuovo disco è molto bella e non resisto alla tentazione di comprarla, e alla fine sono soltanto più povero e più scoglionato.

Piccola nota a margine: va bene che l’arte non ha prezzo, ma sedici euro a fronte di un’ora e un quarto di concerto – bis compresi – fa abbastanza rodere il culo. Sono più di venti centesimi al minuto: a telefonare alle cartomanti (o a qualche chat-line porno) ce la si cavava con meno. E magari, ascoltando le loro baggianate, ci si divertiva pure di più.

Il download illegale della settimana – Airliner

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Di tutti i dischi pubblicati dalla Labrador (ricordiamolo: probabilmente la più grande indie-pop label di sempre dopo Sarah/Shinkansen), l’esordio a lunga durata di Airliner (progetto solista del chitarrista degli Aerospace Kristian Rosengren, già autore nel 1999 di un 7″ omonimo) ha una particolarità: è sinceramente, totalmente ed irrevocabilmente triste. È intriso di tristezza e si nutre di tristezza, quella vera, quella irreversibile e ben oltre il nero di chi coltiva propositi suicidi e prima o poi li mette in atto; è tanto triste ed è talmente vera la sua tristezza che, al confronto, qualsiasi altra cosa abbia anche solo lontanamente a che vedere con il concetto di musica triste per sensibiloni col cuore infranto può solo scappare via piangendo con le ossa fracassate. Non ho notizie del suo autore dal 2003 (anno in cui uscì The Last Days of August), ma non mi stupirei se un bel giorno avesse deciso di farsi saltare le cervella. La felicità è un’opzione, canta in Happiness con la verve di un condannato a morte che sale i gradini che lo portano al patibolo: c’è da credergli. Gli argomenti li conosciamo: perdita e rimpianto, assenze, la sfibrante intangibilità dei ricordi, la rincorsa di sentimenti sempre più sfocati dallo scorrere inesorabile delle stagioni, la nostalgia annichilente (non a caso un pezzo è intitolato proprio, uh, Nostalgia), gli addii, e in generale tutto il resto che ci divora il cuore. Se si è in sintonia con la visione e il sentire di Rosengren, scoppiare in lacrime fin dalle prime note dell’iniziale Trying to be clever, ed eleggere istantaneamente The Last Days of August compagno fedele di un’esistenza a fianco di pilastri di paritaria ispirazione e rigore del tenore di London Weekend di Another Sunny Day o l’opera omnia di Field Mice e Trembling Blue Stars, diventa atto dovuto. E se musicalmente una certa parziale aderenza ai canoni mezzo smithsiani, mezzo bossanova, mezzo brianwilson, mezzo twee-pop da adolescente autistico da cui l’intera scena indie-pop svedese non può prescindere potrebbe inizialmente (e ingannevolmente) portare a considerare Airliner come uno dei tanti, i testi rivelano una lucidità e una spietatezza nel raccontare l’immensità del dolore davvero rare. Volevo chiamarti stanotte, ma ho finito per fare come la gente che detesto, quella che non riesce mai a fare la differenza e non combina mai niente, riflette amaramente l’uomo in Everything that’s you, mentre in Defenses down si racconta, probabilmente per tentare un improbabile training autogeno, che “per la prima volta in vita mia sto bene da solo” (ma basta il tono della voce per capire benissimo che è vero piuttosto il contrario), salvo poi rimangiarsi tutto nel finale che è un saggio inciso sulla carne sulla vastità della solitudine. Time and space, unica strumentale del lotto, è il tassello definitivo che rende l’intero album roba pericolosissima da ascoltare se si è anche solo un po’ presi male (coronato peraltro da una copertina che ti suggerisce un modo creativo e di sicura efficacia per farla finita). Ironia della sorte per una rubrica come la nostra, il disco è praticamente impossibile da reperire in mp3 ma è comodamente ordinabile tramite il sito della Labrador. Musica per potenziali suicidi e autolesionisti cronici mascherata da roba vagamente innocua, un po’ come fu qualche lustro fa il singolo arraffaclassifiche Afternoons & coffeespoons dei Crash Test Dummies, che sembrava un pezzo allegrissimo e spensieratissimo e in realtà parlava del cancro. A ognuno il suo.