Dischi stupidi: Graveyard Classics

Perché non ci sono soltanto gruppi con nomi stupidi, esistono anche dischi stupidi, e come! Un buon esempio sono i cover album, categoria profondamente e irredimibilmente stupida già in sé e per sé – a parte rarissime e circostanziate eccezioni. E quale modo migliore per inaugurare una rubrica che parla di dischi stupidi se non presentando un gruppo che di cover album nella propria carriera ne ha incisi addirittura tre? Autori di tali misfatti sono i nefandi Six Feet Under, vecchia e blasonata conoscenza dei più coriacei death metallers di lungo corso; soltanto questi ultimi infatti sapranno ricordare che il gruppo inizialmente nasce come progettino-passatempo di due tra i più fieri e rispettabili esponenti del genere, ovvero Allen West, chitarrista e mente principale dietro agli Obituary, e Chris Barnes, mugghiante vocalist dei Cannibal Corpse – inventore di uno dei gurgling più bestiali e impareggiabili che si siano mai sentiti. La formazione era completata dal bassista Terry Butler (per cinque minuti nei Death, poi nei Massacre americani), e da tale Greg Gall alla batteria. Iniziano nei primi anni novanta esibendosi nei pub, tra una tournèe e l’altra dei rispettivi gruppi principali; il loro repertorio è composto esclusivamente da cover. Improvvisamente la faccenda si fa seria: con gli Obituary momentaneamente congelati e un allettante contratto per Metal Blade che si profila all’orizzonte, scrivono e registrano in poche settimane il debutto Haunted, un’autentica gemma di puro american death metal alla vecchia, prodotto a regola d’arte da Scott Burns e uscito quasi in sordina in un momento in cui la scena statunitense era ancora prodiga di capolavori (era il 1995, dello stesso periodo – per citarne soltanto alcuni – Domination dei Morbid Angel, Once Upon The Cross dei Deicide e Symbolic dei Death…); il disco, molto obituariano nel songwriting (quasi tutte le idee migliori erano farina del sacco dell’introverso West), oltrepassa in breve tempo la cifra folle – persino per i tempi – delle 80.000 unità vendute. È lo scisma: Barnes molla i Cannibal Corpse nel bel mezzo della lavorazione di un album che si sarebbe dovuto intitolare Created To Kill – poi abortito (parte delle sessions di registrazione si potranno udire, con un paio di lustri di ritardo, nel mastodontico cofanetto celebrativo 15 Year Killing Spree) – per concentrarsi esclusivamente sui Six Feet Under; ma non ha fatto i conti con il volitivo carattere dello spelacchiato West, che progressivamente perde interesse nel progetto e, tempo un inutile EP mezzo studio mezzo live (Alive and Dead, con la cover di Grinder dei Judas Priest) e il fiacchissimo e vagamente spinelloso successore Warpath (1997, con il simpatico inno alla marijuana 4:20), lascia il gruppo per tornare a pieno regime negli Obituary (e poi quasi scioglierli, ma questa è un’altra storia). Con un nuovo chitarrista privo di nerbo e le redini della band in mano al solo Barnes (che nel frattempo deturpa il suo invidiabile look da fotomodello rustico adulterando la sua folta e lucida chioma in un incoerente ammasso di dread stopposi e bisunti, da zecca da centro sociale), i Six Feet Under scivolano lentamente ma inarrestabilmente in una mediocrità da gruppuscolo infimo fatta di dischi tutti uguali, sempre stantii e sempre (più o meno) demotivati e indistinguibili. Con una particolarità: tra un dischetto inciso svogliatamente e frettolosamente dimenticato e l’altro, ogni tanto rispolverano la loro antica vocazione e, in maniera assolutamente randomica, infilano una raccolta di cover di brani hard rock, punk e/o heavy metal old school rivisitati con i chitarroni ipercompressi e il vocione gorgogliante, per tutto il resto esattamente identici agli originali. La serie (perché arrivati al terzo capitolo è di serie che diventa giusto parlare), dal tutt’altro che benaugurante nome di Graveyard Classics (lett. “i classici del cimitero”), viene inaugurata da un primo volume pubblicato nell’autunno 2000 dalla solita Metal Blade. La scaletta pare uscita dagli incubi peggiori di un lettore di Mojo uniti alle fantasie sfrenate di una testa metal impazzita nel mezzo degli anni ottanta: brani di Angel Witch, Deep Purple, Scorpions, Black Sabbath, Savatage, Venom, Accept e perfino Jimi Hendrix e i Monkees, con i Dead Kennedys in mezzo a fare da manicomiale trait d’union. Nell’edizione limitata rincarano la dose con brani di Kiss, Thin Lizzy e una traumatizzante rilettura di Wrathchild degli Iron Maiden. Tutti i pezzi, è bene ribadirlo, differiscono dagli originali unicamente per la compressione delle chitarre e un atonale gorgoglìo stile sciacquone del cesso (guasto) al posto della voce. Ma il meglio, concettualmente parlando, i Six Feet Under lo tengono in serbo per il secondo capitolo, in occasione del quale imbastiscono con straordinario coraggio e donchisciottesco sprezzo del ridicolo un’operazione che supera di diverse lunghezze l’inutilità assoluta, decidendo di riproporre nientemeno che l’intero Back In Black degli AC/DC canzone per canzone, nota per nota. Siamo ben oltre il raffinato giochino situazionista residentsiano, e il gesto potrebbe risultare ben più complesso e teorico di quanto sembri se solo non si conoscesse l’estrazione e il raggio d’azione del gruppo. Resta comunque una delle riflessioni più radicali (e assai probabilmente involontarie) sul concetto stesso di cover album; nemmeno i Laibach sono mai arrivati a tanto, e se soltanto i Negativland avessero avuto la stessa idea oggi forse la SST esisterebbe ancora.
Il terzo – e finora ultimo – volume di Graveyard Classics è di recentissima emissione (è uscito il 14 gennaio), e torna a presentare una scaletta variegata come nel primo; si tornano a coverizzare brani a random dunque, e il trattamento questa volta tocca, tra gli altri, a Mercyful Fate, Exciter, Metallica, Slayer e Anvil (una commovente Metal on metal) come a Van Halen, Ramones e Bachman Turner Overdrive (…). In chiusura l’inaspettato omaggio ai Prong (una delle band in assoluto più sottovalutate di sempre) con la loro Snap your fingers, snap your neck.
Se qualcuno si è mai chiesto come potesse suonare una cover band death metal, ebbene i Graveyard Classics forniscono la più eloquente delle risposte; resta il fatto che mi piacerebbe conoscere la faccia di chi compra questi dischi (oltre alla mia).

DISCONE: Martin Rev – Stigmata

 

A chi non conosce il personaggio, ma anche a chi lo conosce ma ignora le motivazioni alla base di questo disco, “Stigmata” sembrerà uno scherzo malriuscito, un pessimo giochino situazionista o un’ulteriore, agghiacciante dimostrazione di irrimediabile inettitudine (non bastassero in tal senso tutti gli sgangherati, rustici, abborracciatissimi album precedenti); diventa invece assolutamente straziante se ne si conoscono le cause. È il 2008 quando esce, completamente in sordina (gli stessi proprietari dell’etichetta che aveva sotto contratto Martin al tempo, File-13, ricevettero il master all’improvviso e in maniera totalmente inaspettata, una mattina davanti alla porta dell’ufficio sotto forma di un’anonima busta sigillata), “Les Nymphes“, concept album astruso e manicomiale su qualche imprecisata usanza degli antichi greci; evidentemente Martin era entrato in fissa con l’idea di concept album visto che, parallelamente alla gestazione di “Les Nymphes“, aveva iniziato a lavorare al materiale che avrebbe poi fatto parte di un nuovo e ulteriore concept allora in stato embrionale, in pratica una messa da requiem riveduta e corretta da par suo. Alla stesura partecipava, come sempre, la moglie Mari, da oltre trentacinque anni musa, collaboratrice, ispiratrice e compagna di vita dell’uomo; fin dagli inizi nei Suicide, era lei a scattare le foto, a elaborare la grafica dei flyer dei concerti, a progettare le immagini di copertina. A lei Martin dedicava ogni album (andate a controllare sul dorso del primo Suicide; andate a vedere come si intitola il primo pezzo del suo primo disco solista). Perfino la sigla con cui era registrato all’equivalente americano della SIAE, MaRev, non corrisponde, come molti pensano, all’abbreviazione del proprio nome e cognome, bensì alle generalità della moglie da sposata: Mari Reverby. Insomma i due stanno lavorando al disco nuovo quando Mari improvvisamente si ammala e muore, stroncata da un male fulminante. Martin è sconvolto, annientato. Per un po’ non trova la forza di reagire, pensa che sia tutto finito. Si chiude in un insanabile dolore, tronca i contatti col mondo. Poi la folgorazione: grazie anche a lunghi risolutori colloqui con l’amico Alan Vega, si impone di portare a termine la lavorazione dell’album, che nel frattempo aveva assunto un significato ben più tragico e profondo, un requiem personale, il suo morto da piangere. A uscirne è un disco impressionante, un viaggio nei meandri dell’anima di un uomo devastato, una vela nel vento, una sonda che scruta nell’oscurità più impenetrabile con commovente fermezza e donchisciottesca audacia, tra elementari ventate di synth sepolte da echi catacombali e fantasmatici uuh-uuh che squarciano il buio come vaganti ectoplasmi. È uno dei dischi più spaventosamente sinceri e inermi che siano mai stati messi al mondo, di un’intensità e una carica di dolore tali da prostrare: si esce defatigati, profondamente provati dall’ascolto di Stigmata, eppure lo stato d’animo che l’album apporta è di liberazione, direi perfino di gioia. La gioia che infonde la fragorosa manifestazione di fede assoluta di Martin, nella consapevolezza che Mari ha spalancato le sue ali e in letizia è volata tra le amorevoli braccia del Divino (come si legge nella struggente dedica finale). Da accostare idealmente ai film di Bresson, di Paul Schrader, al Cattivo Tenente di Ferrara e al Diamante Bianco di Herzog, e in generale a tutti quelli che silenziosamente, nell’ombra, continuano incrollabilmente a credere.

(foto di deSna.B)

PS: dopo lungo cogitare ci è sembrato di poter stabilire che il brano eseguito in apertura del concerto di spalla ai Pan Sonic fosse una schizoide versione “cantata” di Sophie Eagle, il brano che apre Les Nymphes.

Graveyard – One with the Dead

 

Soltanto a dare uno sguardo alla copertina, ruspante come l’immaginazione di un bimbo cresciuto a film horror di serie Y e trasudante grezzume e fetore di ascella sudata come i dischi di quart’ordine nel bel mezzo dei nineties più ingenui, ho provato una stretta al cuore; quando poi ho letto “mastered by Dan Swanö at Unisound Studios” sono arrivate inevitabili le lacrime. È ufficiale: con l’esordio a lunga durata dei Graveyard siamo tornati nel 1991. Loro sono spagnoli, ma la provenienza geografica conta meno di zero in questo caso, dal momento che il loro cuore pulsante batte all’unisono con la più indomita e orgogliosa scena death metal svedese dell’ultima decade del secolo scorso. Quella scena fieramente guidata dai Grave, dai primi Entombed, dagli Edge Of Sanity, dai Dismember prima che si rimbecillissero irreversibilmente e diventassero la patetica parodia di sé stessi rilasciando dischetti per bambocci in età prepuberale. Tempi irripetibili, da troppi anni, troppa feccia e troppi dischi di merda obliati. One with the Dead è il debutto su CD dopo un paio di split e il demotape (tanto per tornare a quando i demo giravano su cassetta, con tanto di copertina putrida fotocopiata in bianco e nero e le note scritte a macchina in un inglese da subumani pieno di errori di ortografia) Into the mausoleum del 2007, più volte ristampato. Non ci sono scuse, nessuna pretesa ‘alta’ a nobilitare l’operazione, niente che implichi una qualsiasi parvenza di attività cerebrale per quanto minima: il loro è amarcord puro, concepito e suonato con la foga e la dignità di chi sa che sarebbe stato in seconda linea anche negli anni migliori, quella passione divorante che alimenta il culto ben più e ben meglio di tanti nomi che invece sono sulla bocca di tutti. Musica di cuore e di budella che parla alla gente con un passato che ha voglia di ricordare. Il presente è bandito, il futuro nemmeno contemplato. Per chiunque sia cresciuto mandando a memoria certi dischi, leggendo certe riviste e passando lunghi e bellissimi pomeriggi a tentare di tradurre certi testi che, il più delle volte, parlavano prevalentemente di smembramenti, uccisioni e malattie dal decorso rivoltante, One with the Dead è un delizioso e rinfrancante viaggio nella memoria; per tutti gli altri, volgarissimo rumore con un tizio che rutta al posto di cantare, robaccia per cerebrolesi da stigmatizzare quando non da ignorare direttamente. A posto così: a noi non frega un cazzo e a loro neppure. A ciascuno il suo.

PS: leggo sul loro myspace che a marzo verranno a suonare a Varese di spalla agli Horrid, autentici eroi non cantati del death metal italico, altri che hanno lasciato il cuore in Svezia e i padiglioni auricolari a casa di Tomas Skogsberg. Imperdibile per chiunque abbia un’anima.

Edit dell’ultim’ora: mi rendo conto solo adesso che un gruppo che di nome fa “Cimitero” merita di diritto un posto nella categoria “Gruppi con nomi stupidi”. Tag aggiunta all’occorrenza.

Speciale Mancaroni: BOB MOULD – MODULATE

 

IL DISCO
Dal 1998 al 2001 si compie la metamorfosi totale di Bob Mould. Archiviato il rockeggiante e michaelstipesco The Last Dog & Pony Show e relativo tour americano (puntigliosamente documentato sull’allora sito ufficiale tramite un minuzioso tour diary da egli stesso redatto data per data, corredato da una serie di foto che consegnavano l’uomo in una forma fisica pietosa, grasso e pelato, palesemente sofferente, esteticamente più ributtante che mai), Mould letteralmente sparisce dalla circolazione. Non posso sapere come abbia impiegato quegli anni ma un’idea ce l’ho: ascoltando un sacco di dischi di musica elettronica (di qualsiasi tipo: da Morton Subotnick ai Boards of Canada ai 2 Unlimited agli Stereolab a Giorgio Moroder ai Front 242) e soprattutto facendo palestra. Tanta palestra. Ormai da tempo sceso a patti con la propria sessualità, prepara con pazienza il suo ingresso in grande stile nella comunità gay bear. Quando si ripresenta al mondo è uno shock: slanciato, sicuro di sé, consapevole, tonico; dimostra almeno una decina meno degli anni che ha e diresti addirittura che è diventato bello, proprio lui che è sempre stato lo stereotipo vivente del ciccione complessato, una comparsa nella sua stessa vita che guarda da lontano gli altri vivere mentre la circonferenza del suo stomaco si allarga inesorabilmente a furia di scorpacciate di junk food e ‘spuntini’ infiniti. Modulate è il corrispettivo musicale della trasformazione, il primo atto del compimento della sua rivalsa, il più radicale. Un cortocircuito tra il nuovo e il vecchio Bob Mould che è slancio vitale assoluto e vertigine pura, un incontenibile tuffarsi a pugni chiusi nella realtà, quella stessa realtà che fino ad allora aveva solamente osservato a distanza con inibizione e vergogna. Appena partono le prime note di 180 Rain c’è di che rimanere sconvolti: scintillii, echi, riverberi, un vocoder da fare invidia agli Eiffel 65; un’introduzione traumatica per un lavoro che già si avverte monumentale. Sunset Safety Glass è un perverso shuffle costruito su un loop a metà strada tra Baba O’Riley e una dark room al termine dell’afterhour, Semper Fi un delirio shoegaze all’MDMA con la voce di Bob rarefatta fino all’inudibile, Lost Zoloft uno spaccato ossessivo e desolante, meccanico, da colonna sonora di film porno gay anni ottanta. In Slay/Sway e la sua coda The Receipt tornano le chitarre a plasmare due dei numeri migliori dell’intero canzoniere dell’uomo: la prima, una collisione tra autobiografismo e figure da modernariato, con Bob che trasognato canta di lines between a CD-ROM and reality; la seconda, l’ennesima variazione sul canone della perfetta power-pop song, canone da egli stesso creato. Quasar è un tunnel sinuoso e sfuggente, di nuovo proiettati nel cuore della dark room; Soundonsound è la cronaca di un amore che nasce, finalmente senza intoppi; Comeonstrong un incedere anthemico tra chitarra effettata e tastiera loopata; a chiudere i balzi tropicali della lunare Trade e lo spleen pianistico di Author’s Lament. Nel mezzo tre molesti strumentali tra white noise ignorante e rumorismo puro, a punteggiare una delle pagine più intense della storia (personale, artistica) dell’uomo.
L’esorcismo continuerà in Long Playing Grooves (assemblato contemporaneamente a Modulate e interamente elettronico, pubblicato come LoudBomb pochi mesi più tardi), e tramite la denominazione Blowoff, duo djistico autore di un album omonimo nel 2006. Ma questo rimane il capitolo più inafferrabile, radicale e anarchico.

PERCHÈ NON STA NELLE CLASSIFICHE DI FINE ANNO
Perché già non frega un cazzo a nessuno del Bob Mould classicamente cantautorale, figurarsi del suo lato “sperimentale”; per i froci ci sono già i dj-set come Blowoff, per i reduci le comparsate – ormai copiosissime – ai festival dove suona quasi solo pezzi vecchi con la band, quindi perché preoccuparsene?

PERCHÈ STA QUA DENTRO
Perché rimane il suo disco più strano, ignorato e imprevedibile, e il suo fascino alieno permane nel tempo. Dal 2002 non ho smesso di ascoltarlo e di trovarci dentro sempre qualcos’altro. Sta al 2000 come Formula sta agli anni novanta.