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ABBASSARE IL LIVELLO #2 – Kylesa – Ultraviolet

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Per apprezzare appieno il nuovo disco dei Kylesa bisogna avere una mente molto aperta. Per mente molto aperta si intende ovviamente ABBASSARE IL LIVELLO, cioè (in senso cognitivo) adeguarsi ad accogliere alcuni assunti di base che per quanto riguarda la mia formazione (o anche solo la mia permanenza tra la gente che compra dischi oggigiorno) non sono così facilmente concepibili. Vado ad elencare sommariamente:

1-     può esistere musica metal non violenta;

2-     può esistere un ascoltatore di musica metal che ascolta sia musica metal violenta che musica metal non violenta;

3-     gli steccati tra i generi musicali sono stati abbattuti. questo ci ha permesso NON di smettere di usare i generi musicali per descrivere il prodotto MA di usare, esempio, la parola “sludge metal” per cose che “sludge metal” non sono;

4-     l’offerta crea la propria domanda. Un musicista con un briciolo di reputazione registra il disco e l’ascoltatore può essere costretto a rivedere i suoi principi di base per accoglierlo con favore;

5-     questa cosa avviene senza più un apparato promozionale alle spalle.

Per quanto riguarda il punto 1 ovviamente è un dibattito che dura da un sacco di tempo, o meglio è una cosa comunemente accettata che io continuo a non concepire; nei primi anni duemila la distinzione tra gli ascoltatori del punto 2 comunque era ancora abbastanza netta, oggi è abbastanza facile conoscere gente che si abbevera a tutte e due le fonti. È una questione di invecchiamento mio, certo non sono convinto che il mischiarsi tra musica pesa e musica non pesa abbia creato un buon ambiente per i gruppi ma insomma. Per parlare del punto 3 inizio a parlare del disco dei Kylesa: i Kylesa ancora oggi suonano sludge metal, ove per sludge metal si intende tipo i Down di Nola con Cristina Scabbia alla voce. Questo tra l’altro è tutto quello che ho da dire sul disco: sono i Down di Nola, ovviamente senza manco un pezzo degno entrare negli SCARTI delle session di Nola, con Cristina Scabbia alla voce. Il punto 4 e il punto 5 entrano in gioco nel momento in cui ti leggi le recensioni del disco (tipo qui o qui o qui, mica debaser voglio dire), le quali si concentrano su aspetti tipo completezza, ispirazione, ripetere gli ascolti per capirlo e generici cazzi di contorno per guardarsi dall’ammettere, o dall’accorgersi, che il nuovo Kylesa è un disco loffio con pezzi indecenti realizzato da un gruppo che per un sacco di tempo  è stato non-loffio e con pezzi decenti. Punto 5: se una cosa come questa fosse successa nei novanta si sarebbe ipotizzato che la casa discografica avesse cacciato il grano per avere una buona recensione. In un momento di collasso editoriale/discografico, e di gente che ascolta musica a trecentosessanta gradi, suona strano. Uno si aspetta che questa roba venga scremata per conto suo, trattata con la sufficienza e il rispetto che merita (poco), rispedita al mittente e dimenticata appena possibile. Non viene fatto. Perché? Buona domanda.  L’unica reale funzione di un disco come Ultraviolet è di raccontarci i Kylesa come gruppo: i dischi precedenti non erano (come pensavamo) buone variazioni sul tema e tentativi di trovare una propria via al rock pesante di oggi ma le prime avvisaglie di un tracollo artistico con pochissimi precedenti, una cosa così vergognosa che ti senti come quando facevano ballare gli storpi nel medioevo e tu stavi lì a guardare. Di chi è la colpa?