MATTONI issue #2: Alan Licht

 

Nell’autunno 2003 A New York Minute, titanico doppio album del chitarrista minimalista Alan Licht, finì in downloading illegale su Internet – come consuetudine – diversi mesi prima che il disco uscisse “fisicamente” nei negozi. Non so come sia andata la faccenda nel dettaglio, sta di fatto che il rip che circolava in rete (e che, ironia amara, tuttora si trova con maggiore facilità) presentava una scaletta diversa da quella che poi, molto tempo dopo, avremmo trovato sul CD; probabilmente qualche fonico dello studio dove Licht stava registrando, preso da un improvviso impeto rivoluzionario, nell’urgenza di fare nel più presto possibile qualcosa di eversivo ha rippato una copia di lavoro dell’album con ancora la tracklist provvisoria. Il problema – ironia doppiamente amara – è che i due pezzi scartati dalla versione definitiva sono, quando non i migliori del disco in senso assoluto, certamente i più stimolanti e affascinanti. Essendo entrambi costruiti principalmente su samples di canzoni arcinote posso ipotizzare che l’esclusione sia stata dovuta all’impossibilità di pagare diritti d’autore che si immaginano esorbitanti, somme che il filiforme Licht non sarebbe riuscito a saldare nemmeno se l’album avesse stazionato nelle zone alte della classifica di Billboard per ere geologiche. Ma sono congetture; la verità, probabilmente, la conoscono soltanto Licht e il fonico manolesta di cui sopra.
Il primo pezzo è la versione originale della title-track; chi conosce bene il disco (beninteso: uno dei massimi capolavori di minimalismo chitarristico dello scorso decennio) avrà imparato ben presto e a proprie spese a skippare di default quell’infernale quarto d’ora di cut-up di previsioni del tempo registrate da una trasmissione radiofonica nel corso dell’intero mese di gennaio 2001 e miscelate al rumore del traffico e ad altro chiacchiericcio molesto assortito carpito chissà dove. Tutt’altra musica e tutt’altro costrutto assume invece il brano nella sua concezione primigenia: i minuti da 15 diventano 23, e intorno al dodicesimo l’incessante fluire metallico di vaniloqui sul tempo sfuma nel ritornello campionato e messo in loop di New York Minute di Don Henley, pilastro assoluto delle stazioni radio FM americane di una volta, pezzaccio strappacuore e bomba nucleare dell’airplay in quegli eighties che Licht, da vecchio rockettaro quale era e comunque resta, conosce come le sue tasche. In a New York Minute/ Everything can change… In a New York Minute/ You can get out of the rain… Estrapolate da un pezzo che è tra le sintesi più cruciali di concetti quali mutamento e perdita e mutamento dovuto alla perdita, queste frasi ripetute ossessivamente come un mantra (con tanto di “u-uuh” spettrale contrappunto che le accompagna) acquistano rinnovata consapevolezza e ulteriore, lacerante urgenza tragica, diventando – forse inconsapevolmente – la più grande e importante trasposizione in musica del post-11 settembre vissuto dai newyorkesi dopo l’intero American Supreme dei Suicide (disco tanto decisivo quanto frettolosamente dimenticato). Un pezzo che strappa il cuore anche a chi il crollo delle twin towers l’ha visto al telegiornale, comodamente seduto sulla poltrona di casa. Anche a chi delle twin towers se ne sbatte allegramente i coglioni. Terminale.
Il secondo brano – questo invece cassato in toto dalla scaletta definitiva – si intitola Bridget O’Riley, dura ventidue minuti ed è interamente costruito su porzioni del giro di synth che apre Baba O’Riley degli Who messe in loop e sovrapposte creando un effetto di “stratificazione” proprio del migliore Steve Reich, una sorta di equivalente “elettrico” della sua Violin phase con in più il calore dell’analogico (i samples sono presi da una copia in vinile di Who’s Next e in più punti si avverte il crocchiare della puntina sul solco impolverato) e la pompa kitsch delle superproduzioni: all’undicesimo minuto infatti il mosaico di loops, ormai divenuto un’ingarbugliata impalcatura a sé stante, entra in collisione con un campionamento – messo a sua volta in loop – del climax di Heart of glass dei Blondie, creando un cortocircuito sensoriale persino superiore alla somma delle parti. In quel periodo Licht era intrippato col bastard pop, e questi due suoi esperimenti sono probabilmente l’unico lascito degno di nota di quell’irritante ennesimo abbaglio passeggero della stampa musicale “che conta”. Entrambi i pezzi sono ora scaricabili, del tutto legalmente, da qui.

Melvins @ Estragon, Bologna (1/12/2009)

(foto di Kekko)

La ragione per cui i Melvins sono ancora qui mentre tutti i loro compagni di strada prima o poi hanno mollato è che la loro visione è più forte di tutto. Più forte del tempo, che passa per tutti ma evidentemente non per la loro musica, sempre sgradevole e sbilenca e opprimente, sempre meravigliosamente ottundente e pervicacemente uguale a sé stessa. Più forte della vita, con tutti i suoi scomodi ostacoli che vanno dalla fame agli stenti alle bollette da pagare alla droga ai mille bassisti che vanno e vengono all’invecchiamento precoce al bisogno intrinseco di trovarsi un lavoro dignitoso. Più forte perfino dei Melvins stessi, che pure ci hanno provato a domarla, ad addomesticarla a uso e consumo di major, network tv e platee avide di marionette cenciose da spremere fino all’ultimo brandello di umanità nei favolosi anni novanta: dischi per Atlantic, videoclip e improvvise manie di grandezza dello scriteriato Joe Preston (d’un tratto convintosi di essere diventato una rockstar) non hanno intaccato l’inossidabile attitudine respingente, molesta e anti-umana che da sempre è il motore del gruppo. Brutti come la fame, pesanti come un macigno da dieci tonnellate rivestito di cemento armato, lenti e implacabili come la morte in un ospizio, i Melvins hanno attraversato indenni oltre un quarto di secolo di storia della musica pesante, creando scene, lambendone di striscio altre, comunque tracciando un segno indelebile in discipline tra le più diverse e disparate tra cui (almeno) metal, noise, doom, ambient, stoner, sludge e ovviamente “grunge”. Continuano a incidere dischi di cui non frega un cazzo a nessuno (a parte il solito nugolo di irriducibili più dissociati di loro) e a portare i loro grugni inguardabili e i loro temibili ventri da birra a spasso per il mondo a una media di un disco-tour all’anno, inarrestabili come un carrarmato pilotato da un mongoloide. Probabilmente soltanto la morte li fermerà. Quella di stasera è soltanto l’ennesima tappa del viaggio. Sul palco iniziano in due; sembra di vedere (e sentire) due spastici al saggio di fine anno. King Buzzo è bruttissimo. Voglio dire, più del solito. Chiunque ha accostato fino alla nausea la sua improponibile zazzera a due modelli: Robert Smith e Telespalla Bob, ma la verità è che lui somiglia piuttosto a una gattara totalmente andata di cervello, una di quelle vecchie svalvolate senza denti che vedi aggirarsi nei rioni blaterando cazzate a caso. Indossa una vestaglia nera con un grosso pentacolo cucito all’altezza delle gambe e probabilmente nella sua mente questa è una trovata simpatica. Il colpo d’occhio provoca il vomito. Dale Crover, da par suo, tracima tessuto adiposo da ogni piega di una maglietta troppo stretta, sbuffa e ansima e sfoggia con strafottenza un quadruplo mento da camionista baffuto da far sembrare marmoreo un budino créme caramel dentro la lavatrice. Ma è quando si aggiungono i nuovi innesti, il bassista-cantante Jared Warren e il secondo batterista Coady Willis, che la serata entra nel vivo. Lo show è diviso in due set dalla durata quasi identica (entrambi attorno ai tre quarti d’ora), il primo incentrato sulle cose più recenti, il secondo sui vecchi classici; i volumi sono impressionanti, il suono di chitarra qualcosa di difficile da immaginare, figuriamoci da sentire: magmatico, ribollente, schiumante, il suono di una fossa di liquami tossici dotati di vita propria. L’incedere delle batterie un meccanismo infernale che ridefinisce il concetto stesso di “metronomico”. L’aria si fa pesante, il pavimento trema: è come se il terreno si preparasse da un momento all’altro a spalancarsi in una voragine senza fondo né scopo. Sembra di assistere a un rituale pagano di cui soltanto gli officianti conoscono le regole; la sensazione, incancellabile, è di qualcosa di pericoloso, tenebrosamente imponente, malsano, qualcosa di profondamente sbagliato che si insinua inesorabile fin dentro alle ossa, a cui è del tutto inutile opporre resistenza. Come rimanere, ammaliati, immobilizzati, a contemplare l’abisso. Quando l’ultima nota si dissolve nell’aria è come se una mano invisibile avesse allentato la stretta alla nostra gola. Concerto dell’anno, se non fossimo sul pianeta Terra ma in qualche universo parallelo lovecraftiano, agghiacciante a partire dal nome, tipo R’lyeh. Terminale.

P.S.: l’inizio del concerto tre quarti d’ora prima dell’orario indicato ci ha impedito di assistere alla performance dei Porn. Bestemmie a iosa.

(foto di Kekko)

Tanto se ribeccamo: Alice Donut

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Gli Alice Donut da New York hanno sempre fatto razza a parte: nati nel 1986 con un retroterra che spaziava dall’hardcore al conservatorio, conobbero un briciolo di fama nei tetri e grungettosi anni novanta anticipando e per molti versi parodiandone gli eccessi più grotteschi e autoindulgenti. Capitanati dal bruttissimo vocalist Tom Antona e ‘ispirati’ dall’ancora più mostruoso ‘modello’ Chet Mazur (che spesso amava presentarsi vestito da donna, con tanto di orecchini e bigodini, sorta di incrocio tra Frank Zappa e una portinaia subnormale), riuscirono a inscenare una serie di gallerie degli orrori di fascino, efficacia e persuasione sempre crescenti fino all’apice Mule (1990), dopo il quale seguirono dischi a volte anche di pari livello (in particolare The Untidy Suicides of Your Degenerate Children, 1992) ma irrimediabilmente privi dell’effetto sorpresa che aveva reso assolutamente deflagranti i loro esordi. Il primo impatto con gli Alice Donut è sempre devastante, a prescindere da che disco si sia scelto come personale iniziazione (a parte, almeno personalmente, Pure Acid Park del 1995, che considero spompo e noioso per quanto non privo di quella scalcagnata dignità propria dei lavori minori delle band in disarmo); la loro musica è talmente diversa e a sé stante da rendere il primo ascolto un’esperienza di cui si potrà conservare nitido il ricordo probabilmente per tutta una vita. Riuscire a datare con esattezza e precisione cronometrica l’esatto momento in cui siamo entrati in contatto la loro arte, chi e come eravamo, cosa stavamo facendo e a cosa stavamo pensando quando la nostra percezione della musica è stata irreversibilmente cambiata da un loro pezzo: non sono molte le band capaci di questo. Il motivo per cui non sentirete mai parlare degli Alice Donut nelle enciclopedie della storia del rock (se non al massimo con qualche riga svogliata, con quel sussiego che si riserva alle band di culto ma che comunque non ci sono potute riuscire) è lo stesso per cui molta gente non ride alle barzellette sui morti: erano troppo sgradevoli, di quella sgradevolezza che ognuno di noi ha provato almeno una volta nella vita, quando si è reso conto di avere appena detto la cosa più inappropriata al momento più sbagliato. Per chiunque sia di madrelingua o comunque conosca molto bene lo slang americano, un disco degli Alice Donut è molto più che un ascolto: è una prova di forza fisica e mentale. Difficilissimo, quasi impossibile resistere all’impulso di alzarsi e andare via, scappare a gambe levate, ovunque purchè il più possibile lontano dall’eco delle deliranti liriche scandite dalla compiaciuta agghiacciante sguaiata voce da teatrante ubriaco del maestro di cerimonie Antona, un giullare sadico rivomitato direttamente dai bassifondi più sordidi, dalle pieghe più deviate della psiche umana, quella voce nel cervello che tocca le corde sbagliate, che istiga a tirar fuori il peggio di noi, a dire e fare cose irriferibili di cui poi pentirsi amaramente a misfatto già commesso. La fine di un loro disco è come la fine di un incubo: con il silenzio (come con il risveglio) arriva anche l’inaudito, inebriante sollievo nel rendersi conto che quel che abbiamo appena vissuto non è successo veramente. Si esce spossati e profondamente defatigati dall’(auto)inflizione di un album degli Alice Donut, ma anche considerevolmente più leggeri e mondati di parte della merda che abbiamo dentro, il tutto a un modico prezzo e senza dover confessarsi, pagare uno psichiatra o commettere atti irrimediabili e irreversibili, tipo un omicidio.
Scioltisi per la prima volta nel 1996, hanno poi ripreso a esibirsi dal vivo nel 2001 e a pubblicare dischi nel 2004; del nucleo originario è da tempo rimasto il solo Antona. Il 22 settembre è uscito in America il nuovo album Ten Glorious Animals, dignitosa medietà da chi può ben permettersi il mestiere, come se gli anni novanta fossero una condizione della mente. Soliti testi traboccanti cianuro e cromosomi in eccesso, e alla fine una dispensabile cover di Where is my mind? dei Pixies.