L’agendina dei concerti Bologna e dintorni – 7-13 febbraio 2011

 

"Ah, se soltanto potessi incontrare Karol Wojtyla adesso, gli chiederei: 'Scusi, sa che ore sono?'"

 

Stasera dubbio amletico e kierkegaardiano: i Gay Beast gratis al Clandestino (dalle 22) o Giovanni Sollima al Manzoni? Da una parte il miglior gruppo Skin Graft degli ultimi tempi, dall’altra il violoncellista più viscerale e violentemente geniale dopo Mstislav Rostropovič, alle prese peraltro con un repertorio da paura; scelte impegnative. In compenso martedì a parte i Darkest Hour (più altri bulletti palestrati a random) al Sottotetto (dalle 20, venticinque euro) non credo ci sia altro. Mercoledì prosegue la rassegna MeryXM con la presentazione di un libro e un documentario sullo sport più bello del mondo, e a seguire concerto pestone degli spinellosi Fuzz Orchestra, il tutto come sempre assolutamente gratis da orario aperitivo in poi; parallelamente, al Bartleby per mercoledì jazz suonano i Life out of Balance (Miguel Martins – chitarra, Marcelo Araùjo – batteria, Alphonso Romeo – basso, più Guglielmo Pagnozzi al sax). Gratis, dalle 21.
Giovedì mi sa un cazzo, almeno per ora (c’è Morgan da qualche parte, però non so voi ma io le basi preferisco farmele con qualcuno meno aggressivo). Venerdì si skippa in scioltezza tanto Band of Horses all’Estragon (dalle 22, diciotto euro e se portate la barba più corta di 10 centimetri non potete entrare) quanto Perturbazione al TPO (dalle 22, prezzo ignoto. E, per la cronaca: Agosto è un pezzo dei Diaframma) per Kaos al Garage (dalle 22.30, dieci euro, il problema è che prima di lui ci sono sette crew e vai un po’ a sapere chi vale qualcosa lì in mezzo…): smiroldi e giaccaloni alla larga.
Sabato se avete mal digerito la svolta baciapile-coccolapreti-leghista del Lindo probabilmente non sarete all’Estragon a sentirlo cantare con gli Üstmamò come backing band: cazzi vostri. L’importante è che poi tutti all’XM24 per la serata di autofinanziamento della palestra con concerti, djset molesti a oltranza e tante altre simpatiche attrazioni: maggiori informazioni in settimana. Domenica Ojm al Nuovo Lazzaretto (dalle 22, prezzo ancora da stabilire): cannoni. (Per i fessi e gli amanti dell’orrido – e devono essere tanti visto che la data è sold-out – all’Estragon suonano i Sum 41. Dieci anni fa a questa gente gli tiravano le pietre…)

L’agendina dei concerti Bologna e dintorni – 31 gennaio-6 febbraio 2011

una rarissima immagine di Mark Kozelek durante una giornata buona

 

Bologna e nevica. Tra sabato e domenica 22 ore non-stop di nevicata poi a seguire pioggia a secchiate che pareva di stare in India durante la stagione dei monsoni, ma ora è tutto finito e per stasera garantite strade percorribili e circolazione agevole almeno fino al Clandestino, dove suona il dissociato francese Bud McMuffin; uno spettacolo vero, gratis, dalle 22.30. Martedì 1 febbraio arrivano Thin Lizzy e Supersuckers all’Estragon (dalle 21); per ovvie ragioni manca lo storico frontman Phil Lynott (ha lasciato questa valle di lacrime venticinque anni fa), ma la notizia quantomeno bizzarra è che in questa occasione il suo ruolo verrà ricoperto da Ricky Warwick, l’isterico leader degli Almighty (ve li ricordate o avete avuto un’adolescenza felice?) nonché tra le ugole migliori dell’Irlanda del Nord, e alla seconda chitarra c’è Vivian Campbell dei Def Leppard. Un karaoke coi controcazzi per una delle più grandi band mai esistite sulla faccia della Terra. Unico inconveniente il prezzo: trentacinque euro non opere di bene. Per una serata più low-budget ma sempre pilotata da reducismo peso con vecchie carcasse barcollanti ai controlli, ecco i Members al Nuovo Lazzaretto; di spalla Rotten Boi!s e altri simpatici compagni di merende. Dalle 22, gradite creste da moicano, giubbotti di pelle lerci, pantaloni strappati e ascelle non lavate da almeno una settimana.
Mercoledì continua la rassegna MeryXM all’XM24 (gratis, da orario aperitivo ad oltranza) con la presentazione di un libro che farà molto piacere a Steve Jobs e in coda un concerto che si preannuncia particolarmente molesto (date un’occhiata a nomi, organico e foto…). Altrimenti Meteors (che ancora rompono culi dopo 30 anni) con annesso festivalino psychobilly all’Onirica a Parma (dalle 21, venti euro più tessera obbligatoria altri cinque euro), o il Doc Trio di Simone Zanchini al ristorante Zingarò a Faenza (dalle 22, gratis già mangiati oppure menù-concerto a venti euro tutto incluso). Giovedì non c’è niente fuori, non c’è niente fuori, credimi, non c’è niente fuori, tranne i Massimo Volume a Cadelbosco di Sopra (dalle 21.30. Per i non emiliani, per arrivarci bisogna passare per una frazione di nome Sesso, nel caso non dimenticate la macchina fotografica per tante tante pose stupide davanti al cartello).
Venerdì la bella notizia per chi andava al liceo negli anni novanta è che ci sono i Pennywise all’Estragon; la notizia perfino migliore per chiunque sia vivo è che di spalla suonano i Real McKenzies (purtroppo vista la posizione in scaletta non potranno deliziarci con un set eterno, ma non si può avere tutto dalla vita). Esserci diventa a questo punto una questione cruciale (dalle 20.30, ventidue euro – la stessa cifra chiesta dai Godspeed You Black Emperor! e ugualmente ben spesa se volete sapere la mia). Sabato l’overdose: festival devastante all’XM24 (dalle 23 a oltranza, ingresso sotto ai cinque euro), Gay Beast al Covo (dalle 22, prezzo ignoto), Mombu al Voodoo Club a Comacchio, Nile e Melechesch al Temporock a Gualtieri (poco dopo Cadelbosco di Sopra, il prezzo non lo so ma qualcosa mi dice che non sarà a buon mercato), festivalino noise al Grottarossa, e last but not least Goldie al Velvet (dalle 23). Comunque vada, è fondamentale arrivare vivi a domenica per Mark Kozelek alla chiesa di sant’Ambrogio di Villanova, ovvero qualcosa di molto vicino alla manifestazione di Dio in terra, ma con la chitarra al collo.

STREAMO: Vaselines – Sex With an X (Sub Pop)

qualcuno mi venga a dire "io i dischi li compro per la copertina"

Il nuovo disco dei Vaselines non è per niente male, diciamo una discreta raccolta di canzoncine surf-pop con una bella ispirazione e un buon impianto garage. È uno di quei dischi di singolini facili facili che potreste fare fuori a forza di ascolti se il vostro gruppo preferito sono –tipo- gli Young Marble Giants. O che so, i Vaselines. O anche la colonna sonora di Pulp Fiction, Easy Tempo, i Thrills, i Beach Boys o qualsiasi altra cosa il cui ascolto preveda di impegnarsi poco, sorridere e pensare a una spiaggia. Quello di cui NON ci dovremmo preoccupare nel 2010, ovviamente, è il valore artistico di un nuovo disco dei Vaselines, un gruppo che peraltro è esistito davvero per circa tre anni e si è sciolto dieci minuti dopo la pubblicazione del primo disco, salvo una dozzina di reunion per ovvi motivi. Quello di cui ci dovremmo SERIAMENTE preoccupare è che dopo esserci fatti il culo per farci doppiare qualche pezzo in cassetta nel ’95 per via del fatto che erano uno dei gruppi preferiti di Kurt Cobain e che c’era una loro cover sull’Unplugged, peraltro uno dei pezzi migliori di quel disco, oggi possiamo ascoltare il nuovo disco in anteprima consapevole su Soundcloud facendo clic qui senza violare alcuna legge né farci venire le frange nel culo né autoimporci qualsiasi altro tipo di sega mentale che accresca il valore del disco. Che su Soundcloud, o sul sito di Sub Pop che dir si voglia, diventa tragicamente ed ironicamente un lavoro da giudicare in se stesso, cioè un validissimo ed onestissimo 7.4 pitchforkiano che esalterà i network per almeno due giorni (a fronte di uno scioglimento ventennale, eh) e metterà definitivamente a nanna un punto base della nostra adolescenza in favore di qualche malinteso ideale in merito alla musica libera. Nella segreta speranza che il grande ripescaggio culturale del 2011 sia, boh, Stalin o qualunque altro dittatore sanguinario che abbia fatto della  NON libertà di opinione/stampa/parola una colonna portante della propria esistenza.

L’agendina dei concerti (Bologna e dintorni) – Maggio (parte 2)

 
Si comincia martedì al Nuovo Lazzaretto con una combo da leccarsi i baffi: in una botta sola gli psichedelici Messer Chups (visti anni fa in un Kindergarten semideserto, ho ancora gli svarioni), la chirurgica ultraviolenza psicosomatica di Bologna Violenta e il post-qualsiasicosa della all-star band Holloys (dentro ci sono membri di At The Drive-In, Red Sparowes, Sparta e i folli Isis). Si inizia prestissimo che se no i vicini chiamano gli sbirri quindi se non volete saltare la cena fate in modo di ingozzarvi come oche all’ingrasso cronometro alla mano che su per giù alle 21 ha inizio l’ambaradan. (ULTIM’ORA: al momento in cui scrivo non si riesce a capire se gli Holloys siano saltati o cosa. Fermo restando che gli altri gruppi rimangono confermati, restiamo in attesa di ulteriori sviluppi). Mercoledì riparte Angelica con un’indianata (puntini, non penne) a base di sitar e tablas a strafottere, peccato solo non sia consentito fumarsi tromboni grossi come carciofi in sala; contemporaneamente, all’Atlantide suoneranno (per chi riuscirà ad entrare) i redivivi Real McKenzies accompagnati da Jack and the Themselves e Los Ratos.
Giovedì il delirio: ad Angelica il genio dell’improv più radicale Radu Malfatti in una performance sospesa tra lunghi silenzi e bordate lancinanti per trombone e elettronica; al Covo il reunion tour degli Angry Samoans (che c’avranno duecento anni per gamba e il fatto che abbiano deciso di rimettersi insieme ci fa ribrezzo); all’XM24 dalle 22 Z’ev, purtroppo non da solo ma insieme a Stefano Pilia, in compenso l’ingresso è gratis; infine, ed è una bomba completamente inaspettata, al Farm i temibilissimi Sewer Election, con Lust For Youth e Elisha Morningstar per un set tritaorecchie assolutamente imprescindibile per ogni seguace della power electronics più bieca e fastidiosa che possa dirsi tale. Un massacro, contando anche che, per i bulletti di periferia più indomiti, ci sono anche i Parkway Drive più altri quattro gruppi metalcore ignoranza all’Estragon e, per i post-hardcorers con gli occhiali, l’accoppiata And So I Watch You From Afar/Jucifer al Locomotiv.
Venerdì tutti a vedere i Residents all’Estragon; per gli anarco-punk-technoidi pazzi in vena di reducismo spinto senza un perché ci sono gli Atari Teenage Riot in quel buco microscopico dell’Onirica a Parma, qualcosa tipo far suonare gli Oasis al Covo. Per i black metallers più intelligentoni e dissociati ecco i Wolves in the Throne Room al Rock Planet con i loro pezzi di quattordici minuti pieni di strutture intricate e malate che fanno tanto perverso semiautistico necroelitario. Per i fighetti col baffo imprescindibili i Liars al Bronson.
Sabato di nuovo Angelica e di nuovo fiati in compagnia di Lol Coxhill, Mike Cooper e Roger Turner; domenica un appuntamento da veri vikinghi all’Estragon con i Korpiklaani, supportati da due gruppi dai nomi altrettanto impronunciabili. Eccoveli: Arkona e Virrasztock. Solo a sentirli nominare mi è venuta voglia di arrostire un cinghiale, non so a voi.

Dischi stupidi: Graveyard Classics

Perché non ci sono soltanto gruppi con nomi stupidi, esistono anche dischi stupidi, e come! Un buon esempio sono i cover album, categoria profondamente e irredimibilmente stupida già in sé e per sé – a parte rarissime e circostanziate eccezioni. E quale modo migliore per inaugurare una rubrica che parla di dischi stupidi se non presentando un gruppo che di cover album nella propria carriera ne ha incisi addirittura tre? Autori di tali misfatti sono i nefandi Six Feet Under, vecchia e blasonata conoscenza dei più coriacei death metallers di lungo corso; soltanto questi ultimi infatti sapranno ricordare che il gruppo inizialmente nasce come progettino-passatempo di due tra i più fieri e rispettabili esponenti del genere, ovvero Allen West, chitarrista e mente principale dietro agli Obituary, e Chris Barnes, mugghiante vocalist dei Cannibal Corpse – inventore di uno dei gurgling più bestiali e impareggiabili che si siano mai sentiti. La formazione era completata dal bassista Terry Butler (per cinque minuti nei Death, poi nei Massacre americani), e da tale Greg Gall alla batteria. Iniziano nei primi anni novanta esibendosi nei pub, tra una tournèe e l’altra dei rispettivi gruppi principali; il loro repertorio è composto esclusivamente da cover. Improvvisamente la faccenda si fa seria: con gli Obituary momentaneamente congelati e un allettante contratto per Metal Blade che si profila all’orizzonte, scrivono e registrano in poche settimane il debutto Haunted, un’autentica gemma di puro american death metal alla vecchia, prodotto a regola d’arte da Scott Burns e uscito quasi in sordina in un momento in cui la scena statunitense era ancora prodiga di capolavori (era il 1995, dello stesso periodo – per citarne soltanto alcuni – Domination dei Morbid Angel, Once Upon The Cross dei Deicide e Symbolic dei Death…); il disco, molto obituariano nel songwriting (quasi tutte le idee migliori erano farina del sacco dell’introverso West), oltrepassa in breve tempo la cifra folle – persino per i tempi – delle 80.000 unità vendute. È lo scisma: Barnes molla i Cannibal Corpse nel bel mezzo della lavorazione di un album che si sarebbe dovuto intitolare Created To Kill – poi abortito (parte delle sessions di registrazione si potranno udire, con un paio di lustri di ritardo, nel mastodontico cofanetto celebrativo 15 Year Killing Spree) – per concentrarsi esclusivamente sui Six Feet Under; ma non ha fatto i conti con il volitivo carattere dello spelacchiato West, che progressivamente perde interesse nel progetto e, tempo un inutile EP mezzo studio mezzo live (Alive and Dead, con la cover di Grinder dei Judas Priest) e il fiacchissimo e vagamente spinelloso successore Warpath (1997, con il simpatico inno alla marijuana 4:20), lascia il gruppo per tornare a pieno regime negli Obituary (e poi quasi scioglierli, ma questa è un’altra storia). Con un nuovo chitarrista privo di nerbo e le redini della band in mano al solo Barnes (che nel frattempo deturpa il suo invidiabile look da fotomodello rustico adulterando la sua folta e lucida chioma in un incoerente ammasso di dread stopposi e bisunti, da zecca da centro sociale), i Six Feet Under scivolano lentamente ma inarrestabilmente in una mediocrità da gruppuscolo infimo fatta di dischi tutti uguali, sempre stantii e sempre (più o meno) demotivati e indistinguibili. Con una particolarità: tra un dischetto inciso svogliatamente e frettolosamente dimenticato e l’altro, ogni tanto rispolverano la loro antica vocazione e, in maniera assolutamente randomica, infilano una raccolta di cover di brani hard rock, punk e/o heavy metal old school rivisitati con i chitarroni ipercompressi e il vocione gorgogliante, per tutto il resto esattamente identici agli originali. La serie (perché arrivati al terzo capitolo è di serie che diventa giusto parlare), dal tutt’altro che benaugurante nome di Graveyard Classics (lett. “i classici del cimitero”), viene inaugurata da un primo volume pubblicato nell’autunno 2000 dalla solita Metal Blade. La scaletta pare uscita dagli incubi peggiori di un lettore di Mojo uniti alle fantasie sfrenate di una testa metal impazzita nel mezzo degli anni ottanta: brani di Angel Witch, Deep Purple, Scorpions, Black Sabbath, Savatage, Venom, Accept e perfino Jimi Hendrix e i Monkees, con i Dead Kennedys in mezzo a fare da manicomiale trait d’union. Nell’edizione limitata rincarano la dose con brani di Kiss, Thin Lizzy e una traumatizzante rilettura di Wrathchild degli Iron Maiden. Tutti i pezzi, è bene ribadirlo, differiscono dagli originali unicamente per la compressione delle chitarre e un atonale gorgoglìo stile sciacquone del cesso (guasto) al posto della voce. Ma il meglio, concettualmente parlando, i Six Feet Under lo tengono in serbo per il secondo capitolo, in occasione del quale imbastiscono con straordinario coraggio e donchisciottesco sprezzo del ridicolo un’operazione che supera di diverse lunghezze l’inutilità assoluta, decidendo di riproporre nientemeno che l’intero Back In Black degli AC/DC canzone per canzone, nota per nota. Siamo ben oltre il raffinato giochino situazionista residentsiano, e il gesto potrebbe risultare ben più complesso e teorico di quanto sembri se solo non si conoscesse l’estrazione e il raggio d’azione del gruppo. Resta comunque una delle riflessioni più radicali (e assai probabilmente involontarie) sul concetto stesso di cover album; nemmeno i Laibach sono mai arrivati a tanto, e se soltanto i Negativland avessero avuto la stessa idea oggi forse la SST esisterebbe ancora.
Il terzo – e finora ultimo – volume di Graveyard Classics è di recentissima emissione (è uscito il 14 gennaio), e torna a presentare una scaletta variegata come nel primo; si tornano a coverizzare brani a random dunque, e il trattamento questa volta tocca, tra gli altri, a Mercyful Fate, Exciter, Metallica, Slayer e Anvil (una commovente Metal on metal) come a Van Halen, Ramones e Bachman Turner Overdrive (…). In chiusura l’inaspettato omaggio ai Prong (una delle band in assoluto più sottovalutate di sempre) con la loro Snap your fingers, snap your neck.
Se qualcuno si è mai chiesto come potesse suonare una cover band death metal, ebbene i Graveyard Classics forniscono la più eloquente delle risposte; resta il fatto che mi piacerebbe conoscere la faccia di chi compra questi dischi (oltre alla mia).