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Cantautori.

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Valerio Mattioli
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Ciao Francesco

Vedo che Stefano Isidoro Bianchi che su Blow Up invita i lettori a dare «quattro calci in culo» a Vasco Brondi/Le Luci della Centrale Elettrica ti ha ispirato a risollevare l’annosa (perché ormai è annosa) questione del nuovo cantautorato italiano (NCI). A me ha ricordato Federico Guglielmi che sperava che quelli dell’Officina della Camomilla prendessero «qualche bel ceffone»: che sia un nuovo stadio del giornalismo musicale italiano?  Dopotutto il tuo sito si chiama Bastonate.

Ad ogni modo, sull’NCI scrissi poche settimane fa il pezzo che segue; prendeva spunto dalle parole di Birsa sull’ultimo Brunori (dove però non invitava a malmenare nessuno, almeno che mi ricordi) e dal quindicennale dalla morte di De André. Te lo allego, spero che ti piaccia.

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Qualche tempo fa, su Vice è comparso questo duro articolo di Birsa sull’ultimo singolo di Brunori SAS, l’ormai famigerato Kurt Cobain. Gran parte dei suoi ragionamenti ruotavano attorno alle colpe che, a parere dell’autore, la tradizione cantautoriale italiana ha esercitato sulla nostrana musica pop, o canzonetta che dir si voglia. «Sono pochi i cantautori che, storicamente, abbiano dato pari importanza all’espressività solo-musicale delle loro produzioni» ammonisce Birsa, ed è questa un’interpretazione non nuova ma che ciclicamente scatena dibattiti e accalorate prese di posizione.

Appena un paio di giorni dopo, su Minima & Moralia (il blog culturale di Minimum Fax) Christian Raimo ricordava i quindici anni dalla scomparsa di Fabrizio De André con un post perentoriamente intitolato Uno dei più grandi intellettuali italiani. Nel post vengono presentati tre video (un documentario sul rapporto tra De Andrè e pensiero anarchico, un ricordo di Paolo Villaggio e un vecchio speciale sulla poesia di Gianni Minà), anticipati da una breve introduzione in cui il cantautore genovese viene definito «una delle poche voci al tempo stesso libere e autorevoli del dibattito pubblico». Non c’è nulla che approfondisca i motivi dell’impegnativa definizione, perché in fondo non ce n’è bisogno; che De Andrè sia stato «uno dei più grandi intellettuali italiani» è un dato acquisito, una verità che si dimostra da sé: almeno così l’ho capita io.

Mi è venuto spontaneo collegare i due post perché partono da assunti tra loro in apparenza inconciliabili: per Birsa, i cantautori sono tra i principali responsabili del cronico disinteresse del pubblico italiano per l’oggetto-musica, inteso come artefatto sonoro in cui il testo va necessariamente considerato parte di un insieme più ampio. Per Raimo, un cantautore come De André è innanzitutto un poeta, e la sua resta tra le testimonianze che più hanno contribuito alla coscienza civile e morale di un pezzo di Italia. Suonerà strano, ma mi sembrano affermazioni vere entrambe. A seconda del mio stato d’animo, mi ritrovo a parteggiare un po’ per l’una un po’ per l’altra: ci sono momenti in cui, se accendo la radio e danno per caso un pezzo di De André (o di Guccini, o di Vecchioni, o di qualunque altro pluridententore di qualche Targa Tenco) provo un moto di repulsione istantanea e cambio immediatamente stazione; ce ne sono altri in cui, se spulcio tra i dischi lasciatimi in eredità dai miei genitori e mi imbatto in un vecchio Lucio Dalla, mi viene voglia di mettere sul piatto L’auto targata TO, e da lì andare con la nostalgia a un tempo in cui io ancora non ero nato, e quel paese disgraziato che è l’Italia attraversava una delle sue fasi più drammatiche ma anche eroiche, cariche di slanci, di conquiste, di utopie. Ed è un Italia che, piaccia o no, nel mio adorato Battiato di Clic non trovo.

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Torniamo per un momento a De André e al primo dei video postati su Minima & Moralia, quello sul «De André anarchico» (se siete tra quelli che De André lo chiamano Faber, vi avverto: alcuni passaggi potrebbero non piacervi). Parto da lì perché per vari motivi è un argomento che mi tocca da vicino, intendo proprio a livello biografico: nelle mie vecchie frequentazioni dei circuiti libertari, ne ho incontrati tantissimi di anziani barbuti col fiasco di vino in mano e una copia di Storia di un impiegato nell’altra, un classico che nelle loro (solitamente esigue) collezioni di dischi occupava un posto di riguardo accanto a qualche vecchio titolo tipo Addio Lugano bella e altri canti anarchici e da osteria. Per quelli della mia generazione, infilare nella stessa frase «De André» e «anarchia» era inconcepibile: consideravamo anzi paradossale ritrovare nello stesso pantheon che ospitava i Crass un tizio che andava in TV da Vincenzo Mollica, che pubblicava dischi per una multinazionale come la BMG, e che di fatto rappresentava una delle voci ufficiali (magari eterodossa, ma comunque riverita e perfettamente inserita nell’establishment culturale) di quello che Raimo chiama «dibattito pubblico». I protagonisti delle sue canzoni – i Michè, i Bombaroli, i Tito – suonavano alle nostre orecchie come idealizzazioni estetizzanti di un anarchismo ottocentesco, romantico, distante anni luce dal grigiopiombo di periferia in cui dopotutto ci eravamo formati. Dico: ce l’avreste visto De André a suonare a Torre Maura, o in uno squat del Laurentino? Quello casomai faceva i concerti in comodi teatri borghesi che per entrarci dovevi pagare quarantamilalire. E però quegli anziani barbuti che ancora leggevano Umanità Nova, che sapevano citarti a memoria Malatesta e Cafiero e che De André si ricordavano «di averlo conosciuto a Carrara nel 1960» conservavano anche qualcosa di profondamente umano, inclusivo, forse un pizzico paternalista ma che funzionava da antidoto all’arroganza e al nichilismo becero di noi giovinastri punk che al fiasco di vino preferivamo una botta di speed. In segreto ci commuovevamo anche, ad ascoltare una Verranno a chiederti del nostro amore. Quantomeno alleggeriva l’atmosfera dopo un pomeriggio passato a ripassare la discografia degli Einsturzende Neubauten, e il fatto che piacesse pure a mamma e papà era un particolare su cui per una volta si preferiva sorvolare.

Al tempo stesso, è difficile non convenire con Birsa quando lamenta la dittatura del testo scritto su quella che è la forma espressiva all’interno della quale i cantautori in fondo ancora si muovevano, e cioè la musica pop. Se restiamo all’esempio De André, bisogna riconoscergli che almeno ogni tanto ci provava: diversi suoi dischi, se non proprio riuscitissimi, sono interessanti anche sul piano musicale, ma non ho problemi a dire che personalmente trovo gran parte dei suoi brani sciatti e mediocri, il che – per uno che fa canzoni – non è esattamente quello che si dice un grande risultato. È qui che la divergenza tra Birsa e Raimo si fa insanabile. La domanda di fondo sarebbe: con quali criteri giudichiamo gente come De André, i suoi colleghi degli anni 60 e 70, e i rispettivi eredi dell’odierno indie italiano? Per Raimo, mi pare di capire, di una figura come quella di De André resta innanzitutto il lascito valoriale, ma anche l’aura iconica del personaggio: «libertario, violento, anarchico, ecologista, laico, perfezionista, narciso, alcolista, misericordioso, sociofobico, umanissimo». Per Birsa, provo di nuovo a interpretare, non si può prescindere dal fatto che i cantautori vecchi e nuovi si muovono all’interno di un ambito culturale ben preciso, e cioè sempre la musica pop, ed è quindi sul piano dei risultati prettamente musicali che va considerata la loro vicenda.  Detta in altri termini: come hanno inciso i cantautori sull’estetica di quella che in Italia chiamiamo «musica leggera»? Che contributo hanno portato? In che modo i loro eredi attuali aggiornano quella tradizione? Birsa punta l’indice contro la dittatura del testo sulla musica, ma non penso di sbagliare se puntualizzo il suo pensiero come segue: colpa dei cantautori (se di colpa si trattò) non fu tanto l’abbandono di qualsiasi pretesa musicale a favore di un impegno tutto poetico o genericamente letterario, quanto la resa più o meno incondizionata a un ideale melodico-sonoro conservatore, generico, nel migliore dei casi anonimo; l’ideale insomma che in Italia si era concretizzato nella canzonetta più retriva.

In un punto del suo articolo su Brunori SAS, Birsa azzarda un legame che a molti suonerà blasfemo, quello tra la scuola cantautoriale italiana e il suo storico antagonista disimpegnato, vale a dire Sanremo, suggerendo che in fondo non si tratta di universi tanto distanti. Ha ragione, se non altro su un piano prettamente storico: quando a inizi anni 60 la parola cantautore entrò nei nostri vocabolari, i primi a fregiarsi di tale titolo più che rappresentare una rottura nei confronti dell’ideale canzonettistico sanremese, si limitarono a riformarne i principi. Secondo Enrico Menduni, i cantautori battezzarono «l’ala sinistra della canzonetta», con Sanremo a occupare un’ecumenica posizione di centro, e la canzone classica napoletana a tenere i piedi ben piantati «a destra». È una lettura su cui si più discutere, ma è comunque una lettura tutta interna alla tradizione melodica del Belpaese: in fondo il legame tra cantautori e l’odiatissimo Sanremo risale perlomeno al 1961, quando al festivalone parteciparono i vari Bindi, Paoli, Gaber e Jannacci. Luigi Tenco si suicidò all’edizione del 1967, un gesto che per la storia musicale della Penisola rappresenta tuttora un prima e un dopo. Come sappiamo, a Tenco verrà intitolata non a caso un’altra rassegna, quella dedicata per l’appunto alla «canzone d’autore». A fondarla è Amilcare Rambaldi: lo stesso uomo che vent’anni prima aveva ideato il Sanremo che incoronò vincitrice la Nilla Pizzi di Grazie dei Fior. Solo che a quel punto è il 1972.

Per Sanremo, gli anni 70 sono un periodo di profonda crisi: pochi ascoltatori, partecipanti mediocri, brani svogliati. Persino Domenico Modugno si prende gioco del festival con la memorabile Questa è la facciata B, un brano che lascio in eredità al buon Demented Burrocacao per la rubrica Italian Scoppiati. Per i cantautori invece gli anni 70 furono un periodo d’oro, ed è in questo decennio che vedono la luce quasi tutti i classici del genere. È come se occupassero un posto lasciato vacante, in perfetta continuità con le evoluzioni della società italiana del dopo-68: sono loro, i cantautori dei 70, a prendere in mano l’agonizzante canzonetta e a restituirle quel carattere identitario che fa della canzone melodica all’italiana un fenomeno più antropologico che musicale. Da questo punto di vista la canzone d’autore è stata un vero e proprio manifesto della nazione, ed è anche per il suo carattere intrinsecamente generalista che di rado i suoi protagonisti si sono avventurati in territori musicalmente innovatori. Ripeto: non che qualcuno non ci abbia provato; ma non è che uno si ricorda La locomotiva per l’azzardata genialità della progressione armonica.

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Attorno ai cantautori si è costruita negli anni una mitologia che li ha di volta in volta dipinti come elusivi poeti rovinati dalle troppe letture, sofferti bardi del male esistenziale, intellettuali engagé, eroici difensori di una coscienza civile allo sbando. E però, per citare Bennato, alla fine sono solo canzonette. E tali restano, anche quando ai Guccini e ai De André si sostituiscono i Dario Brunori, i Vasco Brondi e i Niccolò Contessa. E per quanto sia tutta roba che di norma non mi piace ascoltare, non sono sicuro che questo sia un limite: al contrario, se – con tutti i suoi guasti – un merito la canzonetta ce l’ha, è proprio quello di raccontare per via emozionale la nazione, e di farlo attraverso un linguaggio trasversale capace se non altro di suscitare… non so, di suscitare qualcosa sia in Vincenzo Mollica che in un punk di Torre Maura. Magari non sempre, però ogni tanto può succedere. Quando Birsa indica nell’indie italiano il legittimo erede della (da lui detestata) tradizione cantautoriale, sottoscrivo in pieno ed è anzi una posizione che sposo da tempo: voglio dire, c’è un filo nemmeno troppo sottile che porta da Piero Ciampi alle Luci della Centrale Elettrica passando per gli Afterhours e l’alternative ruock all’italiana, no? Quella che semmai è cambiata è la cornice di riferimento, e il peso che la canzonetta – anche quella d’autore – ha preso ad assumere da almeno un quindicennio a questa parte nel (per dirla ancor con Raimo) «dibattito pubblico»: e cioè nessuno.

Ora: non è colpa né di Sanremo, né dei cantautori, né di qualche spericolato paladino underground se la musica leggera ha smesso di rappresentare quel macrocontenitore nazionalpopolare che riusciva a parlare a tipi umani tra loro diversissimi; è d’altronde un fenomeno che riguarda  l’Occidente intero, e il ruolo che la musica riveste nella definizione di qualsivoglia tipo di identità (generazionale, geografica, politica o che so io) è a questo punto quasi nullo. Quando ho posto il parallelo tra nuovo indie e vecchi cantautori a Emiliano Colasanti della 42 Records, la sua risposta è stata che il paragone era improbo, perché nessuno dei nuovi indie heores può vantare il seguito e il pubblico di un Guccini d’annata: difficile dargli torto. Forse hanno ragione quelli che dicono che i veri cantautori di oggi sono i rapper, ma onestamente l’ho sempre trovata una lettura retorica e pure un pizzico furba, che non tiene conto di una linea evolutiva prettamente italiana che comunque c’è, esiste, ha un suo pubblico meno numeroso che in passato ma tutt’altro che inconsistente. L’ho già detto in passato: indipendentemente dai gusti, quando tra trent’anni vorrò raccontare a un ipotetico adolescente del 2044 com’erano gli anni 10 in Italia, ho come il sospetto che tra i vari materiali ci infilerò anche un pezzo de I Cani, esattamente come adesso mi immagino i 70 quando sul piatto mia madre mette Pablo. Il che non toglie che preferisca ascoltarmi l’ultimo James Holden e che al De Gregori di «tra le pagine chiare e le pagine scure» sostituisco volentieri gli Aktuala. E che i diseredati di De André continui a trovarli consolatori e rassicuranti. E alla fine che sì, in effetti la Kurt Cobain di Brunori SAS è bruttina proprio.

Majorana reprise: Le Luci della Centrale Elettrica – “Per ora noi la chiameremo felicità”

Brondi prepara l'accampamento

Con le nostre discussioni serie si arricchiscono solo le compagnie telefoniche. Arriva in qualche modo alle “masse” (du’ stronzi pe’ sbajo) il nuovo album delle Luci della ecc. e il livore martellante delle ultime settimane può finalmente trovare catarsi in un mare di post sul modello “l’havevo (con l’h) sempre saputo che avrebbe fatto SCHIFO!”. L’humus culturale, dove per humus si intende la crema di ceci che mangiano beduini e inglesi, l’humus culturale, dicevo, che produce webzine su webzine e blog su blog si conferma compattamente avverso non già alla musica di Vasco Brondi (VB), quanto al suo “personaggio” o meglio, giacché per l’esistenza di un “personaggio” ci sarebbe perlomeno bisogno di un certo riscontro di pubblico pagante, all’idea stessa della sua esistenza.

 

Dal chiacchiericcio continuo, dal continuo berciare degli “Appassionati di Musica” (titolo che la gente si autoconferisce quando scopre che la sua personalità in formazione è meglio espressa per il mezzo di canzonette scritte, prodotte, cantate e commercializzate da altri) emergono ogni tanto curiose istanze di odio/amore per qualcuno in particolare che, se non possono essere oggetto di un discorso univoco, possono d’altra parte essere isolate e raggruppate in diverse curiose fattispece (senza la i).

In questo modo, la massa di articoletti, frecciate, battute sagaci, siti web ostili dedicati (!), imitatori su youtube e tutto il resto del fumo prodotto da questo pubblico rogo di VB, possono essere facilmente inseriti nel contenitore “Accanimento Immotivato Internettario”, tradizionalmente soggetto a riempirsi, ogni qualche anno, di materiale affine ma con diverso bersaglio.

“Perché tanto odio?”, avrebbe scritto Cuore, e il perché è ben difficile da isolare e comprendere senza ricorrere alla psicologia spicciola da ignoranti, cosa che una tantus non faremo per evitare di impelgalarci imelpagarci imepla andarci a ficcare nei rovi dell’Invidia!, Frustrazione!, Sfiga!, Psicologia delle masse e analisi dell’Io!, e tutto questo complesso di cose che fa sì che io (ecc.).

Brondi e Dente corrompono un bambino

Non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo tuttavia fare a meno di notare, per l’ennesima volta, quanto inconsistente sia la maggior parte delle motivazioni che oggettiverebbero – a detta degli haters – l’odio verso VB: su palafitte di falsa logica piantate nella palude della merda, si elevano infatti costruzioni miserrime di irragioni e non-argomenti, tra i quali paiono avere particolare successo le questioni della cattiva qualità dei testi e della monotonia delle musiche.

 

Per quanto riguarda i testi, non avendo forza, voglia, intenzione, tempo da perdere sì ma diciamo di no, e forse neanche gli strumenti adatti per procedere a una esegesi dei testi delle Luci – mai capito cosa voglia dire “esegesi” -, noteremo solo che non serve Wittgenstein per rendersi conto che non c’è alcuna logica in questo tipo di attacchi.

Lasciando anche da parte il fatto che, banalmente, testi e musiche delle canzoni pop non sono scindibili se non tramite una forzatura, e perciò dimostra ben poco constatare che davvero Dylan a un certo punto canta che gioielli e binocoli pendono dalla testa del mulo senza rovinare (anzi) il più fantastico pezzo rock mai scritto, rimane il fatto che tutto questo gran vociare si fonda essenzialmente su perculate non sorrette da alcunché, se non da astrusi ragionamenti tutti riconducibili a una gigantesca scritta Me piace/Nun me piace, principio in base al quale davvero Nessuno è in grado di opporre Nulla a chi (io) dovesse sostenere che invece i testi di VB, ovviamente intesi come parte integrante di canzoni rock fatte e finite, hanno una buona efficacia impressionista e che di norma (ma conta un’opinione di questo tipo?) funzionano bene nel trasmettere quello che alle mie orecchie giunge, e che è un grande e desolato senso di vuoto che chiunque abbia visto Bologna o la stessa Ferrara in una notte di un giorno feriale non può non comprendere.

Brondi, la Antolini e gli Offlaga Disco Pax evocheno LI MORTI

Che poi citare spezzoni di testi alla cazzo di cane, senza considerare la musica che li accompagna e il tono di voce che li canta e magari immaginarli sopra suoni da carillon, eseguiti da un gruppo di nome – boh – Le Luci dei Pupazzoni Coioncioni, dia un altro effetto al tutto, bè, come si diceva nel ‘400 in questi casi, grazie al cazzo. Prendete una poesia di Rambò, rielaboratela e mettetela in bocca al mestissimo vocalist di un tristo gruppo intellettualista italiano (è successo), ed ecco che liriche immortali si tramutano in un testo sciatto, né bene né male, un po’ pretestuoso e – superando ogni parere personale – in qualsiasi senso non confrontabile con l’originale. E qui anche un Benjamin potrebbe essere evocato con la tavoletta Ouija a dare supporto filosofico e argomentato a quanto sostengo, ma siccome il di lui parere chiuderebbe la partita a mio favore troppo presto, tralascio la seduta e vado avanti fino al novantesimo.

Secondo tempo: per quanto riguarda la monotonia della musica, il discorso è più o meno lo stesso appena fatto circa i testi, ed è giusto il caso di ricordare che la lista della musica che si potrebbe definire “monotona” comprende, per limitarci alla musica popolare, Woody Guthrie o Robert Johnson, o De Andrè se proprio volete o anche Billie Holiday, i Ramones, i Germs, Dock Boggs, i Nirvana, Pink Anderson, Odette, Little Richard, AC/DC, Public Enemy, il teatro delle ombre balinesi, Elvis, i Darkthrone e gli Sputafuego (band nata dalle ceneri dei più vivaci Los Fucos nella quale milito con orgoglio). Il tutto ovviamente e giustamente senza che questo scalfisca in pur minima parte la generalizzata stima di cui questi musicisti godono.

Annientate in un batter d’occhio le famosi “ragioni oggettive”, cosa rimane da considerare se non la peculiarità di VB all’interno della “scena”, peculiarità non riconosciuta eppure involontariamente sottolineata dai suoi detrattori?

Dunque: VB ha “qualcosa di diverso” rispetto agli altri? VB è “migliore” degli altri?

Majorana a Carnevale 2004 con un costume da Benjamin
Le due domande, collegate tra loro, non sono di semplice risposta, avendo il concetto di meglio/peggio riguardo alla musica leggera fin troppe implicazioni e troppi pochi strumenti d’analisi. A parte la maledetta, dannata, infondatissima emozione/percezione personale dell’ascoltatore, forse inevitabile per una musica che, per definizione, “non studia lo spartito” (aberrazioni a parte) e non si rifà a nient’altro che al profondo bisogno di qualcuno di dire qualcosa accompagnandosi con strumenti la maggior parte delle volte scordati. A complicare ancora di più la questione – che non sarà risolta qui né altrove – c’è il fatto che la musica rock è troppo intrinsecamente commerciale (nel senso del suo legame troppo stretto e indissolubile con il pubblico pagante) per essere sereno oggetto di riflessioni di altro tipo – certo i negri Zulù non sono andati al Conservatorio, ma è evidente che la musica fatta da loro, “bella” o “brutta” che sia, può essere più facilmente “oggettivata” secondo altri canoni. In cosa sta perciò la diversità di VB, il suo essere “meglio” o “peggio” se per misurare tutto ciò troviamo errato ricorrere alle proprie, trascurabili percezioni?

L’unica differenza evidente tra lui e il resto della “scena” a noi, cioè a me, sembra essere l’innegabile tendenza della musica di VB a rivolgersi ben al di fuori della ristretta cerchia di partigiani dell’indie-rock italiano resistenti ai fascismi della Musica Commerciale; una tendenza dovuta, peraltro, non alle intenzioni della musica stessa – il noto demo precedente al disco d’esordio è in sostanza identico a quanto venuto dopo –, che a sua volta sembra attrarre piuttosto che cercare il pubblico. Quel che è peggio, VB non sembra neanche avere i tratti della moda tout-court, per cui se è vero che rimane del tutto plausibile che lui e i suoi dischi vengano inghiottiti dal buco nero in cui sta collassando la musica mondiale (grazie Appassionati! Scaricatevi i dischi!! Avanti così!!!), è anche evidente che il riscontro che VB sta ottenendo qui ed ora con serate all’Auditorium e recensioni su Vanity Fair ha qualche chance di trasformarsi per lui nella possibilità di un’onesta carriera nel mondo dello spettacolo – cosa che mai e poi mai e ancora MAI potranno permettersi gli sciocchini e sciocconi che a differenza sua “fanno parte” e perciò vanno bene sempre e comunque, e nessuno fa le pulci ai loro testi anche se i loro testi parlano pretenziosamente di cartoni animati anni ottanta.

L'indy è tornato: gli Amari in copertina su Vanity Fair

Ora, com’è dunque questo famoso nuovo disco, che esce già estenuato e vecchio a causa di tonnellate di parole (anche le ottomila qui sopra, che a ben vedere parlano d’altro), congetture e previsioni che di certo si sono spese nelle ultime settimane? A sorpresa, non si tratta di un disco heavy metal né bluegrass né tantomeno big-band caraibica come da più parti si lasciava intendere, ma in sostanza di un disco cantautoriale nello stile dell’artista che lo ha inciso. Spiazzati da tutto ciò, e consapevoli del fatto che siamo attualmente nella Terra di Nessuno del Giudizio – non è semplicemente possibile ad oggi emettere un giudizio sereno su questo album: they want the blood, e nelle righe che precedono ce ne è abbastanza – , ci asterremo dal notare che VB canta più che in passato, che i temi son quelli, che non c’è effetto sorpresa ma c’è effetto consolidamento, che è musica per adolescenti ah signora avercene di musica per adolescenti così che gli adolescenti oggi ascoltano rihanna bè che gli vuoi dire a rihanna umbrella è un pezzone e lei ha le spalle strette e un’enorme testa, e insomma che i tempi son cupi e la Lazio ha perso pure col Ciesena e siamo di nuovo all’inizio, meno di zero, da capo a dodici (una frase idiomatica che da qualche parte, un tempo, lessi avere qualcosa a che fare col blues).

SENZA VOTO

Cercasugoogle: the BASTONATE issue

Mi piacerebbe dire che ho pazientemente raccolto per mesi e mesi le chiavi di ricerca più pazze/geniali/follette apparse sul nostro statcounter e contenenti la parola BASTONATE, ma anche noi abbiamo una vita -non so fino a che punto degna d’esser vissuta, ma nondimeno (momento dinosaur jr). Ieri ho fatto una cernita delle più pittoresche chiavi di ricerca contenenti la parola BASTONATE apparse nell’ultima settimana, e se è possibile rispondo con piacere.

MICHELE SANTORO BASTONATE
Questo è un travisamento della realtà. È vero che un mesetto fa è stata emessa una sanzione disciplinare nei confronti di Michele Santoro, ma si è limitata alla sospensione del suo programma per dieci giorni.

BASTONATE DJ SET
È successo, succederà. Consiste in me e altri di Bastonate che suonano dischi in posti improbabili ad orari fetidi, prima di concerti e cose simili. Per la stagione 2010/2011 il dj-set tipico di Bastonate si chiama informalmente Red Medicine e consiste in una selezione di dischi indie rock ISO9001, preferibilmente uscito negli USA tra l’82 e il ’93, a prescindere da dove siamo. Prossima puntata venerdì 19 Novembre al Bronson di Ravenna. Se non ci siete siete MERDA. Suonano Shrinebuilder e Karma To Burn.

STEVE ALBINI PRENDE A BASTONATE IL PAPA


Eccola qua, direttamente da Fotomontaggi Fatti Male.

BASTONATE E BADILATE PER RESTARE IN FORMA
Questo è il titolo di lavorazione del manuale che sto scrivendo per Baldini&Castoldi. Sottotitolo “a modo mio avrei bisogno di carezze anch’io”. È una specie di vademecum per l’autorealizzazione attraverso lo sforzo fisico/civico e di base sostiene appunto che la vibrazione che si produce tirando badilate contro una superficie compatta e dura si ripercuote sul corpo in maniera sana e positiva. Naturalmente essendoci in gioco una vibrazione e dei potenziali drone mi sono sentito in diritto di citare del tutto gratis gente tipo Steve Reich, gli Earth, Stephen O’Malley, Eraclito e John Cage, anche in maniera molto provocatoria –il quarto capitolo del libro è composto da seicento pagine vuote, e la casa editrice –estremamente poco zen in questo- sta facendo molta resistenza. Forse lo pubblicherò su issuu o cose simili.

SE SEI BELLO TI TIRANO LE BASTONATE
Beh, te le meriti.

BASTONATE+
Il nostro inserto mensile! Più pagine, più gusto, più approfondimenti, più figa e di tanto in tanto il link a qualche fake su mediafire caricato da qualcun altro!

VASCO BRONDI AMA LE BASTONATE?
Non saprei.

BASTONATE NELLE PALLE VIDEO DIVERTENTE

Direi che è tutto. Grazie ai cercatori.

il pezzo serio.

Questo pezzo non parla di niente. È una specie di abbozzo di cose che succedono e se non esistesse il blog omonimo si sarebbe chiamato Pop Topoi, ma ovviamente se non ci fosse stato il blog non mi sarebbe mai venuto in mente e tutti saremmo più snelli e felici, ivi compreso il pezzo che sto scrivendo il quale sarebbe stato defalcato di due o tre righe MA se non cito Pop Topoi almeno una volta ogni due settimane mi esplode il cervello. Per ora la chiameremo PIPPONE. La principale notizia musicale del giorno è che in una New York inguaiata dalla testa ai piedi col CMJ, aka invasa da un esercito di indie-reporters tra cui persino qualche sparuto amico mio, i Daft Punk hanno suonato al Madison Square Garden sul palco dei Phoenix, o viceversa. Pare che della partita facesse parte anche Wavves, il mio pop-rocker contemporaneo preferito partendo dal fondo. In altri posti ed altri palchi la nuova America del rock faceva bella mostra di sé con la stessa colpevole nonchalance con cui ti spurghi il naso con l’anulare di fronte a tua madre durante il pranzo di natale per fare sfoggio del tuo ateismo. Questo dei Daft Punk assieme ai Phoenix naturalmente è un naturale punto d’arrivo della musica ed una piccola morte dell’orgoglio mainstrindie, e somiglia molto metaforicamente a un ciclo di reincarnazioni buddiste bruscamente interrotto dagli zombi che mordono la musica viva infettandola e rendendola una di loro, da cui ovviamente si capisce che a dispetto di ogni ragionevole previsione l’attesissima colonna sonora di Tron Legacy farà CAGARE A NASTRO e conterrà almeno un dirigibile nero, cioè l’unica vera freccia all’arco dei Phoenix. Mentre succedeva tutto questo (non tenendo conto del fuso orario) io stavo ascoltavo una ragazza (la mia) leggere una fiaba della buonanotte a sua nipote intitolata L’amico del piccolo tirannosauro, un grandioso precipitato di cultura pop che contiene tirannosauri, topi, animali strani ed informi, cucina faidate, amicizia, cose verdee e –del tutto a sorpresa- Wolfgang Amadeus Phoenix in persona, fagocitato e cacato via dal Piccolo Tirannosauro pochi secondi prima dell’inizio della storia a segnare il principio di una nuova necessaria ondata di vitalità barbarica (cit.). La cosa più divertente ed autoironica del tutto è che per il viaggio d’andata verso la casa in cui veniva raccontata la storia avevo trovato necessario incaponirmi per avere un best of di Beyoncè (informalmente fomentato da un post di Colasanti), a costo di dovermene fare uno con le mie mani. Il che non sarebbe stato difficilissimo, considerato il fatto che un best of di Beyoncè che si rispetti contiene solamente Crazy in Love, il guest starring in Telephone di Lady Gaga (che comunque già possiedo nella mia copia di Fame Monster, anche se ormai è troppo rigato e devo cambiarlo) e ovviamente Single Ladies, una canzone il cui ritornello potrebbe essere storpiato nell’espressione Boia d’e singulèri, un moccolo inoffensivo che non sapendo cosa significa esattamente non sarei in grado di tradurre se non come Bioparco, cercando di svicolare sul senso e droppare l’argomento prima di incappare in qualche domanda scomoda e tendenziosa –per quanto immaginare Beyoncè che smoccola un tanto al chilo mentre balla sorridente a grappoli di tre  è BELLISSIMO e importantissimo e più pop di qualsiasi cosa abbia fatto Stefani Angelina Germanotta questa settimana (non essendo occorsi questa settimana i VMA, nel qual caso la gerarchia sarebbe stata ristabilita a forza di calci e bistecche di manzo). Curiosamente scopro che qualcuno ha già pensato di fabbricare un best di Beyoncè, e riesco ad accaparrarmi un torrent in sedici secondi contenente una decina di pezzi con dieci remix ad opera di cani e porci. Il mio universo collassa. Riesco comunque a masterizzare un CD, lo metto su e prima di imboccare la superstrada mi torna il bisogno fisico di ascoltare un disco a caso degli Husker Du, il che significa che l’overdose di pop becero e brutto (la musica brutta è migliore, e qui cito un gigante come Fabrizio Ferrini, tra i più grandi conoscitori di musica che abbia mai conosciuto) sta passando in favore del sempiterno noiosissimo concetto di non passa più. Il video di Single Ladies è talmente DROGA che in qualche modo sono costretto a ipotizzare complotti, tipo che nella versione uncut (quella che passa su Vimeo, perchè su Vimeo tutto è più verdeo che su Youtube) ogni trenta secondi appare la gigantesca scritta OBEY. Il gancio con gli Husker Du serviva solo per dire che oggi ho anche pensato ai live più belli e importanti della storia del rock e me ne sono uscito fuori con una lista su Twitter, che riposto qui perchè su Twitter io non sono un cazzo di nessuno:
#1 Replacements al CBGB’s, circa 1984, ubriachi fradici, cover di Sabbath/REM/Beatles, musica che viene da Dio e a lui ritorna
#2 Husker Du – Camden Palace, Londra, 1985 (audio). bottona. la miglior celebrated summer mai suonata tra quelle che ho sentito.
#3 Rollins Band -Live 87/88 (dal cofanetto Audio Airstrike Consultants). Gun In Mouth Blues dieci volte meglio dell’originale, cioè dieci volte meglio della musica rock,
#4 Brutal Truth – Goodbye Cruel World, spiegazioni pleonastiche.
#5 Suicide – 23 Minutes Over Brussels. vabbè.
#6 Stooges – Metallic KO (in realtà qui ci avevo messo i Pearl Jam a Seattle 2000, poi ho visto la vita superarmi e farmi il dito).
#7 MC5 – Kick Out The Jams.
#8 Slayer – Decade of Aggression.

e qui mi interrompo per mettere nono e decimo a pari merito tutti i dischi e le cose dal vivo che non ho in mente in questo particolare momento. Naturalmente non intendo dire che preferisco Stooges, Suicide ed MC5 agli Slayer, nè che in qualche modo il live degli Earth col pezzo pallosissimo di settanta minuti uscito su Megablade sia in qualche modo inferiore a 23 Minutes Over Brussels. Come potrei? Il problema naturalmente non sarebbe nemmeno quello. Su twitter la situazione si incaglia invece perchè il live preferito dei Pearl Jam di GiorgioP è un altro. GiorgioP è un fan degli ultimi Converge, di Vasco Brondi, dei Sonic Youth e di tante altre cose che rivelano sostanzialmente la confusione emotiva che la sua generazione continua a fare tra scorrettezza politica e dare opinioni non richieste. In questo senso il consigliatissimo blog di Giorgio, nonchè il celeberrimo tlog che a lui fa capo, sono la forma più compiuta di nostalgia anni novanta messa in scena sul web in questo momento. Primo perchè nel blog di Giorgio in linea di principio ci scrivo anch’io, secondo perchè Giorgio è anche un fan di Justin Broadrick e terzo perchè io negli anni novanta a GiorgioP NON LO CONOSCEVO, e questo è indice di tante cose, la prima delle quali è che prima del 2000 non ho mai visitato Roma. Uso le ultime dieci righe per un’autocritica e per fare una sponda. La prima si basa sul fatto che quando mi metto a scrivere senza un argomento potrei andare avanti per giorni e giorni, anche se in genere arriva (metaforicamente parlando) qualcuno che mi toglie da un tavolo di blackjack che sto sbancando per portarmi a vedere Tab Jones, la seconda è che parlando di metafore una domanda MOLTO interessante è perchè i tre dischi più caldi dell’alternative italiano (Verdena, Marlene Kuntz, Le luci della centrale elettrica) hanno tutti e tre un titolo che è una palese e definitiva metafora delle seghe?
Il nuovo Le Luci della Centrale Elettrica si chiama Per ora la chiameremo felicità.
Il nuovo Verdena si chiama WOW.
Il nuovo Marlene Kuntz si chiama Ricoveri virtuali e sexy solitudini.
Un’altra domanda che mi sto facendo da ore e ore è se l’uscita quasi contemporanea del nuovo disco delle tre formazioni sia o meno la più meschina e pianificata alleanza contro l’italiano corrente degli ultimi venti o trent’anni. Poichè la risposta non è particolarmente interessante passo oltre, nel disperato tentativo di non passare per un fan dei Verdena anche se di fatto i Verdena (per motivi a me ignoti) mi son sempre piaciuti UN CASINO, anche Il suicido del samurai, anche il Grande Sasso, tutto quanto. Se è per questo arrivai anche a consigliare caldamente Vasco Brondi a m.c. in tempi non sospetti, ammesso e non concesso che per Vasco Brondi siano esistiti tempi non sospetti. Gli dissi che mi ricordava il primo Carboni e questa cosa mi mandava fuori. Qualche mese o anno dopo, al concerto degli Ex con Mekuria, m.c. mi risponde che credo di aver capito LLDCE, davvero, insomma, il fascino che può esercitare, insomma, portami a bere dalle pozzanghere, va bene, ma ecco… anche no. Decretai la sua vittoria formale e sostanziale, in larga parte perchè nel frattempo avevo girato il culo e perso interesse in Brondi e in qualsiasi altra forma di cantautorato ad eccezione di Fausto Rossi e Piero Ciampi, e mettiamoci dentro pure il riunito Edda che tirò fuori in quello stesso periodo un disco che ho ascoltato una volta a dir tanto ma che, insomma, non è che ci puoi dire molte cose contro. Nell’attesa dunque che i tre mammasantissima del rock italiano caghino fuori il loro ovetto d’oro, mi segnalano che Ari Up muore di una malattia contro cui stava lottando, che John Lydon era il suo patrigno e che il Kindergarten di Bologna è stato chiuso per storie di droga sgamate da un’inchiesta di Repubblica. Pare che nonostante fosse appunto coinvolta Repubblica, il Ministro della Cultura non abbia detto un cazzo di niente in merito. Non che io sia mai stato al Kindergarten, ma se tagliano la programmazione rischio di vedermi saltare l’agendina settimanale dei concerti. L’unica altra cosa rimasta da dire è che questa settimana Indie Passere ha aggiornato, e qui mi interrompo perchè voglio scrivere un pezzo per Maps sulla ristampa del primo disco degli Earth prima che il gallo canti. Ora che ci penso qua intorno di galli non se n’è mai sentito uno, quindi Francesco e Jon se la possono anche andare a prendere nel culo fino a domattina. Sapete quale potrebbe essere un’idea davvero STUPIDA? Infarcire il post di foto del piumone su cui sto sopra in questo momento.

“FOTTA” – Per ora la chiameremo Majorana. Il nuovo video di Vasco Brondi (giusto due righe)

“I ragazzi di Via Panisperna?
Sai che ti dico? SIEG HEIL!”

* Questo post è solennemente dedicato alla scoperta che Ettore Majorana non è morto suicida, né rinchiuso in convento (Sciascia cazzaro), bensì si è venduto ai nazisti per poi riparare in Argentina col suo amico Eichmann. Majorana, rezpect, reprazent, visto che sei probabilmente ancora vivo (ad Antigua) e leggi Bastonate, tutto questo è per te *

E va bene, d’accordo, non abbiamo più vent’anni e anche se li avessimo saremmo a casa a studiare, e a Londra non andremmo per dimagrire ma per comprarci uno SHITLOAD di dischi assurdi, il meglio della comunità di Trinidad, Art Ensemble of Chicago (alcuni pezzi minori), Early degli Scritti Politti.

Questo noi, perché voi, piuttosto, se aveste i vent’anni che forse avete preferite pasticciare con scarpottoni da ginnastica e felpe alla moda, ciuffi ribelli a simbolo del vosto io in formazione, fregnacce scritte sui blog musicali e soprattutto una VALANGA di dischi di merda (“RAGA!!!!1 Sn staito a LONDRA last summer e ho bought MIA i nAtional e il nuovo dei liars per 17 pound e 83 totali!!!11”).

L’Inghilterra vista ancora come mito e tutte queste cazzate qui.

Fermi in tiro la prima volta che è uscito co una

(ROMA, VIA PANISPERNA, 1934. UN MARTEDÌ MATTINA

Segré: “A regà, ‘o sapete che ho scoperto che i neutroni so tutti froci?”

Majorana: “Nun ce frega un cazzo”

Segré: “Ma li mortacci tua e de Pontecorvo!”

Pontecorvo: “Ahò! Ma che cazzo voi?”

SCOPPIA LA RISSA

RUMORE DI PORTA
ENTRA ENRICO FERMI

Amaldi: “Fermi, c’è Fermi!”

Tutti: *risata sguaiata*

Fermi: “Ma de che cazzo ve ridete, li mortacci vostra?!”)

Ma la musica è morta, e va bene, è morta con Gould e Ciani ma io mi riferivo a molto meno, alla musichella pop che ha rappresentato una valida alternativa alla noia almeno fino ai tardi ’70, poi si è incupita, involuta, ha avuto il breve colpo di coda gioioso degli Happy Mondays e dei Black Grape per poi riprecipitare, e definitivamente, nell’abisso senza fondo e nella sepoltura definitiva.

Prima della musica pop internazionale è morta quella italiana (due note di De André nel sessantaquattro e se ne era già andata affanculo), ammazzata da epigoni di epigoni di imitatori minori della Fisarmonica di Stradella. Il suo unico sussulto dopo gli urlatori anni ‘60 è stata la musica dei CCCP (primo periodo), poi più nulla a memoria d’uomo, poi due o tre anni fa l’esordio di Vasco Brondi, certo non così bello e cattivo, ma d’altra parte la fisica chi ha avuto dopo Newton?, ok, un paio di ipotesi sballate di Fermi, poi Majorana che s’è venduto ai nazisti e bòn.

Fermi felice mentre ascolta gli Happy Mondays

Ora, il problema di Brondi qual era, sostanzialmente nessuno, tranne il non trascurabile particolare che qualche persona di brillante intelligenza in qualche meandro della BLOGOSFERA deve aver aizzato il branco dei fregnoni a catalizzare tutto l’odio represso – non è permesso parlar male di niente tranne che di un disco italiano a caso ogni 18 anni – sulle Luci della centrale elettrica e sul povero Vasco, che ridotto a capro espiatorio e coperto di piume fatte di disprezzo si è incamminato mesto e solitario per la campagna, ripudiato dalla sua stessa comunità di APPASSIONATI, andando incontro alla steppa dannata dove non-vivono gli spiriti shedu. Oppure un’altra visione possibile della disfatta è che Vasco si lascia assoldare dai nazisti e quando è troppo tardi e tutto sta andando in merda, inscena il suicidio, vende biliardi di copie e ripara in Argentina con Eichmann. LA BANALITA’ DEL MALE. Sarah è bella, bionda. Sarah è felice. Sarah quel giorno maledetto vuole solo andare al mare. Con la cugina, l’amica del cuore. Sarah non sa che quel pomeriggio, ad attenderla, troverà l’orca.

Fermi e i ragazzi di Via Panisperna menano uno

Sia quel che sia, Vascone Brondone si ritrova così oggi totalmente cacato nel cazzo, estromesso a forza dalla ristretta cerchia dei grandi sapienti e costretto a ripiegare su un pubblico composto da pochi, schietti adolescenti e tanti poveri fregnoni che hanno letto di lui su Trovaroma e se lo vanno a vedere contenti all’Auditorium, dove è scheduled nel prossimo mese di novembre, ben consapevoli di tenere saldamente il polso della Vera Bella Musica alternativa, quella di Sigur Ròs, Radiohead e forse pure Cristicchi e Arisa. E poi Battiato, che canta Povera Patria e tutti si alzano e applaudono perché il fiato di Berlusconi è sul nostro collo, noi povera gente, noi vendole con l’orecchino, noi ateoni razionaloni figli di puttana che però ci piace Tettamanzi, perché proprio come Ascanio Celestini ha detto qualcosa di gradevole sugli zingari.

Ma tornando al punto: ma voi non siete rimasti sconvolti da questa notizia di Majorana? Cosa avrebbe detto Fermi? E come la mettiamo con il fatto che l’unico, vero genio italiano dai tempi di Leonardo era un gran nazista? E con me stamo a due!

Insomma è uscito questo nuovo video delle Luci della Centrale Elettrica, in cui in una Milano interinale, popolata di amori a progetto e progetti d’amore irrisolti (questa definizione è originale © ed è in vendita al prezzo di un cartoccio di fusaie a qualsiasi blog strappalacrime ne voglia fare buon uso) si dipanano le mille avventure della Teoria dei Quanti.

Gli Appassionati-Avvoltoi iniziano a volare in circolo su Brondi nel deserto di cui sopra, pronto a farlo a pezzi. Dalla loro hanno che il

Fermi e i ragazzi di Via Panisperna scoprono la bomba atomica a Fregene

video – bastano 5 secondi senza audio, di più non ho avuto modo, luogo e voglia di vedere per ora – ha le stigmate della regazzinata, un immaginario di suoni-parole del tutto simile al primo album (sono senza audio, ricordatelo) e una protagonista ciaciotta, adolescente di quell’adolescenza che sognano i ventottenni nostalgici, ossia già consapevole della potenziale coolness dei vent’anni. Contro di loro hanno una nuova traduzione del Corano (Sura XLIX: O credenti, se un malvagio vi reca una notizia, verificatela, affinché non portiate, per disinformazione, pregiudizio a qualcuno e abbiate poi a pentirvi di quel che avrete fatto) e tutta una sequela di stronzate smontabile in pochi minuti:

“Brondi merda, il secondo disco è uguale al primo!” – De Andrè ne ha fatti 180 uguali


Fermi!

“Brondi merda, non è musica!” – Sempre più elaborata di De Andrè

“Brondi merda, i testi sono ridicoli!” – Segue un estratto di un testo di De Andrè:

“Falegname col martello

perché fai den den?

Con la pialla su quel legno

perché fai fren fren?

“Brondi merda, piace alla gente sbagliata!” – Dovreste vedere la lista dei fan di De Andrè.

“Brondi merda, è una moda!” – Anche i Sex Pistols, i Nirvana, e De Andrè. E questo peraltro non è un difetto.

E così all’infinito, e usando solo il monocorde argomento-De Andrè

Seguono considerazioni sparse sul fatto che la musica pop non ha nessuna importanza, mai, a nessuna latitudine, a nessun’ora del giorno o della notte, in nessun angolo di questa terra nei secoli dei secoli e così via, e questa mia superiore consapevolezza adulta rende vani gli eventuali contro argomenti di chiunque. Amen.

Ettore Majorana (1905-2008)