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EA ROBA DAL VIVO CHE BISOGNA ANDAR PER FORSA DE DIME CAN MA NO ITALIAN

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Dai lì, poco rompere i coioni, Venerdì prossimo con i me amighi de i Druidi (brava xente che femo robe in un posto dove brava xente ghe n’è poca) femo sonar i MARNERO E I LUCERTULAS, robe che se se butta via de bruto. Se a sì in giro par el Veneto a ghi da vegner per forsa. 5 Aprile, teatro Caruso, Papozze (RO).
Per l’occasion meto su dischi emo da vecchi giovani.

Se proprio a sì troppo lontani, a Milano, per dire, ndì a vedere Ogni Giorno + Action Dead Mouse all’Arci Metissage

L’agendina dei concerti Bologna e dintorni – 22-28 agosto 2011


 


L’evento più interessante della settimana sarà vedere se riusciremo ad arrivare vivi alla fine della settimana. Intanto, le bestemmie si moltiplicano esponenzialmente e danze della pioggia si susseguono come bruscolini. Ancona non è in Emilia, ma Omar Souleyman stasera a cinque euro val bene una segnalazione e il costo della broda per raggiungere la Mole Vanvitelliana. Jalla! Oggi domani e mercoledì ci son robe al bagno Hana-bi a Marina di Ravenna, il meglio la tripletta OvO/Mombu/ZEUS! mercoledì, per dissociati veri, peccato non ci sia anche Daniele Brusaschetto e la serata finiva direttamente alla croce verde… Giovedì niente a parte il sudore e il rimpianto di non essere sulle Dolomiti o al Polo Sud, in compenso venerdì c’è il figlio di Bob Marley all’Estragon; avrei preferito il cognato di Lee “Scratch” Perry ma comunque non sarò lì e quindi sti gran cazzi. Venerdì partono anche due festival in riviera, rispettivamente per indie privi di gusto nel vestire e reduci dark col pastrano anche a ferragosto (la prima sera invece è per fascisti rintronati); qui sotto le locandine, cliccateci sopra per accedere ai relativi siti web. Forse settimana prossima rinfresca.

 

True believers: Mauro Berchi

 
A 16 anni stavo messo male
Vent’anni dopo: messo uguale
(Kaos, Dr. K)

Contro.luce è il sesto album dei Canaan. Il primo, Blue Fire, è del 1996; io ero già entrato nel gorgo, solo che ancora non lo sapevo. L’anno precedente soprattutto due dischi mi avevano sconvolto la vita: In Absentia Christi dei MonumentuM e Oneiricon – The White Hypnotic dei Ras Algethi, entrambe micidiali declinazioni dark doom tra le più estreme, cupe e disperanti di sempre, roba pericolosissima allora come oggi, domani, dopodomani eccetera. Ero al primo anno delle superiori e odiavo il mondo (credo ricambiato), dappertutto aria gelida e aspettare, faceva freddo la mattina ed era sempre buio, con quei dischi ci ho svoltato l’inverno. Non avevo idea che i Ras Algethi si fossero sciolti di lì a poco e che il leader Mauro Berchi (voce, chitarra e tastiere) avesse poi avviato un nuovo progetto – Canaan appunto – in parallelo a un’etichetta discografica che presto sarebbe diventata un punto di riferimento, una specie di Cold Meat Industry di casa nostra ma con dischi che non contenevano soltanto fischi vento soffi e fruscii, del resto la cura maniacale nell’artwork e nel packaging (custodie in digipack con libretti di gran pregio) e l’estrema selezione nella scelta del catalogo erano le stesse. Complice un’intervista rivelatrice su Psycho! nell’inverno del 1997 ricollego finalmente nomi e intenti, e da lì è la fine, l’appuntamento con un nuovo album dei Canaan diventa qualcosa con cui fare regolarmente i conti, ogni volta scoprirsi sempre uguali, sempre a rantolare nel fango: gli altri stanno ancora ridendo… e noi qui, a guardarci dentro, come direbbe qualcuno molto più saggio ed estremamente più sintetico del sottoscritto. Sotto il profilo dei testi quei dischi erano chiodi arrugginiti piantati a forza nella carne viva; musicalmente, una versione infinitamente più oscura e presa male dei Cure di Disintegration, chitarre sanguinanti, tastiere più soffocanti di una tonnellata di bitume e tutto il resto, con in più terminali inserti dark-ambient da far scappare via piangendo Lustmord. Dal terzo Brand New Babylon in poi la cosa si evolve seguendo traiettorie sempre più personali e irraggiungibili, sempre più nere della pece più nera, fino al punto di non ritorno di A Calling to Weakness (2002), capolavoro assoluto nonché tra i dischi da evitare ad ogni costo se state anche solo vagamente considerando l’ipotesi di farla finita anzitempo. Assieme a A Calling to Weakness, Contro.luce rappresenta lo state of art dello stare male, tra i pochissimi dischi degni di sedere alla destra di pilastri conclamati del soffrire peggio dei cani tipo White Light from the Mouth of Infinity (non a caso gli Swans sono il gruppo preferito di Mauro), Live at the Old Quarter, The Pernicious Enigma o qualche pezzo a caso dall’opera omnia del buon vecchio Gigi Tenco. Quella che segue è un’intervista a Mauro; le domande sul nuovo album sono di Reje, le foto le ho prese dal sito dei Canaan, gli errori sono miei. (Continua a leggere)

Il juke-box del suicidio

L’altro giorno Reje mi ha scritto che era uscito il nuovo dei Canaan. È una specie di rituale: Canaan e Colloquio sono i nostri Beatles e Rolling Stones, e la data esatta di uscita del nuovo disco è un evento da segnare sul calendario. In questo, Reje è sempre stato sul pezzo molto più di me, controllando quotidianamente il sito della Eibon – unica fonte per notizie di tal genere – e guai a sgarrare, con la perseveranza e la devozione che solo chi è stato un fan maniacale può conoscere. Quando è uscito l’ultimo dei Colloquio mi ha addirittura telefonato. Io, onestamente era da un po’ che avevo mollato il colpo, anche solo per una banale questione di autoconservazione: avessi continuato a sottoporre la mia mente e il mio fisico all’ascolto reiterato di quei dischi, a quest’ora non sarei qui a scrivere ma sotto un cipresso a farmi divorare anzitempo dai vermi. La ragione è che i Canaan (e i Colloquio, e i Neronoia, che è un progetto in cui confluiscono Canaan e Colloquio, il che è come dire morte più morte) avevano (hanno) il potere di amplificare ben oltre il limite dell’umanamente tollerabile una gamma di sfumature della tristezza virtualmente inesauribile.
Chi non ha mai sentito una canzone dei Canaan finora si è perso una delle colonne sonore migliori per i momenti (o giorni, o mesi, o anni, o vita) di disperazione più nera e dolore mentale più puro, senza filtri né barriere di sorta. Il leader e compositore principale del gruppo, Mauro Berchi, è un professionista della depressione; la sonda, la misura, la abita probabilmente da sempre, l’ha analizzata e vivisezionata instancabilmente, per anni, in lunghe interviste che somigliano piuttosto a esaurienti trattati di psicanalisi, l’ha plasmata a proprio piacimento (si fa per dire) lungo canzoni e dischi che sono la voce di chi la speranza l’ha già persa da un pezzo ma che comunque, per ragioni che ignoro, non riesce a farla finita, l’ha incanalata, attraverso una serie cruciale di uscite-chiave, in una piccola etichetta discografica che è stata un autentico faro nella notte senza fine degli afflitti, i deboli e gli umiliati (ma solo quelli con gusti musicali tendenti al dark più tetro, all’ambient più opprimente e al power electronics più molesto). Dopo aver subito un disco dei Canaan anche aver vinto alla lotteria sembrerà una disgrazia insormontabile. È roba pericolosa, roba che avvelena l’anima, che entra dentro la carne come una coltellata, ed è roba a cui – vai tu a sapere per quali masochistici motivi – non riusciamo a fare a meno.
Credevo di essermi liberato dell’allucinante cappa oppressiva dei Canaan dopo The Unsaid Words, disco che stranamente sentivo ‘distante’, che non mi rispecchiava al 300% come gli altri, e allora avevo lasciato perdere, avevo cercato altrove, ero perfino arrivato a dimenticarmi della loro esistenza dopo il secondo Neronoia; per alcuni mesi sono sicuro di non avere mai, nemmeno per un istante, pensato ai Canaan. Ma è impossibile cambiare quel che siamo, ecco perché non appena Reje mi ha scritto che sul sito della Eibon erano stati caricati due samples del nuovo album dei Canaan mi ci sono precipitato, e poi ho ritirato fuori l’intera discografia e me la sono sucata tutta dall’inizio alla fine, da Blue Fire a The Unsaid Words (che peraltro mi ha dilaniato come mai prima), un tour de force assolutamente scriteriato nelle pieghe dello stare male gratis, l’ultima idea che dovrebbe venire a un essere umano anche solo parzialmente sano di mente se non come anticamera del suicidio. Il prossimo step si intitola Contro.Luce, ed è una tortura a cui non vediamo l’ora di sottoporci. Non lo consiglio soltanto perché non vorrei cadaveri sulla coscienza, però insomma, sapete cosa fare.

Il download illegale della settimana – Airliner

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Di tutti i dischi pubblicati dalla Labrador (ricordiamolo: probabilmente la più grande indie-pop label di sempre dopo Sarah/Shinkansen), l’esordio a lunga durata di Airliner (progetto solista del chitarrista degli Aerospace Kristian Rosengren, già autore nel 1999 di un 7″ omonimo) ha una particolarità: è sinceramente, totalmente ed irrevocabilmente triste. È intriso di tristezza e si nutre di tristezza, quella vera, quella irreversibile e ben oltre il nero di chi coltiva propositi suicidi e prima o poi li mette in atto; è tanto triste ed è talmente vera la sua tristezza che, al confronto, qualsiasi altra cosa abbia anche solo lontanamente a che vedere con il concetto di musica triste per sensibiloni col cuore infranto può solo scappare via piangendo con le ossa fracassate. Non ho notizie del suo autore dal 2003 (anno in cui uscì The Last Days of August), ma non mi stupirei se un bel giorno avesse deciso di farsi saltare le cervella. La felicità è un’opzione, canta in Happiness con la verve di un condannato a morte che sale i gradini che lo portano al patibolo: c’è da credergli. Gli argomenti li conosciamo: perdita e rimpianto, assenze, la sfibrante intangibilità dei ricordi, la rincorsa di sentimenti sempre più sfocati dallo scorrere inesorabile delle stagioni, la nostalgia annichilente (non a caso un pezzo è intitolato proprio, uh, Nostalgia), gli addii, e in generale tutto il resto che ci divora il cuore. Se si è in sintonia con la visione e il sentire di Rosengren, scoppiare in lacrime fin dalle prime note dell’iniziale Trying to be clever, ed eleggere istantaneamente The Last Days of August compagno fedele di un’esistenza a fianco di pilastri di paritaria ispirazione e rigore del tenore di London Weekend di Another Sunny Day o l’opera omnia di Field Mice e Trembling Blue Stars, diventa atto dovuto. E se musicalmente una certa parziale aderenza ai canoni mezzo smithsiani, mezzo bossanova, mezzo brianwilson, mezzo twee-pop da adolescente autistico da cui l’intera scena indie-pop svedese non può prescindere potrebbe inizialmente (e ingannevolmente) portare a considerare Airliner come uno dei tanti, i testi rivelano una lucidità e una spietatezza nel raccontare l’immensità del dolore davvero rare. Volevo chiamarti stanotte, ma ho finito per fare come la gente che detesto, quella che non riesce mai a fare la differenza e non combina mai niente, riflette amaramente l’uomo in Everything that’s you, mentre in Defenses down si racconta, probabilmente per tentare un improbabile training autogeno, che “per la prima volta in vita mia sto bene da solo” (ma basta il tono della voce per capire benissimo che è vero piuttosto il contrario), salvo poi rimangiarsi tutto nel finale che è un saggio inciso sulla carne sulla vastità della solitudine. Time and space, unica strumentale del lotto, è il tassello definitivo che rende l’intero album roba pericolosissima da ascoltare se si è anche solo un po’ presi male (coronato peraltro da una copertina che ti suggerisce un modo creativo e di sicura efficacia per farla finita). Ironia della sorte per una rubrica come la nostra, il disco è praticamente impossibile da reperire in mp3 ma è comodamente ordinabile tramite il sito della Labrador. Musica per potenziali suicidi e autolesionisti cronici mascherata da roba vagamente innocua, un po’ come fu qualche lustro fa il singolo arraffaclassifiche Afternoons & coffeespoons dei Crash Test Dummies, che sembrava un pezzo allegrissimo e spensieratissimo e in realtà parlava del cancro. A ognuno il suo.