MATTONI issue #10: LESBIAN

 
Vincono già dal nome, soprattutto in tempi in cui per non finire immediatamente nei peer-to-peer l’alternativa è tra stupidissimi termini di uso comune ricontestualizzati (tipo The Music, Girls, Tombs, ecc.) o sigle illeggibili piene di simboli criptici tipo triangolini e altre merdate a incasinare il tutto (tipo l’intero fenomeno witch house, che poi tra l’altro mica ho ancora capito di che cazzo si tratti, ma comunque). Loro scelgono una terza via: nome ultracomune e ultrabeota “perché quelli belli, tipo Black Sabbath o Venom, erano già presi“. Sono in quattro, hanno inciso per Holy Mountain (che già di per sè stessa è una bella garanzia di alterazione mentale) e a guardare la foto sul sito dell’etichetta sembrano, nell’ordine: un ciccione che ama i Neurosis, un professore ex-hippie col cervello fritto dai troppi acidi ai tempi dei fiori nei capelli, un immigrato clandestino e un buzzurro rissaiolo coi tatuaggi anche nel buco del culo. Insieme suonano uno strano incrocio tra sludge, doom old school e progressive metal, fangosissimo e lisergico eppure cronometrico e intricato al tempo stesso; immaginatevi, se riuscite, una sintesi tossica tra Dream Theater, Grief, Lake of Tears e Facedowninshit, sarete comunque piuttosto lontani da un’idea anche lontanamente esaustiva. Uno di loro, Dan La Rochelle, ha suonato la chitarra negli ASVA per un paio d’anni, magari questo dettaglio può essere di aiuto. Il primo album è del 2007; Power Hor, un gioiellino di psichedelia malata e deviante che con un buon cilotto sdruso di bella (o un paio di cartoni) a supporto è la morte sua. I numeri già dicono tutto: quattro pezzi per sessantadue minuti di durata. C’è già un bestione di quasi 25 minuti, Loadbath, ma non è il pezzo migliore del disco, e comunque a quei tempi Bastonate (con annessa la vostra rubrica preferita) ancora non esisteva. Sempre del 2007 è un ‘Tour EP” con un pezzo di quarantasette minuti (dal temibilissimo titolo, Fungal Abyss), che purtroppo non sono ancora riuscito ad ascoltare; ho invece mandato a memoria lo split del 2008 con gli Ocean americani (altro gruppo per cui vale la legge dei grandi numeri), ma purtroppo entrambe le compagini in quell’occasione mordevano decisamente i freni: ‘soltanto’ dodici e quattordici minuti le durate dei rispettivi pezzi.
Tornano ora con un nuovo disco fuori, Stratospheria Cubensis, titolo delirantemente pseudointellettuale, produzione paludosa del paludato Randall Dunn e artwork sideral-tentacolare del funghesco Seldon Hunt. Un disco che è un po’ il loro The Age of Adz: smodato, incontenibile, eccessivo, irraccontabile, radicalmente altro da sè e da tutto, con il brano più lungo posto alla fine a riassumere e a tirare le fila e a fornire il senso ultimo di un suono e un metodo compositivo che non asc0lterete altrove. Black Stygian è il nome del mattone finale, ventidue minuti di delirio psych-sludge-prog-doom da far precipitare dal cielo gli arcangeli con le trombe e schizzare dalle viscere della terra i diavoli coi tromboni, un’ininterrotta, sfrenata cavalcata della Morte ma con un cannone grosso come un carciofo incastrato tra le arcate dentarie; se esistesse un ipotetico mash-up tra Jerusalem degli Sleep ma con il tiro e senza la narcosi chimica, e A Change of Seasons dei Dream Theater ma senza i barocchismi e le leziosità e le tastiere d’avorio e la suddivisione in capitoli, magari reinterpretata dagli Eyehategod in jam alcolica con Fates Warning e (Men of) Porn, forse quel pezzo avrebbe il suono di Black Stygian. Veramente devastante.

 
 
PS STREAMO: http://lesbian.bandcamp.com/album/stratospheria-cubensis

L’agendina dei concerti Emilia Romagna – 27 settembre-3 ottobre

"EEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEHHHHHHHHHHH!!!" (foto presa dal blog di Paolo Liguori)

 
State meditando il suicidio perché oggi e domani c’è il Blasco in città e i biglietti sono andati esauriti sei anni fa? Niente panico e rimandate l’insano gesto: questa sera potrete scegliere tra A Birthday Party Band + Jack & the Themselves al Nuovo Lazzaretto (dalle 22, cinque euro) o i folli Heraclite gratis al Clandestino (dopo aver sentito questi ultimi vi garantiamo personalmente che il vostro cervello finirà in vacanza permanente su Saturno). Poi c’è sempre martedì per farla finita eventualmente, visto che in giro non c’è un cazzo. Mercoledì 29 ancora al Clandestino a farsi friggere quei pochi centri nervosi rimasti in attività dopo gli Heraclite al suono del Legendary Tiger Man (gratis, dalle 22), mentre giovedì 30 tutti ad arrostire cinghiali grossi come elefanti e a tracannare sidro di pessima qualità da corni luridi e bisunti: il gjallarhorn risuonerà in tutto il suo assordante furore bellico intorno alle 19 all’Estragon, in occasione della Heidenfest 2010. Trenta euracci il prezzo per l’ingresso nel Walhalla (valkyrie infoiate non incluse). Per i fighetti in vena di sporcarsi le mani col rock invece ci sono i Black Mountain al Bronson.
Venerdì 1 bisogna veramente tornare in pellegrinaggio al Clandestino per celebrare il manifestarsi di uno dei più grandi eroi di tutta la storia della musica (e dell’umanità): direttamente dal sottoscala degli uffici ormai abbandonati della Skin Graft, ecco Mr. Quintron e tutto il suo sterminato armamentario di strumenti autocostruiti che faranno del vostro cranio una pastosa e coloratissima omelette. Poi per chi è ancora vivo c’è sempre Josh Wink a dispensare le sue bordate di 303 a mitraglia che con il giusto dosaggio di MDMA è la morte sua; al Kindergarten dalle 23.30, metterei anche il prezzo ma quei bastardini non l’hanno scritto (facile che è sulla quindicina).
Sabato tutti a farci del male alla serata Slego remember al Velvet: ad aiutarci ricordare quanto eravano giovani belli e (in)felici ci penseranno il satiro Fiumani con i Diaframma (probabilmente i brani più recenti Pacciani style verranno momentaneamente accantonati a favore di una scaletta più improntata sul reducismo peso), e a seguire Thomas Balsamini dj. Qui tutte le informazioni. Per i b-boys invece, Assalti canta e non manda in letargo le menti dalle 22 al TPO a prezzo non pervenuto. Domenica dovevano esserci gli Hardcore Superstar all’Estragon ma mi sa che hanno annullato; magari è rimasto qualche biglietto per il Blasco al Palamalaguti. Chissà.

Master Musicians of Bukkake @ Locomotiv (Bologna, 29/4/2010)

Lo scorso 29 aprile la città ha ospitato il rituale più inquietante, lisergico e allucinatorio degli ultimi anni; nei Master Musicians of Bukkake confluiscono autentiche autorità della scena psych-doom di Seattle, il chitarrista Bill Horist (che ha aperto con un solo show deragliante dove ha tirato fuori ogni tipo di suono possibile maltrattando lo strumento in ogni modo e con ogni mezzo – comprese pinze da chirurgo e un piatto della batteria infilato a viva forza sotto le corde…!), qualche ex-membro degli Earth nonchè quelli bravi degli indimenticati Burning Witch. Descrivere un loro live set a parole è un’impresa letteralmente impossibile, dunque a chi non c’era speriamo che le foto di Gino Dal Soler possano essere d’aiuto per tentare di comprendere parte della grandezza di quel che si sono persi.


(Continua a leggere)

Autechre @ laboratorio Crash (Bologna, 27/3/2010)

ecco un gruppo che dal vivo non suda mai.

Di Rob Hall, annunciato in cartellone come guest principale, non v’è traccia; in compenso tocca sorbirsi quasi due ore di dj set di tale Didjt che con sadica perseveranza infligge un’interminabile serie di numeri UK garage, hip hop inglese (che già di per sé è come dire “yodel africano”), quella roba oscura e presa male con qualche negro strafatto che ci latra sopra cose incomprensibili che quelli che ne sanno chiamano grime, ritmi bradicardici che ti fanno salire la fattanza mentre smezzi una canna di marocchino coi ragazzi, beats asfittici e perfino un lunghissimo quarto d’ora di dancehall per giamaicani rincoglioniti dal troppo fumo che poi tornati a casa picchiano la moglie. Veramente allucinante. Il pubblico però (almeno nelle prime file) pare gradire.
Il set di Russell Haswell invece dura un quarto d’ora. Come dire: la legge dei grandi numeri, però al contrario. Presente i primi dieci secondi di Turning point, il pezzo che apre Sheer Hellish Miasma di Kevin Drumm? Prendeteli, metteteli in loop, centuplicate il volume e avrete una vaga idea di quel che ha commesso. Haswell è sempre stato un fan accanito dei Whitehouse, e si sente: le sventagliate di sfrigolii digitali prodotte questa notte farebbero invidia a William Bennett per cattiveria, ignoranza e capacità di ottundimento (ma senza le stronzate da pedofilo di contorno). Peccato solo per i volumi decisamente sopportabili.
Probabilmente è la prima volta che gli Autechre a Bologna possono usufruire di un impianto audio adeguato alle loro esigenze; ricordo tutte le loro precedenti date a cui io abbia presenziato come lunghissimi calvari di roba pazzesca irreparabilmente rovinata e numeri assurdi tristemente vanificati da sistemi di amplificazione non all’altezza e/o locali dall’acustica peggiore di un’autostrada all’ora di punta, coi fonici che disperatamente tentavano di salvare il salvabile con le stesse probabilità di successo di un chirurgo alle prese con un triplo bypass da operare con posate da pic-nic. Sentire la loro musica così come è stata progettata è già di per sè un piccolo miracolo; il problema è che è sabato sera, siamo in un centro sociale e farsi vedere a un live degli Autechre evidentemente è trés-trés chic, c’è chiunque ti aspetti che ci sia e chi non è occupato a fare pubbliche relazioni e/o a ciarlare di stronzate probabilmente vuole soltanto che la scimmia gli salga in fretta. Non esattamente l’audience ideale per il live di un gruppo per il quale è stata inventata la stronzissima definizione Intelligent Dance Music. Manca inoltre un ingrediente fondamentale per le loro esibizioni: il buio. Oltre ai lampioni del circondario la cui luce arancione filtra dagli enormi finestroni alle pareti, la stanza è in parte illuminata da un faretto blu lasciato scriteriatamente acceso per tutta la durata del concerto. La micidiale combinazione pubblico di merda+chiacchiericcio+luminosità (la molestia del quadro generale incrementata da decine di teste di cazzo armate di digitale o telefonino che ciclicamente cercano di fotografare il palco, nonostante la notoria ritrosia del duo agli scatti e nonostante la presenza di un gigantesco e inequivocabile cartello NO CAMERA – NO FLASH all’entrata) rischia di compromettere irrimediabilmente l’esito della serata. E invece no. Gli Autechre sono in botta. Freschi reduci da un live webcast di 12 ore per promuovere l’uscita del recentissimo Oversteps, nonostante la luce e il rumore di fondo e le battaglie da lasergame inscenate tra i coglioni col flash e due tizi della security armati di torcia e puntatore a infrarossi loro se ne fregano, e legnano, e tirano fuori un catalogo di suoni come sempre indescrivibili per fantasia e toni del tutto sconosciuti a orecchio umano; frequenze aliene, passaggi liquidi da incubi drexciyani, beats ultraterreni e bassi da rivoltare le budella e far schizzare i timpani su Plutone, un insieme che non può essere definito altrimenti che mentale e che per questa volta privilegia il lato aggressivo e pestone dei marziani di Rochdale. È il suono dei videogame che si giocheranno nel 3025 su Saturno, dei rave parties tenuti negli slums di District 9, ed è entusiasmante e in un certo modo perfino liberatorio assistere a un live degli Autechre che non sia un’altra seduta psicanalitica brutale e triturante, comunque sempre imprendibile e sempre con suoni – letteralmente – mai uditi prima d’ora. Terminato il set in uno scroscio di applausi increduli, sentire il dj che viene dopo, chiunque sia, significa sporcarsi le orecchie.

Evan Dando (e Chris Brokaw) @ Covo, Bologna (14/11/2009)

 

(foto di Giacomo)

Lui è storia vera; una leggenda, tra le poche leggende rimaste in vita che ogni tanto abbiano ancora voglia di portare in giro il proprio sovrumano canzoniere per graziarci di una bellezza di cui forse non siamo degni. Ma da troppi anni pareva si fosse messo d’impegno per distruggere fin dalle fondamenta quanto di buono è stato (ed è ancora) capace di creare: anni di concerti disastrosi, rovinati e resi ridicoli da un misto di genuina paranoia e assurdi capricci da rockstar glamour mezza tossica anni novanta quale l’uomo è effettivamente stato per molto meno dei proverbiali quindici minuti (a esser buoni non si arriverebbe a sette, e quasi tutti bruciati all’ombra di una cover troppo ingombrante che è stata e sarà per sempre la sua personale My Sharona, la sua Everything about you), quelle stesse tragicomiche bizze che nonostante tutto continuavano a farci dubitare se Evan Dando anni duemila ci facesse o ci fosse. Stasera abbiamo avuto la conferma definitiva: Evan Dando c’è, ma da qualche altra parte. Il suo cervello, unitamente al suo sistema nervoso, non sono (più) qui ma altrove, dove non ci è dato sapere e probabilmente ovunque si trovino stanno pure meglio, ma intanto in questo mondo ci deve pur vivere ed è un inferno. Spunta sul palco da chissà dove e fissa con sguardo allucinato la scaletta appesa alla parete, perfettamente immobile, per trenta secondi buoni. Poi prende in mano la chitarra, un bestione dal corpo enorme tappezzato di adesivi luridi e consunti che ha l’aria di essere molto più anziano e malmesso del suo padrone; non riesce ad allacciare la cinghia e per interminabili istanti, mentre continua ad armeggiare senza successo sullo strumento, la sensazione che si alzi e se ne vada via senza suonare una nota si trasforma progressivamente in certezza. In qualche modo ci riesce; passa dunque a sistemare il microfono che ha davanti. Ha i capelli lunghi e unti che gli cascano su un volto che in altri tempi faceva piangere le ragazzine, oggi scavato e irregolare come quello del suo eroe Townes Van Zandt; indossa una giacca troppo grande stile broker anni ottanta, ci sono perfino le spalline di gommapiuma gigantesche, smisurate, e l’impressione globale è quella di un barbone completamente svalvolato che chiede l’elemosina a Wall Street. Parte con All my life, da quell’indicibile, lacerante auto da fé che è Baby I’m Bored, e ora come allora la sua voce è la diretta emanazione di chi ha pagato caro il semplice fatto di essere venuto al mondo, e porta marchiata sulla pelle ogni singola parola che intona: Tutta la mia vita ho creduto di volere cose che in realtà non volevo affatto, tutta la mia vita ho creduto di desiderare cose di cui non avevo nessun bisogno. Non c’è finzione, non c’è distacco; la voce è quella di un uomo che ha visto cose terribili e ne è venuto fuori pazzo abbastanza da volerle raccontare. Finisce il pezzo e Evan non aspetta gli applausi, attacca subito quello dopo; che è My drug buddy o comunque qualcosa da It’s a Shame About Ray, ora proprio non riesco a ricordare, il set è generoso e non manca niente, ma proprio niente, da Lick a Varshons c’è tutto quel che deve esserci. Per i primi quindici/venti minuti sembra di assistere a un freak show, o a uno snuff movie: vedere Evan ciondolare costretto in quella mostruosa giacca sproporzionata, asimmetrico e cascante come se stesse in piedi per miracolo, come un burattino con qualche filo tranciato, che a metà di ogni pezzo china la testa in una posa grottesca, da marionetta presa a bastonate, perché non riesce a vedere cosa viene dopo nella scaletta che ha davanti ai piedi, ci mette nella spiazzante posizione di testimoni inconsapevoli e impreparati, quella stessa sensazione di profonda e inestirpabile inadeguatezza che provammo vedendo Daniel Johnston esibirsi dal vivo, doveva essere il 2005, un povero bastardo indifeso sparato nel mondo senza alcuna protezione. Poi ad un tratto, improvvisamente e senza un’evidente ragione, Evan la prende bene. La schiena si raddrizza, gli occhi – fino ad allora rimasti quasi costantemente chiusi – si spalancano in allucinanti e prolungati sguardi nel vuoto, stravolge i pezzi fischiettando gli assoli, punteggiandoli con strampalati gorgheggi da alcolizzato pazzo, cambiando le strofe aggiundendo parole a caso (spesso nomi di medicine tipo “Demerol”, o comunque di sostanze psicoattive in genere), addirittura azzardando sorrisi diresti sinceri e sbottando repentinamente con un “it’s a honour to be here in Balònia” assolutamente non richiesto (forse si dimentica della disgraziatissima data tenuta come Lemonheads in un Estragon deserto a novembre 2006, in assoluto tra i concerti più ributtanti e indisponenti che abbia mai visto in tutta la mia vita). Per il gran finale chiama sul palco l’amico e sodale Chris Brokaw, ormai cittadino bolognese onorario (e artefice subito prima di Dando dell’ennesima maiuscola performance, distante dalle dronate pre-concerto dei Fuck Buttons e nuovamente radicata nella tradizione cantautorale americana di cui è esponente tra i più efficaci, umili e convinti), per tre brani in jam confidenziale, un duetto struggente che culmina con una sanguinante Ride with me che è anche chiusura senza possibilità di appello di un set indimenticabile, da conservare nella memoria e ritirare fuori ogni volta che la vita diventa importante. L’ultima nota si spegne che Evan è già corso a rifugiarsi nei camerini fendendo la folla come Cristo nel Tempio. Un gigante.

 

(foto di Elena Morelli)

Pezzi che ricordo (assolutamente NON in ordine tranne il primo e l’ultimo, e comunque ne manca sicuramente qualcuno):

All my life
My drug buddy
It’s a shame about Ray
Alison’s starting to happen
Hard drive
My idea
It looks like you
Why do you do this to yourself
Rancho Santa Fe
Favorite T
Being around
Half the time
Stove
Hospital
If I could talk I’d tell you
The outdoor type
Tenderfoot
No backbone
Waitin’ around to die (Townes Van Zandt cover)
Beautiful (Christina Aguilera cover)
Mexico (Fuckemos cover)
Ride with me